Archivio | aprile, 2006

CCLIV. E niente,

24 Apr

la mia intenzione era quella di continuare con la serie delle geremiadi, ma purtroppo mi sono dimenticato il diario vicino al letto. Cioè, non me lo sono dimenticato, ce l’ho lasciato. C’era un numero di targa, una descrizione fisiognomica al fulmicotone, i cognomi scritti su tutti i campanelli di un portone, un ampio programma eugenetico in iscorcio e tutti li mortacci vostra. Una cosa in grande stile. Purtroppo devo rimandare a domani, se non mi dimentico di nuovo.

Voi come state? Per il resto, qui ha cominciato anche a fare un po’ caldo.

CCLIII. Cacca.

22 Apr

CCLIII. E così non riesco a scrivere la cosa che volevo fare oggi. Vabbè, pazienza. Ci risentiamo lunedì (sempreché qui sia aperto).

Cia’.

d.

CCLII. La vita fugge

21 Apr

e non s’arresta un’ora. Mentre io bighellono infelicemente, gli altri (chiunque altro, stando a quel poco che posso vedere io) si muove, cerca, d’informa, conosce, ipotizza, trama, smonta e rimonta. E jeri mattina ho avuto una discussione con una faccia da culo di postina — le avevo chiesto una sigaretta; ora, le risposte che di norma ti dànno, quando te la rifiutano, sono: "Mi dispiace, è l’ultima" (la più quotata); "Mi dispiace, ne ho pochissime", "Me l’hanno offerta", "Ho lasciato il pacchetto dentro/di sopra", oppure "NO!", o un segno di diniego col capo; quelli che te la dànno di norma non dicono nulla. Jeri mattina, per la prima volta in vita mia, mi sono sentito rispondere: "Se le comperi". Mai sentito niente del genere, giuro. Mi fumavano le orecchie. Giusto il tempo di assimilare la risposta, e poi ho decretato che se ne andasse al solito luogo (a fare in culo), e che era una cogliona. Ha berciato qualcosa, e io ho ribattuto — non ricordo più esattamente cosa, ma erano i soliti insulti. Ha continuato a strepitare chissà che, mentre me ne andavo; qualcuno le ha detto qualcosa, e lei ha detto: "Eh, meno male!" (meno male cosa? Mah).

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Inacidito come una vespa, sono andato ad aspettare il sacchetto nell’androne di s.t’Antonio di Padova. Un’altra faccia a culo, di volontario, si aggirava verso la fine della coda. Come arrivo, mi saluta — io faccio finta di non averlo né visto né sentito (ha la faccia da culo, giustamente). Indi, passato un minuto, mi abborda con più determinazione. "Senti", mi fa, mettendomi la mano sulla spalla, "ma sai che non mi ricordo il tuo nome?". "Per forza", gli dico: "non te l’ho mai detto". "Io mi chiamo Alessandro. Che cosa fai nella vita? Stai cercando un lavoro? Sei di Torino?; &c.". Gli ho chiesto come mai mi chiedesse tutte quelle cose, e lui ha detto: "Ma niente, è che ti vedo sempre qui, e".

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Quindi me ne sono andato (stavo malissimo) a una biblioteca (la Geisser) a vedere se potevo farmi un buon sonno. Potevo, e l’ho fatto. Quando sono arrivate le 17.00 sono salito al monte dei Cappuccini, dove frate Mario mi ha dato il sacchetto, e mi ha chiesto come stavo, che cosa stavo facendo, se stavo cercando un lavoro. Mi dice che cammino troppo (un’impressione, in realtà tutti i barboni camminano), evidentemente ho dei pensieri (te credo), evidentemente sono depresso (??). Mi dice che c’è una comunità qui in provincia di Torino (non ricordo il nome della località, ma se la sento nominare la riconosco), dove prendono in cura, con tanto ammore, i malati di mente come me. "Facci un pensiero", mi ha detto.

Ma come? Di già? Non ho mai fatto la galera, non sono tossico e non sono alcolizzato. La prospettiva di finire in una comunità, con un curriculum come il mio, è scarsamente esaltante. Che ci vado a fare? Mi facessero almeno ammazzare qualcuno, prima. Sennò non c’è gusto.

CCLI. Ahio.

20 Apr

CCLI. Mi sembra di essere caduto dal quarto piano. E ci ho pure la febbre.

CCL. Che palle!

20 Apr

CCL. Ormai dovrei essere pronto. Per Villa Cristina, dico, che è poi il manicomio, sive ospedale psichiatrico, che si trova da un capo di un largo e lungo squallido prato oltre il quale ci sono le Vallette, che è poi la galera, sive casa circondariale.

Aggiungi che mi sono ammalato un’altra volta. Ho la testa nel pallone e dolori ovunque, segno che c’è un’altra influenza in arrivo. Avendo ridotto l’assunzione quotidiana di nicotina alla stretta misura di quello che concede il buon cuore altrui (al quale non mi appello in continuazione, essendo facile al "mavaffanculo, va" e incline al "crepa!" [il collega C. C. non perde occasione di raccomandarmi, con severità: "Non mandare mai a fare in culo quelli che non ti dànno la sigaretta! Sei tu il barbone. Cerca di saperlo fare". Ah.), sono più soggetto a questo genere di disagi — intossicato come sono, c’è poco da stupirsi. E io non mi stupisco, infatti. Le son quisquilie, ovviamente, ma è per dire che se qualcosa suona più strano del solito in quello che scrivo è perché non sono solo pazzo, ma anche perché sono intronato dall’infreddatura.

Per quanto riguarda la mia pazzia, d’altra parte come giustificarmi di fronte al mondo desideroso di sapere che ci sto a fare io su questa terra? Non sono invalido, non sono bucomane, non sono un avanzo di galera, non sono uno sbevazzone — siamo alle solite: lì si finisce. Non posso che essere (diciamo) suonato. La scelta non è amplissima: posso definirmi, a piacere, ‘depresso’, oppure, se voglio fare le cose un pochino più in grande, ‘schizofrenico’; poi posso improvvisare, chiaramente: farmi prendere da manie di persecuzione, se mi piace, o da crisi pantoclastiche. Ma tutto questo non rileva. Rileva che sono fottuto. Ma attenzione: adesso le cose sono sostanzialmente cambiate rispetto all’inizio. All’inizio potevo prendere tutto molto più blandamente. Adesso so esattamente che a fare questa vita si scivola nel baratro. So esattamente come si finisce nel baratro.

Essendo un delatore e un indiscreto per natura, nell’ultimo articolo (il secondo) per Scarp de’ tenis che le due arpie sono riuscite a strapparmi riferivo quanto dettomi dall’operatrice di v. Carrera L. S., di cui, anche nell’articolo, ho messo solo le iniziali. Lei diceva che questi posti (tutti i contenitori per disadattati) sono creati non per spirito umanitario ("Al Comune non gliene frega niente se crepate in massa", ha detto giustamente), ma per evitare che ci siano tensioni e odio sociali — cioè che i barboni si mettano a fare la rivoluzione. E’ una di quelle verità dure da accettare, in apparenza. Sennonché non è la verità. La verità è un’altra, ed è, almeno dal mio punto di vista, ancora peggiore. I disagiati che frequentano "questi posti" non sono propriamente barboni (quelli vivono per la strada), ma sono dei borderline. Cómpito di queste strutture è spingere i disadattati verso un disadattamento più esplicito. Faccio un esempio: la vendita dello Scarp de’ tenis teoricamente serve per tener lontani i barboni dalla mendicità. Di fatto, molte delle persone che si trovano in "questi posti" non hanno mai chiesto l’elemosina; e tramite la ‘vendita’ della rivista possono imparare a farlo. & così via. Soprattutto è il contesto che agisce in questo senso, esercitando la sua immancabile pressione. "Questi posti" non sono semplici contenitori. Chi li frequenta è schedato, e non essendo tenuto a dimostrare alcunché (circostanza questa assai sospetta, comunque), è automaticamente identificato con un’umanità ai margini della legge. Nessuno che abbia buone intenzioni nei tuoi confronti ti indicherà mai "questi posti" come una soluzione temporanea.  

Ora, io di tutto questo me ne frego, altamente. Ed è questo che dovrebbe preoccuparmi, infatti. Come faccio a fregarmene? Io non lo so. Ma è come se camminassi sott’acqua. (Tien sempre conto dell’influenza come fattore aggravante, chiaramente).

E poi c’è anche la società circostante — "società" è un titolo assai pomposo, diciamo quella porzione, limitatissima, di società che ormai non può non conoscermi dal momento che mi trovo, volente o nolente, a frequentarla. Per esempio, martedì 28, nel pomeriggio, una specie di sorcia cogli occhiali m’è venuta a chiamare trafelata al tavolo, dove stavo leggendo; dicendomi di avere "bisogno di un favore". Un favore? Perplesso mi alzo e la seguo. Fino al terminale tramite il quale normalmente si accede al catalogo, e che quel giorno, come avevo verificato io stesso avendo tentato inutilmente di fare una ricerca, non funzionava. Il topastro a questo punto mi aggredisce, strillacchiando di avermi "visto benissimo", "che Lei prima faceva così", e sul così pigiava il tasto sinistro del mouse. Eh. E allora? "Che cosa vuole da me?", le ho chiesto. "Adesso non funziona più! Lei prima ha schiacciato il tasto, passando, non ha fatto una ricerca!" "Non era possibile: non funzionava". "Ma adesso è tutto bloccato! Queste postazioni sono fatte per essere usate in modo corretto! Servono solo per la consultazione del catalogo! Se c’è qualcosa che non funziona lo deve dire!" Tutto questo, e molto altro, mentre io cercavo inutilmente, e senza fiato, di intervenire. In un momento in cui, indicando il monitor, mi sono voltato con la testa dall’altra parte, quella, sguindolando le braccia in un modo strano (gesticolava; ma si gesticola sulla faccia di qualcuno?) ha fatto il gesto non so se di buttarmi gli occhiali giù dal naso o che cosa: proprio in quel momento mi sono nuovamente voltato verso di lei, e mi è arrivato un graffio sotto l’occhio destro. Mi sono sentito miserable, come non mai. Non era, quella di graffiarmi, la precisa intenzione, ma facendo finta di gesticolare mi stava portando le mani al volto, cercando di far nascere qualche caso. Il collega che tentava di sbloccare il terminale alla fine c’è riuscito, e io, non so più bene come, mi sono ritrovato fuori, sui gradini, a fumare l’ultima sigaretta che mi è rimasta in tasca, e me ne sono andato a fare una passeggiata. Ma stavolta non volevo lasciar correre fino a questo punto. Rientrando, con un po’ di calma, più tardi, sono tornato in biblioteca e le ho chiesto il suo nome. Mi sembra giusto, dal momento che mi ha fatto una parte così stravagante, sapere almeno chi è. Stava servendo una signora, è parsa imbarazzata. Ha detto al suo collega (lo stesso del terminale) se poteva andare avanti lui con la signora, "Io finisco il signore". "Se vuoi lo finisco io, il signore", ha detto quel sacco di merda del suo collega, ovviamente in altra accezione. Più mitemente, mi ha chiesto ripetutamente che cosa intendessi fare col suo nome. Le ho detto che era giusto per sapere con chi avevo parlato. "Dal momento che ha chiesto il mio nome, mi dia anche lei il suo", ha detto. Le ho dato la carta d’identità. Ha copiato nome, cognome, indirizzo, luogo e data di nascita, numero documento e data di scadenza. E ha fatto per andarsene. Ho dovuto insistere ulteriormente per avere il suo nome. Si chiama, ("semplicemente", ha detto, chissà perché) Anna Rigassio, responsabile della biblioteca.

CCXLIX. Fibs.

18 Apr

CCXLIX. Questo signore, che si chiama Gregory K. e fa lo scrittore e l’educatore, ha inventato un giochino che, stando a quello che si dice qua e là sui giornali (almeno su City, che è tutto dire, ne convengo), avrebbe surclassato l’ingegnoso Sudoku. Consisterebbe nello scrivere versi la cui lunghezza segue la famosa sequenza di Fibonacci. Qualcuno ne saprà qualcosa, credo; il Fibonacci è un matematico del XII sec., a cui si deve la ‘scoperta’ di una sequenza numerica in progressione in cui ogni cifra è la somma delle due precedenti:

0,1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233, 377 &c. &c. &c.

Questa scoperta, di per sé semplice e apparentemente poco sinforosa, è in realtà importante, perché le proporzioni secondo cui sono costituite molte cose che si trovano in natura (le foglie degli alberi, per esempio, molte conchiglie, &c.) rispettano questa sequenza. Non solo, essa ha applicazioni importanti nella musica, e in qualunque forma di ‘composizione’ (in senso lato) artistica. La struttura di certi drammi la ricalca, nella suddivisione in atti e scene, per esempio; e via di questo passo.

Le conseguenze sono dunque ingenti. L’idea di scrivere dei componimenti poetici in questa forma, dopo che da secoli sono stati escogitati sonetti che letti nel verso giusto dicono una cosa e letti al contrario ne dicono un’altra, leporeambi con giro vocalico completo, poemi anagrammatici, interminabili sequenze allitterative, palindromi, carmi a versi mobili, &c. può parere, e in effetti è, piuttosto miseranda. Comunque sia, ci si provi (?) chi vuole. Il sig. Gregory K. stabilisce che ci si deve fermare a 1, 1, 2, 3, 5, 8; ma ovviamente (concede) se ne possono fare di molto più lunghi. La limitazione è comprensibile: già un verso di tredici sillabe è piuttosto faticoso; da ventuno, salvo l’introduzione di due cesure, è decisamente insopportabile; da trentaquattro è una semplice frase di trentaquattro sillabe. Il metro fondato non sulla caduta degli accenti ma sulla nuda conta delle sillabe ricorda il metodo compositivo degli haikai, sennonché otto versi sono meno perfetti di tre; in più, si noterà, lo haiku ha solo versi imparisillabi (7-5-7), questi "fibs", invece, mescolano versi imparisillabi con versi parisillabi, ciò che comporta (almeno in italiano, poi non so) qualche stridore.

(1). Non
(1). so
(2). perché:
(3). ma mi par
(5). questa cosa qua
(8). tutt’altro che poetica.

Quanto a quest’ultimo punto, dato che il metro è stabilito in base al numero delle sillabe e non agli accenti, tramite le tronche è possibile recuperare il verso parisillabo, per l’appunto. Non so se è chiaro: l’endecasillabo non è un verso di 11 sillabe, ma un verso il cui ultimo accento è sulla decima sillaba. Un endecasillabo tronco conta solo 10 sillabe; ma non è un decasillabo, essendo che l’undicesima sillaba è come implicita, non dichiarata ma presente. Già i due monosillabi (1) e (1) con cui la ‘poesia’ inizia si possono considerare come due bisillabi tronchi; il III v. (2) è parisillabo; il IV. (3) no, ma se è tronco (tà-ta-tà) diventa un quadrisillabo tronco, parisillabo; il V. (5) può nello stesso modo essere considerato un senario tronco; il V. e ultimo (8) è parisillabo.

(1) Tà[-ta]  (bisillabo)
(1) Tà[-ta]  (bisillabo)
(2) Tà-ta  (bisillabo)
(3) Tà-ta-tà[-ta]  (quadrisillabo)
(5) Tà-ta-tà-ta-tà[-ta]  (senario)
(8) Tà-ta-tà-ta-tà-ta-tà-ta  (ottonario)

In questo modo l’accento cade sulla prima sillaba di ogni verso, conferendo un ‘passo’, se non una musicalità, in teoria più individuato. (Un giorno di questi, magari in un momento di particolare disperazione, potrei anche provarci).

CCXLVIII. Un’urna più bella.

14 Apr

CCXLVIII.

DIED OF WOUNDS.
 
And so they marked me dead, the day
That I turned twenty-one?
They counted me as dead, did they,
The day my childhood slipped away
And manhood was begun?
Oh, that was fit and that was right!
Now, Daddy Time, with all your spite,
Buffet me how you can,
You’ll never make a man of me
For I lie dead in Picardy,
Rather than grow a man.
Oh that was the right day to die
The twenty-fourth day of July!
God smiled
Beguiled
By a wish so wild,
And let me always stay a child.
 
Robert Graves, The Complete Poems,
Penguin Classics, Londra 20031, p. 809.