CCXXVI. Vomito continuo.

26 Feb

CCXXVI. Avevo letto parecchie cose di Moresco, tempo fa, e avevo fatto anche le mie brave schedine di lettura, compitine, e i miei commentini. Sono contento tutte le volte che riesco a contravvenire a quello che il gusto mi comanda, a frustrare le mie reali tendenze e, quasi trasportato fuori di me stesso, riesco a sottopormi a stupidi tour de force come questo. La lettura dei libri di Moresco, dico. Un giorno copierò tutte le schedine, e i commentini, e ne farò un post lungo, largo e polposo, e lo infliggerò a tutti gl’incauti passanti. Adesso, per un ritorno di fiamma del mio intrinseco masochismo, ho dato uno sguardo (sono alla Mondadori, e mi rompo i coglioni) a una compilazione di scritti vari, pomposamente intitolata Scritti di viaggio, di sogno e di combattimento — no, non è un in-folio con vita, morte e miracoli, è solo un libretto di 215 pagine (Fanucci, Roma 2005) che raccoglie alcuni articoli precedentemente pubblicati da varie parti (riviste e rete). Ho letto per intero solo il pezzo d’apertura, Viaggio a Mosca, con descrizioni vagamente espressionistiche della sontuosa metropolitana coi grandi lampadarii (pare una chiesa gotica inghiottita dalle profondità della terra, o roba del genere), della tromba delle scale dell’albergo (un’istantanea di prostitute orientali sfarzosamente abbigliate che scendono dando il braccio a ricchi vecchi e grassi), alla rete antisuicidio murata sotto la finestra dell’albergo, con l’esposizione di tutto il trovarobato di musini dagli occhi a mandorla, vecchiette occhialute che chiedono piangenti l’elemosina sotto gl’immensi portoni delle chiese, freddo e pioverugiola. Rende l’idea, quanto meno; e questo sforzo di rendere l’idea sarebbe di per sé lodevole se l’idea fosse originale. Dal momento che è l’idea di una Russia sfatta e monumentale del tutto canonica, qualche parola di meno avrebbe fatto piacere. Poi mi sono arenato su una Lettera da Leuca, che è/era su Nazione Indiana ma che io in rete non ho letto perché su Nazione Indiana non vado mai. E’ una lettera di poetica di prolissità imbarazzante, che per la verità comincia abbastanza bene, come di consueto scagliando strali intinti nel veleno e nella sugna contro la venalità degli editori, e spezzando numerose lance dalle punte intinte nel curaro e dalle aste spalmate di maionese in favore di una letteratura che, come dire?, osi di più. Poi, a un certo punto, si è arenato (lui) su Simenon che non è, checché ne dicano Céline e la sora Cecioni e tutti li mortacci loro, un grande scrittore; a questo punto, chi l’ha tenuto più, a Moresco? In capo a tre pagine, c’erano solo la parola cazzo e una selva di punti esclamativi. A tal punto mi sono detto excrucior e ho interrotto, temo per l’eternità, e sono salito all’ultimo piano per connettermi, e scrivere tutto ciò sul blog.

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