CCL. Che palle!

20 Apr

CCL. Ormai dovrei essere pronto. Per Villa Cristina, dico, che è poi il manicomio, sive ospedale psichiatrico, che si trova da un capo di un largo e lungo squallido prato oltre il quale ci sono le Vallette, che è poi la galera, sive casa circondariale.

Aggiungi che mi sono ammalato un’altra volta. Ho la testa nel pallone e dolori ovunque, segno che c’è un’altra influenza in arrivo. Avendo ridotto l’assunzione quotidiana di nicotina alla stretta misura di quello che concede il buon cuore altrui (al quale non mi appello in continuazione, essendo facile al "mavaffanculo, va" e incline al "crepa!" [il collega C. C. non perde occasione di raccomandarmi, con severità: "Non mandare mai a fare in culo quelli che non ti dànno la sigaretta! Sei tu il barbone. Cerca di saperlo fare". Ah.), sono più soggetto a questo genere di disagi — intossicato come sono, c’è poco da stupirsi. E io non mi stupisco, infatti. Le son quisquilie, ovviamente, ma è per dire che se qualcosa suona più strano del solito in quello che scrivo è perché non sono solo pazzo, ma anche perché sono intronato dall’infreddatura.

Per quanto riguarda la mia pazzia, d’altra parte come giustificarmi di fronte al mondo desideroso di sapere che ci sto a fare io su questa terra? Non sono invalido, non sono bucomane, non sono un avanzo di galera, non sono uno sbevazzone — siamo alle solite: lì si finisce. Non posso che essere (diciamo) suonato. La scelta non è amplissima: posso definirmi, a piacere, ‘depresso’, oppure, se voglio fare le cose un pochino più in grande, ‘schizofrenico’; poi posso improvvisare, chiaramente: farmi prendere da manie di persecuzione, se mi piace, o da crisi pantoclastiche. Ma tutto questo non rileva. Rileva che sono fottuto. Ma attenzione: adesso le cose sono sostanzialmente cambiate rispetto all’inizio. All’inizio potevo prendere tutto molto più blandamente. Adesso so esattamente che a fare questa vita si scivola nel baratro. So esattamente come si finisce nel baratro.

Essendo un delatore e un indiscreto per natura, nell’ultimo articolo (il secondo) per Scarp de’ tenis che le due arpie sono riuscite a strapparmi riferivo quanto dettomi dall’operatrice di v. Carrera L. S., di cui, anche nell’articolo, ho messo solo le iniziali. Lei diceva che questi posti (tutti i contenitori per disadattati) sono creati non per spirito umanitario ("Al Comune non gliene frega niente se crepate in massa", ha detto giustamente), ma per evitare che ci siano tensioni e odio sociali — cioè che i barboni si mettano a fare la rivoluzione. E’ una di quelle verità dure da accettare, in apparenza. Sennonché non è la verità. La verità è un’altra, ed è, almeno dal mio punto di vista, ancora peggiore. I disagiati che frequentano "questi posti" non sono propriamente barboni (quelli vivono per la strada), ma sono dei borderline. Cómpito di queste strutture è spingere i disadattati verso un disadattamento più esplicito. Faccio un esempio: la vendita dello Scarp de’ tenis teoricamente serve per tener lontani i barboni dalla mendicità. Di fatto, molte delle persone che si trovano in "questi posti" non hanno mai chiesto l’elemosina; e tramite la ‘vendita’ della rivista possono imparare a farlo. & così via. Soprattutto è il contesto che agisce in questo senso, esercitando la sua immancabile pressione. "Questi posti" non sono semplici contenitori. Chi li frequenta è schedato, e non essendo tenuto a dimostrare alcunché (circostanza questa assai sospetta, comunque), è automaticamente identificato con un’umanità ai margini della legge. Nessuno che abbia buone intenzioni nei tuoi confronti ti indicherà mai "questi posti" come una soluzione temporanea.  

Ora, io di tutto questo me ne frego, altamente. Ed è questo che dovrebbe preoccuparmi, infatti. Come faccio a fregarmene? Io non lo so. Ma è come se camminassi sott’acqua. (Tien sempre conto dell’influenza come fattore aggravante, chiaramente).

E poi c’è anche la società circostante — "società" è un titolo assai pomposo, diciamo quella porzione, limitatissima, di società che ormai non può non conoscermi dal momento che mi trovo, volente o nolente, a frequentarla. Per esempio, martedì 28, nel pomeriggio, una specie di sorcia cogli occhiali m’è venuta a chiamare trafelata al tavolo, dove stavo leggendo; dicendomi di avere "bisogno di un favore". Un favore? Perplesso mi alzo e la seguo. Fino al terminale tramite il quale normalmente si accede al catalogo, e che quel giorno, come avevo verificato io stesso avendo tentato inutilmente di fare una ricerca, non funzionava. Il topastro a questo punto mi aggredisce, strillacchiando di avermi "visto benissimo", "che Lei prima faceva così", e sul così pigiava il tasto sinistro del mouse. Eh. E allora? "Che cosa vuole da me?", le ho chiesto. "Adesso non funziona più! Lei prima ha schiacciato il tasto, passando, non ha fatto una ricerca!" "Non era possibile: non funzionava". "Ma adesso è tutto bloccato! Queste postazioni sono fatte per essere usate in modo corretto! Servono solo per la consultazione del catalogo! Se c’è qualcosa che non funziona lo deve dire!" Tutto questo, e molto altro, mentre io cercavo inutilmente, e senza fiato, di intervenire. In un momento in cui, indicando il monitor, mi sono voltato con la testa dall’altra parte, quella, sguindolando le braccia in un modo strano (gesticolava; ma si gesticola sulla faccia di qualcuno?) ha fatto il gesto non so se di buttarmi gli occhiali giù dal naso o che cosa: proprio in quel momento mi sono nuovamente voltato verso di lei, e mi è arrivato un graffio sotto l’occhio destro. Mi sono sentito miserable, come non mai. Non era, quella di graffiarmi, la precisa intenzione, ma facendo finta di gesticolare mi stava portando le mani al volto, cercando di far nascere qualche caso. Il collega che tentava di sbloccare il terminale alla fine c’è riuscito, e io, non so più bene come, mi sono ritrovato fuori, sui gradini, a fumare l’ultima sigaretta che mi è rimasta in tasca, e me ne sono andato a fare una passeggiata. Ma stavolta non volevo lasciar correre fino a questo punto. Rientrando, con un po’ di calma, più tardi, sono tornato in biblioteca e le ho chiesto il suo nome. Mi sembra giusto, dal momento che mi ha fatto una parte così stravagante, sapere almeno chi è. Stava servendo una signora, è parsa imbarazzata. Ha detto al suo collega (lo stesso del terminale) se poteva andare avanti lui con la signora, "Io finisco il signore". "Se vuoi lo finisco io, il signore", ha detto quel sacco di merda del suo collega, ovviamente in altra accezione. Più mitemente, mi ha chiesto ripetutamente che cosa intendessi fare col suo nome. Le ho detto che era giusto per sapere con chi avevo parlato. "Dal momento che ha chiesto il mio nome, mi dia anche lei il suo", ha detto. Le ho dato la carta d’identità. Ha copiato nome, cognome, indirizzo, luogo e data di nascita, numero documento e data di scadenza. E ha fatto per andarsene. Ho dovuto insistere ulteriormente per avere il suo nome. Si chiama, ("semplicemente", ha detto, chissà perché) Anna Rigassio, responsabile della biblioteca.

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