Archivio | aprile, 2006

CCLIV. E niente,

24 Apr

la mia intenzione era quella di continuare con la serie delle geremiadi, ma purtroppo mi sono dimenticato il diario vicino al letto. Cioè, non me lo sono dimenticato, ce l’ho lasciato. C’era un numero di targa, una descrizione fisiognomica al fulmicotone, i cognomi scritti su tutti i campanelli di un portone, un ampio programma eugenetico in iscorcio e tutti li mortacci vostra. Una cosa in grande stile. Purtroppo devo rimandare a domani, se non mi dimentico di nuovo.

Voi come state? Per il resto, qui ha cominciato anche a fare un po’ caldo.

CCLIII. Cacca.

22 Apr

CCLIII. E così non riesco a scrivere la cosa che volevo fare oggi. Vabbè, pazienza. Ci risentiamo lunedì (sempreché qui sia aperto).

Cia’.

d.

CCLII. La vita fugge

21 Apr

e non s’arresta un’ora. Mentre io bighellono infelicemente, gli altri (chiunque altro, stando a quel poco che posso vedere io) si muove, cerca, d’informa, conosce, ipotizza, trama, smonta e rimonta. E jeri mattina ho avuto una discussione con una faccia da culo di postina — le avevo chiesto una sigaretta; ora, le risposte che di norma ti dànno, quando te la rifiutano, sono: "Mi dispiace, è l’ultima" (la più quotata); "Mi dispiace, ne ho pochissime", "Me l’hanno offerta", "Ho lasciato il pacchetto dentro/di sopra", oppure "NO!", o un segno di diniego col capo; quelli che te la dànno di norma non dicono nulla. Jeri mattina, per la prima volta in vita mia, mi sono sentito rispondere: "Se le comperi". Mai sentito niente del genere, giuro. Mi fumavano le orecchie. Giusto il tempo di assimilare la risposta, e poi ho decretato che se ne andasse al solito luogo (a fare in culo), e che era una cogliona. Ha berciato qualcosa, e io ho ribattuto — non ricordo più esattamente cosa, ma erano i soliti insulti. Ha continuato a strepitare chissà che, mentre me ne andavo; qualcuno le ha detto qualcosa, e lei ha detto: "Eh, meno male!" (meno male cosa? Mah).

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Inacidito come una vespa, sono andato ad aspettare il sacchetto nell’androne di s.t’Antonio di Padova. Un’altra faccia a culo, di volontario, si aggirava verso la fine della coda. Come arrivo, mi saluta — io faccio finta di non averlo né visto né sentito (ha la faccia da culo, giustamente). Indi, passato un minuto, mi abborda con più determinazione. "Senti", mi fa, mettendomi la mano sulla spalla, "ma sai che non mi ricordo il tuo nome?". "Per forza", gli dico: "non te l’ho mai detto". "Io mi chiamo Alessandro. Che cosa fai nella vita? Stai cercando un lavoro? Sei di Torino?; &c.". Gli ho chiesto come mai mi chiedesse tutte quelle cose, e lui ha detto: "Ma niente, è che ti vedo sempre qui, e".

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Quindi me ne sono andato (stavo malissimo) a una biblioteca (la Geisser) a vedere se potevo farmi un buon sonno. Potevo, e l’ho fatto. Quando sono arrivate le 17.00 sono salito al monte dei Cappuccini, dove frate Mario mi ha dato il sacchetto, e mi ha chiesto come stavo, che cosa stavo facendo, se stavo cercando un lavoro. Mi dice che cammino troppo (un’impressione, in realtà tutti i barboni camminano), evidentemente ho dei pensieri (te credo), evidentemente sono depresso (??). Mi dice che c’è una comunità qui in provincia di Torino (non ricordo il nome della località, ma se la sento nominare la riconosco), dove prendono in cura, con tanto ammore, i malati di mente come me. "Facci un pensiero", mi ha detto.

Ma come? Di già? Non ho mai fatto la galera, non sono tossico e non sono alcolizzato. La prospettiva di finire in una comunità, con un curriculum come il mio, è scarsamente esaltante. Che ci vado a fare? Mi facessero almeno ammazzare qualcuno, prima. Sennò non c’è gusto.

CCLI. Ahio.

20 Apr

CCLI. Mi sembra di essere caduto dal quarto piano. E ci ho pure la febbre.

CCL. Che palle!

20 Apr

CCL. Ormai dovrei essere pronto. Per Villa Cristina, dico, che è poi il manicomio, sive ospedale psichiatrico, che si trova da un capo di un largo e lungo squallido prato oltre il quale ci sono le Vallette, che è poi la galera, sive casa circondariale.

Aggiungi che mi sono ammalato un’altra volta. Ho la testa nel pallone e dolori ovunque, segno che c’è un’altra influenza in arrivo. Avendo ridotto l’assunzione quotidiana di nicotina alla stretta misura di quello che concede il buon cuore altrui (al quale non mi appello in continuazione, essendo facile al "mavaffanculo, va" e incline al "crepa!" [il collega C. C. non perde occasione di raccomandarmi, con severità: "Non mandare mai a fare in culo quelli che non ti dànno la sigaretta! Sei tu il barbone. Cerca di saperlo fare". Ah.), sono più soggetto a questo genere di disagi — intossicato come sono, c’è poco da stupirsi. E io non mi stupisco, infatti. Le son quisquilie, ovviamente, ma è per dire che se qualcosa suona più strano del solito in quello che scrivo è perché non sono solo pazzo, ma anche perché sono intronato dall’infreddatura.

Per quanto riguarda la mia pazzia, d’altra parte come giustificarmi di fronte al mondo desideroso di sapere che ci sto a fare io su questa terra? Non sono invalido, non sono bucomane, non sono un avanzo di galera, non sono uno sbevazzone — siamo alle solite: lì si finisce. Non posso che essere (diciamo) suonato. La scelta non è amplissima: posso definirmi, a piacere, ‘depresso’, oppure, se voglio fare le cose un pochino più in grande, ‘schizofrenico’; poi posso improvvisare, chiaramente: farmi prendere da manie di persecuzione, se mi piace, o da crisi pantoclastiche. Ma tutto questo non rileva. Rileva che sono fottuto. Ma attenzione: adesso le cose sono sostanzialmente cambiate rispetto all’inizio. All’inizio potevo prendere tutto molto più blandamente. Adesso so esattamente che a fare questa vita si scivola nel baratro. So esattamente come si finisce nel baratro.

Essendo un delatore e un indiscreto per natura, nell’ultimo articolo (il secondo) per Scarp de’ tenis che le due arpie sono riuscite a strapparmi riferivo quanto dettomi dall’operatrice di v. Carrera L. S., di cui, anche nell’articolo, ho messo solo le iniziali. Lei diceva che questi posti (tutti i contenitori per disadattati) sono creati non per spirito umanitario ("Al Comune non gliene frega niente se crepate in massa", ha detto giustamente), ma per evitare che ci siano tensioni e odio sociali — cioè che i barboni si mettano a fare la rivoluzione. E’ una di quelle verità dure da accettare, in apparenza. Sennonché non è la verità. La verità è un’altra, ed è, almeno dal mio punto di vista, ancora peggiore. I disagiati che frequentano "questi posti" non sono propriamente barboni (quelli vivono per la strada), ma sono dei borderline. Cómpito di queste strutture è spingere i disadattati verso un disadattamento più esplicito. Faccio un esempio: la vendita dello Scarp de’ tenis teoricamente serve per tener lontani i barboni dalla mendicità. Di fatto, molte delle persone che si trovano in "questi posti" non hanno mai chiesto l’elemosina; e tramite la ‘vendita’ della rivista possono imparare a farlo. & così via. Soprattutto è il contesto che agisce in questo senso, esercitando la sua immancabile pressione. "Questi posti" non sono semplici contenitori. Chi li frequenta è schedato, e non essendo tenuto a dimostrare alcunché (circostanza questa assai sospetta, comunque), è automaticamente identificato con un’umanità ai margini della legge. Nessuno che abbia buone intenzioni nei tuoi confronti ti indicherà mai "questi posti" come una soluzione temporanea.  

Ora, io di tutto questo me ne frego, altamente. Ed è questo che dovrebbe preoccuparmi, infatti. Come faccio a fregarmene? Io non lo so. Ma è come se camminassi sott’acqua. (Tien sempre conto dell’influenza come fattore aggravante, chiaramente).

E poi c’è anche la società circostante — "società" è un titolo assai pomposo, diciamo quella porzione, limitatissima, di società che ormai non può non conoscermi dal momento che mi trovo, volente o nolente, a frequentarla. Per esempio, martedì 28, nel pomeriggio, una specie di sorcia cogli occhiali m’è venuta a chiamare trafelata al tavolo, dove stavo leggendo; dicendomi di avere "bisogno di un favore". Un favore? Perplesso mi alzo e la seguo. Fino al terminale tramite il quale normalmente si accede al catalogo, e che quel giorno, come avevo verificato io stesso avendo tentato inutilmente di fare una ricerca, non funzionava. Il topastro a questo punto mi aggredisce, strillacchiando di avermi "visto benissimo", "che Lei prima faceva così", e sul così pigiava il tasto sinistro del mouse. Eh. E allora? "Che cosa vuole da me?", le ho chiesto. "Adesso non funziona più! Lei prima ha schiacciato il tasto, passando, non ha fatto una ricerca!" "Non era possibile: non funzionava". "Ma adesso è tutto bloccato! Queste postazioni sono fatte per essere usate in modo corretto! Servono solo per la consultazione del catalogo! Se c’è qualcosa che non funziona lo deve dire!" Tutto questo, e molto altro, mentre io cercavo inutilmente, e senza fiato, di intervenire. In un momento in cui, indicando il monitor, mi sono voltato con la testa dall’altra parte, quella, sguindolando le braccia in un modo strano (gesticolava; ma si gesticola sulla faccia di qualcuno?) ha fatto il gesto non so se di buttarmi gli occhiali giù dal naso o che cosa: proprio in quel momento mi sono nuovamente voltato verso di lei, e mi è arrivato un graffio sotto l’occhio destro. Mi sono sentito miserable, come non mai. Non era, quella di graffiarmi, la precisa intenzione, ma facendo finta di gesticolare mi stava portando le mani al volto, cercando di far nascere qualche caso. Il collega che tentava di sbloccare il terminale alla fine c’è riuscito, e io, non so più bene come, mi sono ritrovato fuori, sui gradini, a fumare l’ultima sigaretta che mi è rimasta in tasca, e me ne sono andato a fare una passeggiata. Ma stavolta non volevo lasciar correre fino a questo punto. Rientrando, con un po’ di calma, più tardi, sono tornato in biblioteca e le ho chiesto il suo nome. Mi sembra giusto, dal momento che mi ha fatto una parte così stravagante, sapere almeno chi è. Stava servendo una signora, è parsa imbarazzata. Ha detto al suo collega (lo stesso del terminale) se poteva andare avanti lui con la signora, "Io finisco il signore". "Se vuoi lo finisco io, il signore", ha detto quel sacco di merda del suo collega, ovviamente in altra accezione. Più mitemente, mi ha chiesto ripetutamente che cosa intendessi fare col suo nome. Le ho detto che era giusto per sapere con chi avevo parlato. "Dal momento che ha chiesto il mio nome, mi dia anche lei il suo", ha detto. Le ho dato la carta d’identità. Ha copiato nome, cognome, indirizzo, luogo e data di nascita, numero documento e data di scadenza. E ha fatto per andarsene. Ho dovuto insistere ulteriormente per avere il suo nome. Si chiama, ("semplicemente", ha detto, chissà perché) Anna Rigassio, responsabile della biblioteca.

CCXLIX. Fibs.

18 Apr

CCXLIX. Questo signore, che si chiama Gregory K. e fa lo scrittore e l’educatore, ha inventato un giochino che, stando a quello che si dice qua e là sui giornali (almeno su City, che è tutto dire, ne convengo), avrebbe surclassato l’ingegnoso Sudoku. Consisterebbe nello scrivere versi la cui lunghezza segue la famosa sequenza di Fibonacci. Qualcuno ne saprà qualcosa, credo; il Fibonacci è un matematico del XII sec., a cui si deve la ‘scoperta’ di una sequenza numerica in progressione in cui ogni cifra è la somma delle due precedenti:

0,1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233, 377 &c. &c. &c.

Questa scoperta, di per sé semplice e apparentemente poco sinforosa, è in realtà importante, perché le proporzioni secondo cui sono costituite molte cose che si trovano in natura (le foglie degli alberi, per esempio, molte conchiglie, &c.) rispettano questa sequenza. Non solo, essa ha applicazioni importanti nella musica, e in qualunque forma di ‘composizione’ (in senso lato) artistica. La struttura di certi drammi la ricalca, nella suddivisione in atti e scene, per esempio; e via di questo passo.

Le conseguenze sono dunque ingenti. L’idea di scrivere dei componimenti poetici in questa forma, dopo che da secoli sono stati escogitati sonetti che letti nel verso giusto dicono una cosa e letti al contrario ne dicono un’altra, leporeambi con giro vocalico completo, poemi anagrammatici, interminabili sequenze allitterative, palindromi, carmi a versi mobili, &c. può parere, e in effetti è, piuttosto miseranda. Comunque sia, ci si provi (?) chi vuole. Il sig. Gregory K. stabilisce che ci si deve fermare a 1, 1, 2, 3, 5, 8; ma ovviamente (concede) se ne possono fare di molto più lunghi. La limitazione è comprensibile: già un verso di tredici sillabe è piuttosto faticoso; da ventuno, salvo l’introduzione di due cesure, è decisamente insopportabile; da trentaquattro è una semplice frase di trentaquattro sillabe. Il metro fondato non sulla caduta degli accenti ma sulla nuda conta delle sillabe ricorda il metodo compositivo degli haikai, sennonché otto versi sono meno perfetti di tre; in più, si noterà, lo haiku ha solo versi imparisillabi (7-5-7), questi "fibs", invece, mescolano versi imparisillabi con versi parisillabi, ciò che comporta (almeno in italiano, poi non so) qualche stridore.

(1). Non
(1). so
(2). perché:
(3). ma mi par
(5). questa cosa qua
(8). tutt’altro che poetica.

Quanto a quest’ultimo punto, dato che il metro è stabilito in base al numero delle sillabe e non agli accenti, tramite le tronche è possibile recuperare il verso parisillabo, per l’appunto. Non so se è chiaro: l’endecasillabo non è un verso di 11 sillabe, ma un verso il cui ultimo accento è sulla decima sillaba. Un endecasillabo tronco conta solo 10 sillabe; ma non è un decasillabo, essendo che l’undicesima sillaba è come implicita, non dichiarata ma presente. Già i due monosillabi (1) e (1) con cui la ‘poesia’ inizia si possono considerare come due bisillabi tronchi; il III v. (2) è parisillabo; il IV. (3) no, ma se è tronco (tà-ta-tà) diventa un quadrisillabo tronco, parisillabo; il V. (5) può nello stesso modo essere considerato un senario tronco; il V. e ultimo (8) è parisillabo.

(1) Tà[-ta]  (bisillabo)
(1) Tà[-ta]  (bisillabo)
(2) Tà-ta  (bisillabo)
(3) Tà-ta-tà[-ta]  (quadrisillabo)
(5) Tà-ta-tà-ta-tà[-ta]  (senario)
(8) Tà-ta-tà-ta-tà-ta-tà-ta  (ottonario)

In questo modo l’accento cade sulla prima sillaba di ogni verso, conferendo un ‘passo’, se non una musicalità, in teoria più individuato. (Un giorno di questi, magari in un momento di particolare disperazione, potrei anche provarci).

CCXLVIII. Un’urna più bella.

14 Apr

CCXLVIII.

DIED OF WOUNDS.
 
And so they marked me dead, the day
That I turned twenty-one?
They counted me as dead, did they,
The day my childhood slipped away
And manhood was begun?
Oh, that was fit and that was right!
Now, Daddy Time, with all your spite,
Buffet me how you can,
You’ll never make a man of me
For I lie dead in Picardy,
Rather than grow a man.
Oh that was the right day to die
The twenty-fourth day of July!
God smiled
Beguiled
By a wish so wild,
And let me always stay a child.
 
Robert Graves, The Complete Poems,
Penguin Classics, Londra 20031, p. 809.

CCXLVII. Carme figurato.

13 Apr

CCXLVII.

Ehi, parlo a te. Qui dentro io mi nascondo.
Questo è il posto più comodo del mondo,
Perché tra queste tenebre rinchiuso,
Contrariamente all’uso,
Non devo correr sempre, o rinfacciarmi
Lentezza,  a chissà  che  sempre sull’usta,
Rincorso  sempre  da  oscur’oste  in  armi;
Non  incespico  mai,  né  cado  a  fondo;
Non faccio brutti incontri in quest’angusta
Mia nuova casa, e non subisco oltraggi,
Né ho nei paraggi dura gente, e ingiusta;
Né oscure astruserie d’atri messaggi
A decifrare sono condannato:
Questo è il mio nuovo stato,
Oh me beato!
Inscatolato,
E coperchiato
Penso all’ingrato
Mondo
Immondo
Come a una sorta d’incubo passato.
(Ed è forse così, forse ho sognato).

CCXLVI. Elezioni.

12 Apr

CCXLVI. Se mi chiedessero, putacaso, come mai abbia annesso tanta importanza alle ultime elezioni non saprei che cosa rispondere. Mi sfiorano, come quotidianità (ma è la quotidianità immanente della condizione, della situazione) problemi inerenti al mio valore, teoricamente stragarantito, di individuo: un filo di pazzia che giustifichi questo mio inoperare, il fantasma remoto (dai miei pensieri e dalla mia consapevolezza, ma non dalla mia situazione) di ‘varii gradi di interdizione’, la prescrizione di certe porzioni della mia privatezza, l’elevato rischio di avere comunque la peggio dovessi avere lite con qualcuno: insomma, socialmente sono come un ologramma che sfricchia perdendo i contorni, e che presto o tardi svanirà col rumore malinconico di un piccolo peto. Sarà che il partito o i partiti per cui voto sono una delle pochissime, o nessune, cose segrete che mi rimangono; sarà che votando torno a provare l’ebbrezza dell’essere cittadino, esercitando in un colpo solo un diritto ed assolvendo a un dovere; sarà perché era un modo per buttar via qualche oretta della domenica mattina, giorno, come già ho detto e ripetuto altrove, là sotto, mortalissimo. Ma, per queste o per altre ragioni, votare mi ha fatto bene; alle 9.00 di domenica avevo già esercitato e assolto.

Quanto all’esito, mi fa piacere — anche per il fatto paradossale che dipenda dai decisivi voti degli italiani all’estero, noti per essere in larga maggioranza pendagli da forca, e quindi destrorsi. Non so perché, dato che nel limbo implicito in cui sto immerso non si spingono le brezze che bevete voi umani, ma mi sono trovato questa motivazione — ‘è molto difficile che cambii qualcosa per noi, ma col centrodestra sarebbe stato impossibile’. Non è né un calembour né un epifonema particolarmente pregnante, ma ha un’apparenza di logicità (non so a quale ‘noi’ mi riferissi, probabilmente venivo sull’onda del solito "Per noi non faranno niente" — noialtri poracci, noialtri barboni, noialtri che era meglio che stavamo a WWwkkk o XXxxyyyY, che là almeno aiutano i bravi guaglioni come noi).

A quest’ora il tepido piacere della vittoria comincia a impallidire: a mezzogiorno non me ne fregherà più niente. (Non ha un particolare significato, questo, e anzi credo che per quasi tutti, o molti sia così; mi limito a registrare la mia sensazione). La mia attenzione tende ad attaccarsi al fatto che nella coalizione di centrosinistra c’è anche un partito fatto di antitesi (sì Emma Bonino, ma anche Pannella; sì Boselli, ma anche Intini [quello che sbucava berciando: "Ciuao! Sono Ugo Intini!!" dai cassonetti della spazzatura]), e pure la Liga Veneta. Un’altra mezza giornata, e non me ne fregherà più niente nemmeno di questo.

CCXLV. Tuttalpiù muoio.

11 Apr

CCXLV. Edoardo Albinati / Filippo Timi, Tuttalpiù muoio, Fandango 2006, pp. 454.

Volevo (come ho detto più in basso da qualche parte) dedicare un post a tutte le letture della settimana, tutti i sabati, a partire da sabato scorso. Ma è meglio che non faccia questi programmi, perché c’è quasi sempre qualcosa che me li manda a carte quarantotto. Dato che non ho nient’altro da scrivere, parlo di questo romanzo.

E’ un romanzo biografico: racconta la storia del secondo autore, Filippo Timi (1974), che in precedenza non ha mai pubblicato nessun libro ma ha fatto l’attore. Per chi è interessato, qui e là in rete si trovano parecchie immagini e recensioni a suoi spettacoli, c’è chi lo dice uno dei più valenti e intensi attori italiani oggi,  &c. Edoardo Albinati invece fa lo scrittore, insegna a Rebibbia e tratta storie difficili. Non che questa sia una delle storie difficili di cui Albinati si occupa normalmente: è un’altra cosa.

Tra una ‘prima parte’ dedicata all’infanzia e una ‘seconda parte’ dedicata agli anni adulti non c’è quasi nessun passaggio intermedio (come peraltro càpita spesso nelle autobiografie, le romanzate e le no), cioè non si mostrano i gradi intermedi della formazione; dico che in questo caso lo scarto è molto notevole, perché c’è un taglio netto (a parte un breve gioco analessi/prolessi), anche nel tono del racconto, sorridente all’inizio, più teso nella seconda metà del libro.

Nato in un paesino dell’Umbria da famiglia modestissima, con zie baffute, una sorella chiattonissima e una zia mentecatta (Daniella), ‘Filo’ è nel complesso grasso, omosessuale (almeno in linea di massima), perseguitato da diversi malanni fisici (tra cui una malformazione che lo inchioda lungo tempo a letto), fortemente balbuziente e affetto dalla rara sindrome di Stargard (che riduce progressivamente l’acutezza visiva, è una tara genetica e non è curabile); eppure la ricostruzione dei suoi stralunati anni infantili è solare & umoristica. Non sono tanto i fatti (di per sé piuttosto comuni), quanto certa aneddotica, — a parte i ripetuti congressi sessuali, il lungo e frustrato amore per una ragazzina che, come lui, si dedica alla danza ma molla poco dopo lasciandolo solo; le fighure storiche dovute alla sua disastrosa esperienza di altar boy; il bacio in bocca al professore, &c. — e, soprattutto, il dialogo nell’affatturata favella di quelle zone (nella quale sono scritte anche alcune poesie, che fanno del primo mazzetto di carte del libro qualcosa sul limitare del prosimetro) ad essere particolarmente sinforosi; e soprattutto il fatto che una persona dotata dalla natura di tutto quanto occorre ad essere un caso umano abbia saputo costruirsi una carriera, senza peraltro rompere né con il paesello né con i genitori (comunque di mentalità, si narra, aperta & comprensiva), in modo da poter raccontare, oggi, non una storia ‘difficile’, ma semmai la storia non del tutto convenzionale di un trentenne e di un attore di oggi.

Una seconda parte (variamente anticipata e rimandata in una sorta di ‘zona franca’ centrale da quelle analessi e prolessi di cui sopra) riguarda gli anni adulti; sono nominati, con franchezza di giudizii, colleghi anche piuttosto famosi e altre persone piuttosto importanti. Soprattutto questa seconda parte, in cui spicca, tra altre due o tre cose (oltre alla descrizione dello spettacolo La vita bestia, che passerà anche per Torino, mi pare di ricordare, verso maggio, la descrizione di una fortunosa corsa in bicicletta, della fame, la sfilata per Armani, un altro spettacolo, degli esordii, un tour de force atletico), la descrizione di un amore romanticamente disperato per un cameriere, è molto meno sorridente, ma soprattutto è tutta nel segno di un vistoso egocentrismo — può non dispiacere. Per esempio (cito a braccio, e anche un po’ alla cacchio), Timi si attribuisce l’abitudine di spippettarsi nei cessi dei treni, e poi di ejaculare sulla maniglia. Che è come raggiungere l’intimità con tutti i pipponi (e piscioni, e cagoni) da treno che passano per lo stesso cesso, & s’impiastricciano. (Yuk).

Il romanzo finisce con una sorta di ‘sbobinatura’ dal filmino delle nozze tra ‘Filo’, per l’occasione nuovamente al paesello, con una ragazza ctonia. Ma ‘n era frogio?, si chiede il padre di Filo, ma la madre lo zittisce. Peraltro c’è anche un siparietto che ospita un dialogo con la zia Daniella. Costei, mentecatta, ha passato praticamente la vita a prendersi coccole in testa dalla madre tutte le volte che dava noja; a 36 anni, dato che nessuno era stato sfiorato dal sospetto che anche una mentecatta può aver bisogno di un dentista, s’era trovata con tutti i denti marci e glieli avevano dovuti estrarre. Solo che così era rimasta con la bocca rientrante, come le vecchiette, e per rimediare, invece di una dentiera, le avevano fatto siliconare le labbra, come "la Parietti". Durante questo dialogo Timi viene a scoprire che la mentecattìa della zia Daniella è mera convenzione; come implicitamente riconosce, peraltro, la stessa madre della Daniella, quando viene a chiamarli.

In generale mi è proprio piaciuto, ma forse bisogna fare un po’ di tara, perché il tema dell’afasia e della compensazione scrittoria (di cui qualcun altro ha scritto meglio di me), soprattutto per motivi organici, mi affascina da gran tempo. Comunque non bisogna dimenticare che è stato scritto a quattro mani (o a due, meglio ancora, dato che devono averne impiegata solo una alla volta). Dice Albinati, da qualche parte in rete (non riesco ad essere più preciso, mi rompe ri-cercare…), che non è possibile distinguere quello che ha scritto l’uno e quello che ha scritto l’altro. In generale, mi sembra tutto parecchio unitario, anche se (mi rendo conto che può parere un paradosso) c’è quella discreta spaccatura tra anni d’infanzia e anni adulti — ciò che però avrei riferito semmai al diverso atteggiamento con cui si considera un’epoca ormai rivolta della vita e a quello, ben differente, con cui si guarda a quello che è il presente. Ma se proprio mi va di farmi gli indovinelli, la bonaria aneddotica della prima parte e quella omologa della ‘scena’ conclusiva (il filmino delle nozze) sembrano più verosimilmente dovute alla mano del cinquantenne Albinati che alla mano del trentaduenne Timi. (Ma non è importante).

CCXLIV. Pareri.

7 Apr

CCXLIV. Quando trovo qualche cianciafruscolo facile da caricare, lo appiccico qui. Stavolta è stato il Berluscounter, che ho trovato su un blog di splinder che si chiama papero sgonfio o qualcosa del genere. Ma ce lo lascio per massimo due o tre giorni, perché quella faccia da culo mi disturba a prescindere. Ho molta invidia per www.sonouncoglione.splinder.com, che è stato creato da uno staff di giovani studiosi di comunicazione (in specie per quanto riguarda la politica). Comunicare è importante. Saper comunicare è ancora più importante. Comunicare senza saperlo fare è una delle massime jatture capitàbili. Dopo il parlare di comunicazione, ovviamente (parere mio personale, ovviamente, e di chi sennò?). Informarsi è pure assai salutare: occorre infatti ad avere qualcosa da comunicare, a parte menzogne e puttanate. Per esempio, jeri, invece di salire direttamente al primo piano e sprofondarmi nella lettura degli Ecatommiti, esercitando una leggera violenza su me stesso ho girato a sinistra, pianterreno, ficcandomi nella sala periodici. Dove ho guardato l’ultimo numero di Musica, dove si parlava molto bene delle perfette esecuzioni della recentemente scomparsa e universalmente compianta Birgit Nilsson. Poi ho guardato Sipario, su cui, tra prosa lirica concerti, mi pare fosse parso tutto ben eseguito. Poi, facendomi coraggio, ho dato di piglio alla Stampa. In prima pagina c’era un intervistone alla Franzoni, che invocava la pena di morte per gli assassini del piccolo Tommaso, inquantoché è stata un’esecuzione veramente atroce.

Nel frattempo, non so nulla delle elezioni, e ancora non ho recuperato il certificato elettorale.

A parte questo, trovo che il senso di compassione, tenerezza, pietà — tutti quei moti dell’animo che spingono a salvaguardare qualcosa che non siamo noi stessi, vadano sempre più riferendosi alle creature più piccole, sia come dimensioni che come anagrafe. Gli indifesi vengono al secondo posto, così ad occhio e croce. In via Garibaldi è ricomparso un altro di quegli stravaganti jettatori che tengono quei banchetti gremiti di volantini fatti alla cazzo, foto rivoltantissime di animali variamente massacrati, adesivi, opuscoli stampati al contrario. Con voce da imbonitore fa sentire un gridolino lamentoso, intermittente: "Dài-dài, dài-dài… Firm anche tu per i cani abbandonati…" (o roba del genere, comunque il concetto, e il dài-dài, è quello). Stavolta non l’ho nemmeno sfiorato. Il primo libro che abbia destato gran sensazione, e che resta il migliore del genere per quanto riguarda l’Italia, è l’Imperatrice nuda di Hans Ruesch. L’imperatrice sarebbe la scienza (nuda e orribile, quale la vedrebbero i comuni cittadini se solo alzassero il capo deferente e si decidessero a guardarla). Hans Ruesch penetrava con ogni mezzo illecito in laboratorii non tutti autorizzati dove cani, gatti, scimmie e quant’altro era fatto oscenamente a pezzi: molti suoi opuscoli degli anni Settanta (credo il momento ‘eroico’ dell’animalismo) sono adornati di siffatte fotografie, indispensabili ad illustrare un fenomeno che via via è diventato sempre più noto — col risultato di essere avversato, ma anche accettato (‘se non si fossero fatti quegli esperimenti, oggi tante malattie sarebbero ancora incurabili’, &c.). Delle foto omologhe (?), che oggi, a trenta o quarant’anni di distanza, ornano i cartelloni e gli opuscolazzi di queste petulantissime associazioni, colpisce più la valenza — proprio — estetica: è roba fatta ‘alla maniera di’. Sembra che, a spese di cani sanguinanti e scimmie scraniate, si voglia recuperare una specie di gusto figurativo. Sono colpito in un modo singolarissimamente negativo da tutto il côté pubblicitario di queste iniziative. Hanno qualcosa di genuinamente sordido. O sono io che vedo dappertutto il male che non sono comunque più in grado di fare? Secondo me sono più quelli che si masturbano su quelle fotografie che quelli che salvano cani, gatti, pappagalli, scimmie grazie ad esse fotografie.

Il negozio di animali appena oltre piazza Statuto ospita nella vetrina centrale, ultimamente, un grosso e lungo serpente: il diametro nella parte centrale, più spessa, sarà sui dieci centimetri, e la lunghezza non può essere di tanto inferiore al metro. Ha passato il primo giorno ad esplorare, teso come un arco incoccato, ogni singolo angoletto della sua gabbia di plastica trasparente. Dal secondo giorno, invariantemente, se ne sta nascosto dietro la cassettina verde dell’acqua, ogni tanto immergendoci dentro il ventre o la coda. Si vede che odia essere guardato, e che cerca di rendersi poco interessante. Mi rattrista, perché prima o dopo ci riuscirà, e magari perderà l’occasione di essere acquistato, e di finire in un gabbione splendido, o di girare più o meno liberamente in piccolo eden appositamente piantumato dal danaroso imbecille che lo affrancherà. La vetrina di destra, destinata ai gatti (piano di sopra) e ai cani (piano di sotto) è rimasta quasi sprovvista di cani, in pochissimi giorni; a parte un piccolo dobermann e un bassottino, che le dimensioni ridotte e le identiche focature affratellano in un modo curioso. Hanno l’aria allarmata. Ho deciso che non ci guardo più.

Questa settimana ho incontrato un libro che secondo me vale la pena di essere letto (un evento), se mi va ne parlo (spesso le cose che mi piacciono sono molto fuori dalla mia portata — forse è per quello che mi piacciono), poi fate vobis. Oggi ho letto la pièce che passa per la migliore di Bulgàkov, La cabala dei bigotti (dovrei mettere le letture della settimana tutte insieme, in un post unico, poniamo il sabato, così si possono saltare tutte a piè pari), che poi racconta di Molière, come Monsieur de Molière dello stesso autore. Ma ho già deciso che ne parlo con ordine domani.

CCXLII. Il piccolo T.

4 Apr

CCXLII. Riconoscetemi almeno lo stomaco di aprire un post intitolato così. A causa della mia pigrizia e della relativa difficoltà ad informarmi, ho seguìto pochissimo la vicenda. Su "Metro" o "City", o su un giornale guardato di scrocco c’era una cronologia dei fatti salienti, e io grazie ad essa cronologia sono ora un poco più informato, e nuove cose so. Primo: che il piccolo Tommaso è morto, massacrato in una maniera particolarmente nauseante. Secondo: che il padre aveva archivi di foto pedopornografiche. Terzo: che i colpevoli presentano un curriculum e un aspetto mentale del tutto degno del 98% degli strani figuri che incontro tutte le sere nei dormitori. Quanto alla vicenda, be’, sticazzi. La sorte del piccolo Tommaso è costretta in una cornice talmente sordida, puzzolente, ammorbante da non consentire il minimo spazio alla pietà, almeno a me: si prova solo ribrezzo. E non ho capìto come mai sui fogliacci da latrina che distribuiscono gratuitamente dànno tanto rilievo alle manifestazioni di solidarietà alla famiglia dagli stadii alle carceri, donde ovviamente si levano gli aliti più pestiferi, le urla più belluinamente forcajuole. E’ perché i giornali gratuiti sono letti prevalentemente da coatti? E’ perché le manifestazioni di solidarietà alle vittime sono prevalentemente venute da coatti, essendo le vittime stesse delle miserande scorie? Sarà perché gli attori della vicenda sembrano fatti apposta per attirarsi l’odio e il becero furore della schifezza dell’uomo? Sarà perché la vicenda sembra confezionata apposta a far increspare la pigra superficie delle fosse settiche colme, e a risvegliare le pantegane di tutti gli sterquilinii d’Italia?