CLX. La satira che mi piace.

4 Dic

CLX. La Sirenetta mi fa giustamente notare che ho parlato più della satira che non mi piace che della satira che mi piace. In questi termini (riporto il suo ultimo commento):

ma poi ce ne parli della satira che ti piace? perchè se uno scopo c’è nella satira, è quello di "smitizzare" il male, il brutto, l’ingiusto. Renderlo umano, umanamente ridicolo, umanamente incoerente, umanamente piccino e quindi meno difficile da combattere. no?
splash!

Questa è un’interpretazione della satira, e non una definizione accettabile in tutti i casi. Ho fatto riferimento al filone oraziano, e la satira oraziana, per esempio, non se la prende coi grandi mali, o col Male assoluto, ma più che altro coi difetti delle persone che si vede intorno, osservando i quali si salva, o si sente salvo.
 
Questo aspetto della satira, l’aspetto — dico — smitizzante, per usare la definizione della Sirenetta, è una caratteristica di un certo tipo di satira, quella politica, e soprattutto della satira politica come si è fatta negli ultimi decenni, in questo paese. Un paese nel quale sono successe molte cose che, in sé e per sé, si può dire non facessero e non facciano (sor)ridere affatto, e che la satira ha reso più a portata. Una satira che è stata prima grosso modo ‘giornalistica’, e poi è diventata, fino alle epurazioni, televisiva. Sono stati scritti, in merito, volumi numerosi e grossi, che ho tutt’al più distrattamente sfogliato. Non ho niente (ci mancherebbe) da aggiungere a quello che è stato detto su quello che è stato fatto contro Beppe Grillo o Sabina Guzzanti; e non solo perché non conosco quasi nulla dei retroscena, ma anche e soprattutto perché è difficilissimo afferrare esattamente, coi satiristi contemporanei, quello che vogliono.
Credo abbia loro nociuto, in particolar modo, un continuo oscillare tra la tentazione della comicità pura (la Guzzanti soprattutto) e il sincero sdegno, che ha portato inconsultamente uno stile, sia pure acciabattatamente, tribunizio a convivere forzatamente con la gag bien faite, &c. . In primo luogo, si tratta di personalità che devono per forza di cose parte ponderosa della loro formazione, e quindi della loro retorica, alla televisione; e la televisione non sembra favorire la mescidazione dei generi, inquantoché il suo stile comunicativo tende a porsi ‘di qua’ da ogni discorso minimamente organizzato, e quindi anche rispetto ad ogni mescolanza di tali discorsi minimamente organizzati tra loro. Non è affatto obbligatorio che Beppe Grillo o Pinco Pinchetta firmino con me un contratto in cui dev’essermi garantito che nella prossima mezz’ora riderò a crepapelle, ovvero che mi romperò maestosamente i coglioni; è un dato di fatto che si può passare dal riso al pianto alla riflessione a Xxx (anzi: avercene — e questo è proprio l’ufficio, in generale, della satira), ma bisogna saperlo fare.
 
Credo ci si debba decidere bene, in primis, sul ruolo che si deve avere. Attore/imitatore o giornalista/opinionista o politico/predicatore, &c. Quello che si deve mescolare sono, semmai, i generi tra loro; non le arti e i mestieri.
 
Quello che mi chiedo è: Che bisogno ha il male di essere smitizzato? E’ la mitizzazione del male l’aspetto che rende il male tanto malvagio? O sennò mi piacerebbe sapere qualcosa di più preciso. Un male grande e grosso diventa minore grazie all’understatement? A livello di esemplificazione, che vantaggio c’è/ci sarebbe nel rendere ridicolo un mostro, un mistificatore, un affamatore? Dal ridicolo alla simpatia il passo è breve. Siamo sicuri che è proprio quello che ci serve? E se ci serve, a che cosa serve? Serve a qualcosa di buono? Si capisce più precisamente, invece, che secondo te la satira dovrebbe avere una funzione di servizio tutt’affatto morale, e anche questo, tutto sommato, non è così fondamentale. Nel senso che la finalità può anche essere morale (in senso lato certamente), ma i mezzi non sono, affatto, l’edulcorazione e l’understatement. Il riso della satira è aggressivo, graffiante — ma persino, anche, insopportabilmente volgare, o addirittura immondo, come càpita spesso, per esempio, con uno che peraltro ci sapeva fare come Aristofane. Mi sembra che la satira come la vedi tu consista in una sorta di predigestione di bocconi troppo amari. Oggi, probabilmente, è così, e anzi sono abbastanza portato a crederlo; ma è leggermente umiliante la prospettiva del satirista che fa incetta degli errori/orrori altrui per ridurli in scala 1000:1 e, così ridotti, sottoporli infiocchettati all’attenzione del pubblico. La satira si salva se è un non tenerla più, secondo me.
***
Quello che dicevo sulla satira ‘che non mi piace’ non può essere riferito più a questo che a quell’autore; non m’interessa nemmeno arrivare ad isolare questa o quell’opera, o questa o quella tipologia di satira che, secondo me, ‘non vanno’. Prima di tutto non è possibile. Secondo, sarebbe soprattutto inutile, perché a me interessa, in questo caso, focalizzare l’attenzione sull’intenzione originaria. Che nel caso di un genere fatto di generi diversi dev’essere assolutamente chiara, adamantina, qualcosa che vada diritto allo scopo. Quale sia lo scopo non importa; l’importante è che sia chiaro e definito. E’ un aspetto che vale per qualunque tipo di comunicazione, ma per la satira è fondamentale. Anche questo mio procedere col cervello a ciabatta, per esempio, è ‘satirico’ nel senso di satura lanx, ma di fatto non so sempre dove andrò a parare. Stile satirico è anche quello degli Essais di Montaigne, che sembrano discorsi a vanvera e invece non sono a vanvera affatto. Per converso, le Satire propriamente intese del Maggi sono espressione di confusione mentale, procedente forse da magagne morali insuperabili. La confusione mentale è la protagonista, per esempio, anche del Philander di Moscherosch, ma essa confusione è definita con tale lucidità che il romanzo è un capolavoro. Lo stesso era valso per i precedenti Sogni di Quevedo — è tutta letteratura ‘satirica’. Satirica, nel complesso, e perciò definita ‘Comedia’, è l’opera più importante di Dante. Il quale, come tutti gli altri meno bene di lui, si serve di tanti mezzi per trascendere una materia impervia com’è il significato della propria vita, e il giudizio di tutto quello che l’ha riguardata, da vicino e da lontano. Non è un’analisi, è il frutto di un’analisi (lucidissima). La satira è il genere non-genere delle opere più ambiziose che mai siano state scritte. Non può essere ridotta all’attualità giornalistico-televisiva, e non può nemmeno essere considerata come un puro fatto retorico di scomposizione e ricomposizione. La satira nasce quando la retorica, sotto pressioni inaudite da parte del sig. DevoDire, esplode. In fatto di satira politica dovrebbe essere così. Ma qui corre l’obbligo di capire se tale voler dire è in senso artistico o puramente ‘di servizio’, e quindi orientativo / indicativo / informativo. Se la bellezza rimane, nonostante tutto, la cosa da salvare, allora si può avere una satira bella; sennò si può avere, tutt’al più, qualche imitazione azzeccata, qualche barzelletta simpatica, qualche discorso convincente, ma niente a tenere insieme e a dare un senso a tutto questo.
[Credo che un discorso sufficientemente approfondito sulla satira sia un grande antidoto all’idea perniciosa che le meccaniche legate alla comunicazione (dalla rettorica alle strategie comunicative) servano veramente a crearsi il ‘da dire’. Quello, come sempre, o si ha o non si ha — potrebbe essere un ulteriore spunto da sviluppare…].
Annunci

Esprimi pure (prego) la Tua garbata opinione!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: