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CLVII. Tanto per scrivere qualcosa.

2 Dic

CLVII. Appunto. Nel senso che non ho niente di che da dire (scrivere), ma lo scrivo lo stesso. Niente di che retoricamente è una litote, la quale è parente dell’ironia, anche se l’ironia nella fattispecie può non esserci (ma noi postfreudiani senz’aver letto Freud, abituati a tre o quattro significati distinti a proposizione, che cosa cacchio possiamo saperne?); per l’appunto, si tratta di un rapporto di parentela, non di una sinonimia. La litote e l’ironia, dunque, sono solo parzialmente identificabili, e in particolare nell’esprimere un concetto tramite il suo contrario. La litote consiste in effetti in questo meccanismo; l’ironia è sicuramente ravvisabile quando si fonda su questo meccanismo, ma l’ironia non è un meccanismo, è un effetto. In quanto tale, può essere valutata (essendo, abbastanza pacificamente, di dubbissimo esito i processi alle intenzioni) solo in base al (mancato) raggiungimento dello scopo. Ciò che non è per nulla esatto, risedendo il bello dell’ironia proprio nel farsi scoprire il meno possibile dal diretto interlocutore.

Ciò che può farne una forma di comunicazione prevalentemente ad uso terzi, quando non è ad uso interno — e allora serve a tacitare qualche cattivo demone interno, e qui si lambisce il codice morale — oppure ad uso del diretto interlocutore, ma a danno del terzo, meglio ancora se presente e in ascolto. L’ironia è una forma di comunicazione profondamente schizofrenica, che tende all’autismo e all’estroversione insieme. Usa il wit per farsi notare e insieme per nascondersi. Prevalendo, rispetto ad altre forme di comunicazione ambigua e volutamente involuta, può essere vista come la porta di servizio dell’enigma. Tutto ciò che va sotto il nome di enigma, gioco di parole, ironia, crittogramma &c. potrebbe essere definito come ambiguità. E’ ambigua ogni forma di comunicazione che insieme copre e scopre.

Ma copre per coprire o per scoprire? Sta di fatto che, stando a quello che ho notato, ha scarsissime valenze euristiche: non rivela un tubo. Per questo i romanzi gialli, le istruzioni per l’uso e i verbali di polizia sono scritti in stile tanto piatto, o, come si diceva qualche tempo fa, ‘triviale’. Non solo, l’uso delle ambiguità è tanto più controindicato quanto più  si fa intenso: dato che almeno da qualche lettore svegliato e arguto deve pur essere capìta, quanto più si allontana dall’espressione comune tanto più necessita di ancorarsi all’ovvietà per quanto riguarda il concetto. E le ovvietà sono inutili; ed essendo inutili sono noiose. Ma tornando alla litote e all’ironia:  "Non è molto bello" può essere litote quando mi rivolgo a un commensale che ha sganciato un rutto da competizione dopo la degustazione delle îles flottantes, per esempio. Se invece mi trovo con l’interlocutore ad una mostra di fiamminghi e tra un "Guarda questo" ("Uh, che bello") e "Guarda quello" ("Uh, che bello") l’interlocutore mi fa voltare ad osservare un cestino della spazzatura rovesciato, e allora dico: "Non è molto bello", in questo caso c’è anche un’ombra di sorriso, e quindi dell’ironia.

L’ironia è il principio fondatore della satira. Ci sono libri interi che sono fondati su un unico principio retorico. Ogni epoca (soprattutto moderna) ha prediletto un genere retorico, una figura di pensiero in particolare; il Quattrocento l’ecfrasi, il Seicento il contraposito, l’Ottocento l’entimema. I classicismi, invece, si fondano sull’ironia. Orazio è ironico. L’Ariosto è ironico. Ogni classicismo è fondato su una scelta schifiltosa della materia da trattare, dell’espressione con cui trattarla, del vocabolario e della sintassi da impiegare. Inquantoché ogni classicismo è fondato sul concetto di superiore e di inferiore, che è indispensabile ad operare una scelta dei materiali e degli strumenti migliori in senso assoluto.

I più classici tra i classici sono superiori in ogni senso. L’opera di Orazio è espressione di superiorità assoluta. Nelle Satire è Orazio stesso ad essere al centro del discorso, e la prima e l’ultima cosa superiore che s’incontra è lui. Giovenale, che è barocco, si fonda sui contrasti violenti; anche lui sceglie (tutti scelgono), ma non le cose migliori o peggiori, ma quelle che più gli fanno male. La satira di Orazio è dall’alto verso il basso; sorride e non s’inquieta. La satira di Giovenale, smisurata, livida, macilenta, colorita come un circo e opprimente come un funerale di stato dell’antico Egitto, è una satira dal basso verso l’alto; Giovenale non solo s’inquieta, ma storce la bocca, rotea gli occhi, sguindola le braccia e ulula. Se si pensa che scrisse le sue satire, presumibilmente, tra i sessanta e i novant’anni, non doveva essere nulla di particolarmente civettuolo vederlo recitare i propri versi.

Ecco, l’ironico Orazio, essendo superiore, può permettersi l’ironia. L’inferiore Giovenale, un uomo che rimase schiacciato dalla crudeltà dei tempi, può aver voglia solo di gridare dal dolore. Per fare in modo ("Ridi, e il mondo riderà con te; piangi, e piangerai da solo") di non passare inosservato, traveste il pianto da suo contrario (il sorriso rossiniano secondo il Settembrini, che lo interpretava come segno di virtù nel senso di manliness), sennonché il non voler far scappare nessuno non implica di fatto il desiderio di divertire qualcuno; e in più gli preme di veicolare le proprie ardenti passioni (patior); sicché non si decide né per il riso né per il pianto, ma li coniuga, e li fa vivere da separati in casa; ed essi, beninteso, cercano di sopraffarsi a vicenda. Per tratti più o meno lunghi l’uno può prevalere sull’altro, ma non senza che l’altro, a suo tempo, riesca a prevalere sull’uno.

Ne nasce un contrasto profondo, che trova un suo difficile equilibrio nel sarcasmo, che è un riso che non fa ridere ed è un pianto che non commuove. Il sarcasmo è parente del grottesco — e "grottesca", composizione capricciosa di cose naturali e artificiali, accozzate in modo non da attenuare, ma da accentuare lo stridore. Uno stile (metastoricamente) barocco, appunto. Pieno di cose sordide, certo; ma è più sordido denunciare in qualche modo la sordidità delle cose sordide che si sono subìte o non, piuttosto, accennare alla sordidità non nocevole di chi sta peggio di noi, gettandole dall’alto uno sguardo privo di pietà, col fine di riderne e, ridendone, rinfrancarci nel nostro senso di superiorità? Il secentista autor del Leviatano identificava una fondamentale funzione del riso nel veicolamento del disprezzo; e il disprezzo può essere concesso solo a chi ha assoluta certezza del proprio destino. Eccettuando dal discorso le disgrazie indipendenti dalla nostra volontà, che sono relative eccezioni, il disprezzo, in una società come — sostanzialmente — la nostra, è facile essere certi del proprio e dell’altrui destino. Non so se mi spiego. Ora, ridere di un poveraccio, che per motivi suoi (quei motivi che magari si crede di conoscere, e che implicano sempre la sua diretta responsabilità, e forse si potrebbe anche accettare, in fondo) è il poveraccio che è (in senso economico, psichico, caratteriale, culturale e che so io), è, per se, una cosa accettabile? Prendendola dall’altro lato, siamo tutti disposti a fare quello che si deve fare per essere sicuri del nostro destino — e che alcuni fanno senza batter ciglio, altri con pena e sforzo, altri ancora con allegria, e ci pajono dei mostri? E’ possibile preferire, non dico a tutte le latitudini, un discreto durante a un miserando dopo? E fregarsene, quantomeno, sarà mai possibile? E pure il destino (la posizione, il prestigio, l’onorabilità), giusto per sapere, non potrebbe andarsene a fare in culo, alle volte mai? (NO, ovviamente, e so perché [l’eventualmente preferibile durante è crudelmente esposto alle intemperie, &c. &c. &c.] — e perché chiedo, dunque?). 

Volevo spendere parole sul fatto che in questi tre giorni ho fatto un po’ di volantinaggio; & guarda te dove sono andato a finire.