CLXXVII. Ho scoperto

6 Gen

chi è stato, adesso mi sento un po’ più tranquillo. Niente, si tratta dello stesso individuo (in fondo non è nient’altro che logico) che ho visto aggirarsi intorno al tavolo quella sera che mi sono allontanato. E’ un ambiente in cui è difficile giustificare cose come tenere un diario, o scrivere frequentemente. Oltre al fatto che, credo, anche nel Breviario dei politici si dice che quando si viaggia, o si è in casa d’altri, o in qualunque altra situazione consimile, non è affatto consigliabile farsi vedere a scrivere. Se proprio non può farsene a meno, farlo in segreto — possibilmente senza farsi cogliere sul fatto, ciò che avrebbe il potere di destare i sospetti come non potrebbe il farsi apertamente vedere a scrivere. In effetti la tentazione di considerare mentecatti tutti i frequentatori di case di accoglienza notturna è forte; e anche quella, del tutto conseguente, di considerarli troppo paranoici per capire qualcosa. In realtà (ciò di cui non mi ero reso conto finora), la diffidenza nei confronti di chiunque tenga regolarmente un diario in un ambiente grosso modo chiuso non ha niente di anormale. Il fatto che io non avrei più problemi a convivere con un notista che ad essere tale non fa testo. Anche perché io sono un paranoico al contrario, io sono convinto che la gente mi sopporti. Mentre invece deve sopportarmi; nel senso che ci è tenuta, obbligata. Che è un altro conto.

Si tratta di uno storpio, un relitto umano, deforme dentro e fuori, in sé leccaculo e ruffiano, che tuttavia passa la quasi totalità delle serate a ringhiare contro questo e quello negli angoli. E’ molto fastidioso. Da quando c’è è onnipresente, in corridoio, davanti alla tivvù, al cesso, lo trovi dovunque, attacca bottone con chiunque, sparla di chiunque, vien voglia di soffocarlo con un cuscino, o di fargli bere una secchia di acido muriatico. Aveva sì tentato di attaccare bottone un paio di volte, nei giorni passati, ma provavo una ripugnanza così viva che non potevo, non ce la facevo a rivolgergli la parola senza farmi venire il dolore ne’ visceri. Dev’essersi risentito. La prova? E’ un paio di volte di troppo che lo sento esprimere fastidio perché scrivo — quando mi vede scrivere, ovvio. Oltreché "coglione" mi ha definito (non direttamente; ho provato, anzi, a chiedergli: "Ma cellà con me, percaso?", ma mi ha sempre risposto: "No, no, io parlavo con quest’altro…", quindi è anche meschino e vigliacco, vel cacasotto) "poliziotto", o "sbiro". Insomma, crede che lo stia tenendo sotto osservazione. Gliela do io.

Allora, si tratta, o no, di trovare un condegno contrappasso? Ripeto, l’idea di ricercare i modi e le vie di procurare un disagio/dolore quanto più possibile simile al mio mi pare ributtantissima per le ragioni già dette; non riconosco nessuna analogia tra il mio sistema nervoso e quello di questo povero (povero, in fondo; povero, sì, ma nocivo, come molte forme di vita a un bassissimo stadio evolutivo) essere inferiore. Sono tenuto, per ragioni di dignità e di rispetto verso me stesso, a non stabilire falsi paralleli, che mi avviliscono. Per cui non credo proprio sia il caso di andare a cercare quella "tortura della goccia" che mi proponeva l’operatrice. Credo di avere l’obbligo di comportarmi diversamente. Un po’ del contrappasso c’è, volendo; da una parte, il gesto, vigliacco, meschino, infame, mi ha colto di sorpresa; e anche la mia può essere vista come una sorpresa (è, di fatto, una sorpresa). Ma le analogie finiscono qui. [Ho cambiato idea, radicalmente, tra ieri mattina e ieri sera: non si tratta di stabilire alcunché su un piano di parità; si tratta di prendermi una volgarissima soddisfazione personale. Se quel coso soffre, io godo. Tutto qui].

Come ho deciso questa notte (la mia prima intenzione era quella di agire sùbito, poi ho desistito per via di un po’ di movimento, un po’ più del consueto, che c’è stato fin dopo l’una — e poi era recente una sua provocazione, io preferisco che la tempesta sia annunciata da una congrua quiete), l’idea è di entrare nella sua camera, verso le 3.00, le 4.00 — ‘sti barbonazzi soffrono tutti d’insonnia, ma a quell’ora dorme chiunque –, e, senza meno, scoprirlo, afferrarlo per i piedi, trascinarlo in corridoio e saltargli a piè pari sullo stomaco finché qualcosa (e magari anche più di qualcosa) si rompe. Una cosa semplicissima. Finirò buttato fuori, ma deve essere la cosa più plateale, più distruttiva che mi riesce.

Tutto qui.

Non vedo l’ora che arrivi stasera.

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