CCIX. Brokeback Mountain.

14 Feb

CCIX. Premetto, non si tratta del film, che verosimilmente mai vedrò, ma dello smilzo libretto di tal Annie Proulx da cui esso film è nato, da me letto domenica alla Fnac (sett. "gay/lesbian"). Presentato (il film, tramite le cui pubblicità sono venuto a conoscenza dell’esistenza del libro) come un "western gay", pare non sia tale (come dice una recensione italiana, che chi vuole potrà andarsi a ripescare, io ho perso il link). Il libro, certamente, non è una storia "western gay", ma più che altro una vicenda, come taglio e impostazione molto reminiscente, mutatis mutandis, della misura perfetta del vecchio Ethan Frome (una settantina di pagine, non di più), ambientata nell’America rurale, tra gli anni ’60 e i primi ’80. La storia, che a livello trama è pressoché inesistente, racconta di due giovani verso i vent’anni, Ennis e Jack, che si conoscono presso la montagna del titolo (molto evocativo, di per sé, tanto da far pensare a una prima ispirazione comico-boccacciana, ma il risultato finale non è quello) per un lavoretto da pastori. A fine giornata, uno ospita l’altro nella propria tenda, e qui ci dànno di martello senz’alcun preavviso. Si reincontrano quattro anni dopo, e riprendono la loro veemente, appassionata relazione. Parallelamente, hanno moglie e figli, sono due uomini perfettamente normali che svolgono vite squallidamente normali. Sono occasionalmente notati da un datore di lavoro voyeur e dalla moglie di uno, che alla lunga prende spunto per separarsi. Uno dei due muore, a un dato punto, e l’altro rimane solo. Fine della storia. Sfogliando il catalogo di quella famigerata mostra di brutte, bruttissime fotografie del pessimo Mapplethorpe (salvo una, quella in cui lui, in panni rigorosamente leatherman, si fa l’autoritratto con la frusta nel culo — non per la ‘posa’, per le luci, o il raffinato bianco e nero, ma perché in quella foto è, lui, straordinariamente bello), mi sono chiesto il perché di tanta ostinazione nel voler trovare paternità e filiazioni ‘alte’ a una produzione fotografica del tutto pornografica, magari non esclusivamente (ma è da vedere), magari raffinatamente, ma pur sempre pornografica (e il dialogo a distanza con i Grandi del passato, soprattutto per la sua estrinsechezza, non fa altro che avvalorare questa tesi, essendo il Kitsch un peggiorativo, non un rimedio alla volgarità). Allo stesso modo, questo librino brutto e miserello non sembra essere stato scritto per affermare un’idea sfumata, viva, ‘normale’ dell’amore tra maschi (come forse il film fa, non posso né escluderlo né sostenerlo), ma una semplice, slombata fantasia masturbatoria ripresa a freddo: ed è, e la cosa è vagamente inspiegabile, molto più inverosimile di una visione da sodoma-e-gomorra con efebi bendati che suonano l’arpa.

(Tutto ciò solo per far capire, in fondo, che domeniche di merda riesco a passare).

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