Archivio | febbraio, 2006

CCXXX. Periodo.

27 Feb

CCXXX. E’ ricominciato un altro di quei periodi strani, che a non scrivere mi sento in colpa. Ieri, per esempio, mi sono sentito davvero buttato via.

CCXXIX. Citazione da che?

27 Feb

CCXXIX. Trovo in biblioteca un giornaletto letterario, vistosamente destrorso, dal titolo allittererò. letterario di informazione (numero sette / quindici gennaio 2006 / € 0,20 – copia omaggio), con in ‘copertina’ (o meglio sulla prima pagina) una citazione (da che?) sotto la figura: "La poesia non esiste. Sono solo i poeti che vogliono a tutti i costi farla apparire tale". Ero convinto del contrario: cioè che la poesia esistesse eccome, e che fossero i poeti ad essere completamente inutili.

CCXXVIII. Buonanotte.

26 Feb

CCXXVIII. Oggi i visitatori latitano, non ci sono commenti, io parlo dal fondo del mio pozzo muffoso al coperchio arrugginito dello stesso. Mi rendo conto di essere l’autore di un blog che mai leggerei (ho presenti un pajo di blog "che ti fanno pensare", che vorrei, anzi dovrei come tu-devi, leggere da capo a fondo, ma che al solo pensiero mi riempiono di uggia. Questo è il loro degno compagno. Faccio proponimento, la prossima volta che mi connetto, e soprattutto che scrivo su ‘sto blog, di sforzarmi, quantomeno, di essere meno poids lourd. Temo sia del tutto inutile, ma la buona volontà (che si sappia) non manca — anche perché il primo ad essersi rotto i coglioni sono proprio io. Mi sento decisamente un coglione.

CCXXVII. Dov’è? Dov’è?

26 Feb

CCXXVII. Dov’è Sciolze?

Dov’è Carrù?

CCXXVI. Vomito continuo.

26 Feb

CCXXVI. Avevo letto parecchie cose di Moresco, tempo fa, e avevo fatto anche le mie brave schedine di lettura, compitine, e i miei commentini. Sono contento tutte le volte che riesco a contravvenire a quello che il gusto mi comanda, a frustrare le mie reali tendenze e, quasi trasportato fuori di me stesso, riesco a sottopormi a stupidi tour de force come questo. La lettura dei libri di Moresco, dico. Un giorno copierò tutte le schedine, e i commentini, e ne farò un post lungo, largo e polposo, e lo infliggerò a tutti gl’incauti passanti. Adesso, per un ritorno di fiamma del mio intrinseco masochismo, ho dato uno sguardo (sono alla Mondadori, e mi rompo i coglioni) a una compilazione di scritti vari, pomposamente intitolata Scritti di viaggio, di sogno e di combattimento — no, non è un in-folio con vita, morte e miracoli, è solo un libretto di 215 pagine (Fanucci, Roma 2005) che raccoglie alcuni articoli precedentemente pubblicati da varie parti (riviste e rete). Ho letto per intero solo il pezzo d’apertura, Viaggio a Mosca, con descrizioni vagamente espressionistiche della sontuosa metropolitana coi grandi lampadarii (pare una chiesa gotica inghiottita dalle profondità della terra, o roba del genere), della tromba delle scale dell’albergo (un’istantanea di prostitute orientali sfarzosamente abbigliate che scendono dando il braccio a ricchi vecchi e grassi), alla rete antisuicidio murata sotto la finestra dell’albergo, con l’esposizione di tutto il trovarobato di musini dagli occhi a mandorla, vecchiette occhialute che chiedono piangenti l’elemosina sotto gl’immensi portoni delle chiese, freddo e pioverugiola. Rende l’idea, quanto meno; e questo sforzo di rendere l’idea sarebbe di per sé lodevole se l’idea fosse originale. Dal momento che è l’idea di una Russia sfatta e monumentale del tutto canonica, qualche parola di meno avrebbe fatto piacere. Poi mi sono arenato su una Lettera da Leuca, che è/era su Nazione Indiana ma che io in rete non ho letto perché su Nazione Indiana non vado mai. E’ una lettera di poetica di prolissità imbarazzante, che per la verità comincia abbastanza bene, come di consueto scagliando strali intinti nel veleno e nella sugna contro la venalità degli editori, e spezzando numerose lance dalle punte intinte nel curaro e dalle aste spalmate di maionese in favore di una letteratura che, come dire?, osi di più. Poi, a un certo punto, si è arenato (lui) su Simenon che non è, checché ne dicano Céline e la sora Cecioni e tutti li mortacci loro, un grande scrittore; a questo punto, chi l’ha tenuto più, a Moresco? In capo a tre pagine, c’erano solo la parola cazzo e una selva di punti esclamativi. A tal punto mi sono detto excrucior e ho interrotto, temo per l’eternità, e sono salito all’ultimo piano per connettermi, e scrivere tutto ciò sul blog.

CCXXV. Oggi ho scritto.

25 Feb

CCXXV. Oggi ho scritto intensamente, finché, questa sera, non ne ho potuto piu’ — la mano mi si è stancata, non faceva male ma mi si è completamente intorpidita, e non riusciva piu’ a tracciare i glifi sulla pagina.  Precedentemente, avevo riferito tutti i fatti della giornata fino a quel momento, e quelli della sera prima, cioè di ieri sera, poi ho considerato un libro sulle composizioni per flauto di Vivaldi, e ho fatto una sorta di resumè di una sezione dedicata ai concerti per fagotto di una monografia di Fertonani sulla musica strumentale vivaldiana. Quindi ho scritto, a lungo, di Vivaldi, fino a sostenere le piu’ gravi e indecenti cazzate, che per fortuna nessuno leggerà, ma mi premeva scrivere frasi tonanti e arrivare alla fine del quaderno. Qui a Torino, alla Nazionale (dove è ospitato il piu’ cospicuo fondo vivaldiano, con decine di melodrammi), c’è una mostra, dedicata in particolar modo al Vivaldi cantato. Ho scoperto grazie alla monografia del Fertonani che i 37 concerti per fagotto, piu’ i due frammenti di concerto superstiti, di Vivaldi, sono pure conservati qui. Perché non hanno valorizzato quelli invece delle opere? Talune delle quali sono interessanti, in un loro grezzissimo modo persino avvincenti, altre delle quali sono decisamente brutte, povere.
Stamani hanno fatto pulizia, qui a strada Castello. Erano tre sere che pisciavo sulla stessa siringa rimasta incastrata nel buco del cesso. Probabilmente per altri farebbe molto trainspotting, ma a me questa cosa faceva male: vado sempre, automaticamente, alla prima latrina (dal fondo) del cesso centrale, a sinistra, e tutte le volte che m’è corso l’obbligo mi sono dimenticato che c’era sempre quella maledetta siringa incastrata. Stasera non c’era piu’, la donna o l’omino delle pulizie l’ha rimossa. Ci vuole pure chi rimuova le siringhe incastrate dal buco delle latrine, quando càpita l’occorrenza. Non so com’è, ma mi sento pieno di sensi di colpa.
[Ma non è quello che si potrebbe credere (mi sono riletto adesso, com’è ingannevole quello che scrivo, a volte), anzi].

CCXXIV. La corte dei miracoli.

24 Feb

CCXXIV. Fra’ Paolo Sarpi, da qualche parte, dice che scrive chi scrive perché non può agire.  Non so se sia vero, non so se sia falso, cerco di capire un po’. Sicuramente, proprio nell’epoca in cui è vissuto fra’ Paolo Sarpi le cose hanno cominciato a cambiare: anzi, fino a poco tempo fa ero convinto che con l’età moderna i libri diventassero, da pròtesi quali erano, parte integrante della vita degli uomini — che per la più parte rimangono lettori non abituali, comunque. Ciò che ha potuto indurmi, in qualche caso, nella tentazione di attribuire proprio a questa mancanza di letture parte della generale infelicità. Troppo facile, sicuramente.

Continuo a pensare che i libri siano, oggi, una parte del mondo come il quotidiano commercio coi propri simili e come qualunque forma, genere e tipo di azione. Forse tardivamente (così l’ab. Galiani), cioè nel 1754, l’ab. Genovesi stabiliva un principio fecondo di conseguenze: non esiste produzione di serie A e produzione di serie B: la fabbrica di dolciumi non vale meno della siderurgica. L’industria pesante non vale più dell’industria culturale. (L’operaio che confeziona giocattoli non è da meno dell’operaio che monta macchinarii). Allo stesso modo, i mestieri, che devono essere molti e varii per rendere un paese civile e prospero, non si possono disporre su scala gerarchica. Ogni lavoro umano è passibile di perfezione. Tutto quello che no è ancora necessario può diventare tale grazie all’artefice. Solo che in pochi, evidentemente, la pensano così. Sicché taluni artefici non incontrano nessuna difficoltà sostanziale sul proprio cammino, e proseguono tranquilli a dedicarsi alle loro cacate fino all’interramento; altri sono spronati a dare il meglio di sé; altri ancora finiscono spesso e volentieri soverchiati dalla disapprovazione e dalla diffidenza. Devo ogni mio fallimento al mio adorabile prossimo, smack, pciù, nonché alla quasi totalità di quelli che condividono i miei interessi.

Parte dei quali, purtroppo, ho incontrato di persona. Altra parte dei quali, purtroppo all’ennesima, ho conosciuto solo tramite quello che hanno perpetrato. E, se proprio non posso trattenermi dall’esprimere la mia netta sensazione, se considero, specialmente, quello che è stato scritto negli ultimi cento anni, devo per forza dire che il semplice atto di scorrere i titoli sugli scaffali di una libreria o di una biblioteca m’è come scoperchiare una tomba, ed esporre le nari al lezzo. Ad aprirli, quei volumi, nemmeno parlarne: sembra di assistere a una danza macabra, a un gran ballo del Cottolengo. A chi manca una gamba, a chi un braccio, a chi metà del volto, a chi metà del cuore, a chi il cervello affatto; e che forme! Che fisionomie d’incubo, che storture di membra di dorsi di petti, che scherzi di natura che coboldi che storpi che monchi che collitorti. E quanto tedio, e quanta infelicità.

Insomma, non è certo vero che per scrivere si debba essere gobbi come Leopardi, nani come il Guidi, asmatici come Proust, vecchi come Giovenale, pazzi come Campana, candidati morti come Chatterton la Pozzi H.P. Howard. Però se si è gobbi, nani, asmatici, vecchi, pazzi, candidati morti, e storpi, e scrignuti e spiritati e balbi e pidocchiosi l’affare, com’è come non è, è meglio. E se non si è di nascita, qualcuno ti ci fa diventare. A me, per esempio, m’hanno introdotto a Corte. Finora, potrei dire, non avevo ancora realizzato che quella specie di ritratto della morte improvvisa, colle palle degli occhi torte e quel filo di biascia marrone che gli cola dall’angolo della bocca fosse il mio re. Dovrei decidermi ad inchinarlo?

CCXXIII. Aprendo a caso il diario.

23 Feb

CCXXIII. Per la giornata di lunedì, 30 gennajo 2006 c’è scritto solo questo:

"Sono le 9.00, ma sono in piedi da un quarto d’ora. Ho sognato tutte le notti, ma mi ricordo appena dei sogni perché, credo, sono del tutto deliranti, come quello di stanotte. Con sforzo e pena riesco a reminiscere di un sogno con me bambino tra bambini e bambine; sono a Bergamo, in un’atmosfera di plastica, me ne vado sù e giù su una bicicletta da bambino con altri bambini, magari in biblioteca [ un’immagine di me all’angolo di una via a me familiare, nei pressi dello stadio comunale. Ho ormai dimenticato, però, i nomi delle vie ]. Il sogno finiva in un (credo) locale della biblioteca, sempre, dove avevano sistemato, a mo’ di installazione, un enorme salice piangente, che avvolgeva ombrosamente l’interno della stanza. Esaminavo i rami flessibili, perfettamente pettinati: di plastica [ nera; e questo l’ho ripreso da un vaso di piante sù al monte dei Cappuccini, qui a Torino, dove ci sono cespi di felci, mi è parso, dalle lunghe foglie nere] . C’erano anche delle altre piantine, poggiate dentr’un lavello con un fondo d’acqua; un flacone bianco rovesciato era stato messo a mo’ di tappo, ma io non lo sapevo. Rimovevo il flacone, chissà per che farne, e l’acqua scolava via; con mio rincrescimento, ma curiosamente nessun altro se ne preoccupava. Mi rendo conto solo adesso che anche il fondo d’acqua era per bellezza, le piantine nei vasetti di plastica erano di plastica anch’esse. Il sogno è soddisfacimento di desiderio anche in questo: come ritratto eloquente di una condizione, di una situazione, di un sentire. Data la mia abitudine, quando ne serbo ricordo, di trascrivere i sogni, ormai è così: la parte più nascosta di me tesse arguzie e monta indovinelli da risolvere al mattino".

CCXXII. Flavio Mazzini bis.

22 Feb

CCXXII. A parte il fatto, sirenetta, che non so se convenga immettere il pezzullo tra i tuoi/vostri sconsigli di lettura, primo dal momento che il libro ha già qualche mesetto e sarà già stato abbondantemente letto e non letto da chi poteva o leggerlo o scartarlo, secondo dal momento che è stato già abbondantemente stroncato, per lungo e per largo, in diversi angoli della rete.

Comunque sia, ho rinvenuto, in uno di questi angoli, una stroncatura, appunto, alla quale lo stesso autore, che ha già incrociato le spade con alcuni lettori su www.gay.it, tra l’altro, risponde piuttosto gecchito.

L’effetto è piuttosto penoso. Tra le altre cose, l’autore a un certo punto confessa candidamente:

"Fatto sta che parlare con la mia famiglia di quegli argomenti col rischio di non guadagnarci una lira mi avrebbe … imbarazzato" [! — Ma ha provato a fissare una tariffa con papà e mammà?].

 

CCXXI. A proposito del signor porno.

22 Feb

CCXXI. Bisogna dire che altro sono i post, e altro i commenti,  e i blog dei responsabili dei commenti, oh sirenetta. Ma hai visto questo?

CCXX. *Importante*.

22 Feb

CCXX. Ho un mal di testa incipiente. E non mi fa nemmeno impazzire di gioia il fatto che, per venire incontro alle esigenze di voi cecati, io debba fare dei post scritti così cubitalmente. Io trovo che ciò massacri la poesia del mio blog.

CCXIX. Il mio primo morto.

21 Feb

CCXIX. Non è infrequente che qualcuno arrivi (alla fermata dell’autobus, nell’ufficio del dormitorio, alla mensa o alla coda per entrare in mensa &c.) e attacchi conversazione con qualcun altro dicendo: "Ah, tu, ma ti ricordi di WWkk Yyyxx? E’ morto". E poi le cause: infarto / overdose / tristezza / [ad libitum]. La morte di uno, che faceva il transessuale e si faceva chiamare "Bambi", tra i cinquanta e i sessant’anni, ha fatto un certo scalpore nell’ambiente, tempo fa; hanno persino messo la notizia su "Torino cronaca", quel tabloid da venti centesimi, con uno strano sottotitolo: "Il cordoglio di Lia Varesio". Dico che è strano perché è difficile associare l’idea di Lia Varesio all’idea del cordoglio, ma tant’è. — Ma questa è tutta un’altra questione. Solo l’altroieri sera sono stato raggiunto dall’indiretto annunzio della morte di una persona che ho, assai superficialmente, conosciuto — overdose, ed è una cosa che nessuno immaginava, peraltro, perché nessuno sapeva che si facesse le pere. (Io non ne sono stato sorpreso perché non mi sono mai domandato se se le facesse o no, non c’è stato modo perché me lo chiedessi). Aveva come punto di riferimento la Gran Madre, racimolava qualche soldo alla chiesa rispettiva, prendeva da mangiare dalle suore, poco distanti, o dai cappuccini sulla collina. Da ultimo sembrava essersi sistemato, cioè era stato preso sotto l’ala da una signora, e aveva anche un lavoretto. L’operatore, superata la sorpresa della notizia, ha scosso la testa e ha detto, riferendosi a queste circostanze: "E dire che si era anche tirato un po’ sù". Strano, la mia impressione è che il peggio arrivi proprio quando le più basilari impellenze sono state soddisfatte. "Era troppo depresso", ha aggiunto. C’è da invidiare la capacità dei barboni (quelli veri) di estrovertire dolori e disagi. Ci fanno una  carriera. E’ per questo che quando ne muore uno c’è come una specie di lutto nazionale.

CCXVIII. E’ brutto quando una vittima cerca di passare da carnefice.

20 Feb

CCXVIII. L’unico prerequisito universale per scrivere un libro è avere chiara coscienza di sé, e coscienza della propria condizione. Non ci si scopre mai impunemente in pubblico, e chi lo fa deve essere preparato. Ora, ieri pomeriggio ho letto alla Fnac stralci di un libretto che non finirò mai di leggere, della Castelvecchi, che può fungere anche, volendo, da manualetto: Flavio Mazzini (pseud.), Quanti padri di famiglia. Vita e peripezie di un prostituto intelligente. A parte la prima parte del titolo, che sa di scandalismo ballatoriale di sessant’anni fa lontano un miglio, mi ha sùbito messo in sospetto (e mi ha fatto anche, già, un po’ pena) il fatto che il presente prostituto si definisse pure intelligente. Il fatto che si definisca intelligente, in soldoni, non la dice corta sull’autore, che infatti è un emerito cretino. Si tratta di un uomo di trent’anni, che ha deciso di servirsi di uno pseudonimo per non imbarazzare la famiglia e tutte quelle persone che conosce e con cui non ama parlare di sesso [!], che si definisce molto ben dotato quanto a membro virile, e per il resto un ragazzo normale, semplice, proprio carino, non molto muscoloso, anzi snello e non villoso, un bel ragazzo, non ‘sto granché — insomma, non ho capìto bene: qualcosa di mezzo tra la carta da parati a fiorami gialli e il cesso a pedali. Ma delle sue dimensioni non ci frega. Fattostà che costui è uno che fino a poco tempo fa è vissuto sulle spalle di un amante, mentre si dedicava a gratificanti cacatine — teatro, cinema e che so io, ma non deve aver lasciato gran traccia di sé se, abbandonato dal compagno, è finito col culo a terra. Giusto il tempo di farsi un’idea sufficientemente sinforosa del semplice, e pur sempre semplicemente squallido, atto di andare a dar via il culo (sostanzialmente, l’ha fatto "per scrivere un libro" — c’è chi crede che si possano affrontare le catastrofi facendo finta che si tratti di un film, poniamo [a me è stato persino proposto di fare il giro di tutti i dormitorii di tutta Italia e poi scriverci un libro, diciamo — ma che cazzo succederà nei dormitori?!], ma la realtà è ben diversa), il nostro eroe s’è rifatto una vita. O ha distrutto il poco che gliene restava intero, non s’è capìto. Le descrizioni porno (che fanno spesso una tristezza infinita, debordante, date le qualità dei clienti) non valgono, per sordidezza, le paginette dedicate alle vendette trasversali (robine come insulti via ciat — CHE POVERACCIOOOOOOOOOOOOO) contro i clienti insolventi e i tirapacchi. C’è chi fa il prostituto per scelta, come il signor porno, basta darci uno sguardo per rendersi conto della differenza tra chi fa scelte enigmatiche e chi tiene la vita coi denti. Non so perché Castelvecchi l’abbia pubblicato.

CCXVII. Romanzi-mondo.

17 Feb

CCXVII. Cercando il vecchio articolo di www.minimi.it sul Frugoni (Francesco Fulvio, 1620-1686), ho incontrato anche il blog di tale AlterEgo, che rimanda anche al blog splinder di tal neuropa, alias Gigliozzi, che avrebbe scritto un poema/romanzo-mondo, di cui sono sparsi frammenti nel blog. Non so se è chiaro (credo di no). Quello che proprio non riesco a spiegarmi è perché questi retori linguaiol-lutulenti debbano sempre aver l’aria di fare maledettamente sul serio. Distrugge tutto il gusto dello scrivere affastellato, secondo me.

CCXVI. …

17 Feb

CCXVI. Dal momento che ho una quindicina di cose da dire, e tutte in una volta, per oggi mi sa che non scrivo proprio niente (e poi si tratterebbe di pareri, nemmeno di cose, l’idea sola mi nausea).

CCXV. Per ….ella

16 Feb

CCXV. (….ella, non riesco a lasciare commenti sul tuo blog per lo stesso motivo di cui nel post precedente, &c.)

CCXIV. Per la Sirenetta.

16 Feb

CCXIV. Sirenetta, ho dato uno sguardo al Parnaso Ambulante, purtroppo con questo terminale non posso leggere le recensioni. Se è per quello, con questo terminale non posso nemmeno lasciare commenti sul tuo blog. Mi sento frustrato, e anche un po’ stronzo. Comunque, metto il parnaso ambulante tra i link. Proprio per non sentirmi così, del tutto impotente.

CCXIII. Facciamo un po’ di autobiografismo.

16 Feb

CCXIII. Nella giornata dell’altroieri ho concepito un progetto che dovrebbe occupare una posizione piuttosto prioritaria nel mio eventuale venturo ruolino di marcia, e quindi piuttosto centrale nell’economia generale della mia esistenza; ho poi dedicato la giornata di ieri alla messa a punto di due progetti accessorii, non totalmente secondarii, il secondo dei quali peraltro si biforcherebbe e distinguerebbe in due progetti gemelli, anzi cugini. Il bilancio, oltre ad un nulla di fatto (ma sfido chiunque: i progetti son progetti), di cui non me ne importa una cippa, consiste in uno scialo allucinante di energie, che mi ha lasciato stordito e mi ha messo addosso un appetito che non posso soddisfare. Sono iperteso, ho una florida renaissance di tic isterici e rafforzo in me la convinzione che quasi tutto possa risolversi con un paio di ceffoni ben assestati.

CCXII. Sto

16 Feb

leggendo i Cento anni del Rovani, nei quattro volumetti della vecchia BUR; avevo letto solo il primo volume Garzanti, anni e anni fa, e avevo interrotto, trovandolo noioso (cioè: l’avevo trovato noioso, e, a prescindere [poiché non era mia intenzione interrompere, almeno non consciamente — ma mi fermo qui], avevo interrotto la lettura). Adesso lo trovo persino avvincente, e anzi pregusto l’idea di leggerne trenta o quaranta paginette quando, la sera, non ho veramente nient’altro da fare. Non posso nemmeno immaginare in che stato mi devo essere ridotto.

CCXI. La peggior scrittrice in rete.

16 Feb

CCXI. Non sto a spiegare il perché del titolo, semmai andate a leggere, e vedrete che mi darete ragione. Col piccì (che poi non è nemmeno un piccì, è un terminale — perché mi ostino a chiamarlo personale?) della biblioteca non posso entrare a lasciare commenti, e uno o due ogni tanto glieli lascerei anche — chiedo scusa: mi riferisco al blog di pattypiperita, che ha ormai tre anni di vita o di mi-mort, e dopo un penoso strascinarsi ginocchioni, con molte battute d’arresto, s’è nuovamente fermato (definitivamente non posso dire, perché non posso saperlo). Il penultimo intervento riguarda il sig. Ratzinger, pontefice massimo, l’ultimo (particolarmente brutto) un’amica della famigerata Matilde. Se qualcuno mi chiedesse come mai, a cadenze regolari abbenché assai lasche, io torni su quel blog non saprei proprio che cosa rispondere.

CCX. Varie (ed eventuali).

15 Feb

CCX.  Dalla parte di là (vale a dire sul mio bloggo preferito, quello di http://www.azu.splinder.com) si è quasi cominciato un dibattito sul perché si tiene un blog. Qualcuno dice per questo, questo e quell’altro; altri dice perché pissi pissi bù; io, invece, non lo dico, perché tengo un bloggo. E non lo dico non tanto perché non ho voglia di dirlo, ma perché non lo so. Essenzialmente, è anche una questione di impiego del tempo della giornata (tre genitivi uno appresso all’altro — ecco, ecco, ecco); ricapitolando, io 1. non lavoro, 2. non faccio all’ammore, 3. non viaggio non mi muovo non m’interesso non vado ai concerti delle olimpiadi, 4. non converso, 5. non mangio quasi, quasi non bevo caffè, quasi non fumo; rimane che al punto 6. almeno qualcosina io lo debba fare. O vado errato?

Indi il blog.

Di là da tutto, è vero anche che non mi si fila nessuno, nella vita. E spesso a parlare da solo mi stanco; così, invece — intendo: tramite un bloggo — è molto più facile far finta di avere un interlocutore.

(Volevo dire tutt’altro, ma chi ne ha più voglia, adesso?).

CCIX. Brokeback Mountain.

14 Feb

CCIX. Premetto, non si tratta del film, che verosimilmente mai vedrò, ma dello smilzo libretto di tal Annie Proulx da cui esso film è nato, da me letto domenica alla Fnac (sett. "gay/lesbian"). Presentato (il film, tramite le cui pubblicità sono venuto a conoscenza dell’esistenza del libro) come un "western gay", pare non sia tale (come dice una recensione italiana, che chi vuole potrà andarsi a ripescare, io ho perso il link). Il libro, certamente, non è una storia "western gay", ma più che altro una vicenda, come taglio e impostazione molto reminiscente, mutatis mutandis, della misura perfetta del vecchio Ethan Frome (una settantina di pagine, non di più), ambientata nell’America rurale, tra gli anni ’60 e i primi ’80. La storia, che a livello trama è pressoché inesistente, racconta di due giovani verso i vent’anni, Ennis e Jack, che si conoscono presso la montagna del titolo (molto evocativo, di per sé, tanto da far pensare a una prima ispirazione comico-boccacciana, ma il risultato finale non è quello) per un lavoretto da pastori. A fine giornata, uno ospita l’altro nella propria tenda, e qui ci dànno di martello senz’alcun preavviso. Si reincontrano quattro anni dopo, e riprendono la loro veemente, appassionata relazione. Parallelamente, hanno moglie e figli, sono due uomini perfettamente normali che svolgono vite squallidamente normali. Sono occasionalmente notati da un datore di lavoro voyeur e dalla moglie di uno, che alla lunga prende spunto per separarsi. Uno dei due muore, a un dato punto, e l’altro rimane solo. Fine della storia. Sfogliando il catalogo di quella famigerata mostra di brutte, bruttissime fotografie del pessimo Mapplethorpe (salvo una, quella in cui lui, in panni rigorosamente leatherman, si fa l’autoritratto con la frusta nel culo — non per la ‘posa’, per le luci, o il raffinato bianco e nero, ma perché in quella foto è, lui, straordinariamente bello), mi sono chiesto il perché di tanta ostinazione nel voler trovare paternità e filiazioni ‘alte’ a una produzione fotografica del tutto pornografica, magari non esclusivamente (ma è da vedere), magari raffinatamente, ma pur sempre pornografica (e il dialogo a distanza con i Grandi del passato, soprattutto per la sua estrinsechezza, non fa altro che avvalorare questa tesi, essendo il Kitsch un peggiorativo, non un rimedio alla volgarità). Allo stesso modo, questo librino brutto e miserello non sembra essere stato scritto per affermare un’idea sfumata, viva, ‘normale’ dell’amore tra maschi (come forse il film fa, non posso né escluderlo né sostenerlo), ma una semplice, slombata fantasia masturbatoria ripresa a freddo: ed è, e la cosa è vagamente inspiegabile, molto più inverosimile di una visione da sodoma-e-gomorra con efebi bendati che suonano l’arpa.

(Tutto ciò solo per far capire, in fondo, che domeniche di merda riesco a passare).

CCVIII. I cigni.

14 Feb

CCVIII. Non so quasi niente dell’aviaria, dato che i dieci minuti odiernamente dedicati alla lettura di sfroso della Stampa sono stati tutti sciupati a leggere il temino di Giovanna Zucconi dedicato ai cigni, che sono cigni sono cigni sono cigni, "come avrebbe detto la più colta delle poetesse", e che quindi sono natura e non cultura, e quindi è ora di finirla con la frusta retorica lohengriniana, per decidersi a definirli quali essi in realtà sono, cioè brutti e cattivi (mòzzicano, sapete).

CCVII. (Torno all’attacco).

11 Feb

CCVII. Questo sarebbe dovuto essere l’int. n° 206, ma purtroppo non sono riuscito a pubblicarlo. Niente di che, dicevo solo che stamattina, passando per la Galleria Cisalpina (e non sono sicuro che si chiami così, perché non ho mai visto targa, e se non c’è scritto non memorizzo), mentre sbirciavo dall’antiquario una versione del De architectura a cura del fratello dell’ab. Galiani, sono stato circondato da una decina di tutori dell’ordine, il più prossimo dei quali, così scrivevo, mi ha "flautatamente intimato" (rende l’idea o no?) di fargli vedere che cosa tenevo nello zaino. Macchinalmente mi sono tolto lo zaino dalle spalle e gliel’ho porto. Mi ha detto di fare io. Ho cominciato a frugare in mezzo al caos di ciddì, un libro, cartaccia varia, due quadernoni di grande formato (questo passa il convento), e prima che arrivassi ai ben quattro giornali porno, che scommetto sono ancora lì, il poliziotto mi ha fatto segno di fermarmi, e ha cominciato a passare il dito, un po’ laidamente, su uno dei taschini laterali — credo proprio quello in cui c’è ancora appallottolato (ho verificato prima, ne sono sicuro) un paio di mutande. E’ andato bene così; han salutato e se ne sono andati, ringraziando — io ovviamente non ho risposto, pieno di una sottile infelicità.

Fattostà che quando ho un incontro ravvicinato (molto di rado, comunque) con le forze dell’ordine, e sono sempre cose banalissime, toccata-e-fuga, non so perché mi sento, al fondo, così — veramente — anarco-insurrezionalista da sentire la necessità morale di mostrarmi offeso, di dire cose pesanti, di sputar loro d’in mezzo agli occhi, prenderli a calci negli stinchi, morder loro la mano; e buscarmi una multa, una manganellata, un po’ di galera. Non so da dove mi venga fuori questo stravagante impulso, e non so come mai tutte le volte che mi comporto bene con qualche agente (cioè tutte le volte che sono costretto ad averci che fare), dopo mi sento una merda. Quali sono, veramente, i miei rapporti con le forze dell’ordine?

CCVI. So

11 Feb

che avrei dovuto dire qualcosa, se non molto, sulla Torino olimpica. Cioè, questo ci si sarebbe aspettati da uno che scrive da qui, credo; così mi sarei aspettato da me stesso, stando qui. Posso solo dire che è brutta. Hanno fatto installazioni orribilmente leziose, e le piazze Castello e Solferino ne escono immeschinite. (Avevo scritto poc’anzi un pezzo, diverso da questo, ma non me l’ha pubblicato. Splinder comincia a farmi perdere troppe cose). L’argomento mi fiacca e mi deprime. Per me, alla fine, facciano quello che vogliono (delle Olimpiadi non me ne frega niente).

CCV.

11 Feb

CCV. Sul Guinness dei Primati del 1998, tra le altre mostruosità letterarie (il Manas poema kirghiso, il più lungo poema del mondo coi suoi 600.000 versi [in realtà l’antologiuzza pubblicata poi da Mondadori riportava un elenco dei vari ‘ornamenti’ di bardi kirghisi, e la somma di versi dovrebbe essere ancora maggiore, tipo 800.000], il Promethée dialogue entre les vivants et les morts del p. Brien, cui già accennai, il poema ‘individuale’ più lungo del mondo, coi suoi 500.000 versi, il romanzo importante più lungo della storia umana Les hommes de bonne volonté di Farigoule/Jules Romains, &c.) si trovava una notiziola riguardante un’impresa tutt’affatto particolare: il dott. Esulino Sella aveva pubblicato una raccolta di 1918 anagrammi, tutti fatti sul proprio nome, e ognuno illustrato da un ex-libris a cura ora di questo ora di quell’altro artista. Non ricordavo da chi era stato pubblicato, e non ho mai sperato di trovare da qualche parte questo libro singolare. Scopro, poc’anzi, che è stato pubblicato da Fògola, che è un libraio-editore molto raffinato da cui passo sempre volentieri, normalmente senza comprare assolutamente nulla (va da sé), in piazza Carlo Felice, sullo spicchio a destra, dando le spalle alla staz. di Porta Nuova e la faccia a via Roma. Stampato quando ancora c’era la lira, mi sarebbe costato 59.000 vecchi testoni. Oggi sarebbero ventotto euri almeno; ma essendo la copia leggermente fallata (è un po’ sbucciata al dorso) costava solo sei euri. E io, che non resisto davanti a queste cagate, non ho retto, e l’ho preso.

Questo signore esordisce, come anagrammaturgo, nel 1932; da allora, per oltre sessantacinque anni, mentre si dedicava ad altre cose, economia, politica, scrittura &c., di tanto in tanto si dedicava a sibilloni durante seratazze più o meno alcoliche con gli amici (alcuni dei quali illustri), e, appunto, a confezionare altri anagrammi — l’unica cosa che lo riguardi di cui me ne importi, di fatto, qualcosa. Nel libro, che è stato impresso nel nov. 1998, si dichiara che intenzione dell’autore (che è anche prefatore) è di arrivare a 2016, sia come numero di anagrammi che come anno. Il nome non è semplicissimo da anagrammare, specialmente 1918 o 2000 o 2016 volte; sicché si spiega anche la scelta (felicissima) di accompagnare alle frasine un disegno; se si pensa che sono anagrammi, giochi parolegati, e che il disegno è un modo spiritoso per arrivare a un significato, possono anche far sorridere, alcuni. Bellissimo (riprodotto anche sul Guinness) il dittico anagrammatico "salì sul leone / e l’è sull’asino", corredato da due magnifici disegni. In altri casi sono accozzaglie di monosillabi di cui poco si riesce a capire d’abord, anche coll’aiuto del disegno. La schiavitù dell’artificio lo costringe talora a servirsi di strane preposizioni articolate, come "lissù", o "sullì", o il det. "el" e altre ineleganze. Ogni sezione è introdotta da alcuni mazzetti di versi bruttini che fungono da introduzione. Il titolo complessivo non si capisce. Nella prefazione, Giorgio Calcagno dice che l’oco è sempre meglio dell’oca perché il "passo dell’ –" è stata una cosa sinistra. Ma non c’è un gioco vero e proprio, c’è solo una tavola in cui sono riportati, secondo la classica disposizione a laberinto, alcuni anagrammi. Affari suoi.

Di là da tutto (la cosa più importante di questo libro sono gli anagrammi, e ovviamente anche le figure, alcune delle quali molto belle, a cui si accompagnano), l’aspetto più difettoso del libro è nell’introduzione e nell’organizzazione generale. C’è stata, si vede, la tentazione più che l’intenzione di dare a tutto un’unità organica, ma è mancata l’idea forte. Eppure, senza quella non c’è anagramma che tenga: si fa una fatica bestiale per ottenere qualche risultato agro e stentato, a cui si dedica tutt’al più un sorriso e poi si chiude il libro.

Ah, la sfida è aperta. Lo dice l’autore: che avverte, appunto, che al momento di stampare sta andando avanti, &c. La sfida a me non interessa niente, ma come esercizio può essere interessante. Mi sono messo a farne alcuni, qualche decina m’è venuta, ma uno solo, finora, mi sembra essere venuto decente: DI NVMI RADIANZA. Bello, neh? Ci metterò sessantacinque anni anch’io? E chi mi fa campare fino al 2070? Sarebbe un’idea, per contestualizzare i singoli anagrammi, inserirli in fondo a strofe acrostiche col mio nome-e-cognome: 14 lettere, per più di 2500 anagrammi (tanto per essere sicuro) — cioè più di 2500 strofe di 14 versi. Mi sa che mi seccherò molto, molto prima. Ma intanto è un progetto, che può aiutare a tirare a campare per altri due o tre pomeriggi, poi mi sa che me ne trovo un altro.

Beppe Fenoglio.

11 Feb

CCIV. L’ho letto in Beppe Fenoglio, Una questione privata. I ventitré giorni della città di Alba, Einaudi 2005. Di Fenoglio, in precedenza, avevo letto solo Il partigiano Johnny e La paga del sabato. Peraltro maturando una mia idea di questo autore, che farei benissimo, non solo per ragioni di esaustività (che non mi riguardano, mica sono un critico), a leggere per intero.

Il partigiano Milton, badogliano, dinoccolato e introverso ("un brutto", lo definisce Fenoglio, come definisce in altra sede anche il Milton storico e sé stesso), stappa pochi minuti alla sua consegna per fare una visita alla casa in cui ha conosciuto e frequentato la donna di cui è innamorato, Fulvia, con la quale aveva un rapporto platonico, si direbbe, elevatissimo, quasi cavalleresco. Dalla governante, l’unia nella casa deserta a non essere stata sfollata a Torino, viene a sapere che Fulvia, in assenza di lui, riceveva strane visite da un di lui amico, Giorgio, biondo, bello e di gentile aspetto, lui pure introverso, attualmente anche lui partigiano, in una divisione in cui anche Milton ha in passato militato. Dice la governante che Giorgio soleva trattenersi lungamente con Fulvia, ma durante quelle visite i due giovani non dicevano nulla — e lei origliava invano per sapere che cosa succedesse. Poi, Giorgio aveva cominciato a darle appuntamento fuori; i due avevano preso l’abitudine di allontanarsi insieme, sempre in perfetto silenzio. Oppresso dal dubbio, Milton si mette sulle tracce di Giorio, recandosi presso la di lui divisione e attendendone il ritorno. Dopo una lunga attesa, si viene a sapere che Giorgio proprio quella sera, a causa della nebbia fitta, non è riuscito a evitare di incappare nei fascisti; malmenato e legato prima di poter uccidersi, è stato visto condur via su un carro. Nessuna delle divisioni partigiane presso le quali Milton si reca ha a disposizione un prigioniero da scambiare. Milton, grazie alla soffiata di una vecchia i cui figli sono parte in Russia e parte sui monti, riesce a sapere di un fascista che si reca spesso da solo a convegni galanti con una donnina di facilissimi costumi; è un lombardo, Alarico, uomo grande e grosso, che terrorizzato cerca di scappare: Milton è costretto a piantargli due pallottole nella schiena. Non solo Milton non riesce a trovare uno scambio, ma l’uccisione di Alarico costa la vita a due giovanissimi ostaggi partigiani in mano fascista, il quattordicenne Riccio e il quindicenne Bellini, due semplici staffette che ormai sono diventate un po’ come mascotte del campo. Il racconto si conclude in modo aperto: Giorgio è verosimilmente già stato ucciso, e Fulvia è lontana come sempre, sfollata nell’irraggiungibile Torino; circondato dai Fascisti, Milton riesce a trarsi in salvo trascinandosi come può nella fanga. Raggiunto un centro abitato, smette la fuga, nell’impulso di essere tra anime vive, vedere facce, sentire voci. Nel parossismo della fuga, a un passo dalla morte, il suo pensiero è ossessivamente rivolto a Fulvia; è il pensiero di lei che lo insegue, che lo assedia, che lo uccide.

L’avventura partigiana, per essere possibile, fu per molti giovani, prima che necessità politica e storica, questione di esaltazione: molto di ultroneo, e in particolare di romanzesco (si pensi ai nomi di battaglia), con tutto quanto di involutivo e specioso questo può implicare, è stato alla base di questa scelta, necessariamente eroica, idealistica, cavalleresca. Questa è la prima, e più generale, "questione privata", alla base del resistenzialismo. Da qui in poi le differenze: altro è chiamarsi "Spartaco" e altro chiamarsi "Sandokan". In Fenoglio, prima personalmente che letterariamente, questa esaltazione ha un’origine nobile, storicamente e letterariamente, nell’età di Milton, della repubblica di Cromuele lord protettore e dei roundheads. Come il partigiano Johnny, Milton non è coi "rossi", ma non perché sia anticomunista, quanto, piuttosto, "pre-comunista", e ideologicamente precedente tutti gli orientamenti recenziori (lessi Il partigiano Johnny appoggiato a un tavolo sul quale, a sinistra, c’era il Cromwell di Hugo, e a sinistra le Tragiques di Aubigné). Con questa sua, peculiarissima e profonda, elezione e adesione, Fenoglio recupera alla Resistenza uno spessore e una compiutezza politici, storici, umanistici, etici, estetici ingentissimi, forse impossibili da ritrovare, con quella ricchezza, in qualunque altro scrittore di quell’estrazione — vedi Pavese, Cassola, la Viganò e quant’altri. Esiste anche, almeno in Fenoglio (o in Fenoglio più consapevolmente che in altri), un’estetica della Resistenza: se opporsi al fascismo fu anche, gobettianamente, una questione di buon gusto, questo buon gusto non esclude affatto valori come il ricorso alle armi, il fuoruscitismo, la sfida, la bella morte, il sacrificio personale; semmai, stando su questa linea, il fascismo fu cattivo perché NON rappresentò altro che un’adesione di superficie, furbesca e viziata, a questi valori, e al fondo rimaneva vigliaccheria, miseria, bestialità. Fenoglio recupera il vero valore di una retorica e di un codice puri, non adulterati, ripescandoli dalle soglie della modernità: la sua scrittura rende possibile un’unità di spessore ‘ideologico’ e di severa bellezza non astraibili; tanto da poter permettersi di raccontare una storia come questa, con due nobili contendenti, una donna sostanzialmente al disopra di ogni sospetto ma ancora al di qua della scelta; di sfondo, o comprimari, i partigiani eroici e i fascisti vigliacchi come Alarico, o, se umani, dotati di un’inutile pietà, come il comandante che manda a morte i due ragazzi. Lo stile è conseguente; non solo ore rotundo, ma, come si sarebbe detto in illo tempore, grave senza orpelli, bilanciato alla perfezione tra epica e cronaca; avendo la "questione privata" e la questione civile i medesimi quarti di nobiltà, e potendo confluire, con solo apparenti lacerazioni, senza sostanziale soluzione di continuità l’una nell’altra — lettura indubbiamente troppo ‘araldica’ nell’inefficace metaforismo.

CCIII. Umberto Eco e

11 Feb

CCIII. Ho intravisto quest’ultimo libro, appunto "A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico", Bompiani 2006, alla Mondadori. Si tratta di conferenze, interventi vari, bustinediminerva &c. Tra l’altro materiale preassunto, c’è un pezzo, l’unico che ho fatto in tempo a leggere per intero, circa la privatezza. Prima di tutto, non posso non compiacermi del fatto di aver usato la parola privatezza per anni, in luogo di privacy, credendo di fare una stramberia e ritrovandomi invece purista inconsapevole, quando i raffinati da me intrasentiti finora arrivavano tutt’al più a distinguere tra la pràivasi degli americani e la prìvasi degl’inglesi. Ciò detto, questo pezzo riguarda anche le pagine personali in rete. Ora, parlando con Misery, ormai parecchio fa, ho saputo che qualche sociologo, di cui rigorosamente NON ho presente il nome, ha fatto una distinzione abbastanza suggestiva tra il pubblico che invade il privato (problema dell’altroieri) e privato che invade il pubblico (problema attuale: per esempio, almeno potenzialmente, i blog). Non mi sarebbe venuto in mente se non avessi sentito che al saggino di Eco manca proprio un filo di chiarezza in questo senso. Circa le pagine personali, Eco cita l’esempio di quel tale che ha esposto la fotografia del suo colon (scattata ovviamente durante un’endoscopia), sbilanciandosi anche sulle motivazioni psicologiche plausibilmente sottese: un vuoto, ovviamente, di affetti e di attenzione da parte altrui, &c. Io, invece, mi chiedo come diavolo sia possibile maturare un’opinione su un gesto del genere. Probabilmente non c’è nessun vuoto e nessun malessere. A titolo di esempio, Eco ha mostrato compiacenza nei confronti della cultura "bassa" (giungendo a conclusioni che sono ormai moneta corrente tra gl’infarinati di cultura); ma comincio a sospettare che gli sia sfuggito che i consumatori di intrattenimento non crede affatto che Topolino è all’altezza della serie del guanto di Klinger piuttosto che della Sistina: se ne frega e dell’uno e dell’altra e dell’altra ancora. E ritiene che il proprio colon sia al centro dell’universo — che è comunque una convinzione di per sé difficile da scuotere.

CCII. Non è per vantarmi.

10 Feb

CCII. Non è per vantarmi, ma oggi è proprio una bella giornata.

CCI. Qualcuno

10 Feb

ha letto sulla Stampa di oggi l’articolo di Massimo Gramellini sui torinesi che piangono in occasione delle Olimpiadi?

CC. Bloggo.

10 Feb

CC.

Bloggo
gravido
d’aure
al ciel
sospinto.

CXCIX. Extreme tracking.

9 Feb

CXCIX. Grazie ad extreme tracking adesso posso dilettarmi a vedere da dove provengono (dove come città, dico) i miei visitatori. Sono diversi i torinesi, ma qualcuno si connette anche da Collegno. Uno è di Napoli, un altro è di San Giorgio a Cremano. Uno si connette da una località con un nome stranissimo, che adesso voglio scoprire dove si trova esattamente, Procoio Nuovo.

CXCVIII. D’altra parte,

9 Feb

l’idea di scrivere di cose diverse da quelle che vivo, ultimamente, mi mette a disagio. Potrebbe essere di sprone, ma di fatto è deprimente.

CXCVII. …

9 Feb

CXCVII. Non ho voglia di scrivere un caz. Non ho voglia, cioè, di scrivere le cose che ho in testa, che sono poche e noiose. Vorrei far cambio di cervello con qualcuno, o far diventare il mio una di quei registri-dati che inghiottono solo ed esclusivamente dati e fatti. Le impressioni e le più esplicite risonanze delle cose mi nauseano.

(CXCVI. Anche se

8 Feb

non è che mi occorra a qualcosa. E’ solo per farmi un’idea).

CXCV. Forse non era tanto brutto.

8 Feb

CXCV. Per dovere di esattezza, il rumeno di cui mi si diceva ha un’aria, più che rumena, maghrebina; e — ma potrei sbagliarmi dato che sono cecato — forse non è tanto brutto come mi si diceva (ma c’è tanta gente che proprio non ha gusto). Speriamo si faccia rivedere a breve, così mi certifico.

CXCIV. Ah,

7 Feb

ho la morte nel cuore. Non mi sento particolarmente agitato, anzi pieno di una tranquilla disperazione. L’unica cosa che mi consoli, costantemente, di ogni eventuale prossima batosta, è l’idea che tanto, prima o dopo, in un modo o nell’altro, per un motivo o per l’altro, tuttociò — finalmente — finisce. Ma mi sto chiedendo che cosa dovrei provare all’idea che tuttociò finirebbe anche qualora fosse di gran lunga meglio di com’è. (Ho notato, all’ultimo scontro avuto, che proprio i nervi non rispondono. E pensare che là fuori è pure peggio!).

CXCIII. Secondo me,

7 Feb

Sirenetta, quando esprimevi diffidenza verso quel robo di heracleum, o herakleum, o haeraclaeum o come kazzo si dice, avevi torto, torto, torto. E’ molto ispirante, invece. Grazie alle ultime cose apparsevi (oggi) ho potuto aggiungere tutto quel popo’ di robaccia che adesso si trova in fondo alla pagina.

E scusatemi se è poco.

CXCII. Il mendicante (o clochard propriamente detto).

5 Feb

CXCII. Mentre la città (che poi sarebbe Torino) si trasformava in un lunapark per vecchiette, con sbandieratori con problemi psicomotorii in via Roma, e una sorta di gran ballo dei paralitici di Francia improvvisato in mezzo a via Micca (sull’aria della marcia di Radeschi, peraltro), io mi trovavo in via Vado (notato? "via-vado" / "vado-via". Mah), sul davanti della modernissima chiesa che lì sorge, e che serve quella parte di Mirafiori — la quale, stando all’affluenza di ieri sera e di stamani, deve avere grandi esigenze spirituali. Il prete è moderno, si chiama don Giorgio, ha la faccia da zio stronzo e fa spaventare i bambini facendoli roteare in aria come nel gioco del pupazzo, o la ninnananna di Karlsson-sul-tetto. Opportunanda mi aveva dato quest’opportunità (giusta il nome), quella di guadagnare qualche soldino, per una volta, da autentico clochard; in effetti, il clocher o tour de la cloche è presente, moderno anch’esso, non molto più alto dei tetti delle brutte case circostanti; e io sotto la moderna tettoia, davanti alla porta a vetri affumicati, come un coglionazzo.

Con un banchetto davanti, e degli Scarp de’ Tenis (finirò col bombardare la redazione — solo per questo varrebbe la pena di andare a Milano) poggiativi sopra. Avrei più che volentieri rifiutato, ma sta di fatto che il mese scorso, per mia dimenticanza, non ho terminato la distribuzione degli Scarp de’ Tenis (e ridàje), e mi sentivo in colpa. Così ho accettato di "sostituire" il sig. E., un gentile vecchietto che conosco di vista, cioè non conosco sostanzialmente affatto, il quale (come mi ha detto un maghrebino che da quindici anni è fisso davanti al cancello a chiedere l’elemosina nell’orario delle messe — hanno anche un orario generale, dico ad uso barboni, mi ha promesso di portarmene una copia, così mi regolo e guadagno di più…) ha sempre fatto ottimi affari, qui. Mi hanno detto (la responsabile di Opportunanda, il maghrebino, e una cordialissima, odiosissima signora ossigenata che mi ha parlato oggi) di non farmi illusioni, "ancora non ti conoscono", quindi diffidano. "Tu racconta la tua storia, di’ che sei per dormitorii, di’ che hai bisogno per mangiare la sera — mi raccomando la sera, perché sanno che di giorno ci sono le mense", mi ha istruito la responsabile. La signora bionda, sempre con quel sorriso a cazzo, mi chiede: "Ma intendi venire anche il mese prossimo, e gli altri mesi?". "Ma", esito. Quando è uscita, quasi per ultima, dalla messa, mi ha detto, con un sorriso a cazzo doppio: "Eh, chissà che non ci si veda anche nei prossimi mesi", piantandomi in mano tre euri.

Questo giusto per venire incontro (pareva fatto apposta, guarda te) a quel tale (che poi è mondocane, tanto per intenderci), che ci teneva tanto che io chiedessi l’elemosina. "Perché non chiedi l’elemosina?", mi aveva chiesto. Perché nessuno me l’ha mai proposto, tutto qui.

La giornata di ieri è andata male (5 copie vendute, ma il maghrebino mi rincuorava, che avessi pazienza, era la prima volta), e purtroppo è andata maluccio anche oggi, nonostante fosse domenica e ci fossero tre messe: 5, 5 e 11 copie in tutto. Insomma, un miglioramento è visibile ma non vistoso. Il maghrebino stavolta si è incazzato moltissimo: "Allora non venire più! Almeno dieci copie a botta!! Ma così…". Mi sono sorbito l’eco di ben tre messe, con quelle canzoncine dolciastre cantate dalla boyband e dal coretto seminfantile (dico semi- perché mi pare di aver intravisto anche una gobba di mezz’età, ma poteva anche essere un’adolescente straordinariamente cessa, attraverso il vetro oscurato si vedeva male) e il barbottìo indistinto della predica amplificata. La messa è spettacolo, per quanto la modernità, ho l’impressione, paia talora volerlo far dimenticare; ma stranamente su me (che ne ho viste pochissime, di messe) ha avuto sempre un effetto lacerante: non conosco nessuna istituzione più deprimente, asfittica, pateticamente e irrimediabilmente brutta. Secondo me uno che va a messa ha qualcosa di storto, di sinistro. Ammenoché non sia implicato per ragioni professionali, come suora o sacerdote, almeno laicamente. Ma uno che va a messa non promette niente di buono. Forse perché il momento di maggior contatto col sacro fa risaltare senza più alcun’ombra di dubbio quanto la stragrande maggioranza delle persone non lo senta affatto, né (per quanto si sforzi di parere di sforzarsi di sentirlo) si sforzi di sentirlo.

Non è tutto così spiritualmente morto, beninteso; anzi, un momento di vero sacro c’è stato: il padre nostro. Devo dire che il pubblico è formato, va da sé, in parte consistente da vecchiette; ma c’erano anche molti giovani, e giovani coppie, e bambini. In quel momento tacevano tanto il coro dalle e strette quanto il parroco alla mano, e le madri e i figli, e si sentiva solo un coro di ranocchie contrite che croassava volenterosamente padre nosctro che sciei nei tsceli: è l’unico momento che, lo dico di tutte le (poche, ripeto) volte che mi sono accostato a una chiesa in orario di messa, sono riuscito grosso modo ad intuire che cosa voglia dire una preghiera; proprio perché è il momento in cui la chiesa è tutta in mano alle vecchiette, che conoscono il dolore e la fatica dei giorni, penano a mettere un passo davanti all’altro e sentono intronarsi nelle orecchie tre fucine d’Efesto ogni volta che la badante o il nipote, stirandole per il braccino stecchito, le trascinano impazienti fuori casa; sognano spesso l’inferno, hanno paure micidiali, e sono in grado (teste Giordano Bruno) di scagliare le più temibili maledizioni che possano colpire udito e cuore umano. Forse lo squallore atroce delle messe dipende proprio da quello che la chiesa deve, credo, considerare un’autentica fortuna, e cioè l’afflusso dei giovani, o comunque dei non-vecchi. Io, appunto, non ho capìto come facciano i diciotto/vent’anni d’età e l’andare in chiesa a strappare a qualunque logica quello straccio di compossibilità che pure, per essere possibilità, devono avere. Così, le chiese semivuote sono visitate più volentieri dallo spirito santo; e così via.

CXCI. Afasia.

4 Feb

CXCI. Ho avuto sempre scarsissima comprensione nei confronti degli scrittori che nun ponno scrive. Mi hanno sempre fatto rabbia, e, confesso apertamente, li ho sempre disprezzati. Esserci arrivato per altre vie (presumo, anzi, ne sono convinto, è una cosa patente, vistosa) non mi mette al riparo dal disprezzo che provo nei confronti di me stesso per essere, ormai, parte del detestabile novero1.

Ecco, sono già diventato un aforista.

Che schifo.

1Qualcosa mi trascina sempre verso il secolo scorso. Per questo rimpiango il secolo scorso, perché allora tendevo a due secoli fa.

CXC. Mi piacerebbe

4 Feb

molto scrivere a nastro continuo, essere di quei chiacchieroni che buttano fuori tutto e sùbito. Ma dopo la parentesi di garrulità (forse necessaria) che mi colse qualche annetto fa, scrivere mi costa dubbii e talora anche pena. Non mi fido a buttare fuori tutto e sùbito (ma non ho ancora deciso se faccio bene o male a non fidarmi).

CLXXXIX. Lavori in corso.

4 Feb

CLXXXIX. Appunto, intendo tornare sul pezzullone, ma dal momento che si tratta di maturare, strada scrivendo, anche una certa consapevolezza (altrimenti che cosa scriverei a fare?), e la consapevolezza è amarezza & fatica, allora credo ci metterò un po’. Poi posterò.

CLXXXVIII. Mi piace

3 Feb

dedicare un apposito post al ritorno di azu, o i. che dirsivòglia.

CLXXXVII. Avevo scritto

3 Feb

una lunga cosa riguardante gli ultimi giorni, quando sono stato ospite occasionale di una persona che mi ha raccolto sulla scalinata anteriore della Civica, essendo una cosa un po’ straordinaria, rispetto alla routine, ma si vede che non è stata abbastanza straordinaria da ispirarmi minimamente: il noioso pezzullone, ho avuto agio di rileggerlo prima di pubblicarlo, e mi sono visto costretto a cestinarlo definitivamente, e con sollievo, appena mi sono reso conto che merda fosse.

In compenso, in mia assenza, un giovane che ha appena cominciato a frequentare, con parsimonia, i dormitorii (normalmente dorme in via Roma), ha avuto un litigio con una coppia di gay rumeni impegnati in un laborioso petting (causa del litigio, ovviamente) nella sua stessa unità abitativa alla Colletta. Ha avuto la peggio, ed è stato costretto a sloggiare alle 2.00 del mattino. Ma la mia invidia è notevolmente diminuita quando a domanda mi è stato risposto che i due erano irrimediabilmente di brutto aspetto. Peccato. (Non vedo due gay che limonano dal settembre di due anni fa, fu la mia prima visione torinese, su una panchina davanti alla mia in una via non distante dalla stazione di Porta Nuova. Ma erano bruttissimi anche quelli, sfatti e tutti a sbrendoli).

CLXXXVI. Il post più brutto in assoluto (o quasi).

3 Feb

CLXXXVI. La cosa più bella secondomé non l’ho trovata. Dico (quasi) per correttezza. Avrei dovuto passare la Rete, e tutti i blog ospitativi per esserne certo — mentre è una questione meramente intuitiva. Non so, ma so ugualmente che in nessun blog di quattordicenni solitarie, casalinghe devastate dall’odio contro il mondo, nostalgici imperfettamente rasati e minchioni e minchionesse varie può trovarsi alcunché di equivalente a questa puzzolente poesiola, ma sarà poi una poesiola?, non solo perché è scritta male (ed è scritta male), non solo perché è razzista (perché è razzista), ma per una serie di piccoli nonsoché che però so — che la rendono così genuinamente sordida e, appunto, rivoltantemente fetida. Sarà la paroletta "tradizione"? Sarà che la suora destinataria ha la coppola azzurra e, soprattutto, i denti gialli? La si trova qui: http://www.artifiziale.splinder.com. Blog fortunatissimo, in passato ricco di interventini ed interventoni eruditi, ma anche no, ora ripetitivo e ricicciato, e ulteriormente sporcato da provocazioni destrorse stile anni Cinquanta (credo di aver capìto che l’owner non sta bene di salute, ma comunque sia non sono kazzi miei); rimasto chiuso per pochi giorni, è stato adesso adesso riaperto (appositamente per produrre questa meraviglia?). E’ il componimento alla suora del Bangladesh (non riesco a dare un link più preciso, ma anche se ci fossero difficoltà a trovarla non importa), comunque.