CXCII. Il mendicante (o clochard propriamente detto).

5 Feb

CXCII. Mentre la città (che poi sarebbe Torino) si trasformava in un lunapark per vecchiette, con sbandieratori con problemi psicomotorii in via Roma, e una sorta di gran ballo dei paralitici di Francia improvvisato in mezzo a via Micca (sull’aria della marcia di Radeschi, peraltro), io mi trovavo in via Vado (notato? "via-vado" / "vado-via". Mah), sul davanti della modernissima chiesa che lì sorge, e che serve quella parte di Mirafiori — la quale, stando all’affluenza di ieri sera e di stamani, deve avere grandi esigenze spirituali. Il prete è moderno, si chiama don Giorgio, ha la faccia da zio stronzo e fa spaventare i bambini facendoli roteare in aria come nel gioco del pupazzo, o la ninnananna di Karlsson-sul-tetto. Opportunanda mi aveva dato quest’opportunità (giusta il nome), quella di guadagnare qualche soldino, per una volta, da autentico clochard; in effetti, il clocher o tour de la cloche è presente, moderno anch’esso, non molto più alto dei tetti delle brutte case circostanti; e io sotto la moderna tettoia, davanti alla porta a vetri affumicati, come un coglionazzo.

Con un banchetto davanti, e degli Scarp de’ Tenis (finirò col bombardare la redazione — solo per questo varrebbe la pena di andare a Milano) poggiativi sopra. Avrei più che volentieri rifiutato, ma sta di fatto che il mese scorso, per mia dimenticanza, non ho terminato la distribuzione degli Scarp de’ Tenis (e ridàje), e mi sentivo in colpa. Così ho accettato di "sostituire" il sig. E., un gentile vecchietto che conosco di vista, cioè non conosco sostanzialmente affatto, il quale (come mi ha detto un maghrebino che da quindici anni è fisso davanti al cancello a chiedere l’elemosina nell’orario delle messe — hanno anche un orario generale, dico ad uso barboni, mi ha promesso di portarmene una copia, così mi regolo e guadagno di più…) ha sempre fatto ottimi affari, qui. Mi hanno detto (la responsabile di Opportunanda, il maghrebino, e una cordialissima, odiosissima signora ossigenata che mi ha parlato oggi) di non farmi illusioni, "ancora non ti conoscono", quindi diffidano. "Tu racconta la tua storia, di’ che sei per dormitorii, di’ che hai bisogno per mangiare la sera — mi raccomando la sera, perché sanno che di giorno ci sono le mense", mi ha istruito la responsabile. La signora bionda, sempre con quel sorriso a cazzo, mi chiede: "Ma intendi venire anche il mese prossimo, e gli altri mesi?". "Ma", esito. Quando è uscita, quasi per ultima, dalla messa, mi ha detto, con un sorriso a cazzo doppio: "Eh, chissà che non ci si veda anche nei prossimi mesi", piantandomi in mano tre euri.

Questo giusto per venire incontro (pareva fatto apposta, guarda te) a quel tale (che poi è mondocane, tanto per intenderci), che ci teneva tanto che io chiedessi l’elemosina. "Perché non chiedi l’elemosina?", mi aveva chiesto. Perché nessuno me l’ha mai proposto, tutto qui.

La giornata di ieri è andata male (5 copie vendute, ma il maghrebino mi rincuorava, che avessi pazienza, era la prima volta), e purtroppo è andata maluccio anche oggi, nonostante fosse domenica e ci fossero tre messe: 5, 5 e 11 copie in tutto. Insomma, un miglioramento è visibile ma non vistoso. Il maghrebino stavolta si è incazzato moltissimo: "Allora non venire più! Almeno dieci copie a botta!! Ma così…". Mi sono sorbito l’eco di ben tre messe, con quelle canzoncine dolciastre cantate dalla boyband e dal coretto seminfantile (dico semi- perché mi pare di aver intravisto anche una gobba di mezz’età, ma poteva anche essere un’adolescente straordinariamente cessa, attraverso il vetro oscurato si vedeva male) e il barbottìo indistinto della predica amplificata. La messa è spettacolo, per quanto la modernità, ho l’impressione, paia talora volerlo far dimenticare; ma stranamente su me (che ne ho viste pochissime, di messe) ha avuto sempre un effetto lacerante: non conosco nessuna istituzione più deprimente, asfittica, pateticamente e irrimediabilmente brutta. Secondo me uno che va a messa ha qualcosa di storto, di sinistro. Ammenoché non sia implicato per ragioni professionali, come suora o sacerdote, almeno laicamente. Ma uno che va a messa non promette niente di buono. Forse perché il momento di maggior contatto col sacro fa risaltare senza più alcun’ombra di dubbio quanto la stragrande maggioranza delle persone non lo senta affatto, né (per quanto si sforzi di parere di sforzarsi di sentirlo) si sforzi di sentirlo.

Non è tutto così spiritualmente morto, beninteso; anzi, un momento di vero sacro c’è stato: il padre nostro. Devo dire che il pubblico è formato, va da sé, in parte consistente da vecchiette; ma c’erano anche molti giovani, e giovani coppie, e bambini. In quel momento tacevano tanto il coro dalle e strette quanto il parroco alla mano, e le madri e i figli, e si sentiva solo un coro di ranocchie contrite che croassava volenterosamente padre nosctro che sciei nei tsceli: è l’unico momento che, lo dico di tutte le (poche, ripeto) volte che mi sono accostato a una chiesa in orario di messa, sono riuscito grosso modo ad intuire che cosa voglia dire una preghiera; proprio perché è il momento in cui la chiesa è tutta in mano alle vecchiette, che conoscono il dolore e la fatica dei giorni, penano a mettere un passo davanti all’altro e sentono intronarsi nelle orecchie tre fucine d’Efesto ogni volta che la badante o il nipote, stirandole per il braccino stecchito, le trascinano impazienti fuori casa; sognano spesso l’inferno, hanno paure micidiali, e sono in grado (teste Giordano Bruno) di scagliare le più temibili maledizioni che possano colpire udito e cuore umano. Forse lo squallore atroce delle messe dipende proprio da quello che la chiesa deve, credo, considerare un’autentica fortuna, e cioè l’afflusso dei giovani, o comunque dei non-vecchi. Io, appunto, non ho capìto come facciano i diciotto/vent’anni d’età e l’andare in chiesa a strappare a qualunque logica quello straccio di compossibilità che pure, per essere possibilità, devono avere. Così, le chiese semivuote sono visitate più volentieri dallo spirito santo; e così via.

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