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CLV. Gli uni, i pochi, i troppi.

22 Nov

CLV. Non più di recentissimo (ma ha importanza riferirsi a questa o quella circostanza, a questa o quella affermazione del sig. Tazio o del sig. Semprinio? Càpita così spesso di sentir dire qualcosa del genere) ho letto su un blog che ha parti non spregevoli ed altre spregevolissime la frase: "Io sono solo io", o roba del genere.  Poi, dai commenti, veniva fuori che si trattava di una citazione — ma è una di quelle cose (appunto) che avrebbe potuto dire chiunque. Questo è un grosso problema; quello delle citazioni, intendo dire. Ci sono le frasi, le parole qualunque messe in bocca a personaggi non qualunque; a quel punto, un punto non qualunque, assumono un peso, un’importanza, delle implicazioni e sfumature particolari. Poniamo, Cambronne che grida merde ha un significato; merde può averlo detto qualunque incvoyable, qualunque ignorante aristocratico decaduto, persino Robespierre potrebbe averlo digrignato, nell’impazienza. Che lo dicesse Cambronne è destabilizzante, ergo significativo. Poi ci sono le citazioni in sé significative; ovvero, il pronunciatore della frase ha sintetizzato il significato della propria opera ed esperienza in quella determinata frase, che pertanto può essere considerata una specie di porticina d’accesso, o la chiave della stessa, una piccola "guida", insomma, utile ad ogni più estensiva esplorazione di quel dato pensiero, di quella data esperienza, di quella data storia. Esempio: Lamarck che dice "In natura nulla si crea e nulla si distrugge, &c.". Tra gli esempi di citazioni disfunzionanti devo citare le due ultime citazioni fatte in mia presenza, per mie ragioni censuarie assai distanti tra loro nel tempo. La prima diceva grosso modo che le parole sono state inventate per spiegarsi, però il più delle volte servono a creare ancora più diaframmi e confusione; attribuita a Buzzati. "L’ha detto Buzzati", m’è stato chiosato, con la massima serietà. Prima che scattasse lo sticazzi di prammatica, ecco la controchiosa: "… che non era un cretino, mi sembra". Imprecisioni a raffica, ovviamente: Buzzati (teste Montanelli) ERA un cretino, ciò che non gli impediva di essere anche un genio, ma questo è un discorso lungo e qui potenzialmente fuorviante. Secondo: l’epifonema è un falso paradosso. E’ scontato che le parole, essendo il più capace e in fondo l’unico strumento di comunicazione tra gli uomini, servano sia a svelare che a nascondere che a deformare. Nessuno si chiede seriamente se "con le parole" sia possibile mentire, o manipolare; è una cosa che accade continuamente. Ma la frase ha (o aveva; non mi ricordo la forma esatta) una sua dignità esteriore, sufficientemente epigrafica; e può essere detta, e riciclata. Sennonché c’è un problema. Che una frase del genere potrebbe averla detta chiunque. Senza (dicendola) apparire necessariamente più profondo o più intelligente di quello che è, peraltro.

La seconda citazione era un indovinello-trabocchetto, nel senso che mi è stata offerta in forma di domanda, maieuticamente: "Ti ricordi chi ha fatto un lungo encomio della foglia?", intesa come la foglia d’albero (mumble mumble… la foglia, perfezione della stessa e sue nervature; Fibonacci? Un poeta marinista? Sinesio di Cirene?). La risposta: "… Kant". La controrisposta: "Ah". Ovviamente, inutile chiedere dove Kant elogiasse la foglia e in che termini. Può darsi che l’encomio della foglia sia al top della popolarità, tra i lettori appena più informati di me, ma io non ne ho mai sentito parlare. Ma non importa, qui, rilevare la mia solita ignoranza, quanto il fatto che l’idea di un encomio della foglia sarebbe potuta venire, e verosimilmente è venuta, a un numero variabile tra i tre e i cinquecentomila scrittori dall’inizio della storia del mondo ai giorni nostri, includendo filosofi, botanici, poeti, matematici e altre due o trecento categorie e specie, dentro e fuori, sopra e sotto la letteratura propriamente intesa. Una citazione può essere a indovinello, palese, nascosta, composta o in ensalada con altra/e, tutto quello che si vuole, ma 1. deve essere precisa; 2. non deve essere qualcosa che chiunque avrebbe potuto dire.

E’ chiedere troppo? Credo di no. Ma non è questo il punto.

Il punto è che non riesco a spiegarmi troppo bene come mai un individuo raziocinante, per affermare la propria orgogliosa unicità (ergo superiorità; a differenza di un individuo raziocinante ma sfigato che affermi la propria diversità, ergo inferiorità), ricorra alla frase di un altro. Secondo logica, dovrebbe essere (quantomeno) due. Più tutti quelli che hanno eventualmente fatto la stessa citazione, servendosene con finalità analoghe. Dal che si inferisce che è assai difficile, nel complesso, dire in quanti si è. Ma anche in quel caso, ahilui, non era solo. Era solo uno dei molti segmenti di un grosso stronzo. Come tutti, probabilmente.

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