CXLII. Sempre su

11 Nov

CXLII. C’è la questione della frustrazione (lo sto leggendo a spizzichi e bocconi, tra altre letture a mezzo interrotte, a quarti d’ora, tra una babelle di carte dissipate & confuse dovendo anche scegliere alcunché da mettere, se tutto va bene, sul prossimo Scarp de’ Tenis, e devo fare alla svelta, e ovviamente sono mezzo rintronato). Sono a p. 236, e ce n’è ancora un po’. Ma non è un romanzo, si tratta di un salmigondi di aneddoti, cioè un diario; e io tengo un po’ di diario di lettura. Non mi sembra illecito.

Dicevo, la frustrazione. Tralasciando (per ora — ma gli autori, ovviamente, la tralasciano, perché non ricade sotto la loro esperienza diretta) la frustrazione del vissuto precedente all’inizio della vita da barboni, esiste la frustrazione da esperienza barbonesca, la frustrazione dello hic et nunc. La quale, di norma, è manifestata platealmente, con volgarità rumorosa.

"E’ la povertà dei poveri, che li rende schiavi dei loro impulsi e restii ad accettare le frustrazioni. Ma, allo stesso tempo, è anche un’affermazione di dignità che tradisce il loro rifiuto ad essere maltrattati e infantilizzati, come spesso invece avviene" (pp. 142-143).

Molte affermazioni del libro sono tutte così, in sé mi suonano giuste, ma ma di fatto c’è tutte le volte un gap tra l’aneddoto — com’è inevitabile; e l’aneddoto è sempre uno e uno solo, ciò che non garantisce sufficiente rigore all’analisi, che non è né micrologica né idiografica, ma oleografico-francescana. Non ho niente contro il poverello d’Assisi, ma ho da ridire su questo modo, pesantemente ideologico, di procedere nella lettura della realtà, e soprattutto contro la fretta (normalizzatrice) di dare un suggello sentenzioso a qualunque evento di rilievo annotato — e le conclusioni a cui si perviene. Molti casi narrati ‘li conoscevo già’ per averli sperimenti o per sentito dire. Non è una grand’esperienza, mi pare di averlo già detto: dormire all’aperto; prendere freddo; non potersi riparare, occasionalmente, da qualche parte; avere fame; non potersi cambiare i vestiti; &c.; tutto questo non costituisce un enorme bagaglio di esperienza. Semmai è la negazione di quello che chiamiamo esperienza. Questo consente o consentirebbe una maggior sensibilità nei confronti dei piccoli eventi, e il tempo e l’agio di risentire le più riposte risonanze di gesti trascurabili, di eventi circoscritti.

In un certo senso (ecco che m’allargo) tutto questo ha da fare con la scrittura, anche con quella dei signori Collard-Gambiez, ma soprattutto latamente; anche della mia, per esempio. Compito della scrittura dovrebbe, appunto, essere quello di rallentare i tempi, normalmente veloci, della vita, dilatando il tempo e rendendolo più prezioso, più importante. La scrittura deve questa possibilità a quel complesso di norme, sempre più o meno ben applicate ma mai ignorate, se non altro perché assorbite per formazione diffusa o per imitazione, che costituiscono nel loro complesso la retorica. (Barilli, in un suo saggio in merito, parte proprio da questa nozione; l’aspetto retorico, per quanto possiamo essere suscettibili ad ogni sconfinamento, non è mai assente; e la scrittura si riserva sempre il diritto di applicare alla realtà che affronta procedimenti inflativi, amplificatorii). E’ il motivo per cui la scrittura è cercata da chi la cerca; ed è, anche, il motivo per cui è rifiutata da chi la rifiuta, e cerca di riempire non già con risonanze artifiziate il vuoto sordo che si crea fatalmente, nella nostra percezione stanca, intorno alle cose, ma semmai con altre cose.

Esiste, dunque, una fetta d’umanità che la scrittura è destinata a non raggiungere. Per questa fetta di umanità, essa resterà sempre un’attività di tolla, e un buono scrittore un bon joueur de quilles. Cioè un signor nessuno. Questa fetta non è ‘una metà’ dell’umanità; è la schiacciante maggioranza. Chissà, anche per questo, che non abbia perfettamente ragione — ma qui, appunto, sto amplificando retoricamente; giacché sono sicurissimo che abbia, al contrario, perfettamente torto. Eppure c’è qualcosa da imparare (anzi, molto) per chi scrive o legge, in quello che pensa questa barbara fettona di umanità.

Quando ho letto queste righe sulla frustrazione, non ho pensato tanto al fatto che anche la gente ‘normale’ tende ad esplodere con una certa facilità di fronte a ingiustizie o mere difficoltà; ho pensato a quale meccanismo consentisse (la domanda da me a me rivolta era volutamente ingenua) a questi due pii francesi di non provarne. Non la diversa estrazione. Non il fatto che potevano mollare quella vita da un momento all’altro. A ben guardare, nemmeno il fatto di aver scelto quella vita, a differenza degli altri (e anche su questo ci sarebbe da discutere). Semmai, grazie al fatto che si trovavano ad applicare una formula spiazzante e tutto sommato benefica (la consolazione di un gesto grazioso, una spalla su cui piangere, un segno di rispetto affettuoso, &c.) in un contesto in cui non c’è nient’altro che sordidezza, o quasi. Si tratta di due pellegrini, con una propria missione da compiere: un filo o un arco teso da seguire fino in fondo. L’aspetto meno esaltante della missione non è tanto il suo potenziale deformante (è l’applicazione di una volontà in un contesto di totale scucitura di qualunque volontà, con conseguente effetto pacificatore, catalizzante), quanto il fatto che poggia su convinzioni radicate e preassunte. Non è tanto il fatto che il contesto d’immersione sia deformato ad interessare; quanto il fatto che sono l’osservazione, il racconto da parte dei protagonisti della missione ad essere profondamente inquinati. La quieta esaltazione che traspare dal loro racconto deriva non dalla fede (credo che nessuno abbia la ‘fede’ quale essa è rappresentata di norma), ma dallo sperimentare ogni giorno con successo la bontà di una formula; quella implicata, appunto, dall’idea stessa di ‘missione’; quella missione che ti permette di vivere gli eventi come immerso in una boccia di cristallo.

Non si nota nessuna rassomiglianza con una certa idea, in fondo proprio ‘sacerdotale’, o nelle speranze perfettamente equilibrata tra frastagliatura e travaglio esistenziali da una parte e sacerdozio dall’altra, che sta alla base di quello che la scrittura, più che essere, dovrebbe essere? Quello che mi chiedo è se sia poi vero che, almeno dal punto di vista di noi che scriviamo, la scrittura e lo scrittore dovrebbero essere fatti così. E’ davvero tanto auspicabile, una scrittura fatta così? Lo scrittore, a quel punto — non ci vuole molto ad arrivarci — ha solo due possibilità: o farsi osservatore e spiare tutto dall’oblò della sua navicella; o tenere in caldo il ricordo del primo amore per chi potrebbe, occasionalmente, averne nostalgia. La trovo una prospettiva soffocante. Creazione di mondi (tanto per spararla la più grossa che sia possibile) zero. I creatori di mondi — frughiamo tra i memorabilia, e non ci vorrà molto a verificarlo — non sono mai stati ‘sacerdoti’ della scrittura. Per essere un buon creatore di mondi ci vogliono tante cose, tra cui esperienza attiva del mondo, un saper fare, e la capacità di trascendere la realtà, cioè il proprio mondo. Quello che proprio NON occorre è una turris eburnea. Quella che condanna la scrittura alla marginalità, e l’artefice all’impotenza.

Si finisce col non penetrare profondamente in nulla. Esattamente come i signori Collard-Gambiez, che si preoccupano della Gestalt del barbone per tenere in piedi una differenza tra ‘clochard’ e ‘borghese’ che, di fatto, non esiste, per poter poi tirar fuori dal cappello il coniglio meraviglioso dell’ "in realtà, siamo tutti uguali!!". In realtà, non ne hanno mai saputo abbastanza da poter dire né che ci sono differenze né che non ce ne sono (posto che questa prospettiva sia realmente interessante, e anche questo è tutto da discutere, come mille altre cose — ma non lo farò, non qui). E dire che, alla fin fine, l’errore di fondo è lì, tutto da vedere: i Collard-Gambiez condividono in maniera altamente superficiale la condizione dei clochard, sottoponendosi agli stessi disagi fisici; ma non condividono, perché loro non interessa, l’aspetto più determinante per la definizione del disagio, cioè l’aspetto psicologico (calma, non intendo rubare il mestiere a nessuno, tutt’altro) di quella condizione. Un aspetto che implica un’idea di storia personale, innanzitutto.

Condividerne le pene fisiche e parlare con loro non implica una maggior empatia di quella del turista col leone durante un safari fotografico. E sì che il clochard non è una bestia rara, come suol dirsi. Un evento non può spiegarsi, se deve spiegarsi, che tramite i motivi che l’hanno determinato. E’ una frase ovvia; ma il principio che riflette non sembra altrettanto ovvio.

Inoltre, il barbone è di rado o mai innocente, nella situazione che lo coinvolge fino a quel punto. A titolo di esempio, molti Ebrei, durante le persecuzioni, furono gettati in condizioni, oltreché pericolose, miserande, dall’oggi al domani — esattamente come molti disagiati sostengono essere avvenuto a loro. Eppure gli Ebrei, quantomeno, scappavano, o tentavano di farlo; e ci sono biblioteche intere di libri che mostrano e dimostrano come abbiano reagito positivamente. Le loro condizioni erano di tanto palese ingiustizia da non consentire nessuna accettazione dell’atroce punizione che si abbatteva su di loro. Altro, è vero, è il singolo di fronte a tutta una società, o ad un contesto, che pertinacemente lo spinge ai margini, lo criminalizza, lo induce ad abbandonare tutto; in quel caso l’impossibilità di resistere all’irresistibile spinta e attrazione del tutto si traduce in abbandono, resa, cedimento. Non può andare diversamente; e, in fondo, nemmeno deve. Eppure casi di persone ‘diverse’ buttate ai margini sono a loro volta marginali, nel complesso di questo mondo. Cioè a dire, sono casi rari, ce ne sono pochissimi.

In realtà, quello che li accomuna un po’ tutti è che alla base di questa "scelta" ce ne sta un’altra, stavolta senza virgolette: quella di lasciarsi andare, di regredire. Sicuramente, col tempo, subentra una volontà di annullamento che dovrebbe prevenire il trauma dell’annullamento da parte del mondo esterno; ma il più delle volte, lasciarsi andare è semplicemente il modo più diretto e infallibile, per andarsene, per scivolar via, per sottrarsi. Un po’ la stessa cosa e un po’ ben altro è quello che interviene a chi ha subìto continue ingiustizie; storie maledette, lunghissime, di persecuzioni tacite e ostinate da parte di contesti arretrati, costituiti da un’umanità diffidente pronta a stroncare sul nascere qualunque manifestazione dell’essere da cui potrebbe o dovrebbe rimanere esclusa. E’ una nozione anche della storiografia, ora che mi viene in mente; con questa, Gennaro Incarnato (storico-polemista che amo e disamo, a seconda di quel che dice, ma questa è un’altra storia) ha sostanzialmente spiegato il ’99 — tutta un’altra storia, ma serve a dire, senza ricorrere alle categorie psico-sociologiche del mobbing &c. (ripeto, non voglio usurpare nessun posto, né [peggio] contrabbandare nozioni male assimilate), che il fenomeno è sicuramente difficile da spiegare, ma non impossibile da isolare, descrivere. E può persino essere foriero di conseguenze enormi: è lì, grande e visibile.

Però, appunto, il meccanismo è identico: prima di finire in strada, ci sono molti passaggi in sequenza, tutti caratterizzati dalla perdita di oggetti, relazioni, anche memoria. Non necessariamente c’è qualcosa di sordido: è vero che non sono ‘innocenti’, come ho detto; ma non intendevo dire che hanno qualche colpa, in questo, nei confronti della società della quale vivacchiano ai margini. In altri sensi avranno le loro brave colpe, dipende chiaramente da caso a caso; tra quelli che ho conosciuto io, molti hanno fatto la galera per i loro bravi furti, per il loro bravo spaccio, per le loro brave piccole e grandi malefatte.

Ci si trova in presenza di una ‘scelta’ relativa compiuta in un momento di estrema prostrazione: che sia o no percepita, è chiaro. E si tratta di una ferita che non potrà mai più essere sanata, se per motivi individuali e intrinseci a chi fa questa fine, o piuttosto per diffidenza del contesto è impossibile dire.

Un libro del genere, come tipologia, non dev’essere nuovissimo. Sono, sicuramente, molti i pii uomini e le pie donne che hanno deciso di buttarsi in mezzo alla strada; e qualcuno avrà anche scritto. In questo caso (il libro è del ’98, ricordo) sarebbe stato necessario, forse, uno sforzo in più; anche i preti, mi dico io, saranno stanchi di frasucce melense e parolette unte. Esistono (come io credo di intuire) delle cause abbastanza condivise, alla base di questa condizione? I barboni diventano barboni per cause simili?

*****

[[Un altro difetto del libro, ma questo è un difetto relativo, dato che nessuno — credo — potrebbe pretendere alcunché in merito (anche se sarebbe bello), è che non indica soluzioni alternative. Colette Collard, per la verità, ha fondato comunità, &c.; ma non si tratta di esperienze particolarmente originali. La società produce scarti, e ogni tanto cerca un contenitore per buttarceli: tutto qui.

Già messe così, le cose sembrano abbastanza chiare, mi sembra. Come si può concepire una società che, in fondo unitamente, riesce a distruggere ogni possibilità (prima di tutto mentale) di autosufficienza, e dall’altra spinge perché gli stessi individui diventino autosufficienti? E’ possibile pensare a una società del genere, che contenga in sé una contraddizione così sesquipedale? Perché creare degli emarginati, se poi si tratta di far fatica per reintegrarli? Questo contraddice ad ogni economia. Presa dall’altro punto di vista, la questione presenta un’altra contraddizione, questa volta a vantaggio — chiaramente — del contesto. Tralasciando quello che c’è a monte e concentrandosi su quello che c’è a valle, che giustizia ci sarebbe in una società che garantisse come aiuto quello che per altri è compenso, o guadagno? Come potrebbe logicamente permettersi di dare la stessa, o quasi la stessa, cosa a chi si è lasciato volentieri cadere e a chi ha sempre fatto attenzione a non sdrucciolare? Dove non sussistessero sclerotiche ragioni moralistiche (‘il lavoro, una casa, i figli sono un merito’), ci sarebbero sempre quelle logiche. Non è la nostra (?) morale che ci induce a ritenere che "il mondo" possa andare avanti solo grazie ai nostri sforzi costanti. Che i beni, i congiunti, la vita debbano essere conservati con la fatica è un dato di fatto, è nell’ordine delle cose.

E allora perché mi trovo qui? Per mangiare merda & stop?]]

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