CCLII. La vita fugge

21 Apr

e non s’arresta un’ora. Mentre io bighellono infelicemente, gli altri (chiunque altro, stando a quel poco che posso vedere io) si muove, cerca, d’informa, conosce, ipotizza, trama, smonta e rimonta. E jeri mattina ho avuto una discussione con una faccia da culo di postina — le avevo chiesto una sigaretta; ora, le risposte che di norma ti dànno, quando te la rifiutano, sono: "Mi dispiace, è l’ultima" (la più quotata); "Mi dispiace, ne ho pochissime", "Me l’hanno offerta", "Ho lasciato il pacchetto dentro/di sopra", oppure "NO!", o un segno di diniego col capo; quelli che te la dànno di norma non dicono nulla. Jeri mattina, per la prima volta in vita mia, mi sono sentito rispondere: "Se le comperi". Mai sentito niente del genere, giuro. Mi fumavano le orecchie. Giusto il tempo di assimilare la risposta, e poi ho decretato che se ne andasse al solito luogo (a fare in culo), e che era una cogliona. Ha berciato qualcosa, e io ho ribattuto — non ricordo più esattamente cosa, ma erano i soliti insulti. Ha continuato a strepitare chissà che, mentre me ne andavo; qualcuno le ha detto qualcosa, e lei ha detto: "Eh, meno male!" (meno male cosa? Mah).

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Inacidito come una vespa, sono andato ad aspettare il sacchetto nell’androne di s.t’Antonio di Padova. Un’altra faccia a culo, di volontario, si aggirava verso la fine della coda. Come arrivo, mi saluta — io faccio finta di non averlo né visto né sentito (ha la faccia da culo, giustamente). Indi, passato un minuto, mi abborda con più determinazione. "Senti", mi fa, mettendomi la mano sulla spalla, "ma sai che non mi ricordo il tuo nome?". "Per forza", gli dico: "non te l’ho mai detto". "Io mi chiamo Alessandro. Che cosa fai nella vita? Stai cercando un lavoro? Sei di Torino?; &c.". Gli ho chiesto come mai mi chiedesse tutte quelle cose, e lui ha detto: "Ma niente, è che ti vedo sempre qui, e".

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Quindi me ne sono andato (stavo malissimo) a una biblioteca (la Geisser) a vedere se potevo farmi un buon sonno. Potevo, e l’ho fatto. Quando sono arrivate le 17.00 sono salito al monte dei Cappuccini, dove frate Mario mi ha dato il sacchetto, e mi ha chiesto come stavo, che cosa stavo facendo, se stavo cercando un lavoro. Mi dice che cammino troppo (un’impressione, in realtà tutti i barboni camminano), evidentemente ho dei pensieri (te credo), evidentemente sono depresso (??). Mi dice che c’è una comunità qui in provincia di Torino (non ricordo il nome della località, ma se la sento nominare la riconosco), dove prendono in cura, con tanto ammore, i malati di mente come me. "Facci un pensiero", mi ha detto.

Ma come? Di già? Non ho mai fatto la galera, non sono tossico e non sono alcolizzato. La prospettiva di finire in una comunità, con un curriculum come il mio, è scarsamente esaltante. Che ci vado a fare? Mi facessero almeno ammazzare qualcuno, prima. Sennò non c’è gusto.

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