CCV.

11 Feb

CCV. Sul Guinness dei Primati del 1998, tra le altre mostruosità letterarie (il Manas poema kirghiso, il più lungo poema del mondo coi suoi 600.000 versi [in realtà l’antologiuzza pubblicata poi da Mondadori riportava un elenco dei vari ‘ornamenti’ di bardi kirghisi, e la somma di versi dovrebbe essere ancora maggiore, tipo 800.000], il Promethée dialogue entre les vivants et les morts del p. Brien, cui già accennai, il poema ‘individuale’ più lungo del mondo, coi suoi 500.000 versi, il romanzo importante più lungo della storia umana Les hommes de bonne volonté di Farigoule/Jules Romains, &c.) si trovava una notiziola riguardante un’impresa tutt’affatto particolare: il dott. Esulino Sella aveva pubblicato una raccolta di 1918 anagrammi, tutti fatti sul proprio nome, e ognuno illustrato da un ex-libris a cura ora di questo ora di quell’altro artista. Non ricordavo da chi era stato pubblicato, e non ho mai sperato di trovare da qualche parte questo libro singolare. Scopro, poc’anzi, che è stato pubblicato da Fògola, che è un libraio-editore molto raffinato da cui passo sempre volentieri, normalmente senza comprare assolutamente nulla (va da sé), in piazza Carlo Felice, sullo spicchio a destra, dando le spalle alla staz. di Porta Nuova e la faccia a via Roma. Stampato quando ancora c’era la lira, mi sarebbe costato 59.000 vecchi testoni. Oggi sarebbero ventotto euri almeno; ma essendo la copia leggermente fallata (è un po’ sbucciata al dorso) costava solo sei euri. E io, che non resisto davanti a queste cagate, non ho retto, e l’ho preso.

Questo signore esordisce, come anagrammaturgo, nel 1932; da allora, per oltre sessantacinque anni, mentre si dedicava ad altre cose, economia, politica, scrittura &c., di tanto in tanto si dedicava a sibilloni durante seratazze più o meno alcoliche con gli amici (alcuni dei quali illustri), e, appunto, a confezionare altri anagrammi — l’unica cosa che lo riguardi di cui me ne importi, di fatto, qualcosa. Nel libro, che è stato impresso nel nov. 1998, si dichiara che intenzione dell’autore (che è anche prefatore) è di arrivare a 2016, sia come numero di anagrammi che come anno. Il nome non è semplicissimo da anagrammare, specialmente 1918 o 2000 o 2016 volte; sicché si spiega anche la scelta (felicissima) di accompagnare alle frasine un disegno; se si pensa che sono anagrammi, giochi parolegati, e che il disegno è un modo spiritoso per arrivare a un significato, possono anche far sorridere, alcuni. Bellissimo (riprodotto anche sul Guinness) il dittico anagrammatico "salì sul leone / e l’è sull’asino", corredato da due magnifici disegni. In altri casi sono accozzaglie di monosillabi di cui poco si riesce a capire d’abord, anche coll’aiuto del disegno. La schiavitù dell’artificio lo costringe talora a servirsi di strane preposizioni articolate, come "lissù", o "sullì", o il det. "el" e altre ineleganze. Ogni sezione è introdotta da alcuni mazzetti di versi bruttini che fungono da introduzione. Il titolo complessivo non si capisce. Nella prefazione, Giorgio Calcagno dice che l’oco è sempre meglio dell’oca perché il "passo dell’ –" è stata una cosa sinistra. Ma non c’è un gioco vero e proprio, c’è solo una tavola in cui sono riportati, secondo la classica disposizione a laberinto, alcuni anagrammi. Affari suoi.

Di là da tutto (la cosa più importante di questo libro sono gli anagrammi, e ovviamente anche le figure, alcune delle quali molto belle, a cui si accompagnano), l’aspetto più difettoso del libro è nell’introduzione e nell’organizzazione generale. C’è stata, si vede, la tentazione più che l’intenzione di dare a tutto un’unità organica, ma è mancata l’idea forte. Eppure, senza quella non c’è anagramma che tenga: si fa una fatica bestiale per ottenere qualche risultato agro e stentato, a cui si dedica tutt’al più un sorriso e poi si chiude il libro.

Ah, la sfida è aperta. Lo dice l’autore: che avverte, appunto, che al momento di stampare sta andando avanti, &c. La sfida a me non interessa niente, ma come esercizio può essere interessante. Mi sono messo a farne alcuni, qualche decina m’è venuta, ma uno solo, finora, mi sembra essere venuto decente: DI NVMI RADIANZA. Bello, neh? Ci metterò sessantacinque anni anch’io? E chi mi fa campare fino al 2070? Sarebbe un’idea, per contestualizzare i singoli anagrammi, inserirli in fondo a strofe acrostiche col mio nome-e-cognome: 14 lettere, per più di 2500 anagrammi (tanto per essere sicuro) — cioè più di 2500 strofe di 14 versi. Mi sa che mi seccherò molto, molto prima. Ma intanto è un progetto, che può aiutare a tirare a campare per altri due o tre pomeriggi, poi mi sa che me ne trovo un altro.

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