CCXXXVII.

16 Mar

CCXXXVII. Io non credo che Andrea G. Pinketts sia un deficiente, beninteso. Prima di tutto non ne so abbastanza, punto secondo — non c’è un punto secondo, credo che gli farei un torto e basta. Mi baso, per il mazzetto di confuse impressioni che mi impediscono di essere sgarbato, su quel poco che ho letto di Sangue di yogurt ieri pomeriggio in biblioteca. Nel passato mi ero spesso detto che avrei voluto provarmi a leggere qualcosa di suo. Su blurbi e profilini biografici si dice che trattasi di un autore noir, genere che non frequento. Per questo, se il volume non fosse stato esposto sullo scaffale della biblioteca, mi sarei per chissà la quantesima volta di provarmi a fare un’idea. Ho letto parte del primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, e ha quel titolo perché racconta di alcune modelle testimonial di uno yogurt misteriosamente uccise. Nel libro, come antagonista, figura anche un tenore ricchione, dal nome Floriano La Bo, che è quasi lo stesso che Flaviano Labò. Non so perché Pinketts ce l’abbia tanto con Flaviano Labò, se pure ce l’ha, ma non è la prima volta, di questi giorni, che incontro un libro che spiattella quasi paro paro il nome di una persona in un modo che la persona stessa potrebbe considerare poco grazioso, e mi riferisco a Il mondo sotterraneo di Athanasius Kircher, di Anton Haakman. Che, pure, non c’entra con Pinketts-

No, niente, l’aspetto interessante del racconto di Pinketts, che è stato scritto su commissione per una rivista (uscì a puntate, infatti), è che doveva essere un racconto di sesso e violenza sfrenati, cosa che in un certo senso è. Solo che Pinketts ha voluto esagerare, a bella posta (lo dice lui, n. b.), per evitare ogni elemento di morbosità. Ne è uscita una cosa che mi ricorda i raccontini polizieschi che scrivevo su un’investigatrice privata, di nome Adelaida Firstinlife, una cretina pazzesca, coadiuvata da una linda segretaria di nome Elvira Tennyson (ecco, si vede che è una specie di gran contagio letterario, perché in prima istanza — ricordo — doveva chiamarsi Barbara Allason, poi però ho cambiato, perché mi sembrava irriverente). Il primo caso riguardava un serialchìller in una casa di puttane: era tutto un equivoco, dovuto al fatto che la palestrata portinaia (che Adelaida Firstinlife scambiava per un uomo) parlava di ‘artiste’. In effetti le donne uccise, si scopriva immediatamente dopo, avevano strani nomi d’arte, come Sarah Bernhardt, Adelaide Ristori, Eleonora Duse (la prima ad essere uccisa), &c., ma non solo, erano tutte somigliantissime ai loro modelli, anzi, erano loro. Non credo proprio che la Ristori o la Bernhardt fossero delle puttane, ignoro proprio che cosa volessi dire, probabilmente assolutamente niente. Il secondo o terzo caso riguardava un’anziana delinquente, che faceva inghiottire un’imponente quantità di capsule di droga ai suoi numerosi figli. Per recuperarle, ovviamente, li purgava. Purtroppo per lei, era scoperta per via di un’imbarazzante montagna di merda impossibile da nascondere.

(Alle volte non so proprio che cazzo scrivo a fare).

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