Archivio | 18:43

CXL. Contropeterie.

9 Nov

CXL. Mi par mill’anni di essere lontano dalla Rete.

Comunque, non era questo il punto.

La contrepèterie, nota in italiano o così o nell’adattamento contropeteria, è un gioco di parole molto diffuso in francese, tanto che ne sono stati raccolti interi volumi, tra cui figura monumentalmente quello pubblicato da Laffont in anni non lontani.

Consiste in una breve frase, ma perlopiù senza verbo, formata (perlopiù u. s.) da un soggetto e un complemento; scambiando tra loro le iniziali dei due sostantivi esce qualcosa di ben diverso — solitamente osceno.

Non esiste una definizione non infranciosata (contropeteria, appunto) del gioco, e pare che in italiano se ne possano formare, con un po’ d’applicazione, pochini. In francese le abbondanti possibilità offerte dall’involontario in senso contropeteristico dimostra una chiara vocazione della lingua a formarne, invece.

Esempio italiano, sentito oggi [ma quasi sicuramente non per la prima volta, vai a ricordare] (varrà anche da esempio):

Mazzo di Carte / Cazzo di Marte.

Esempio perfetto, essendo il primo ‘termine’ innocente, mentre il secondo è osceno.

Ma non è un gioco molto divertente, mi sembra. Dipenderà, forse, dal fatto che è in italiano?

CXLI. Sto leggendo.

9 Nov

CXLI. Sto leggendo un libro, tanto per cambiare, che s’intitola Clochard, ed è scritto a due mani da due francesi, Colette e Michel Collard-Gambiez. Questi due signori sono l’uno un ex-frate e l’altra un’infermiera molto religiosa, che nel 1992 hanno avuto una strana iniziativa: quella di perdere tutto e di finire in mezzo alla strada, immergendosi nel mondo dei "clochard" (come è spiegato in una nota, da cloche, "campana", con riferimento al mendicante che sta seduto a elemosinare sotto il campanile. Il fatto che da cloche i francesi siano riusciti a trarre una sola parola che racchiude un quadro mentre per dire "campanile" devono ricorrere a una perifrasi dovrebbe dirla lunga circa l’importanza, nel colpo d’occhio offerto da una strada francese, di un personaggio che non può essere definito con leggerezza "barbone" rispetto a una parte preponderante del corpo architettonico di un tempio. Ma corre l’obbligo di dire, sulla scorta di un chiaro avvertimento compreso nella narrazione, che questa riflessione può andar bene per la tradizione, cioè per il passato, o per il folklore, cioè l’aspetto deformato ed oleografico del passato; non per la realtà di fatto. Che, da quello che ne ho letto fin d’ora, rappresenta qualcosa di un po’ più duro rispetto alla media torinese. Inutile, quindi, che mi soffermi (lo dico sin d’ora) su ogni frase per dar sulla voce ora al sig. ora alla sig.ra Collard-Gambiez forte della mia strepitosa e profondamente pregnante esperienza. Dev’essere anche detto che i due volenterosi e pii signori si sono gettati in mezzo alla strada in un momento estremamente delicato, quando per esempio l’Esercito della salvezza, per motivi che non sono precisati ma che sono legati certamente alle solite questioni di amministrazione pubblica, aveva appena ricominciato la propria attività di distribuzione di pasti caldi per le vie, dopo una parentesi piuttosto lunga. I dormitori di Parigi, poi, non hanno sempre registrato il ‘tutto esaurito’ (espressione del libro), a differenza dei pochi e limitati dormitori di una città minore come Torino, segno che là prevale un concetto del barbonaggio legato alla vera e propria vita di strada, a differenza di quello che può avvenire qui, dove quelli che non vogliono entrare nei dormitori non sono più di quelli che, invece, si mettono in coda già dalle tre-quattro del pomeriggio per entrare. Nei dormitori di Parigi, da quello che si narra nel libro, durante l’emergenza freddo fanno dormire anche per terra; nei container disposti dal Comune qui a Torino non è possibile. Di qui situazioni (là) al limite dell’umano, che qui avvengono lo stesso — ma fuori dai dormitori, e non dentro.

Attualmente sono a pag. 100 e non posso (e nemmeno voglio) dare qualche valutazione preventiva che farebbe pietà agli edotti e sarebbe inutile agli ignoranti.

Mi limito a notare che si tratta di una di quelle cose che mai e poi mai, se non fossi in questa situazione, sarei andato a cercare. Primo, non avrei mai letto qualcosa sulla vita di strada, non perché abbia qualcosa contro, ma perché proprio non m’interessa — non m’interessa nemmeno adesso, se è per quello. Eppure è una lettura che non posso, in un certo senso, non fare; proprio perché è l’esperienza che ho fatto, e sto facendo, ad avermi messo a contatto abbastanza stretto con una situazione del genere, tramite il racconto, o la conoscenza, delle persone che fanno effettivamente quella vita; mi occorreva qualcosa che rappresentasse l’atmosfera in cui sono immerso, per poterci — e non è poco — capire qualcosa. 

Più avanti, a libro finito, ci tornerò sopra certamente. Il libro, infatti, non si distacca molto da quello che chiunque si aspetterebbe di conoscere dal libro di due religiosi laici, o laici religiosi, come questi due signori; la cui scelta continua a sembrarmi vagamente inutile (se non, forse, a chi vive/ha vissuto la stessa cosa, ma non certo per scelta), ma rispettabile. Vale come testimonianza, e soprattutto a rappresentare un modo cattolico di reagire a certe realtà, e di sentirle proprie.

Vi si affronta, tra l’altro, l’oblio nel quale il clochard si lascia doucement ("dolcemente", rende il traduttore, ed è molto più neutralmente "pian piano", "gradualmente") scivolare. Non c’è dolcezza, in quell’oblio. Come, anche — credo –, nel fatto in realtà sorprendente che molti di costoro (se ho capìto qualcosa di me, degli altri) fanno, tutt’al contrario, una fatica enorme proprio a dimenticare. Vi si parla di oblio e di solitudine; cioè, nel complesso, di una situazione di alienazione, di dissipazione e perdita di sé. Questa prospettiva non può non piacere a due signori di estrazione cattolica impegnati socialmente, dato lo spirito decisamente avventuroso che si accompagna, come al tempo degl’indipetae, mutatis mutandis, a scelte così drastiche, così francescane, così cavalleresche. Esiste anche l’altra faccia della medaglia; il non poter dimenticare, e l’impossibilità di perdersi — cioè di fare una delle cose che è necessario fare almeno una volta nella vita. Esiste il rimanere prigionieri dei propri traumi, ma anche della propria esistenza. Il libro, non differentemente da qualunque altra scrittura edificante in materia, isola la figura del clochard, e tenta di conferirle (purtroppo riuscendoci, grazie all’esperienza di tanti secoli di errori e storture) l’autosufficienza dell’emblema. Quando invece è proprio l’immersione nella violenza della vita, l’essere superati dagli eventi, eventi dovuti a fattori umani, a creare queste figure — che poi, magari, hanno il massimo interesse a riconoscersi nell’immagine creata ad arte da altri…

(Continua).