CLVI. Comune e originale.

23 Nov

CLVI. Se qualcuno si rivolge a me per avere (è capitato, prevengo: basta colle pernacchie) una serena opinione su quello che ha scritto, di norma sono molto gentile; non dico peste e corna e se qualcosa non mi piace lo nascondo persino a me stesso. Ormai un anno e mezzo / due anni fa, ho avuto un’amica di rete, una di quelle conoscenze del tutto superficiali che si risolvono, normalmente, in una serie di conversazioni a zucca vuota per telefono. Infatti, doveva finire, esaurendosi naturalmente, in questo modo. Ma dal momento che costei abitava a Torino, o nei dintorni (e forse abita ancora, non posso saperlo e nemmeno m’interessa), venendo io a Torino, l’ho poi effettivamente, de visu, incontrata. Una volta in tutto. In capo a qualche mese ha superato la fase della scrittura come una specie di malattia dell’adolescenza mancata, e i miei rapporti con lei si sono definitivamente sfilacciati.

Per telefono appariva come apparve poi di vista. Carina, gentile, piccina, comprensiva e garbata. Molto a modino, non particolarmente brillante né desiderosa di esserlo. Impiegata, all’epoca, col mutuo da pagare, un ragazzo, e piri piri. Niente di che.

Ma ancora al tempo delle telefonate mi inviò, a scopo sereno parere, un suo racconto, diviso in capitoletti, dedicato a una storia discretamente brumosa, di cui posso ricordare pochissimo, se non i personaggi principali, un uomo che sonava la chitarra per le strade, la sua donna e il frutto dell’unione, un bambino chiamato "Dio"; si parlava di vite buttate in mezzo alla strada, senz’alcuna tragicità, e del desiderio di andare a Parigi. Il tutto in termini piuttosto confusi; ma l’atmosfera che si respirava era per me sorprendente, anche se non in senso positivo, nella sua lassitudine polverosa, nella soporosa sordidità, nella sua sfasciatezza amorale. Insomma, quella stessa atmosfera che avrei respirato (senza nessunissima voluttà) di lì a non molti mesi. Non perché io mi sia più che pria sfasciato in alcunché, ma perché era sfasciata l’umanità che mi circondava (e mi circonda). Ho dato qualche indicazione tecnica (voleva, infatti, procedere, riconcependo la struttura del pezzo), piuttosto generica (come sempre quando il pezzo sottopostomi non vale una cicca), sorvolando sull’effetto fastidioso che m’aveva fatto quella prosa-pitone, ammorbata e floscia. Questo perché, come ho detto, sono un ragazzo gentile, che non dice quello che pensa se non quando non è richiesto (se non quando è decisamente controindicato).

Ancora più sorprendente, dopo avermi ammannito quel piccolo hors-d’oeuvre di squallore, la mia amica-di-telefono-e-chat mi esortò: "Dimmi, soprattutto, se ti dà l’impressione di qualcosa di comune. Io non voglio essere comune. Io ho questa paura: quella di essere comune". Ecco, ho pensato.

Dunque, la prima volta che la incontrai andai ad aspettarla all’uscita da lavoro, e poi, incamminandomi con lei ebbi modo di scambiare quattro serene chiacchiere circa il mio (!!!) e il suo futuro, progetti e mezzi progetti, e altre amenità. E poi è bello vedersi in faccia, uscendo da questo cerchio di conoscenze di chat-e-forum, così distanzianti (non è vero una cippa, anzi è vero il contrario, ma seguo l’andazzo anch’io). Ebbi dunque modo di vedere che era una signorina brunetta, piccina, ricciolina e graziosa.

Questo per quanto riguarda il primo incontro. Quando invece si trattò di vedersi la seconda volta andai ugualmente ad aspettarla all’uscita dal lavoro. Lavorava presso un’assicurazione. Mentre aspetto davanti alla soglia, mi vedo passare davanti una brunetta ricciolina, molto graziosa e piccina, che sfreccia via nonostante, l’ho notato senza tema d’errore, mi abbia ben visto in faccia. Il fatto che mi avesse visto e che non avesse dato segno di vita mi ha fatto dubitare seriamente che fosse lei, frenandomi dal rincorrerla — per mia fortuna, perché infatti non era lei. Beh, mi sono detto, non sono mai stato molto fisionomista. Pur col dubbio di essermela lasciata scappare sotto il naso (un po’ tormentandomi perché la signorina non s’era fermata — che fosse lei e fosse arrabbiata con me per qualche motivo? che non mi voglia parlare perché sono brutto e puzzo? che tema le voglia chiedere dei soldi?), sono rimasto in osservazione, infondendomi un briciolo di fiducia del tutto surretizia. Quand’ecco un’altra signorina, una brunetta ricciolina, piccina e graziosa, mi sfreccia davanti. Questa, però, non mi aveva visto; sicché ho alzato il braccio, e ho fatto due passi verso di lei che, datemi le spalle, stava andandosene a passo spedito; e ho, pure, detto la prima parte di "E(hi!)", frenandomi, tuttavia, sùbito. E ho fatto benissimo, perché, insomma, non era lei. La presente signorina ha infatti inforcato una motoretta e ha ronzato via, sparendo in un baleno alla vista; non poteva che essere la prova provata che non si trattava affatto della mia signorina brunetta, piccina e graziosa, essendo che la mia mi aveva detto che si faceva portare a casa con la macchina, dal suo ragazzo. Dunque, non era ancora uscita. Mi sono di nuovo posto in osservazione, scrutando con grande attenzione lo sciamare un po’ pigro degli assicuratori e dei tecnici dalla grande porta a vetri. Alla terza signorina brunetta, piccina e graziosa, non mi sono fatto fregare: era, infatti, abbastanza piccina, ma la mia signorina brunetta, piccina e graziosa era decisamente più nana di questa. Quando, del tutto fortuitamente, i suoi occhi incontrarono i miei, vi lessero Non mi freghi, a chiare lettere. La falsa signorina se ne andò perplessa. 

Ma a questo punto, nonostante dovessi compiacermi con me stesso per uno spirito d’osservazione che non mi conoscevo, non ce l’ho fatta più, sono andato alla guardiola e ho chiesto a due signori in divisa (un uomo pelato coi baffi bianchi e una signora colla permanente) dietro il vetro: "Mi scusino, per caso oggi è venuta al lavoro XXxxx Yyyy?".

Hanno telefonato di sopra, molto cortesemente. "Guardi", mi dissero, "dovrebbe essere già scesa, perché sopra non c’è". "Capisco", ho sospirato. E poi, speranzoso: "Voi di vista, magari, la conoscete?…". "Oh, sì", ha risposto la signora, del tutto inaspettatamente, "aspetti che gliela descrivo: è una signorina brunetta, piccina, ricciolina, graziosa…". "SI’!", ho gridato. "E’ lei, è lei! Allora, l’ha vista?". "Sì, sì", ha detto, ma impensierendosi. "Però un quarto d’ora / venti minuti fa…". "Oh", feci, deluso. "E’ quella con la motoretta", ha precisato, con sicurezza. "Ma…". "Ah, no!", si è illuminata, guardando un punto dietro le mie spalle. "Guardi! La vede?" Mi volto, e vedo che è spuntata dal corridoio una signorina brunetta, piccina, ricciolina e graziosa. Ma ad un’attenta analisi, tendendo per bene le corde degli occhi, aveva il culo leggermente troppo grosso, e il collo un po’ corto per poter essere la mia signorina brunetta, piccina, ricciolina e graziosa. "Non è lei", ho detto, sconsolatamente, dopo una breve esitazione (non si sa mai). "Allora era quella con la motoretta", ha concluso la signora colla permanente, "lo so per certo". "No", ho negato, pertinacemente, "non è lei. Quella signorina brunetta, piccina, ricciolina e graziosa differisce dalla mia proprio per il particolare della motoretta: la mia signorina brunetta, piccina, ricciolina e graziosa si viene a far prendere dal ragazzo". E’ parsa sinceramente dispiaciuta. "Mi dispiace", ha detto infatti. "Aspetti, comunque", ha soggiunto, animandosi. "Evidentemente non è ancora scesa, farà gli straordinari". "Ma di sopra hanno detto che non c’è!" ho contestato io. "Be’", ha pensato la signora con la permanente, pietosa, "potremmo cercarne un’altra, in fondo…". "Non voglio", ho detto, denegando con forza, mentre la voce cominciava a tremarmi "io voglio la mia!". La signora con la permanente ha guardato il signore coi baffi bianchi, che per tutto quel tempo aveva studiato la mia pietosa mise di neo-straccione. Il signore coi baffi bianchi ha, a quel punto, preso la parola e mi ha chiesto, con tatto: "Signore, mi scusi se mi faccio gli affari suoi, ma lei ha un recapito telefonico di questa signorina brunetta, piccina, ricciolina e graziosa?". "Sì", ho detto, e gliel’ho dato (non avevo un centesimo in tasca, ovviamente, e non avrei mai potuto telefonare senza intercessione). "La chiamo io", ha detto.

Il telefono ha squillato un sacco di volte, ma alla fine la mia signorina brunetta, piccina, ricciolina e graziosa ha risposto, dopo le frasi di riconoscimento: "Da dove stai chiamando?" Ho spiegato brevemente la situazione, &c. &c., che ero lì sotto, che la stavo aspettando, che se doveva fare gli straordinari non c’era problema, l’aspettavo ancora…

Insomma, è saltato fuori che lei per la verità lì non c’era, inquantoché si era licenziata una settimana prima, e bello è che me l’aveva anche detto; solo che io o non avevo capìto o m’ero dimenticato. Non l’ho più vista e non so più (o non ho mai saputo) dov’è andata a finire. Comunque posso attestare che la KKKjjj XXxyy Assicurazioni non è rimasta a corto di brunette.

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