Archivio | febbraio, 2006

CCXXX. Periodo.

27 Feb

CCXXX. E’ ricominciato un altro di quei periodi strani, che a non scrivere mi sento in colpa. Ieri, per esempio, mi sono sentito davvero buttato via.

CCXXIX. Citazione da che?

27 Feb

CCXXIX. Trovo in biblioteca un giornaletto letterario, vistosamente destrorso, dal titolo allittererò. letterario di informazione (numero sette / quindici gennaio 2006 / € 0,20 – copia omaggio), con in ‘copertina’ (o meglio sulla prima pagina) una citazione (da che?) sotto la figura: "La poesia non esiste. Sono solo i poeti che vogliono a tutti i costi farla apparire tale". Ero convinto del contrario: cioè che la poesia esistesse eccome, e che fossero i poeti ad essere completamente inutili.

CCXXVIII. Buonanotte.

26 Feb

CCXXVIII. Oggi i visitatori latitano, non ci sono commenti, io parlo dal fondo del mio pozzo muffoso al coperchio arrugginito dello stesso. Mi rendo conto di essere l’autore di un blog che mai leggerei (ho presenti un pajo di blog "che ti fanno pensare", che vorrei, anzi dovrei come tu-devi, leggere da capo a fondo, ma che al solo pensiero mi riempiono di uggia. Questo è il loro degno compagno. Faccio proponimento, la prossima volta che mi connetto, e soprattutto che scrivo su ‘sto blog, di sforzarmi, quantomeno, di essere meno poids lourd. Temo sia del tutto inutile, ma la buona volontà (che si sappia) non manca — anche perché il primo ad essersi rotto i coglioni sono proprio io. Mi sento decisamente un coglione.

CCXXVII. Dov’è? Dov’è?

26 Feb

CCXXVII. Dov’è Sciolze?

Dov’è Carrù?

CCXXVI. Vomito continuo.

26 Feb

CCXXVI. Avevo letto parecchie cose di Moresco, tempo fa, e avevo fatto anche le mie brave schedine di lettura, compitine, e i miei commentini. Sono contento tutte le volte che riesco a contravvenire a quello che il gusto mi comanda, a frustrare le mie reali tendenze e, quasi trasportato fuori di me stesso, riesco a sottopormi a stupidi tour de force come questo. La lettura dei libri di Moresco, dico. Un giorno copierò tutte le schedine, e i commentini, e ne farò un post lungo, largo e polposo, e lo infliggerò a tutti gl’incauti passanti. Adesso, per un ritorno di fiamma del mio intrinseco masochismo, ho dato uno sguardo (sono alla Mondadori, e mi rompo i coglioni) a una compilazione di scritti vari, pomposamente intitolata Scritti di viaggio, di sogno e di combattimento — no, non è un in-folio con vita, morte e miracoli, è solo un libretto di 215 pagine (Fanucci, Roma 2005) che raccoglie alcuni articoli precedentemente pubblicati da varie parti (riviste e rete). Ho letto per intero solo il pezzo d’apertura, Viaggio a Mosca, con descrizioni vagamente espressionistiche della sontuosa metropolitana coi grandi lampadarii (pare una chiesa gotica inghiottita dalle profondità della terra, o roba del genere), della tromba delle scale dell’albergo (un’istantanea di prostitute orientali sfarzosamente abbigliate che scendono dando il braccio a ricchi vecchi e grassi), alla rete antisuicidio murata sotto la finestra dell’albergo, con l’esposizione di tutto il trovarobato di musini dagli occhi a mandorla, vecchiette occhialute che chiedono piangenti l’elemosina sotto gl’immensi portoni delle chiese, freddo e pioverugiola. Rende l’idea, quanto meno; e questo sforzo di rendere l’idea sarebbe di per sé lodevole se l’idea fosse originale. Dal momento che è l’idea di una Russia sfatta e monumentale del tutto canonica, qualche parola di meno avrebbe fatto piacere. Poi mi sono arenato su una Lettera da Leuca, che è/era su Nazione Indiana ma che io in rete non ho letto perché su Nazione Indiana non vado mai. E’ una lettera di poetica di prolissità imbarazzante, che per la verità comincia abbastanza bene, come di consueto scagliando strali intinti nel veleno e nella sugna contro la venalità degli editori, e spezzando numerose lance dalle punte intinte nel curaro e dalle aste spalmate di maionese in favore di una letteratura che, come dire?, osi di più. Poi, a un certo punto, si è arenato (lui) su Simenon che non è, checché ne dicano Céline e la sora Cecioni e tutti li mortacci loro, un grande scrittore; a questo punto, chi l’ha tenuto più, a Moresco? In capo a tre pagine, c’erano solo la parola cazzo e una selva di punti esclamativi. A tal punto mi sono detto excrucior e ho interrotto, temo per l’eternità, e sono salito all’ultimo piano per connettermi, e scrivere tutto ciò sul blog.

CCXXV. Oggi ho scritto.

25 Feb

CCXXV. Oggi ho scritto intensamente, finché, questa sera, non ne ho potuto piu’ — la mano mi si è stancata, non faceva male ma mi si è completamente intorpidita, e non riusciva piu’ a tracciare i glifi sulla pagina.  Precedentemente, avevo riferito tutti i fatti della giornata fino a quel momento, e quelli della sera prima, cioè di ieri sera, poi ho considerato un libro sulle composizioni per flauto di Vivaldi, e ho fatto una sorta di resumè di una sezione dedicata ai concerti per fagotto di una monografia di Fertonani sulla musica strumentale vivaldiana. Quindi ho scritto, a lungo, di Vivaldi, fino a sostenere le piu’ gravi e indecenti cazzate, che per fortuna nessuno leggerà, ma mi premeva scrivere frasi tonanti e arrivare alla fine del quaderno. Qui a Torino, alla Nazionale (dove è ospitato il piu’ cospicuo fondo vivaldiano, con decine di melodrammi), c’è una mostra, dedicata in particolar modo al Vivaldi cantato. Ho scoperto grazie alla monografia del Fertonani che i 37 concerti per fagotto, piu’ i due frammenti di concerto superstiti, di Vivaldi, sono pure conservati qui. Perché non hanno valorizzato quelli invece delle opere? Talune delle quali sono interessanti, in un loro grezzissimo modo persino avvincenti, altre delle quali sono decisamente brutte, povere.
Stamani hanno fatto pulizia, qui a strada Castello. Erano tre sere che pisciavo sulla stessa siringa rimasta incastrata nel buco del cesso. Probabilmente per altri farebbe molto trainspotting, ma a me questa cosa faceva male: vado sempre, automaticamente, alla prima latrina (dal fondo) del cesso centrale, a sinistra, e tutte le volte che m’è corso l’obbligo mi sono dimenticato che c’era sempre quella maledetta siringa incastrata. Stasera non c’era piu’, la donna o l’omino delle pulizie l’ha rimossa. Ci vuole pure chi rimuova le siringhe incastrate dal buco delle latrine, quando càpita l’occorrenza. Non so com’è, ma mi sento pieno di sensi di colpa.
[Ma non è quello che si potrebbe credere (mi sono riletto adesso, com’è ingannevole quello che scrivo, a volte), anzi].

CCXXIV. La corte dei miracoli.

24 Feb

CCXXIV. Fra’ Paolo Sarpi, da qualche parte, dice che scrive chi scrive perché non può agire.  Non so se sia vero, non so se sia falso, cerco di capire un po’. Sicuramente, proprio nell’epoca in cui è vissuto fra’ Paolo Sarpi le cose hanno cominciato a cambiare: anzi, fino a poco tempo fa ero convinto che con l’età moderna i libri diventassero, da pròtesi quali erano, parte integrante della vita degli uomini — che per la più parte rimangono lettori non abituali, comunque. Ciò che ha potuto indurmi, in qualche caso, nella tentazione di attribuire proprio a questa mancanza di letture parte della generale infelicità. Troppo facile, sicuramente.

Continuo a pensare che i libri siano, oggi, una parte del mondo come il quotidiano commercio coi propri simili e come qualunque forma, genere e tipo di azione. Forse tardivamente (così l’ab. Galiani), cioè nel 1754, l’ab. Genovesi stabiliva un principio fecondo di conseguenze: non esiste produzione di serie A e produzione di serie B: la fabbrica di dolciumi non vale meno della siderurgica. L’industria pesante non vale più dell’industria culturale. (L’operaio che confeziona giocattoli non è da meno dell’operaio che monta macchinarii). Allo stesso modo, i mestieri, che devono essere molti e varii per rendere un paese civile e prospero, non si possono disporre su scala gerarchica. Ogni lavoro umano è passibile di perfezione. Tutto quello che no è ancora necessario può diventare tale grazie all’artefice. Solo che in pochi, evidentemente, la pensano così. Sicché taluni artefici non incontrano nessuna difficoltà sostanziale sul proprio cammino, e proseguono tranquilli a dedicarsi alle loro cacate fino all’interramento; altri sono spronati a dare il meglio di sé; altri ancora finiscono spesso e volentieri soverchiati dalla disapprovazione e dalla diffidenza. Devo ogni mio fallimento al mio adorabile prossimo, smack, pciù, nonché alla quasi totalità di quelli che condividono i miei interessi.

Parte dei quali, purtroppo, ho incontrato di persona. Altra parte dei quali, purtroppo all’ennesima, ho conosciuto solo tramite quello che hanno perpetrato. E, se proprio non posso trattenermi dall’esprimere la mia netta sensazione, se considero, specialmente, quello che è stato scritto negli ultimi cento anni, devo per forza dire che il semplice atto di scorrere i titoli sugli scaffali di una libreria o di una biblioteca m’è come scoperchiare una tomba, ed esporre le nari al lezzo. Ad aprirli, quei volumi, nemmeno parlarne: sembra di assistere a una danza macabra, a un gran ballo del Cottolengo. A chi manca una gamba, a chi un braccio, a chi metà del volto, a chi metà del cuore, a chi il cervello affatto; e che forme! Che fisionomie d’incubo, che storture di membra di dorsi di petti, che scherzi di natura che coboldi che storpi che monchi che collitorti. E quanto tedio, e quanta infelicità.

Insomma, non è certo vero che per scrivere si debba essere gobbi come Leopardi, nani come il Guidi, asmatici come Proust, vecchi come Giovenale, pazzi come Campana, candidati morti come Chatterton la Pozzi H.P. Howard. Però se si è gobbi, nani, asmatici, vecchi, pazzi, candidati morti, e storpi, e scrignuti e spiritati e balbi e pidocchiosi l’affare, com’è come non è, è meglio. E se non si è di nascita, qualcuno ti ci fa diventare. A me, per esempio, m’hanno introdotto a Corte. Finora, potrei dire, non avevo ancora realizzato che quella specie di ritratto della morte improvvisa, colle palle degli occhi torte e quel filo di biascia marrone che gli cola dall’angolo della bocca fosse il mio re. Dovrei decidermi ad inchinarlo?