Archivio | 15:31

CLIX. Fasti.

3 Dic

CLIX. Qui, dove ci si riferisce alla ‘prima edizione …in Internet’ dei Fasti, ci si riferisce a una vecchia fatica del sottoscritto per LiberLiber. (Ci sono anche varie citazioni da quello che lo stesso copiazzò a suo tempo).

🙂

CLVIII. Prendendo spunto da quello che ho scritto l’ultima volta.

3 Dic

CLVIII. Il discorso sulla satira (dat che è diventato un discorso sulla satira) continua qui. La scrittura è tutta ‘di conseguenza’ rispetto alla realtà che rappresenta, volendo: prima viene la realtà, e di conseguenza c’è la scrittura, che tenta o di riprodurla o di ridefinirla in un senso o nell’altro. Ma nel caso della satira questo aspetto di dipendenza è ancora piu’ esplicito. Sotto il nome di "satira" si mettono diverse cose, oggi come oggi: attualmente la satira è identifica abbastanza strettamente con l’imitazione (a prevalente livello televisivo o generalmente spettacolare), che è la forma meno creativa di creazione; o con il giudizio in materia politico-sociale, espresso in maniera piu’ o meno spiritosa e/o aggressiva (questo sia a livello spettacolare che per quant riguarda la scrittura). Per quanto riguarda le origini, ci si rifà al satura tota nostra per dire che la satira (anzi satura, da satura lanx, "piatto pieno" di varie cose — stile ‘a grottesca’, capriccioso, &c.) è di origini tutt’affatto latine. Tralasciamo il fatto che il Settembrini (giustamente, stando a quello che anche la storiografia letteraria attuale tende a riferire) fa risalire anch’essa ai Greci, e a quell’Archiloco che con un carme uccise un amico traditore, che cos’è la satira? E’ composizione di materiali disparati, cioè necessariamente preesistenti, e non solo: riconoscibili come tali. Talune edizioni francesi di Molière riportano schemini che dimostrano come la tal scena dell’Avaro o del Misantropo derivino direttamente da questa o quella fonte antica o moderna; per certi versi è indispensabile saperlo, ma in ultima analisi non dice nulla rispetto al testo, se non a patto di considerarlo un passo indietro rispetto al procedimento molieriano, che consiste appunto nell’utilizzare quanto di meglio gli porge la tradizione per creare delle totalità in cui non si scorgono fratture interne. Teoricamente, invece, lo stile a satira è lo stile del pasticcio, e la sua precipuità deve risiedere proprio nella compositezza, nella vistosità delle fratture tra una parte e l’altra. Essa non è un genere autonomo se non in quanto è un genere per definizione misto e non identificabile con nessun genere in particolare. Da una parte il satirico è determinante per la contemporaneità perché prefigura e prepara quell’annullamento dei generi tramite l’ "impurità" massima, cioè la convivenza, idealmente, di qualunque genere in un testo solo; ma si pone, rispetto all’ideale contemporaneo, in totale discrasia per quanto riguarda il suo aspetto esibitamente composito, nel suo dover presentarsi come ammasso di frammenti di svariata provenienza. Non, quindi, necessariamente di un solo autore, di un solo e coerente gruppo di testi (anzi), &c. Nessuno può vantare di avere il monopolio di un non-genere come questo, perché ha poco di molto invidiabile, e troppo di poco invidiabile. Vedere la cultura romana come la conseguenza della cultura greca, forse, doveva portare ad esaltare un prodotto così tipicamente decadente — ma questo è un altro discorso.

Dicevo: che cosa c’è di apprezzabile, in fondo, in quello che può dirci qualcuno che, piu’ o meno elegantemente, si fa beffe di qualcun altro? E’ vero che ‘non è giusto’, ma ci sono tante cose che non sono giuste eppure non sono meno belle. Poniamo, il talento è iniquamente ripartito tra gli uomini, eppure i frutti del talento, dato che talento ci sia, sono belli. Il fatto non è tanto che sia crudele, antipatico, al fondo volgare farsi beffe di altri, quanto il fatto che, come ho notato, difficilmente o mai ci si fa beffe di qualcosa che meriti una rispettosa attenzione. Normalmente, quello su cui è portata la nostra divertita o disgustata attenzione è realmente qualcosa in cui c’è molto che non va. Tutto sta in come ci si pone. La pietà consente un igienico distacco; il riso, o il sorriso, da Orazio al Bagaglino e oltre, porta a una forma di profonda immersione nel male (latamente) che si sta indicando, tanto, nei casi meno moralmente agguerriti, da fondersi completamente con esso. La satira in questa peculiare accezione è in effetti, normalmente, una forma di autofagia inconsapevole. Tutta la satira volgare che deversano gli schermi televisivi nei finesettimana non è altro che questo; ma è tutto il filone oraziano, anche illustre, ad esserne piu’ o meno intaccato. Questa è la satira che non mi piace.