CXXX. Le biblioteche.

4 Nov

CXXX. Diciamo, a me piacerebbe, piace, fare un po’ di ricerca per conto mio (e per conto di chi altri, sennò? Marzio Pieri, a proposito del card. Rospigliosi, parla se ben ricordo di "autocommittenza paranoide". Non ricordo se fossero queste le parole esatte, ma rendono perfettamente l’idea — anche se non mi è ancora riuscito di condurre [felicemente o disperatamente questo non importa] una beata coppola di cazzo).

Di fatto, è il clima delle biblioteche che mi deprime. Non riesco a starci. La loro non è immobilità. Non sono poeticamente statiche come i cimiteri. Sono ibernanti. Non c’è spazio. Non ci si può muovere. Io, per confezionare una balletta erudita, ho bisogno di molti libri, e poi non posso fidarmi di quel colabrodo che sarebbe improntitudine da parte mia denominare pomposamente "memoria". Non riesco a rimanere concentrato su una cosa sola, mi fa male alla salute. Mica sono uno studente. O uno studioso. Puah! Lungi da me.

E’ assurdo avere i testi di consultazione sparsi per ogni dove, su piani diversi — ma questo, ancora ancora, passi. Ma soprattutto, come si fa ad aspettare per venti, trenta minuti un testo che occorre solo da aprire e chiudere, per una rapida verifica? A me ne occorrono — in media, sparo una cifra — almeno dieci, perlopiù, a questo scopo; e non li posso nemmeno richiedere tutti insieme, perché si accettano fino a tre richieste e non di più. Non sono io fuori squadra, lo so fin troppo bene da tutto quello che ho letto in questi ultimi trent’anni: il fatto è che chi scrive ha a disposizione, normalmente, una biblioteca personale. Io no.

Quando avevo una casa e dei libri, ero abituato a muovermi velocemente dall’uno all’altro, e anche dall’altro all’uno, lasciandoli e riprendendoli secondo il bisogno e l’uso. Recandomi in biblioteca, è ovvio che non m’aspetti di poterne fare un uso altrettanto libero che se fosse una biblioteca personale; ma ad essere personale, troppo personale, è il mio modo di riferirmi alla curtura. Non sono adatto ai tempi e ai modi canonici. Hanno su me un effetto distruttivo, o più effetti distruttivi. E non mi aiuta avere una cazzetta e un pirlino per gomito, che succiano il culo della penna e guardano in aria, o pispigliano tra loro sghignacolando, quando loro viene l’estro di fare qualche chiacchiera. Ma questo passi, ancora ancora.

Sono le verifiche a catalogo, le richieste, la compilazione dei moduli, l’attesa, il dover stilare mentalmente faticose scalette delle priorità che mi fanno capire quanto io sia un animale sostanzialmente non acclimatabile, tra i molti altri ambienti, anche alle biblioteche. D’ora in poi, solo prestiti. E non che non mi dispiaccia; per esempio, la serie dei Cento libri per mille anni, in tal modo, mi resta preclusa; opere di consultazione preziose & importanti, come dizionarii etimologici, repertori, enciclopedie di varie scienze. Potrei dedicare una giornata al mese, previa preparazione spirituale, allo ‘studio’ in bliblioteca. Patirei di meno, certo, però non mi servirebbe a niente.

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