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CCXXIV. La corte dei miracoli.

24 Feb

CCXXIV. Fra’ Paolo Sarpi, da qualche parte, dice che scrive chi scrive perché non può agire.  Non so se sia vero, non so se sia falso, cerco di capire un po’. Sicuramente, proprio nell’epoca in cui è vissuto fra’ Paolo Sarpi le cose hanno cominciato a cambiare: anzi, fino a poco tempo fa ero convinto che con l’età moderna i libri diventassero, da pròtesi quali erano, parte integrante della vita degli uomini — che per la più parte rimangono lettori non abituali, comunque. Ciò che ha potuto indurmi, in qualche caso, nella tentazione di attribuire proprio a questa mancanza di letture parte della generale infelicità. Troppo facile, sicuramente.

Continuo a pensare che i libri siano, oggi, una parte del mondo come il quotidiano commercio coi propri simili e come qualunque forma, genere e tipo di azione. Forse tardivamente (così l’ab. Galiani), cioè nel 1754, l’ab. Genovesi stabiliva un principio fecondo di conseguenze: non esiste produzione di serie A e produzione di serie B: la fabbrica di dolciumi non vale meno della siderurgica. L’industria pesante non vale più dell’industria culturale. (L’operaio che confeziona giocattoli non è da meno dell’operaio che monta macchinarii). Allo stesso modo, i mestieri, che devono essere molti e varii per rendere un paese civile e prospero, non si possono disporre su scala gerarchica. Ogni lavoro umano è passibile di perfezione. Tutto quello che no è ancora necessario può diventare tale grazie all’artefice. Solo che in pochi, evidentemente, la pensano così. Sicché taluni artefici non incontrano nessuna difficoltà sostanziale sul proprio cammino, e proseguono tranquilli a dedicarsi alle loro cacate fino all’interramento; altri sono spronati a dare il meglio di sé; altri ancora finiscono spesso e volentieri soverchiati dalla disapprovazione e dalla diffidenza. Devo ogni mio fallimento al mio adorabile prossimo, smack, pciù, nonché alla quasi totalità di quelli che condividono i miei interessi.

Parte dei quali, purtroppo, ho incontrato di persona. Altra parte dei quali, purtroppo all’ennesima, ho conosciuto solo tramite quello che hanno perpetrato. E, se proprio non posso trattenermi dall’esprimere la mia netta sensazione, se considero, specialmente, quello che è stato scritto negli ultimi cento anni, devo per forza dire che il semplice atto di scorrere i titoli sugli scaffali di una libreria o di una biblioteca m’è come scoperchiare una tomba, ed esporre le nari al lezzo. Ad aprirli, quei volumi, nemmeno parlarne: sembra di assistere a una danza macabra, a un gran ballo del Cottolengo. A chi manca una gamba, a chi un braccio, a chi metà del volto, a chi metà del cuore, a chi il cervello affatto; e che forme! Che fisionomie d’incubo, che storture di membra di dorsi di petti, che scherzi di natura che coboldi che storpi che monchi che collitorti. E quanto tedio, e quanta infelicità.

Insomma, non è certo vero che per scrivere si debba essere gobbi come Leopardi, nani come il Guidi, asmatici come Proust, vecchi come Giovenale, pazzi come Campana, candidati morti come Chatterton la Pozzi H.P. Howard. Però se si è gobbi, nani, asmatici, vecchi, pazzi, candidati morti, e storpi, e scrignuti e spiritati e balbi e pidocchiosi l’affare, com’è come non è, è meglio. E se non si è di nascita, qualcuno ti ci fa diventare. A me, per esempio, m’hanno introdotto a Corte. Finora, potrei dire, non avevo ancora realizzato che quella specie di ritratto della morte improvvisa, colle palle degli occhi torte e quel filo di biascia marrone che gli cola dall’angolo della bocca fosse il mio re. Dovrei decidermi ad inchinarlo?