Beppe Fenoglio.

11 Feb

CCIV. L’ho letto in Beppe Fenoglio, Una questione privata. I ventitré giorni della città di Alba, Einaudi 2005. Di Fenoglio, in precedenza, avevo letto solo Il partigiano Johnny e La paga del sabato. Peraltro maturando una mia idea di questo autore, che farei benissimo, non solo per ragioni di esaustività (che non mi riguardano, mica sono un critico), a leggere per intero.

Il partigiano Milton, badogliano, dinoccolato e introverso ("un brutto", lo definisce Fenoglio, come definisce in altra sede anche il Milton storico e sé stesso), stappa pochi minuti alla sua consegna per fare una visita alla casa in cui ha conosciuto e frequentato la donna di cui è innamorato, Fulvia, con la quale aveva un rapporto platonico, si direbbe, elevatissimo, quasi cavalleresco. Dalla governante, l’unia nella casa deserta a non essere stata sfollata a Torino, viene a sapere che Fulvia, in assenza di lui, riceveva strane visite da un di lui amico, Giorgio, biondo, bello e di gentile aspetto, lui pure introverso, attualmente anche lui partigiano, in una divisione in cui anche Milton ha in passato militato. Dice la governante che Giorgio soleva trattenersi lungamente con Fulvia, ma durante quelle visite i due giovani non dicevano nulla — e lei origliava invano per sapere che cosa succedesse. Poi, Giorgio aveva cominciato a darle appuntamento fuori; i due avevano preso l’abitudine di allontanarsi insieme, sempre in perfetto silenzio. Oppresso dal dubbio, Milton si mette sulle tracce di Giorio, recandosi presso la di lui divisione e attendendone il ritorno. Dopo una lunga attesa, si viene a sapere che Giorgio proprio quella sera, a causa della nebbia fitta, non è riuscito a evitare di incappare nei fascisti; malmenato e legato prima di poter uccidersi, è stato visto condur via su un carro. Nessuna delle divisioni partigiane presso le quali Milton si reca ha a disposizione un prigioniero da scambiare. Milton, grazie alla soffiata di una vecchia i cui figli sono parte in Russia e parte sui monti, riesce a sapere di un fascista che si reca spesso da solo a convegni galanti con una donnina di facilissimi costumi; è un lombardo, Alarico, uomo grande e grosso, che terrorizzato cerca di scappare: Milton è costretto a piantargli due pallottole nella schiena. Non solo Milton non riesce a trovare uno scambio, ma l’uccisione di Alarico costa la vita a due giovanissimi ostaggi partigiani in mano fascista, il quattordicenne Riccio e il quindicenne Bellini, due semplici staffette che ormai sono diventate un po’ come mascotte del campo. Il racconto si conclude in modo aperto: Giorgio è verosimilmente già stato ucciso, e Fulvia è lontana come sempre, sfollata nell’irraggiungibile Torino; circondato dai Fascisti, Milton riesce a trarsi in salvo trascinandosi come può nella fanga. Raggiunto un centro abitato, smette la fuga, nell’impulso di essere tra anime vive, vedere facce, sentire voci. Nel parossismo della fuga, a un passo dalla morte, il suo pensiero è ossessivamente rivolto a Fulvia; è il pensiero di lei che lo insegue, che lo assedia, che lo uccide.

L’avventura partigiana, per essere possibile, fu per molti giovani, prima che necessità politica e storica, questione di esaltazione: molto di ultroneo, e in particolare di romanzesco (si pensi ai nomi di battaglia), con tutto quanto di involutivo e specioso questo può implicare, è stato alla base di questa scelta, necessariamente eroica, idealistica, cavalleresca. Questa è la prima, e più generale, "questione privata", alla base del resistenzialismo. Da qui in poi le differenze: altro è chiamarsi "Spartaco" e altro chiamarsi "Sandokan". In Fenoglio, prima personalmente che letterariamente, questa esaltazione ha un’origine nobile, storicamente e letterariamente, nell’età di Milton, della repubblica di Cromuele lord protettore e dei roundheads. Come il partigiano Johnny, Milton non è coi "rossi", ma non perché sia anticomunista, quanto, piuttosto, "pre-comunista", e ideologicamente precedente tutti gli orientamenti recenziori (lessi Il partigiano Johnny appoggiato a un tavolo sul quale, a sinistra, c’era il Cromwell di Hugo, e a sinistra le Tragiques di Aubigné). Con questa sua, peculiarissima e profonda, elezione e adesione, Fenoglio recupera alla Resistenza uno spessore e una compiutezza politici, storici, umanistici, etici, estetici ingentissimi, forse impossibili da ritrovare, con quella ricchezza, in qualunque altro scrittore di quell’estrazione — vedi Pavese, Cassola, la Viganò e quant’altri. Esiste anche, almeno in Fenoglio (o in Fenoglio più consapevolmente che in altri), un’estetica della Resistenza: se opporsi al fascismo fu anche, gobettianamente, una questione di buon gusto, questo buon gusto non esclude affatto valori come il ricorso alle armi, il fuoruscitismo, la sfida, la bella morte, il sacrificio personale; semmai, stando su questa linea, il fascismo fu cattivo perché NON rappresentò altro che un’adesione di superficie, furbesca e viziata, a questi valori, e al fondo rimaneva vigliaccheria, miseria, bestialità. Fenoglio recupera il vero valore di una retorica e di un codice puri, non adulterati, ripescandoli dalle soglie della modernità: la sua scrittura rende possibile un’unità di spessore ‘ideologico’ e di severa bellezza non astraibili; tanto da poter permettersi di raccontare una storia come questa, con due nobili contendenti, una donna sostanzialmente al disopra di ogni sospetto ma ancora al di qua della scelta; di sfondo, o comprimari, i partigiani eroici e i fascisti vigliacchi come Alarico, o, se umani, dotati di un’inutile pietà, come il comandante che manda a morte i due ragazzi. Lo stile è conseguente; non solo ore rotundo, ma, come si sarebbe detto in illo tempore, grave senza orpelli, bilanciato alla perfezione tra epica e cronaca; avendo la "questione privata" e la questione civile i medesimi quarti di nobiltà, e potendo confluire, con solo apparenti lacerazioni, senza sostanziale soluzione di continuità l’una nell’altra — lettura indubbiamente troppo ‘araldica’ nell’inefficace metaforismo.

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