Archivio | 12:59

CCLVII. La vecchiaja.

9 Mag

CCLVII. Posso dire in buona fede di non essermi mai considerato giovane. Già all’età di sedici anni ne dimostravo almeno trentacinque. Mi aspettavo che a trenta ne avrei dimostrati quarantacinque; non so se sono stato buon profeta. Probabilmente ne dimostro ancora trentacinque. Alcune mie foto da piccino (non ricordo più quando le vidi l’ultima volta, ma in quell’occasione — a differenza di ogni altra [molto sporadica] volta — mi colpirono tanto che non me le sono, poi, mai più potute dimenticare) mi mostrano su un balcone assolato invaso di piante secche. La mia faccia (sulla parte anteriore di una testa che allora era troppo grossa) è completamente adesa a terra — sono, credo, seduto sul pavimento, cioè sul balcone, ma la positura generale della persona dà l’idea di una di quelle meduse che, in occasione di una gita al mare con la scuola, avrei scoperto di lì a non molto essere l’unica attrattiva delle spiagge di Mestre. Non si trattava di nulla di tanto nobile come l’umor saturnino, e nulla di tanto aristocratico come la melancholia. Nemmeno di qualcosa di così scientifico come la cosiddetta depressione, perché la depressione, come dice la parola stessa, indica uno sprofondamento, un abbassamento di livello, mentre — che io ricordi — il mio livello è sempre stato quello. Avevo la radice del naso leggermente strombata e gli occhi sporgenti, una combinazione che come risultato dà sempre l’espressione di un’incontestabile ebetudine. Ma tutto con moderazione: purtroppo non sono un mostro, sono solo squallido. Ma soprattutto (per concludere sulla faccia di me bambino), ero praticamente identico ad ora, cioè dimostravo trentacinque anni. Tutto questo per dire che dopo i trentacinque anni potrei considerarmi comparativamente fortunato, se la tendenza continua invariata.