CXLIII. Collard-Gambiez III

12 Nov

CXLIII. Ecco la terza tranche, che m’è venuta fuori irresistibilmente (dipende dall’argomento, non certo dal libro, che anzi è decisamente noioso e anche piuttosto inutile). Parto da un brano del libro, che copio assai spregiudicatamente (la pagherò sicuramente, per questo):

Inoltre, nella distinzione tra povero buono e povero cattivo si ripropone l’insidia di una specie di perniciosa commistione tra peccato, sofferenza e malattia, nella quale le due ultime sono la conseguenza del primo. La religione, così, si è forgiata un Dio potente che ricompensa sulla terra il comportamento dell’uomo sulla base delle sue colpe e dei suoi meriti: "Che cosa ho fatto a Dio per meritare tutto questo?" si sente dire spesso. E’ questo un grido che lega la disgrazia alla colpa e che comporta l’idea di un castigo inflitto da un giustiziere sovrano. Questo modo di vedere le cose ci rinvia all’episodio evangelico del nato cieco, nel quale i discepoli domandano a Gesù: " ‘Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?’. Risponde Gesù: ‘Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è così perché così si manifestassero in lui le opere di Dio’ " [Nota: Vangelo secondo Giovanni, 9, 1-3]. E cioè la vita e la luce, vittoriosa, di ogni morte e di ogni tenebra.

Ecco perché la ricerca delle cause del male e della miseria in una presunta colpa passata di qualcuno (o anche di se stessi) è da bandire definitivamente dal nostro animo. Quando è possibile, invece, può essere salutare aiutare il povero a prendere coscienza della parte di responsabilità sulla quale può avere ancora presa per nascere di nuovo. [Nota: Qui parliamo dei senzacasa, ma è vero anche per chi sta scontando una pena in prigione e, d’altronde, per tutti noi].

Pp. 288-289.

E’ una pagina non molto chiara, in cui effettivamente si fa un po’ di confusione, e insieme si tralascia qualcosa di fondamentale. Può aiutare mettere la frase: "La religione, così, &c." prima della frase sul povero buono e il povero cattivo. Si dice, dunque, che ci si è formati un’idea di un dio contabile, che paga tutti secondo il dovuto, ora e qui, in questa vita. Non direi che è così. In realtà qui si presuppone — e si fa male, perché conveniva dirlo — la logica borghese ed efficientista secondo cui tutti, se facciamo il nostro dovere e ci adeguiamo a determinati meccanismi, otteniamo quello che vogliamo. Di qui la confusione tra successo e merito, e la riprovazione nei confronti della povertà — pur con la riserva che possano esistere dei "poveri buoni", persone che hanno subìto ingiustizie gravi e non si sono potute difendere, o sono state schiacciate da disgrazie. Questa visione delle cose può effettivamente informare di sé anche la sfera religiosa, ma è sostanzialmente indipendente da essa; anzi, identificando il luogo della giustizia con il mondo, tende a fare a meno dell’idea di un aldilà, e si associa meglio con l’ateismo che con la fede. Poi, ovviamente, c’è la parabola in cui il Cristo pronuncia la sua massima, spiegata da parole altrettanto vacue. Ora, il discorso, lo sappiamo tutti se non altro per formazione diffusa, è poi sempre quello; il Cristo indica sempre la cosa migliore nella peggiore (è la sua specialità): come le streghe del Macbeth egli è convinto che fair is foul, sicché il dolore è gioia, il bello è malvagio, il povero è ricco, il ricco è povero, lo stolto è un savio, il piccolo è grande e via di questo passo. Tante cose che, prese nel debito modo, possono apparire vere; ma — appunto — prese nel debito modo, sotto certi aspetti, non così in assoluto; e vere, sì, ma (e questo è fondamentale) solo finché qualcuno non lo dice. Il Cristo (o chi per lui) l’ha detto, e ha scassato tutto. I Collard-Gambiez non sono così cretini da sostenere che la condizione del clochard sia bella e vantaggiosa, per quanto talora ci arrivino assai vicini, specialmente quando (come si è ribadito nel corso del libro) si dànno casi di solidarietà toccante, da parte di persone generose o tra poveri; il gesto, ovviamente semplice, di dare qualcosa (cibo, vestiti, tabacco, vino, soldi, qualunque cosa) è certamente confortante per chi riceve — sia pure con tutte le riserve opposte dall’orgoglio e dal dover tirare avanti così, che non sono certo riserve da poco –, ma il fatto è che solo un povero di spirito a livelli patologici può reggere l’idea di una vita dominata dalla preoccupazione per il proprio stomaco e le proprie più miserande esigenze, col solo bene di un raggio di cristiana carità di tanto in tanto. E’ oggettivamente una vita di merda. Ed è tale, oggettivamente, perché tiranneggiata dal difficile soddisfacimento dei più elementari impulsi. I quali possono servire a ‘dimenticare’ le ragioni, spesso non esattamente materiali, per le quali si è finiti sul fondo della fogna; ma anche quando, ed è la più parte dei casi, non c’è tanta consapevolezza o voglia di ricordare, quelle ragioni permangono, e il resto non dev’essere considerato diversamente da una mera conseguenza.

Vedo, personalmente, con disgusto e orrore ogni forma di cancellazione della memoria. Non voglio fare paralleli (col nazismo, per esempio, che è un derivato del cattolicesimo), anche perché nella fattispecie rischiano solo di essere una distrazione. Mi limito a notare che qui il clochard è raffigurato, idealmente, come una persona priva di storia, qualcosa di bidimensionale, una sorta di sacco sdrucito e perennemente vuoto in cui gettare occasionalmente qualche atto di carità. Vien da chiedersi come mai i Collard-Gambiez abbiano passato tanta parte del loro tempo ad ascoltare storie: era solo un lenitivo per chi, allora, trovava una spalla su cui piangere? Si direbbe di sì. Un atteggiamento che i due hanno sempre, incrollabilmente, avuto per ben dieci anni della loro vita. Di uno schematismo, o di una sordità se si preferisce, che ha qualcosa di vagamente disumano. Tutta la percezione della persona è schiacciata sulla non-persona a cui è ridotta attualmente. Non c’è profondità. Non c’è spessore.

E’ giocoforza concludere che c’è, alla base, quella volontà, ovvia da parte di "missionari", di mantenere intatte quelle condizioni di disagio, com’è definito, in cui trovano l’elettivo campo d’azione. Anche se non è loro richiesto, non solo non indicano vie d’uscita, ma indicano semmai una serie di modi (tra cui quello esemplificato in questo brano) per conservare quelle condizioni tanto favorevoli al dispiego quotidiano di gesti caritatevoli. Non è tutta malafede: è il principio che è sbagliato. Su quest’affermazione potrebbero essere dette molte cose, ma una flaccida disamina sarebbe, qui, il peggio del peggio. La cosa fondamentale da dire è questa: il barbone non vive una condizione di "disagio"; vive una condizione di ingiustizia. Tutto quanto ha che fare con la memoria, anche — perché no? — quella degli atti compiuti, delle omissioni, degli atti subìti. Eliminare la memoria, degradare regolarmente al rango di menzogna o di "drammatizzazione" il racconto del cosiddetto disagiato, senza tentare mai di ragionare sulle sue parole per trarne qualcosa di più reale, significa rendere impossibile l’eliminazione, a qualunque livello, delle cause d’ingiustizia. Significa rendere impossibile la giustizia. I lenimenti, le consolazioni, le romanelle, le pappine, le smorfie, i vezzi, gli attucci sono certamente quanto di meglio, per quella sorta di Barbone Perfetto identificato in Yvon di Amiens, p. 300:

E’ l’immagine del povero per eccellenza: completamente sprovvisto di tutto, handicappato mentale, incapace di orientarsi, di chiedere l’elemosina e quindi di nutrirsi;

ma è UN CASO, e tutti gli altri, le cui "eccentricità" sono conseguenza diretta di un’emarginazione insopportabile? Per loro gli aiutini dati col contagocce, o il poco che riescono a procurarsi di persona, possono occorrere solo a mantenersi in vita — o aldiquà della vita, secondo i punti di vista.

Tutto il libro, in fondo, sembra un lungo e tedioso (perché ingiustificato) aggirarsi in un mondo abitato da creature disumane. Non che m’interessi molto notare questo fatto in questo libro in particolare: lo noto perché, dati i presupposti ideologici (i più condivisi), non sarebbe potuto essere diversamente. Comportamenti meccanicamente riproposti, a mo’ di gag, portraits en profil cartoonistici, sembra che da ciascuna delle singole frasi del libro sia stata occhiutamente sceverata ogni passibilità di approfondimento minimo. Nessuna traccia, nessun cenno che possa gettare un raggio di luce, per quanto incerta, su quello che può esserci stato a fondo. E questo perché manca la consapevolezza dell’umanità delle persone di cui si parla. La quale è, ovviamente, costantemente ribadita, ma in totale assenza di intima convinzione; ne consegue che non può mai essere nemmeno mostrata, resa tangibile. Non sto dicendo che quello che sta scritto nel libro non corrisponda a quello che i Collard-Gambiez hanno effettivamente visto e sentito; è chiaro, nessun libro contiene tutto, è sempre il risultato di una scelta. Ma non è possibile che, tra tante confidenze raccolte e storie pazientemente ascoltate, non ci sia una sola frase che rimandi a qualcosa di ulteriore, a un vissuto che possa essere in qualche modo, alla meno peggio, enucleato, o appena intuito, e comunque ricondotto su un piano d’indagine. La mancanza di qualunque contenuto utile a fare un po’ d’analisi, con approccio ovviamente idiografico e non generalizzante, dipende in misura direttissima dall’atteggiamento mentale con il quale la coppia si è accostata a questa parte d’umanità.

Si dà il caso che tutti noi adeguiamo i nostri atteggiamenti agli interlocutori, ricorrendo a diversi stili comunicativi (e a tutta quella parte del nostro intimo in cui ciascuno stile pesca) a seconda che Tizio o Caio ci stiano parlando e sollecitino da noi questa o quella risposta. Il barbone, ossia quella-persona-in-condizioni-di-dover-sempre-chiedere-per-ottenere-qualcosa-da-qualcuno, conosce meglio di chiunque altro la stretta correlazione tra il modo di chiedere e l’ottenimento dell’oggetto desiderato. Dovendo, appunto, sempre chiedere per ottenere, il barbone è indotto a sostenere una recita continua, nella quale deve dimostrarsi in grado di far presenti le proprie afflizioni e, nel tempo stesso, non tediare, ma anzi intrattenere, se possibile, e compiacere l’interlocutore. Tutti, con ogni probabilità, recitiamo; anzi, a dar retta alla vulgata, pare che si riesca a dire qualche verità su sé o in generale solo mentre si sta recitando una parte. Lo stesso ricorso alle ‘maniere forti’ della minaccia, dell’imporre distanze minori alle minime di sicurezza igienica, gli atteggiamenti di sfida, si appellano in primo luogo alla pietà dell’interlocutore occasionale, e ci riescono grazie all’esagerazione, che attiene al grottesco, e si richiama, latamente, al senso dell’umorismo. E’ praticamente impossibile subire una partaccia realmente offensiva da parte di un barbone. Una sua reazione di disappunto potrà schifare, sdegnare l’interlocutore che non molla la monetina, ma è impensabile che possa realmente ferirlo, per quanto non ci sia nessuna ragione per ritenere che al barbone, come a qualunque uomo con la sua dose di frustrazioni, manchi la capacità di farlo. Tutto questo è scontato.

Forse tutti sosteniamo una recita, ma possiamo anche staccare. La gran parte delle persone, cioè, può, a un certo punto, permettersi il lusso di sentirsi stanca. La mancanza di manifestazioni di stanchezza, quel ‘chiudere’ le serrande, arrivati a un certo punto di saturazione, è uno dei caratteri distintivi più proprii del barbone. Essa stanchezza, effettivamente, può, nella vita normale, essere affettata, "recitata" a sua volta; ma è, di nuovo, una specialità di chi può permettersela. L’unica stanchezza che ha il diritto di fare la sua apparizione sul volto di un barbone è quella, che non si gabba ma si mostra spontaneamente, che prelude alla morte. Se diversi motivi, legati eminentemente a fattori retorico-persuasivi, non rendono indesiderabile mostrare a tempo e luogo segni di stanchezza, non è mancato chi, tra le persone normali, anzi, addirittura tra i VIP, ha colto questa caratteristica e ne ha parlato in senso ammirativo: come quel dignitario di Filippo II, che si pregiò di assumere i barboni, o i saltimbanchi, o la gente che campa di espedienti, a proprio modello esattamente in questo senso. Non mostrare mai stanchezza; non sottrarsi mai al confronto con il prossimo (ne va della vita): sono imperativi che valgono, nella maniera identica, per chi sta molto in alto e per chi sta molto in basso.

Ma ci sono inevitabilmente circostanze, che si producono soprattutto in àmbito selettamente barbonesco, che hanno il potere di schiudere agli sguardi i sotterranei, grovigliosi e inquietanti e oscuri, dell’anima dei barboni. Con questo è possibile capire ciò che, probabilmente, è troppo insostenibile da accettare, per persone normali e operatori del settore: che i barboni sono persone perfettamente normali. Almeno in grandissima parte. Abbiamo visto in che stato fosse Yvon (sicuramente un malato abbandonato, ed è UN’ALTRA COSA rispetto a un barbone in senso proprio); è detto dai Collard-Gambiez il clochard per eccellenza, perché reca in sé, esasperati, tutti i segni distintivi del barbone comune; tra cui deve dunque annoverarsi un certo grado, maggiore o minore, di menomazione mentale. Bene, questa è un’invenzione. Non dico che i barboni si comportino normalmente, no; non possono farlo, essendo la loro vita troppo dolorosa, perlopiù, per consentire comportamenti normali; tralasciando la solitudine, che rende sempre un po’ originali. Ma di suonati, nel complesso, ce ne sono pochi, quasi nessuno.

[In corso di copiatura. Continua]

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