CLXVIII. A margine de

24 Dic

Si tratta di un testo che sto leggendo con attenzione; e su cui conto di tornare più estesamente quanto prima, come abbia organizzato minimamente le idee su carta. Nel frattempo, segnalo l’edizione di cui mi servo, l’unica moderna (ovviamente): Scipione Errico, Le Guerre di Parnaso, a cura di Gino Rizzo, Argo ed., coll. "Biblioteca barocca" n° 3, Lecce 2004, pp. 107. Avvertenza: mi sono scritto addosso. Suppongo ci si capirà poco, ma tant’è.

Leggo:

"E perché è proprio del vino il far con ogni libertà manifestare gli occulti affetti del cuore, che per giusta ragione si devono tenere raffrenati e racchiusi, non solo i dozzinali, ma ancor i più principali poeti, dal furor di Bacco sospinti, or dello stivale, or della chitarra, or dell’archibugio, or della scrimia, or della salsiccia cantando, spiegavano i lor mal celati desiri", l. III ("… Bacco è fatto signor di Parnaso…"), p. 77.

La nota dice: "una degradata pluritematicità della lirica secentesca, ironicamente evocata ed attribuita ad avvinazzati poeti […]". E’ una notazione preziosa; proprio perché si recupera, della poesia berniesca, proprio l’aspetto insieme liberatorio e autocensorio d’un "parlare in cifra" (il mellone, la zucca, la fava…) apparentemente capriccioso, a nonsense, burchiellesco, di fatto licenzioso e ‘proibito’. Il dio cantato dal mariniano Nonno, ma anche l’enfant terrible di Euripide, ha il potere di far sorgere dalle profondità dell’animo desideri di cui è d’uopo dire che sono proibiti, inconfessati; e inconfessati perché inconfessabili, per l’appunto poibiti, da non esprimere perché da non provare. Come la sodomia, principalissimo desiderio proibito, che non ossessionò, per l’appunto, solo figure marginali, i ‘dozzinali’, ma anche, tra ‘i più principali’, lo stesso Marino, qui ritratto come guerriero feroce e volpino, il primo tra i poeti della sua età, il re del secolo. Ponendosi, solo tra i moderni (oggidiani) sulla scorta di Dioniso versus Apollo (e non solo e non necessariamente sulla scorta del sovraccarico Nonno di Panopoli, di cui il Marino non possiede né la potenza visionaria né la replezione), il Marino non fu quel "genio prepotente" che tutti sopravanzò, ma un grande sprigionatore di forze occulte, cioè un singolarissimo tipo di battistrada; non un genio volenteroso e stralunato, elfico, come un Puskin all’atto della rifondazione di tutta una letteratura finora fatto "privato", dilettantesco, salottiero, e remoto; o un ‘facchino di Pindo’, telamone sudoroso e ringhiante, distillatore (ma all’ingrosso!) di poison, come un Southey, fatto apposta per essere spremuto e gettato via (lui vivo — vicenda tristissima, amarissima) dai genii della generazione immediatamente successiva, Byron Shelley Keats; ma come figura, appunto, di stregone-evocatore, impossibilitato ad essere, per la natura stessa delle forze sprigionate e in parziale misura maneggiate, totalmente stregone bianco come totalmente stregone nero; un mago dell’allusivo e dell’illusione, in grado di parare dinnanzi a sé, come uno schermo olografico, un’immagine struggente, febbrile, seducente non si sa se di sé o della poesia. Questo spiega l’infinita schiera di seguaci ed ammiratori, e insieme l’assenza di veri amici. L’amico intrinseco, che si firma svisceratamente suo, non vuole intrinsechezza nessuna, in realtà; si compiace d’ombre, di larve — di lemuri, dallo sguardo sfuggente, fascinatore e immancabilmente sinistro. L’Achillini si mostra addirittura sazio delle sue manierone bizzarre, commosse e confusionarie — tanto questo scafatissimo avvocato sapeva l’arte di figurare scapatissimo pasticcione alle prese con le sue metaforone, o traslatoni! — quando, con strana effusione, sorvabondante dolcezza, intona la cantilena d’invito in villa all’intrinseco Marino; altrettanto sbrigativo, addirittura indispettito, volutamente sarcastico, risponde alla risentitissima, tonante missiva del Marino reduce dall’attentato del Murtola (I febbraio 1609); tanto sbrigativo, superficiale, e di nuovo infastidito (si percepisce) risponderà al Preti quando gli annuncerà disperatamente della morte dell’intrinseco stesso. Il Marino che, mai stato tanto offeso in vita sua, mai tanto sicuro delle sue ragioni, presenta il conto ai contemporanei; il Marino che paga il suo debito alla terra — questo è inammissibile, essendo incompossibile con l’idoleggiato oggetto di quell’intrinsechezza — che poi è, come dicevo, tutta quanta estrinsechezza, semmai, come si conviene al predicatore dell’estenuazione amorosa, al cantore degli amori di pesci, al descrittore d’interni d’astrattissima eleganza, all’auscultatore delle voci più inconsuete e tenui, sfuggenti, incorporee o disincarnate. E’ l’incorporeo, il musicale, lo sfuggente — e l’oscuro, il lùbrico, l’acqueo, il sinistro della sua personalità panica, riflessa sorprendentemente in quel suo volto di fauno cortigiano, angoloso, lemùreo, alieno, — MA con licenza de’ superiori, e all’ombra dei gigli d’oro, &c., che affascinarono potentemente l’Europa coeva.

Le Guerre di Parnaso sono, appunto, un esempio di letteratura di Parnaso. Cioè si tratta grosso modo di un romanzo, per la precisione in quattro libri, che dovevano costituire la prima parte di un romanzo più ampio (ma la seconda parte, continuamente annunciata, non fu mai scritta, forse per più gravi cure dell’autore, forse per raggiunti limiti d’età per quanto riguardava certi motivi ed eventi della cultura, ormai non più contemporanea ma sistemata a sua volta all’interno di una storia letteraria che deve pur sistematizzare, smussare, spegnere — forse per ambo i motivi). Gli spunti critici non sono proposti come indagine, ma come trama; esiste anche un’ambientazione, ovviamente, e su sfondi talora descritti si muovono autori di ogni età, sorpresi in quotidiano commercio, quasi fossero tutti contemporanei. Ora, queste Guerre si svolgono quasi interamente sullo sfondo cupo e allucinato di una perpetua notte profonda, e sono guerre vere (giusta il meccanismo di letteralizzazione, reificazione, del dato metaforico — per cui la disputa si trasforma in duello — ma non era vera la pistola che il Murtola scaricò addosso al Marino, a suo tempo? Non erano vere le spade con cui il Davila trafisse lo Stigliani, con cui lo Stigliani azzoppò il Davila?), intramezzate di litigiose ambasciate e sacrifici cruenti; il riposo del guerriero è uno scatenato ribollire orgiastico di "occulti affetti del cuore" (ma non è il cuore di zucchero dei confettieri arcadi), di quelli "che per giusta ragione si devono tenere raffrenati e racchiusi". Questa violenta trivialità parentirsa non travolge solo "i più dozzinali", cioè i più sprovveduti, e quindi meno spiritualmente educati e raffinati / rifiniti / raffrenati; ma anche "i più principali", tra cui principalissimo è il Marino, di cui è occultamente citato, in pole-position, il capitolo "dello stivale", pseudoberniesco (ma che più pseudo- non si poteva), riportato per noi contemporanei primamente da Borzelli 1898, ma verosimilmente noto in soverchiante copia di copie manoscritte prima di giungere ad arricchire dei più inebrianti, potenti tossici il cumulo di "escrementi d’ostrica" (che pure, rammenta l’editore secentista, sono perle) di qualche mazzetto d’extravaganti.

Ed è poi, quel capitolo "dello stivale", il più precoce e bello e liricamente intenso, illustre e preciso esempio di descrizione di erotismo (?) feticista che si sia mai dato; segno (non incontroverso) di come si possano diversamente identificare i fastidii espressi a Lorenzo Scoto 1615 per i molti non-cavalieri tuttavia stivalati incontrati in Francia — come dire: benissimo il corpo virile dai muscoli guizzanti fasciati / esaltati &c. &c. &c. da cuoio, pelle &c., ma uno che faccia risonare i tacchi dei grossi stivali, e non sia mai montato nemmeno in vespa aut scooter, che cos’altro è, se non un truzzo? — o più precisamente un tamarro; o (peggio ancora) un semplice ricchione? Ma quel capitolo è da leggere, con grande attenzione; è una specie di manuale.

"Benché alcuni di essi senza tanti simboli e figure, con semplici e proprie parole cantarono ciò che mal potevano tenere nascoso nel petto". La letteratura, col Marino (poiché il Marino fonda la modernità — come lo faccia è tutt’un altro pajo di maniche), rinasce come veicolo di pulsioni. — Con le pulsioni nasce il contraposito delle passioni, il pendolo inarrestabile dell’atrazione e della ripulsa, del trasporto e della nausea. E’ quello che ci fa uomini, a dispetto delle tentazioni quietiste, dal molinismo all’ "India" nirvanica. Céladon si vantò, di fronte al druido di turno, di aver raggiunto la perfetta pace: "Ho smesso di provare sentimenti", gli disse grosso modo il pastore galante. "Hai smesso di essere uomo", gli rispose all’incirca quel saggio.

Di qui, anche (in queste Guerre), la sceneggiata dello Zinani, alias Gabriel Zinani da Reggio nell’Emilia, che nello stesso 1623 dell’Adone e della Secchia parigina e della Babilonia distrutta dello stesso Errico, stampò un’Eracleide poema sacro-eroico per cui ebbe a sostenere le sue brave guerre contro il Bracciolini della Croce racquistata per ragioni di priorità (come anche, sempre col Bracciolini — l’altro faticatore tra le muse insieme all’Errico, per intenderci — lo stesso Tassoni); lo Zinani pornografico esplanatore / dichiaratore, ma proprio come simbolo, segnacolo vivente, del grande tabù / malattia del secolo. Il contraposito, lui, lo porta in faccia, metà dipinta di bianco, metà di nero; autore di un poema ed heroico e religioso che lo poneva insieme sulla linea del Tasso e in contrapposizione al maestro, aveva corredato i versi con una raffica di giudizi sull’opera, sotto pseudonimi, che alternandosi esaltavano la presente fatica al disopra del Gierusalemme, o la deprimevano tra gli esiti mediocri. Tutta opera di questo dozzinale (forse; chi l’ha più letto?) dolorante, spaccato in due tronconi. "Il tuo volto, in due diviso / m’innamora, e orror mi fa". La folla plaude e sghignazza al vedere questo Giano "al contrario" che ora commenda e ora tassa la propria Eracleide, la propria poesia, il proprio sé; ma alla fine è il suo stesso termine di paragone, anch’esso e a sua volta diviso tra il controverso Tasso e l’ufficiale mestierante Bracciolini, a finire la pagliacciata maledetta zeffonando il poeta, sdoppiato o diviso che fosse, con interiora marce e puzzolenti, tra i fischii e il lancio d’immondezze. Infatti, come ricorda il Maragoni prefacendo astrusamente la Sferza e il Tempio, le due operine più meccaniche dell’ingegner Marino, l’approccio splàncnico si adatta malissimo al Re del secolo, il più principale proprio perché il miglior accozzatore di segni, l’arma evocatrice dell’impartecipe (o del partecipe lucidissimo — ecco perché stregone, ecco perché oscuro, sinistro, forse malvagio); ma — l’Errico, che lo sa benissimo, ce lo fa capire con questa splendida giustapposizione — per i più dozzinali come questo Zinani da Reggio Emilia, tale divisione più splàncnica di così non poteva essere. Un professore del liceo teorizzava che Lucia Mondella e la Monaca di Monza reggevano poco, come personaggi, perché procedevano da due momenti di un personaggio solo, l’Abbesse de Castro di Stendhal. Questa divisione in due di un personaggio solo è segno di scarsa, fredda ispirazione. L’Errico non è giunto, purtroppo, a identificare Dioniso e il Marino; sarebbe stato un bel colpo, narrativamente — ma soprattutto criticamente. Dioniso sconvolge, ma non è mai ubriaco.

Comunque sia, l’Errico ha capìto bene la funzione del Marino in quel tempo di fondazione. E l’ha capìta, questo scrittore tutto sommato eccezionale, non solo perché ha visto e conosciuto i più principali e i più dozzinali confusi nel calderone indiscriminato della contemporaneità, ma perché ha occupato, in quel contesto, una posizione piuttosto unica, quella anfibia del più dozzinale tra i principali e del più principale tra i dozzinali: ingegnere e fabbro anche lui, anche lui ambizioso ragionatore in poesia, ma pure scrittore sempre scosso dall’emozione, sempre partecipe. Dunque non un incantatore a freddo, non un principio informatore, ma il miglior recettore del marinismo "ortodosso", ben distinto dal "rancido pastone" etc. etc. da diversi decenni, ormai. Dove l’arte mariniana è per lui quel purissimo distillato, immune da calce, che possa preservargli dai guasti l’intestino.

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