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CXXXV. Una persona che mi è tornata in mente.

5 Nov

CXXXV. Martedì 1, mentre sciupavo gli ultimi minuti di connessione cercando (senza nessuna nostalgia) nomi di parenti ed ex-conoscenti con google, mi è venuto in mente un nome-e-cognome di persona a me nota che, quella sì, se tutte le speranze allora coltivate sono state esaudite, dovrebbe ragionevolmente trovarsi in Rete.

Infatti l’ho trovata, anzi, è venuto fuori un sacco di roba. L’ho conosciuta ormai parecchi anni fa, a un osceno corso di teatro, ricordo in v. s. Giorgio, a Bergamo. Ha fatto carriera; l’ultima notizia che avevo avuto di lei risale all’ultimo anno (per me) di liceo, quando un conoscente comune mi ha detto che non era passata a un provino al Piccolo teatro di Milano — una notizia che, per motivi che per il demotivato sociopatico che ormai sono non possono non essere diventati del tutto oscuri, al tempo mi diede una certa soddisfazione; si deve sapere che detestavo cordialmente (=con tutto il mio cuore, chissà perché la gente ci legge un ossimoro) Strehler e tutta l’atmosfera da Piccolo teatro di Milano.

Ci sono poche fotografie, in nessuna delle quali è particolarmente riconoscibile (quelle di scena, ovviamente), a parte una, che la mostra eccessivamente magra e segnata; ma nel complesso è la faccia che mi ricordavo.

Per un certo periodo, aveva sempre dietro con sé il volume dei tragici greci regalatole dalla sorella. Nei momenti subsecivi (le serate erano lunghe, e gli istruttori faticavano a mettere il tempo a frutto) si metteva in un angolo, senza aver l’aria di emarginarsi particolarmente, e leggeva.

Si faceva ‘lezione’, se lezione si poteva chiamare (apposta ho messo le virgolette), in un auditorium appartenuto alla chiesa, o che la chiesa aveva dato in affitto, o come altro fosse — sono tutte cose che non posso assolutamente ricordare, e in più non me ne importa niente. Una sera, a teatro praticamente vuoto, le si diede una pagina da leggere come esercizio di riscaldamento; era stato scelto qualcosa di Sofocle (!), se non sbaglio; ricordo solo, purché ben ricordi, che non si trattava dell’Edipo; e non ricordo, né bene né male, altro.

Mentre l’interlocutore diceva con chiarezza poco risonante le sue battute, per non disturbarla, benché non fosse lì a farle da spalla, **** **** cantillava, come, i suoi versi, con una precisione musicale sbalorditiva. Al clou fece una cosa che per pudore definirò particolarissima: oscillando leggermente sulla persona, battendo o come battendo i piedi a terra, evocò il ritmo originario, la matrice del verso, come pulsazione e battito; lasciato scorrere velocemente il clou, lasciò smorire tale pulsazione, proprio come fanno le incudini del Rheingold. Andrebbe quasi quasi fatto presente che il Settembrini stigmatizzò le frequentissime, anzi regolari, inarcature del verso nelle tragedie dell’Alfieri, poiché i Greci dovettero declamare con una specie di cantilena, sennò non avrebbero scritto in versi. Ciò che non autorizza a pensare che si possa immaginare un Alfieri in prosa, ma questo è tutto un altro paio di maniche.

Ricapitolando: le incudini del Rheingold, "c’est un génie" riferito alla Pasta, quello che "trasaliva" sentendo la Ristori declamare in greco (ciò che **** ****, fortunatamente, non fece, in primo luogo perché ignorava il greco; punto secondo, mi lusingo di pensare, perché non l’avrebbe fatto comunque), la de Hidalgo che alza la mano sigarettata e scandisce in cordovain: "je me suis dite: çà c’est quelqu’un", e insomma tutto ciò che formava il lacertume d’apoftegmi e memorabilia e frasi celebri che inzeppava il mio trovarobe di bovarista provinciale, unitamente all’inorridirsi del pelo del coppino e alle lacrime affioranti, e a quella smania di acclamare che forse è una forma d’invidia distruttiva: tutto questo, in un nanosecondo, ebbe modo di sopraffarmi.

Faccio presente che all’epoca sapevo molte meno cose delle pochissime che so oggi; ma il mio gusto era assai più sorvegliato, e la mia sensibilità aveva nell’esulcerazione la sua norma.

Nel tempo **** **** si è variamente erudita e armata di conoscenze; è anche drammaturga, volendo, avendo scritto e rappresentato una pièce in collaborazione con la stella di una fikscion televisiva; si tratta di un tema, dal mio punto di vista, scarsamente appetitoso, come quello dell’anoressia (chiedo scusa per il bisticcio osceno, ma scrivo currente digito); un tema poco artistico su cui ognuno ha il diritto di fare arte, o analisi pubblica, a sua posta. Ha recitato, ovviamente, parecchio; le critiche che s’incontrano in Rete sfiorano talvolta l’entusiasmo.

Aveva un’aria falsamente introversa, all’epoca; voglio dire che quello che le mancava, a parte esperienza e tecnica e quant’altro, era il gesto. Sembrava impacciata nei movimenti; in realtà, molto più prosaicamente, non sapeva che farsi delle mani e delle braccia. Questo era il suo stato dell’arte allora; per dire che era proprio l’aurora. Ovvio, non so dove si possa imparare alcunché sul gesto (non ho indirizzi precisi né voci pervenute), ma sicuramente non poteva impararlo lì!

Ecco, se mi è servito a qualcosa, conservare questo ricordo, è proprio a questo: l’ho vista allo stato, diciamo, grezzo.

Non l’ho mai più vista, se non in un dramma-collage di diversi drammi di Blok. Era uno spettacolo, si può dire, corale; ricordo solo che sembrava la protagonista, ma nient’altro; segno che era proprio uno spettacolo corale.

C’era, per quanto potessi (possa non posso dire) augurarmi di vedere un giorno, potendo sognare in grande, dall’interpretazione di un’attrice, già tutto quello che occorreva. Ciò che non mi è capitato vedendo o cogliendo al volo interpretazioni di altre attrici; ma qui, devo dire, corre anche l’obbligo di far presente che si era a Bergamo, e forse anche lei, non so quanto consapevolmente (non eravamo amici e non ci siamo parlati spesso), subiva l’influenza di modelli, non specifici, ormai impolveriti — quell’Ottocento che portava anche nel volto, come già detto.

Non sono mai, mai andato a cercare quella inutilissima cosa che si chiama ‘teatro di prosa’, ma non sempre ho potuto evitarlo. Sono tentato di essere sicuro di una cosa: che se si fosse prodotto qualcosa di simile, nel mondo in cui non posso non essere immerso, ne sarei venuto a conoscenza. Ma poi mi dico che tante, troppe cose sono cambiate. E poi, nel frattempo, io sono andato in macerie; posto che lei fosse proprio quella che mi pareva allora, che cosa m’impedisce di credere che non sia avvenuto altrettanto di lei? Certo non è impossibile; ma in fondo, io, che cosa ne so?

Verso aprile sarà a Torino, dove forse la vita teatrale dev’essere più ricca che in altre città, con il suo spettacolo — credo, almeno: dovrei verificare, ma non posso aprire altre finestre. Il tema non m’interessa e poi potrebbe essere una sortita meno interessante di tante altre. Quasi certamente non ci andrò (pigrizia o viltà [l’ho tirata fuori solo per mettere qualcosa accanto alla pigrizia, in realtà andava bene qualunque altra cosa] non so), ma è una specie di scadenza che credo terrò da conto, magari fino al momento di farla trascorrere senza essermi mai, nel frattempo, deciso.

CXXXIV. Anni Sessanta.

5 Nov

CXXXIV. Qui a Torino la vita sembra essersi fermata, sotto tanti aspetti, agli anni Sessanta. Insegne pubblicitarie, manifesti, slogan sono spesso ornati di ingiallitissime rimette. Talvolta è un ‘effetto anticato’ voluto, come — poniamo — fuori dalle botteghe di rigattiere, che, chissà perché, devono sempre ricordare Dickens (o i campanelli delle Botteghe Misteriose ["Suonate, e vi sarà aperto!!!", tra il Signor Evanescente, Mary Poppins e i romanzi di Bellairs). In altri casi il ricorso alle rime è proprio fuori luogo. L’iniziativa "To&Tu", che non ho capìto bene che cosa sia precisamente (ma col cacchio che indago) è rivolta ai giovani, e si pubblicizza appunto con vecchie fotografie degli anni Sessanta (o con nuove fotografie di giovani particolarmente démodé), ed è cincischiata di motti che sembrano roncigliati dal Tesauro, ma da uno scolaro particolarmente ripetente. L’effetto è, esteticamente, qualcosa di devastante. Davanti a me, per es., c’è un manifesto della "Campagna per la donazione di organi e tessuti" (patronato del Comune di Torino, sponsor ACTL, ADMO, AIDO, Ass. It. Trapiantati di Fegato, ANED, Gruppo Assistenza Ustionati); il menno slogan è DONAZIONE CHE PASSIONE, e la figura rappresenta una fila di antropoidi tutti colle braccia alzate (le mani in alto, segno di resa di fronte al bisturi?), che ricordano dei lenzuoli stesi (già fantasmi? o corpi svuotati di tutti gli organi interni, altruistici sacchi vuoti in nome della PASSIONE espiantatoria?).

CXXXIII. Noticina a margine su

5 Nov

CXXXIII. E’ la traduzione di La littérature potentielle (créations, re-créations, recréations), Gallimard, Parigi 1973; in it. La letteratura potenziale (creazioni, ri-creazioni, ricreazioni), edizione italiana a cura di Ruggero Campagnoli e Yves Hersant, ed. CLUEB via Marsala 24 40125 Bologna, 1985 — introvabile secondo Giampaolo Dossena che ne dà notizia (La zia era assatanata. Primi giochi di parole per poeti e folle solitarie, Theoria, coll. "Confini" n°5, Roma-Napoli 19881; p. 87); cit. anche nella bibliogr. di Stefano Bartezzaghi, Lezioni di enigmistica, ill. di Gabriella Giandelli, Grandi Tascabili Einaudi n° 868, Einaudi, Torino 20011, p. 282). Sarà, ma l’ho regolarmente trovato alla Civica. Alle pp. 258-265, "Poesie con metamorfosi per nastri di Moebius", si propone il seguente gioco: "Utilizzando il classico nastro a una sola faccia e a un solo bordo, è possibile, grazie a semplicissime manipolazioni, far subire a una poesia delle trasformazioni che ne modificano il senso in modo spettacolare e curioso". Segue una laboriosa serie di indicazioni: prendere un nastro di carta molto lungo, scrivere metà di una poesia su una faccia, l’altra metà sulla faccia opposta, poi far subire al nastro una torsione di mezzo giro ed ecco che vien fuori una terza poesia, di significato contrapposto alle due originarie. Data una I metà "Sgobbare senza posa, / Per me, è una gran cosa / Non posso stare in pace / Il lavoro mi piace" e una II "è una vera agonia / il tempo buttar via, / e soffro in abbondanza / quando sono in vacanza" si ottiene "Sgobbare senza posa, / è una vera agonia / Per me, è una gran cosa / il tempo buttar via, &c.". Segue un’altrettanto inutile esemplificazione del "Metodo delle due sezioni" e un’altra del "Metodo delle tre moebiusizzazioni", su cui non mi dilungo. L’autore di questa fesseria, Luc Étienne, ha avuto il coraggio di depositare "modelli e testi… il 6 aprile 1972, n° 35445". Poteva essere ingegnoso, pensandoci di più? Non senza aver pensato, quantomeno, ad avvertire che le due poesiole devono essere state preventivamente composte in vista della terza risultante, di significato opposto. Anacleto Bendazzi (Bazzecole andanti, cur. Stefano Bartezzaghi, Vallardi, Milano 1997) ha scritto un biglietto d’auguri natalizi fatto nello stesso modo, e forse il Tolosani-Rastrelli (Enimmistica, 2 voll. Hoepli, Milano 1938 e sgg.) ne riporta esempi — ma non mi preme verificarlo. Più che altro, giova rilevare come nel precedente più prestigioso (quantomeno), cioè lo Zadig di Voltaire, il gioco è condotto con molta più semplicità ed eleganza: si immagina una poesia encomiastica respinta dall’autore, che lacera a metà il foglio su cui l’ha scritta, e lo getta dove gli càpita; lì dove l’ha abbandonato è poi scoperto da altri, che in luogo della poesia encomiastica leggono ben due poesie denigratorie, &c. &c. &c.