Archivio | 14:41

CCVII. (Torno all’attacco).

11 Feb

CCVII. Questo sarebbe dovuto essere l’int. n° 206, ma purtroppo non sono riuscito a pubblicarlo. Niente di che, dicevo solo che stamattina, passando per la Galleria Cisalpina (e non sono sicuro che si chiami così, perché non ho mai visto targa, e se non c’è scritto non memorizzo), mentre sbirciavo dall’antiquario una versione del De architectura a cura del fratello dell’ab. Galiani, sono stato circondato da una decina di tutori dell’ordine, il più prossimo dei quali, così scrivevo, mi ha "flautatamente intimato" (rende l’idea o no?) di fargli vedere che cosa tenevo nello zaino. Macchinalmente mi sono tolto lo zaino dalle spalle e gliel’ho porto. Mi ha detto di fare io. Ho cominciato a frugare in mezzo al caos di ciddì, un libro, cartaccia varia, due quadernoni di grande formato (questo passa il convento), e prima che arrivassi ai ben quattro giornali porno, che scommetto sono ancora lì, il poliziotto mi ha fatto segno di fermarmi, e ha cominciato a passare il dito, un po’ laidamente, su uno dei taschini laterali — credo proprio quello in cui c’è ancora appallottolato (ho verificato prima, ne sono sicuro) un paio di mutande. E’ andato bene così; han salutato e se ne sono andati, ringraziando — io ovviamente non ho risposto, pieno di una sottile infelicità.

Fattostà che quando ho un incontro ravvicinato (molto di rado, comunque) con le forze dell’ordine, e sono sempre cose banalissime, toccata-e-fuga, non so perché mi sento, al fondo, così — veramente — anarco-insurrezionalista da sentire la necessità morale di mostrarmi offeso, di dire cose pesanti, di sputar loro d’in mezzo agli occhi, prenderli a calci negli stinchi, morder loro la mano; e buscarmi una multa, una manganellata, un po’ di galera. Non so da dove mi venga fuori questo stravagante impulso, e non so come mai tutte le volte che mi comporto bene con qualche agente (cioè tutte le volte che sono costretto ad averci che fare), dopo mi sento una merda. Quali sono, veramente, i miei rapporti con le forze dell’ordine?

CCVI. So

11 Feb

che avrei dovuto dire qualcosa, se non molto, sulla Torino olimpica. Cioè, questo ci si sarebbe aspettati da uno che scrive da qui, credo; così mi sarei aspettato da me stesso, stando qui. Posso solo dire che è brutta. Hanno fatto installazioni orribilmente leziose, e le piazze Castello e Solferino ne escono immeschinite. (Avevo scritto poc’anzi un pezzo, diverso da questo, ma non me l’ha pubblicato. Splinder comincia a farmi perdere troppe cose). L’argomento mi fiacca e mi deprime. Per me, alla fine, facciano quello che vogliono (delle Olimpiadi non me ne frega niente).

CCV.

11 Feb

CCV. Sul Guinness dei Primati del 1998, tra le altre mostruosità letterarie (il Manas poema kirghiso, il più lungo poema del mondo coi suoi 600.000 versi [in realtà l’antologiuzza pubblicata poi da Mondadori riportava un elenco dei vari ‘ornamenti’ di bardi kirghisi, e la somma di versi dovrebbe essere ancora maggiore, tipo 800.000], il Promethée dialogue entre les vivants et les morts del p. Brien, cui già accennai, il poema ‘individuale’ più lungo del mondo, coi suoi 500.000 versi, il romanzo importante più lungo della storia umana Les hommes de bonne volonté di Farigoule/Jules Romains, &c.) si trovava una notiziola riguardante un’impresa tutt’affatto particolare: il dott. Esulino Sella aveva pubblicato una raccolta di 1918 anagrammi, tutti fatti sul proprio nome, e ognuno illustrato da un ex-libris a cura ora di questo ora di quell’altro artista. Non ricordavo da chi era stato pubblicato, e non ho mai sperato di trovare da qualche parte questo libro singolare. Scopro, poc’anzi, che è stato pubblicato da Fògola, che è un libraio-editore molto raffinato da cui passo sempre volentieri, normalmente senza comprare assolutamente nulla (va da sé), in piazza Carlo Felice, sullo spicchio a destra, dando le spalle alla staz. di Porta Nuova e la faccia a via Roma. Stampato quando ancora c’era la lira, mi sarebbe costato 59.000 vecchi testoni. Oggi sarebbero ventotto euri almeno; ma essendo la copia leggermente fallata (è un po’ sbucciata al dorso) costava solo sei euri. E io, che non resisto davanti a queste cagate, non ho retto, e l’ho preso.

Questo signore esordisce, come anagrammaturgo, nel 1932; da allora, per oltre sessantacinque anni, mentre si dedicava ad altre cose, economia, politica, scrittura &c., di tanto in tanto si dedicava a sibilloni durante seratazze più o meno alcoliche con gli amici (alcuni dei quali illustri), e, appunto, a confezionare altri anagrammi — l’unica cosa che lo riguardi di cui me ne importi, di fatto, qualcosa. Nel libro, che è stato impresso nel nov. 1998, si dichiara che intenzione dell’autore (che è anche prefatore) è di arrivare a 2016, sia come numero di anagrammi che come anno. Il nome non è semplicissimo da anagrammare, specialmente 1918 o 2000 o 2016 volte; sicché si spiega anche la scelta (felicissima) di accompagnare alle frasine un disegno; se si pensa che sono anagrammi, giochi parolegati, e che il disegno è un modo spiritoso per arrivare a un significato, possono anche far sorridere, alcuni. Bellissimo (riprodotto anche sul Guinness) il dittico anagrammatico "salì sul leone / e l’è sull’asino", corredato da due magnifici disegni. In altri casi sono accozzaglie di monosillabi di cui poco si riesce a capire d’abord, anche coll’aiuto del disegno. La schiavitù dell’artificio lo costringe talora a servirsi di strane preposizioni articolate, come "lissù", o "sullì", o il det. "el" e altre ineleganze. Ogni sezione è introdotta da alcuni mazzetti di versi bruttini che fungono da introduzione. Il titolo complessivo non si capisce. Nella prefazione, Giorgio Calcagno dice che l’oco è sempre meglio dell’oca perché il "passo dell’ –" è stata una cosa sinistra. Ma non c’è un gioco vero e proprio, c’è solo una tavola in cui sono riportati, secondo la classica disposizione a laberinto, alcuni anagrammi. Affari suoi.

Di là da tutto (la cosa più importante di questo libro sono gli anagrammi, e ovviamente anche le figure, alcune delle quali molto belle, a cui si accompagnano), l’aspetto più difettoso del libro è nell’introduzione e nell’organizzazione generale. C’è stata, si vede, la tentazione più che l’intenzione di dare a tutto un’unità organica, ma è mancata l’idea forte. Eppure, senza quella non c’è anagramma che tenga: si fa una fatica bestiale per ottenere qualche risultato agro e stentato, a cui si dedica tutt’al più un sorriso e poi si chiude il libro.

Ah, la sfida è aperta. Lo dice l’autore: che avverte, appunto, che al momento di stampare sta andando avanti, &c. La sfida a me non interessa niente, ma come esercizio può essere interessante. Mi sono messo a farne alcuni, qualche decina m’è venuta, ma uno solo, finora, mi sembra essere venuto decente: DI NVMI RADIANZA. Bello, neh? Ci metterò sessantacinque anni anch’io? E chi mi fa campare fino al 2070? Sarebbe un’idea, per contestualizzare i singoli anagrammi, inserirli in fondo a strofe acrostiche col mio nome-e-cognome: 14 lettere, per più di 2500 anagrammi (tanto per essere sicuro) — cioè più di 2500 strofe di 14 versi. Mi sa che mi seccherò molto, molto prima. Ma intanto è un progetto, che può aiutare a tirare a campare per altri due o tre pomeriggi, poi mi sa che me ne trovo un altro.

Beppe Fenoglio.

11 Feb

CCIV. L’ho letto in Beppe Fenoglio, Una questione privata. I ventitré giorni della città di Alba, Einaudi 2005. Di Fenoglio, in precedenza, avevo letto solo Il partigiano Johnny e La paga del sabato. Peraltro maturando una mia idea di questo autore, che farei benissimo, non solo per ragioni di esaustività (che non mi riguardano, mica sono un critico), a leggere per intero.

Il partigiano Milton, badogliano, dinoccolato e introverso ("un brutto", lo definisce Fenoglio, come definisce in altra sede anche il Milton storico e sé stesso), stappa pochi minuti alla sua consegna per fare una visita alla casa in cui ha conosciuto e frequentato la donna di cui è innamorato, Fulvia, con la quale aveva un rapporto platonico, si direbbe, elevatissimo, quasi cavalleresco. Dalla governante, l’unia nella casa deserta a non essere stata sfollata a Torino, viene a sapere che Fulvia, in assenza di lui, riceveva strane visite da un di lui amico, Giorgio, biondo, bello e di gentile aspetto, lui pure introverso, attualmente anche lui partigiano, in una divisione in cui anche Milton ha in passato militato. Dice la governante che Giorgio soleva trattenersi lungamente con Fulvia, ma durante quelle visite i due giovani non dicevano nulla — e lei origliava invano per sapere che cosa succedesse. Poi, Giorgio aveva cominciato a darle appuntamento fuori; i due avevano preso l’abitudine di allontanarsi insieme, sempre in perfetto silenzio. Oppresso dal dubbio, Milton si mette sulle tracce di Giorio, recandosi presso la di lui divisione e attendendone il ritorno. Dopo una lunga attesa, si viene a sapere che Giorgio proprio quella sera, a causa della nebbia fitta, non è riuscito a evitare di incappare nei fascisti; malmenato e legato prima di poter uccidersi, è stato visto condur via su un carro. Nessuna delle divisioni partigiane presso le quali Milton si reca ha a disposizione un prigioniero da scambiare. Milton, grazie alla soffiata di una vecchia i cui figli sono parte in Russia e parte sui monti, riesce a sapere di un fascista che si reca spesso da solo a convegni galanti con una donnina di facilissimi costumi; è un lombardo, Alarico, uomo grande e grosso, che terrorizzato cerca di scappare: Milton è costretto a piantargli due pallottole nella schiena. Non solo Milton non riesce a trovare uno scambio, ma l’uccisione di Alarico costa la vita a due giovanissimi ostaggi partigiani in mano fascista, il quattordicenne Riccio e il quindicenne Bellini, due semplici staffette che ormai sono diventate un po’ come mascotte del campo. Il racconto si conclude in modo aperto: Giorgio è verosimilmente già stato ucciso, e Fulvia è lontana come sempre, sfollata nell’irraggiungibile Torino; circondato dai Fascisti, Milton riesce a trarsi in salvo trascinandosi come può nella fanga. Raggiunto un centro abitato, smette la fuga, nell’impulso di essere tra anime vive, vedere facce, sentire voci. Nel parossismo della fuga, a un passo dalla morte, il suo pensiero è ossessivamente rivolto a Fulvia; è il pensiero di lei che lo insegue, che lo assedia, che lo uccide.

L’avventura partigiana, per essere possibile, fu per molti giovani, prima che necessità politica e storica, questione di esaltazione: molto di ultroneo, e in particolare di romanzesco (si pensi ai nomi di battaglia), con tutto quanto di involutivo e specioso questo può implicare, è stato alla base di questa scelta, necessariamente eroica, idealistica, cavalleresca. Questa è la prima, e più generale, "questione privata", alla base del resistenzialismo. Da qui in poi le differenze: altro è chiamarsi "Spartaco" e altro chiamarsi "Sandokan". In Fenoglio, prima personalmente che letterariamente, questa esaltazione ha un’origine nobile, storicamente e letterariamente, nell’età di Milton, della repubblica di Cromuele lord protettore e dei roundheads. Come il partigiano Johnny, Milton non è coi "rossi", ma non perché sia anticomunista, quanto, piuttosto, "pre-comunista", e ideologicamente precedente tutti gli orientamenti recenziori (lessi Il partigiano Johnny appoggiato a un tavolo sul quale, a sinistra, c’era il Cromwell di Hugo, e a sinistra le Tragiques di Aubigné). Con questa sua, peculiarissima e profonda, elezione e adesione, Fenoglio recupera alla Resistenza uno spessore e una compiutezza politici, storici, umanistici, etici, estetici ingentissimi, forse impossibili da ritrovare, con quella ricchezza, in qualunque altro scrittore di quell’estrazione — vedi Pavese, Cassola, la Viganò e quant’altri. Esiste anche, almeno in Fenoglio (o in Fenoglio più consapevolmente che in altri), un’estetica della Resistenza: se opporsi al fascismo fu anche, gobettianamente, una questione di buon gusto, questo buon gusto non esclude affatto valori come il ricorso alle armi, il fuoruscitismo, la sfida, la bella morte, il sacrificio personale; semmai, stando su questa linea, il fascismo fu cattivo perché NON rappresentò altro che un’adesione di superficie, furbesca e viziata, a questi valori, e al fondo rimaneva vigliaccheria, miseria, bestialità. Fenoglio recupera il vero valore di una retorica e di un codice puri, non adulterati, ripescandoli dalle soglie della modernità: la sua scrittura rende possibile un’unità di spessore ‘ideologico’ e di severa bellezza non astraibili; tanto da poter permettersi di raccontare una storia come questa, con due nobili contendenti, una donna sostanzialmente al disopra di ogni sospetto ma ancora al di qua della scelta; di sfondo, o comprimari, i partigiani eroici e i fascisti vigliacchi come Alarico, o, se umani, dotati di un’inutile pietà, come il comandante che manda a morte i due ragazzi. Lo stile è conseguente; non solo ore rotundo, ma, come si sarebbe detto in illo tempore, grave senza orpelli, bilanciato alla perfezione tra epica e cronaca; avendo la "questione privata" e la questione civile i medesimi quarti di nobiltà, e potendo confluire, con solo apparenti lacerazioni, senza sostanziale soluzione di continuità l’una nell’altra — lettura indubbiamente troppo ‘araldica’ nell’inefficace metaforismo.

CCIII. Umberto Eco e

11 Feb

CCIII. Ho intravisto quest’ultimo libro, appunto "A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico", Bompiani 2006, alla Mondadori. Si tratta di conferenze, interventi vari, bustinediminerva &c. Tra l’altro materiale preassunto, c’è un pezzo, l’unico che ho fatto in tempo a leggere per intero, circa la privatezza. Prima di tutto, non posso non compiacermi del fatto di aver usato la parola privatezza per anni, in luogo di privacy, credendo di fare una stramberia e ritrovandomi invece purista inconsapevole, quando i raffinati da me intrasentiti finora arrivavano tutt’al più a distinguere tra la pràivasi degli americani e la prìvasi degl’inglesi. Ciò detto, questo pezzo riguarda anche le pagine personali in rete. Ora, parlando con Misery, ormai parecchio fa, ho saputo che qualche sociologo, di cui rigorosamente NON ho presente il nome, ha fatto una distinzione abbastanza suggestiva tra il pubblico che invade il privato (problema dell’altroieri) e privato che invade il pubblico (problema attuale: per esempio, almeno potenzialmente, i blog). Non mi sarebbe venuto in mente se non avessi sentito che al saggino di Eco manca proprio un filo di chiarezza in questo senso. Circa le pagine personali, Eco cita l’esempio di quel tale che ha esposto la fotografia del suo colon (scattata ovviamente durante un’endoscopia), sbilanciandosi anche sulle motivazioni psicologiche plausibilmente sottese: un vuoto, ovviamente, di affetti e di attenzione da parte altrui, &c. Io, invece, mi chiedo come diavolo sia possibile maturare un’opinione su un gesto del genere. Probabilmente non c’è nessun vuoto e nessun malessere. A titolo di esempio, Eco ha mostrato compiacenza nei confronti della cultura "bassa" (giungendo a conclusioni che sono ormai moneta corrente tra gl’infarinati di cultura); ma comincio a sospettare che gli sia sfuggito che i consumatori di intrattenimento non crede affatto che Topolino è all’altezza della serie del guanto di Klinger piuttosto che della Sistina: se ne frega e dell’uno e dell’altra e dell’altra ancora. E ritiene che il proprio colon sia al centro dell’universo — che è comunque una convinzione di per sé difficile da scuotere.