Archivio | 13:23

CCXXIII. Aprendo a caso il diario.

23 Feb

CCXXIII. Per la giornata di lunedì, 30 gennajo 2006 c’è scritto solo questo:

"Sono le 9.00, ma sono in piedi da un quarto d’ora. Ho sognato tutte le notti, ma mi ricordo appena dei sogni perché, credo, sono del tutto deliranti, come quello di stanotte. Con sforzo e pena riesco a reminiscere di un sogno con me bambino tra bambini e bambine; sono a Bergamo, in un’atmosfera di plastica, me ne vado sù e giù su una bicicletta da bambino con altri bambini, magari in biblioteca [ un’immagine di me all’angolo di una via a me familiare, nei pressi dello stadio comunale. Ho ormai dimenticato, però, i nomi delle vie ]. Il sogno finiva in un (credo) locale della biblioteca, sempre, dove avevano sistemato, a mo’ di installazione, un enorme salice piangente, che avvolgeva ombrosamente l’interno della stanza. Esaminavo i rami flessibili, perfettamente pettinati: di plastica [ nera; e questo l’ho ripreso da un vaso di piante sù al monte dei Cappuccini, qui a Torino, dove ci sono cespi di felci, mi è parso, dalle lunghe foglie nere] . C’erano anche delle altre piantine, poggiate dentr’un lavello con un fondo d’acqua; un flacone bianco rovesciato era stato messo a mo’ di tappo, ma io non lo sapevo. Rimovevo il flacone, chissà per che farne, e l’acqua scolava via; con mio rincrescimento, ma curiosamente nessun altro se ne preoccupava. Mi rendo conto solo adesso che anche il fondo d’acqua era per bellezza, le piantine nei vasetti di plastica erano di plastica anch’esse. Il sogno è soddisfacimento di desiderio anche in questo: come ritratto eloquente di una condizione, di una situazione, di un sentire. Data la mia abitudine, quando ne serbo ricordo, di trascrivere i sogni, ormai è così: la parte più nascosta di me tesse arguzie e monta indovinelli da risolvere al mattino".