Archivio | novembre, 2005

CLVII. PISPA MALEDETTA.

24 Nov

CVLII.

PISPA

MALEDETTA,

PERCHE’ MI HAI LINKATO?

CLVI. Comune e originale.

23 Nov

CLVI. Se qualcuno si rivolge a me per avere (è capitato, prevengo: basta colle pernacchie) una serena opinione su quello che ha scritto, di norma sono molto gentile; non dico peste e corna e se qualcosa non mi piace lo nascondo persino a me stesso. Ormai un anno e mezzo / due anni fa, ho avuto un’amica di rete, una di quelle conoscenze del tutto superficiali che si risolvono, normalmente, in una serie di conversazioni a zucca vuota per telefono. Infatti, doveva finire, esaurendosi naturalmente, in questo modo. Ma dal momento che costei abitava a Torino, o nei dintorni (e forse abita ancora, non posso saperlo e nemmeno m’interessa), venendo io a Torino, l’ho poi effettivamente, de visu, incontrata. Una volta in tutto. In capo a qualche mese ha superato la fase della scrittura come una specie di malattia dell’adolescenza mancata, e i miei rapporti con lei si sono definitivamente sfilacciati.

Per telefono appariva come apparve poi di vista. Carina, gentile, piccina, comprensiva e garbata. Molto a modino, non particolarmente brillante né desiderosa di esserlo. Impiegata, all’epoca, col mutuo da pagare, un ragazzo, e piri piri. Niente di che.

Ma ancora al tempo delle telefonate mi inviò, a scopo sereno parere, un suo racconto, diviso in capitoletti, dedicato a una storia discretamente brumosa, di cui posso ricordare pochissimo, se non i personaggi principali, un uomo che sonava la chitarra per le strade, la sua donna e il frutto dell’unione, un bambino chiamato "Dio"; si parlava di vite buttate in mezzo alla strada, senz’alcuna tragicità, e del desiderio di andare a Parigi. Il tutto in termini piuttosto confusi; ma l’atmosfera che si respirava era per me sorprendente, anche se non in senso positivo, nella sua lassitudine polverosa, nella soporosa sordidità, nella sua sfasciatezza amorale. Insomma, quella stessa atmosfera che avrei respirato (senza nessunissima voluttà) di lì a non molti mesi. Non perché io mi sia più che pria sfasciato in alcunché, ma perché era sfasciata l’umanità che mi circondava (e mi circonda). Ho dato qualche indicazione tecnica (voleva, infatti, procedere, riconcependo la struttura del pezzo), piuttosto generica (come sempre quando il pezzo sottopostomi non vale una cicca), sorvolando sull’effetto fastidioso che m’aveva fatto quella prosa-pitone, ammorbata e floscia. Questo perché, come ho detto, sono un ragazzo gentile, che non dice quello che pensa se non quando non è richiesto (se non quando è decisamente controindicato).

Ancora più sorprendente, dopo avermi ammannito quel piccolo hors-d’oeuvre di squallore, la mia amica-di-telefono-e-chat mi esortò: "Dimmi, soprattutto, se ti dà l’impressione di qualcosa di comune. Io non voglio essere comune. Io ho questa paura: quella di essere comune". Ecco, ho pensato.

Dunque, la prima volta che la incontrai andai ad aspettarla all’uscita da lavoro, e poi, incamminandomi con lei ebbi modo di scambiare quattro serene chiacchiere circa il mio (!!!) e il suo futuro, progetti e mezzi progetti, e altre amenità. E poi è bello vedersi in faccia, uscendo da questo cerchio di conoscenze di chat-e-forum, così distanzianti (non è vero una cippa, anzi è vero il contrario, ma seguo l’andazzo anch’io). Ebbi dunque modo di vedere che era una signorina brunetta, piccina, ricciolina e graziosa.

Questo per quanto riguarda il primo incontro. Quando invece si trattò di vedersi la seconda volta andai ugualmente ad aspettarla all’uscita dal lavoro. Lavorava presso un’assicurazione. Mentre aspetto davanti alla soglia, mi vedo passare davanti una brunetta ricciolina, molto graziosa e piccina, che sfreccia via nonostante, l’ho notato senza tema d’errore, mi abbia ben visto in faccia. Il fatto che mi avesse visto e che non avesse dato segno di vita mi ha fatto dubitare seriamente che fosse lei, frenandomi dal rincorrerla — per mia fortuna, perché infatti non era lei. Beh, mi sono detto, non sono mai stato molto fisionomista. Pur col dubbio di essermela lasciata scappare sotto il naso (un po’ tormentandomi perché la signorina non s’era fermata — che fosse lei e fosse arrabbiata con me per qualche motivo? che non mi voglia parlare perché sono brutto e puzzo? che tema le voglia chiedere dei soldi?), sono rimasto in osservazione, infondendomi un briciolo di fiducia del tutto surretizia. Quand’ecco un’altra signorina, una brunetta ricciolina, piccina e graziosa, mi sfreccia davanti. Questa, però, non mi aveva visto; sicché ho alzato il braccio, e ho fatto due passi verso di lei che, datemi le spalle, stava andandosene a passo spedito; e ho, pure, detto la prima parte di "E(hi!)", frenandomi, tuttavia, sùbito. E ho fatto benissimo, perché, insomma, non era lei. La presente signorina ha infatti inforcato una motoretta e ha ronzato via, sparendo in un baleno alla vista; non poteva che essere la prova provata che non si trattava affatto della mia signorina brunetta, piccina e graziosa, essendo che la mia mi aveva detto che si faceva portare a casa con la macchina, dal suo ragazzo. Dunque, non era ancora uscita. Mi sono di nuovo posto in osservazione, scrutando con grande attenzione lo sciamare un po’ pigro degli assicuratori e dei tecnici dalla grande porta a vetri. Alla terza signorina brunetta, piccina e graziosa, non mi sono fatto fregare: era, infatti, abbastanza piccina, ma la mia signorina brunetta, piccina e graziosa era decisamente più nana di questa. Quando, del tutto fortuitamente, i suoi occhi incontrarono i miei, vi lessero Non mi freghi, a chiare lettere. La falsa signorina se ne andò perplessa. 

Ma a questo punto, nonostante dovessi compiacermi con me stesso per uno spirito d’osservazione che non mi conoscevo, non ce l’ho fatta più, sono andato alla guardiola e ho chiesto a due signori in divisa (un uomo pelato coi baffi bianchi e una signora colla permanente) dietro il vetro: "Mi scusino, per caso oggi è venuta al lavoro XXxxx Yyyy?".

Hanno telefonato di sopra, molto cortesemente. "Guardi", mi dissero, "dovrebbe essere già scesa, perché sopra non c’è". "Capisco", ho sospirato. E poi, speranzoso: "Voi di vista, magari, la conoscete?…". "Oh, sì", ha risposto la signora, del tutto inaspettatamente, "aspetti che gliela descrivo: è una signorina brunetta, piccina, ricciolina, graziosa…". "SI’!", ho gridato. "E’ lei, è lei! Allora, l’ha vista?". "Sì, sì", ha detto, ma impensierendosi. "Però un quarto d’ora / venti minuti fa…". "Oh", feci, deluso. "E’ quella con la motoretta", ha precisato, con sicurezza. "Ma…". "Ah, no!", si è illuminata, guardando un punto dietro le mie spalle. "Guardi! La vede?" Mi volto, e vedo che è spuntata dal corridoio una signorina brunetta, piccina, ricciolina e graziosa. Ma ad un’attenta analisi, tendendo per bene le corde degli occhi, aveva il culo leggermente troppo grosso, e il collo un po’ corto per poter essere la mia signorina brunetta, piccina, ricciolina e graziosa. "Non è lei", ho detto, sconsolatamente, dopo una breve esitazione (non si sa mai). "Allora era quella con la motoretta", ha concluso la signora colla permanente, "lo so per certo". "No", ho negato, pertinacemente, "non è lei. Quella signorina brunetta, piccina, ricciolina e graziosa differisce dalla mia proprio per il particolare della motoretta: la mia signorina brunetta, piccina, ricciolina e graziosa si viene a far prendere dal ragazzo". E’ parsa sinceramente dispiaciuta. "Mi dispiace", ha detto infatti. "Aspetti, comunque", ha soggiunto, animandosi. "Evidentemente non è ancora scesa, farà gli straordinari". "Ma di sopra hanno detto che non c’è!" ho contestato io. "Be’", ha pensato la signora con la permanente, pietosa, "potremmo cercarne un’altra, in fondo…". "Non voglio", ho detto, denegando con forza, mentre la voce cominciava a tremarmi "io voglio la mia!". La signora con la permanente ha guardato il signore coi baffi bianchi, che per tutto quel tempo aveva studiato la mia pietosa mise di neo-straccione. Il signore coi baffi bianchi ha, a quel punto, preso la parola e mi ha chiesto, con tatto: "Signore, mi scusi se mi faccio gli affari suoi, ma lei ha un recapito telefonico di questa signorina brunetta, piccina, ricciolina e graziosa?". "Sì", ho detto, e gliel’ho dato (non avevo un centesimo in tasca, ovviamente, e non avrei mai potuto telefonare senza intercessione). "La chiamo io", ha detto.

Il telefono ha squillato un sacco di volte, ma alla fine la mia signorina brunetta, piccina, ricciolina e graziosa ha risposto, dopo le frasi di riconoscimento: "Da dove stai chiamando?" Ho spiegato brevemente la situazione, &c. &c., che ero lì sotto, che la stavo aspettando, che se doveva fare gli straordinari non c’era problema, l’aspettavo ancora…

Insomma, è saltato fuori che lei per la verità lì non c’era, inquantoché si era licenziata una settimana prima, e bello è che me l’aveva anche detto; solo che io o non avevo capìto o m’ero dimenticato. Non l’ho più vista e non so più (o non ho mai saputo) dov’è andata a finire. Comunque posso attestare che la KKKjjj XXxyy Assicurazioni non è rimasta a corto di brunette.

CLV. Gli uni, i pochi, i troppi.

22 Nov

CLV. Non più di recentissimo (ma ha importanza riferirsi a questa o quella circostanza, a questa o quella affermazione del sig. Tazio o del sig. Semprinio? Càpita così spesso di sentir dire qualcosa del genere) ho letto su un blog che ha parti non spregevoli ed altre spregevolissime la frase: "Io sono solo io", o roba del genere.  Poi, dai commenti, veniva fuori che si trattava di una citazione — ma è una di quelle cose (appunto) che avrebbe potuto dire chiunque. Questo è un grosso problema; quello delle citazioni, intendo dire. Ci sono le frasi, le parole qualunque messe in bocca a personaggi non qualunque; a quel punto, un punto non qualunque, assumono un peso, un’importanza, delle implicazioni e sfumature particolari. Poniamo, Cambronne che grida merde ha un significato; merde può averlo detto qualunque incvoyable, qualunque ignorante aristocratico decaduto, persino Robespierre potrebbe averlo digrignato, nell’impazienza. Che lo dicesse Cambronne è destabilizzante, ergo significativo. Poi ci sono le citazioni in sé significative; ovvero, il pronunciatore della frase ha sintetizzato il significato della propria opera ed esperienza in quella determinata frase, che pertanto può essere considerata una specie di porticina d’accesso, o la chiave della stessa, una piccola "guida", insomma, utile ad ogni più estensiva esplorazione di quel dato pensiero, di quella data esperienza, di quella data storia. Esempio: Lamarck che dice "In natura nulla si crea e nulla si distrugge, &c.". Tra gli esempi di citazioni disfunzionanti devo citare le due ultime citazioni fatte in mia presenza, per mie ragioni censuarie assai distanti tra loro nel tempo. La prima diceva grosso modo che le parole sono state inventate per spiegarsi, però il più delle volte servono a creare ancora più diaframmi e confusione; attribuita a Buzzati. "L’ha detto Buzzati", m’è stato chiosato, con la massima serietà. Prima che scattasse lo sticazzi di prammatica, ecco la controchiosa: "… che non era un cretino, mi sembra". Imprecisioni a raffica, ovviamente: Buzzati (teste Montanelli) ERA un cretino, ciò che non gli impediva di essere anche un genio, ma questo è un discorso lungo e qui potenzialmente fuorviante. Secondo: l’epifonema è un falso paradosso. E’ scontato che le parole, essendo il più capace e in fondo l’unico strumento di comunicazione tra gli uomini, servano sia a svelare che a nascondere che a deformare. Nessuno si chiede seriamente se "con le parole" sia possibile mentire, o manipolare; è una cosa che accade continuamente. Ma la frase ha (o aveva; non mi ricordo la forma esatta) una sua dignità esteriore, sufficientemente epigrafica; e può essere detta, e riciclata. Sennonché c’è un problema. Che una frase del genere potrebbe averla detta chiunque. Senza (dicendola) apparire necessariamente più profondo o più intelligente di quello che è, peraltro.

La seconda citazione era un indovinello-trabocchetto, nel senso che mi è stata offerta in forma di domanda, maieuticamente: "Ti ricordi chi ha fatto un lungo encomio della foglia?", intesa come la foglia d’albero (mumble mumble… la foglia, perfezione della stessa e sue nervature; Fibonacci? Un poeta marinista? Sinesio di Cirene?). La risposta: "… Kant". La controrisposta: "Ah". Ovviamente, inutile chiedere dove Kant elogiasse la foglia e in che termini. Può darsi che l’encomio della foglia sia al top della popolarità, tra i lettori appena più informati di me, ma io non ne ho mai sentito parlare. Ma non importa, qui, rilevare la mia solita ignoranza, quanto il fatto che l’idea di un encomio della foglia sarebbe potuta venire, e verosimilmente è venuta, a un numero variabile tra i tre e i cinquecentomila scrittori dall’inizio della storia del mondo ai giorni nostri, includendo filosofi, botanici, poeti, matematici e altre due o trecento categorie e specie, dentro e fuori, sopra e sotto la letteratura propriamente intesa. Una citazione può essere a indovinello, palese, nascosta, composta o in ensalada con altra/e, tutto quello che si vuole, ma 1. deve essere precisa; 2. non deve essere qualcosa che chiunque avrebbe potuto dire.

E’ chiedere troppo? Credo di no. Ma non è questo il punto.

Il punto è che non riesco a spiegarmi troppo bene come mai un individuo raziocinante, per affermare la propria orgogliosa unicità (ergo superiorità; a differenza di un individuo raziocinante ma sfigato che affermi la propria diversità, ergo inferiorità), ricorra alla frase di un altro. Secondo logica, dovrebbe essere (quantomeno) due. Più tutti quelli che hanno eventualmente fatto la stessa citazione, servendosene con finalità analoghe. Dal che si inferisce che è assai difficile, nel complesso, dire in quanti si è. Ma anche in quel caso, ahilui, non era solo. Era solo uno dei molti segmenti di un grosso stronzo. Come tutti, probabilmente.

(…)

CLIV. Dal post precedente.

20 Nov

CLIV. A differenza delle germaniche e della greca, dalla quale si può tuttavia rubacchiare, le lingue romanze hanno serie difficoltà a creare composti. Non se ne dovrebbero coniare, essendo le singole parole tonde come ciottoli levigati dall’acqua, e quando se ne fanno, di norma, fanno schifo. Passi il roseodigita, ma gli allusivi trovati dal faticoso Foscolo per gli dèi omerici sono spaventevoli (bianchibraccia, per es.). Cose come leggiadribelluccia tarano irrimediabilmente il ditirambo del Redi. Cose così. Insomma, fanno schifo.

Nel post precedente, che voleva essere scritto in italiano e non in tedesco, c’è scritto tra l’altro: … del poema di un solo autore più lungo della storia umana. Dove più lungo si riferisce al poema, non alla statura del p. Brien, che non ho mai conosciuto personalmente e che non sarei in grado di disseppellire, almeno al momento. S’intendeva, insomma, riferirsi al poema di-un-solo-autore più lungo, &c. Come si può dire? Adespoto si dice di uno scritto senza autore specificato (da non confondersi con acefalo, che è uno scritto rimasto senza titolo, per un motivo o per l’altro); monodespoto si potrà dire? (Qualche filologo si sarà mai posto il problema? Esisterà un’espressione del genere, o qualcosa che l’equivalga?). ((Perché sono così ignorante, mio dio?))

CLIII. Il Prométhée del p. Brien.

20 Nov

CLIII. Il québecois p. Brien, di cui si parla anche qui, non capisco bene se francescano (quasi certamente no) o serafino, ha per l’appunto scritto il poema con un solo autore più lungo della storia umana, Prométhée, dialogue entre les vivants et les morts (4 voll., 1965). Ora, credo di essermi sbagliato: non sono 460.000, dovrebbero essere 490.000 or so. In rete si incontrano alcuni suoi versi, riccamente rimati, tutt’altro che spregevoli. Il restante della sua produzione, se ben ricordo, superava i 500.000 versi. Nuovo Zoroastro, avrebbe dunque scritto circa un milione di versi (riuscendo peraltro a farli pubblicare e quindi, almeno in minima parte, a leggere — che non è poca cosa).

CLII. L’Anfiosso in versi 2.

20 Nov

CLII. Qui, invece, c’è il bando di un concorso chiamato "Premio Anfiosso", per la poesia, a cura di un’associazione culturale ("Amici della cultura") della città di Giulianova. Il bando è vecchio, ma il concorso dev’esserci ancora, credo, perché è citato nel sito del Comune di Giulianova, e c’è uno (che poi è l’on. Mannino, presidente del consiglio comunale di Roma) che ha vinto l’edizione dell’ottobre 2001.

CLI. L’Anfiosso in versi.

20 Nov

CLI. Qui si trova una poesia dedicata all’ANFIOSSO, con relativa discussione circa la precisione scientifica (lirica, quindi?) della stessa. Può parere una stronzata, ma effettivamente lo è.

CL. Sono

19 Nov

arrivato a centocinquanta.

Ho visto l’ultimo Guinness dei primati. Tempo fa (almeno fino al ’98, o ’99, chissà di quand’era) era ancora una lettura vagamente regressiva, ma appunto per chi era materialmente possibilitato a regredire, cioè per gli adulti. Hanno tolto tutta la parte letteraria, parlano solo delle vendite della Rowlings. Volevo tanto sapere se qualcuno era riuscito a battere il record del p. Roger Brien (classe 1904, se non erro), Prométhée, dialogue des vivants et des morts, 460.000 versi.

CXLIX. Volevo

19 Nov

andar per blogs, e lasciare commenti qui e là, ma oggi mi sento freddo anche in Rete. M’è in uggia, il freddo, di questi giorni. Me ne sto qui. Ci sono gli spifferi e c’è troppa polvere, ma è meglio che uscire.

CXLVIII. Stanotte

19 Nov

ha brinato. E io ho corso il rischio (per fortuna sventato) di dormire fuori! Chissà come sarei stamattina, se mi fosse andata male.

CXLVII. Scrittura e morale.

19 Nov

Sarò brevissimo, anche perché quello che ho da dire è poco, chiaro e totalmente apodittico. Si è insistito un mondo (è stata una moda del ‘900, credo) sul fatto che per essere un grande scrittore non si debba essere brave persone. E si è detto che Dostoevskij aveva i debiti, e che Tolstoj andava a donne, e che Andersen si faceva le pippe e che il Settembrini era dall’altra sponda, dimenticando bellamente che tutti questi NON sono peccati. Poi si è fatto un salto oltre, e si è detto decisamente che il grande scrittore DEVE essere uno stronzo. Di qui i surrealisti, e Bataille, e, retrospettivamente, anche il doux Racine che si prendeva a bottigliate in testa con i compagni di sbronza nelle bettole, e il favoloso La Fontaine che abbandonò la famiglia per i deux pigeons — nessuno si è salvato, tutti figli del diavolo, tutti malintenzionati. [Giordano Bruno accoppò un frate buttandolo nel Tevere? ‘Ecco, vedi che fu un mostro anche lui?’ No; in realtà fu un santo. Avrebbe dovuto accopparli tutti.]

Ne ho già parlato. In realtà, è vero che la spregiudicatezza paga, in ogni campo e quindi anche nella scrittura. E’ una grande scorciatoia, permette di arrivare velocemente laddove la rettitudine pena e si attarda. Ma sui tempi lunghi si rivela un pessimo espediente. Scava scava, bisogna metter via per la vecchiaia; e saper, per l’appunto, invecchiare, e morire. Se vuoi arrivare a fondo (non necessariamente per essere grande, ma quantomeno per essere puro, o più puro, o più puro che sia possibile), non puoi aggirarlo: l’aspetto morale ti si para sempre davanti.

[Anche l’omissione è peccato. Non è vero che chi non fa non falla].

[[Mumble mumble]].

CXLVI. Dato che prima

19 Nov

www.anfiosso.splinder.com non funzionava, ho aperto un altro blog, precisamente identico, denominato www.anfiosso.blogspot.com. Non c’è scritto niente, chiaro, ma mi serve (forse) di riserva.

CXLV. Come dicevo,

19 Nov

il pezzo sui barbù è grosso modo finito. Ci sarebbe tanto da aggiungere, ovvio; ma datosi che ci sarebbe anche tanto da togliere, perché non lasciare tutto così com’è (ma a me, in fondo, che cosa ca**o me ne fr.?).

CXLIV. Non ho voglia,

14 Nov

per il momento, di continuare a copiare. Mi tedia terribilmente. Ripasso piu’ tardi.

CXLIII. Collard-Gambiez III

12 Nov

CXLIII. Ecco la terza tranche, che m’è venuta fuori irresistibilmente (dipende dall’argomento, non certo dal libro, che anzi è decisamente noioso e anche piuttosto inutile). Parto da un brano del libro, che copio assai spregiudicatamente (la pagherò sicuramente, per questo):

Inoltre, nella distinzione tra povero buono e povero cattivo si ripropone l’insidia di una specie di perniciosa commistione tra peccato, sofferenza e malattia, nella quale le due ultime sono la conseguenza del primo. La religione, così, si è forgiata un Dio potente che ricompensa sulla terra il comportamento dell’uomo sulla base delle sue colpe e dei suoi meriti: "Che cosa ho fatto a Dio per meritare tutto questo?" si sente dire spesso. E’ questo un grido che lega la disgrazia alla colpa e che comporta l’idea di un castigo inflitto da un giustiziere sovrano. Questo modo di vedere le cose ci rinvia all’episodio evangelico del nato cieco, nel quale i discepoli domandano a Gesù: " ‘Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?’. Risponde Gesù: ‘Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è così perché così si manifestassero in lui le opere di Dio’ " [Nota: Vangelo secondo Giovanni, 9, 1-3]. E cioè la vita e la luce, vittoriosa, di ogni morte e di ogni tenebra.

Ecco perché la ricerca delle cause del male e della miseria in una presunta colpa passata di qualcuno (o anche di se stessi) è da bandire definitivamente dal nostro animo. Quando è possibile, invece, può essere salutare aiutare il povero a prendere coscienza della parte di responsabilità sulla quale può avere ancora presa per nascere di nuovo. [Nota: Qui parliamo dei senzacasa, ma è vero anche per chi sta scontando una pena in prigione e, d’altronde, per tutti noi].

Pp. 288-289.

E’ una pagina non molto chiara, in cui effettivamente si fa un po’ di confusione, e insieme si tralascia qualcosa di fondamentale. Può aiutare mettere la frase: "La religione, così, &c." prima della frase sul povero buono e il povero cattivo. Si dice, dunque, che ci si è formati un’idea di un dio contabile, che paga tutti secondo il dovuto, ora e qui, in questa vita. Non direi che è così. In realtà qui si presuppone — e si fa male, perché conveniva dirlo — la logica borghese ed efficientista secondo cui tutti, se facciamo il nostro dovere e ci adeguiamo a determinati meccanismi, otteniamo quello che vogliamo. Di qui la confusione tra successo e merito, e la riprovazione nei confronti della povertà — pur con la riserva che possano esistere dei "poveri buoni", persone che hanno subìto ingiustizie gravi e non si sono potute difendere, o sono state schiacciate da disgrazie. Questa visione delle cose può effettivamente informare di sé anche la sfera religiosa, ma è sostanzialmente indipendente da essa; anzi, identificando il luogo della giustizia con il mondo, tende a fare a meno dell’idea di un aldilà, e si associa meglio con l’ateismo che con la fede. Poi, ovviamente, c’è la parabola in cui il Cristo pronuncia la sua massima, spiegata da parole altrettanto vacue. Ora, il discorso, lo sappiamo tutti se non altro per formazione diffusa, è poi sempre quello; il Cristo indica sempre la cosa migliore nella peggiore (è la sua specialità): come le streghe del Macbeth egli è convinto che fair is foul, sicché il dolore è gioia, il bello è malvagio, il povero è ricco, il ricco è povero, lo stolto è un savio, il piccolo è grande e via di questo passo. Tante cose che, prese nel debito modo, possono apparire vere; ma — appunto — prese nel debito modo, sotto certi aspetti, non così in assoluto; e vere, sì, ma (e questo è fondamentale) solo finché qualcuno non lo dice. Il Cristo (o chi per lui) l’ha detto, e ha scassato tutto. I Collard-Gambiez non sono così cretini da sostenere che la condizione del clochard sia bella e vantaggiosa, per quanto talora ci arrivino assai vicini, specialmente quando (come si è ribadito nel corso del libro) si dànno casi di solidarietà toccante, da parte di persone generose o tra poveri; il gesto, ovviamente semplice, di dare qualcosa (cibo, vestiti, tabacco, vino, soldi, qualunque cosa) è certamente confortante per chi riceve — sia pure con tutte le riserve opposte dall’orgoglio e dal dover tirare avanti così, che non sono certo riserve da poco –, ma il fatto è che solo un povero di spirito a livelli patologici può reggere l’idea di una vita dominata dalla preoccupazione per il proprio stomaco e le proprie più miserande esigenze, col solo bene di un raggio di cristiana carità di tanto in tanto. E’ oggettivamente una vita di merda. Ed è tale, oggettivamente, perché tiranneggiata dal difficile soddisfacimento dei più elementari impulsi. I quali possono servire a ‘dimenticare’ le ragioni, spesso non esattamente materiali, per le quali si è finiti sul fondo della fogna; ma anche quando, ed è la più parte dei casi, non c’è tanta consapevolezza o voglia di ricordare, quelle ragioni permangono, e il resto non dev’essere considerato diversamente da una mera conseguenza.

Vedo, personalmente, con disgusto e orrore ogni forma di cancellazione della memoria. Non voglio fare paralleli (col nazismo, per esempio, che è un derivato del cattolicesimo), anche perché nella fattispecie rischiano solo di essere una distrazione. Mi limito a notare che qui il clochard è raffigurato, idealmente, come una persona priva di storia, qualcosa di bidimensionale, una sorta di sacco sdrucito e perennemente vuoto in cui gettare occasionalmente qualche atto di carità. Vien da chiedersi come mai i Collard-Gambiez abbiano passato tanta parte del loro tempo ad ascoltare storie: era solo un lenitivo per chi, allora, trovava una spalla su cui piangere? Si direbbe di sì. Un atteggiamento che i due hanno sempre, incrollabilmente, avuto per ben dieci anni della loro vita. Di uno schematismo, o di una sordità se si preferisce, che ha qualcosa di vagamente disumano. Tutta la percezione della persona è schiacciata sulla non-persona a cui è ridotta attualmente. Non c’è profondità. Non c’è spessore.

E’ giocoforza concludere che c’è, alla base, quella volontà, ovvia da parte di "missionari", di mantenere intatte quelle condizioni di disagio, com’è definito, in cui trovano l’elettivo campo d’azione. Anche se non è loro richiesto, non solo non indicano vie d’uscita, ma indicano semmai una serie di modi (tra cui quello esemplificato in questo brano) per conservare quelle condizioni tanto favorevoli al dispiego quotidiano di gesti caritatevoli. Non è tutta malafede: è il principio che è sbagliato. Su quest’affermazione potrebbero essere dette molte cose, ma una flaccida disamina sarebbe, qui, il peggio del peggio. La cosa fondamentale da dire è questa: il barbone non vive una condizione di "disagio"; vive una condizione di ingiustizia. Tutto quanto ha che fare con la memoria, anche — perché no? — quella degli atti compiuti, delle omissioni, degli atti subìti. Eliminare la memoria, degradare regolarmente al rango di menzogna o di "drammatizzazione" il racconto del cosiddetto disagiato, senza tentare mai di ragionare sulle sue parole per trarne qualcosa di più reale, significa rendere impossibile l’eliminazione, a qualunque livello, delle cause d’ingiustizia. Significa rendere impossibile la giustizia. I lenimenti, le consolazioni, le romanelle, le pappine, le smorfie, i vezzi, gli attucci sono certamente quanto di meglio, per quella sorta di Barbone Perfetto identificato in Yvon di Amiens, p. 300:

E’ l’immagine del povero per eccellenza: completamente sprovvisto di tutto, handicappato mentale, incapace di orientarsi, di chiedere l’elemosina e quindi di nutrirsi;

ma è UN CASO, e tutti gli altri, le cui "eccentricità" sono conseguenza diretta di un’emarginazione insopportabile? Per loro gli aiutini dati col contagocce, o il poco che riescono a procurarsi di persona, possono occorrere solo a mantenersi in vita — o aldiquà della vita, secondo i punti di vista.

Tutto il libro, in fondo, sembra un lungo e tedioso (perché ingiustificato) aggirarsi in un mondo abitato da creature disumane. Non che m’interessi molto notare questo fatto in questo libro in particolare: lo noto perché, dati i presupposti ideologici (i più condivisi), non sarebbe potuto essere diversamente. Comportamenti meccanicamente riproposti, a mo’ di gag, portraits en profil cartoonistici, sembra che da ciascuna delle singole frasi del libro sia stata occhiutamente sceverata ogni passibilità di approfondimento minimo. Nessuna traccia, nessun cenno che possa gettare un raggio di luce, per quanto incerta, su quello che può esserci stato a fondo. E questo perché manca la consapevolezza dell’umanità delle persone di cui si parla. La quale è, ovviamente, costantemente ribadita, ma in totale assenza di intima convinzione; ne consegue che non può mai essere nemmeno mostrata, resa tangibile. Non sto dicendo che quello che sta scritto nel libro non corrisponda a quello che i Collard-Gambiez hanno effettivamente visto e sentito; è chiaro, nessun libro contiene tutto, è sempre il risultato di una scelta. Ma non è possibile che, tra tante confidenze raccolte e storie pazientemente ascoltate, non ci sia una sola frase che rimandi a qualcosa di ulteriore, a un vissuto che possa essere in qualche modo, alla meno peggio, enucleato, o appena intuito, e comunque ricondotto su un piano d’indagine. La mancanza di qualunque contenuto utile a fare un po’ d’analisi, con approccio ovviamente idiografico e non generalizzante, dipende in misura direttissima dall’atteggiamento mentale con il quale la coppia si è accostata a questa parte d’umanità.

Si dà il caso che tutti noi adeguiamo i nostri atteggiamenti agli interlocutori, ricorrendo a diversi stili comunicativi (e a tutta quella parte del nostro intimo in cui ciascuno stile pesca) a seconda che Tizio o Caio ci stiano parlando e sollecitino da noi questa o quella risposta. Il barbone, ossia quella-persona-in-condizioni-di-dover-sempre-chiedere-per-ottenere-qualcosa-da-qualcuno, conosce meglio di chiunque altro la stretta correlazione tra il modo di chiedere e l’ottenimento dell’oggetto desiderato. Dovendo, appunto, sempre chiedere per ottenere, il barbone è indotto a sostenere una recita continua, nella quale deve dimostrarsi in grado di far presenti le proprie afflizioni e, nel tempo stesso, non tediare, ma anzi intrattenere, se possibile, e compiacere l’interlocutore. Tutti, con ogni probabilità, recitiamo; anzi, a dar retta alla vulgata, pare che si riesca a dire qualche verità su sé o in generale solo mentre si sta recitando una parte. Lo stesso ricorso alle ‘maniere forti’ della minaccia, dell’imporre distanze minori alle minime di sicurezza igienica, gli atteggiamenti di sfida, si appellano in primo luogo alla pietà dell’interlocutore occasionale, e ci riescono grazie all’esagerazione, che attiene al grottesco, e si richiama, latamente, al senso dell’umorismo. E’ praticamente impossibile subire una partaccia realmente offensiva da parte di un barbone. Una sua reazione di disappunto potrà schifare, sdegnare l’interlocutore che non molla la monetina, ma è impensabile che possa realmente ferirlo, per quanto non ci sia nessuna ragione per ritenere che al barbone, come a qualunque uomo con la sua dose di frustrazioni, manchi la capacità di farlo. Tutto questo è scontato.

Forse tutti sosteniamo una recita, ma possiamo anche staccare. La gran parte delle persone, cioè, può, a un certo punto, permettersi il lusso di sentirsi stanca. La mancanza di manifestazioni di stanchezza, quel ‘chiudere’ le serrande, arrivati a un certo punto di saturazione, è uno dei caratteri distintivi più proprii del barbone. Essa stanchezza, effettivamente, può, nella vita normale, essere affettata, "recitata" a sua volta; ma è, di nuovo, una specialità di chi può permettersela. L’unica stanchezza che ha il diritto di fare la sua apparizione sul volto di un barbone è quella, che non si gabba ma si mostra spontaneamente, che prelude alla morte. Se diversi motivi, legati eminentemente a fattori retorico-persuasivi, non rendono indesiderabile mostrare a tempo e luogo segni di stanchezza, non è mancato chi, tra le persone normali, anzi, addirittura tra i VIP, ha colto questa caratteristica e ne ha parlato in senso ammirativo: come quel dignitario di Filippo II, che si pregiò di assumere i barboni, o i saltimbanchi, o la gente che campa di espedienti, a proprio modello esattamente in questo senso. Non mostrare mai stanchezza; non sottrarsi mai al confronto con il prossimo (ne va della vita): sono imperativi che valgono, nella maniera identica, per chi sta molto in alto e per chi sta molto in basso.

Ma ci sono inevitabilmente circostanze, che si producono soprattutto in àmbito selettamente barbonesco, che hanno il potere di schiudere agli sguardi i sotterranei, grovigliosi e inquietanti e oscuri, dell’anima dei barboni. Con questo è possibile capire ciò che, probabilmente, è troppo insostenibile da accettare, per persone normali e operatori del settore: che i barboni sono persone perfettamente normali. Almeno in grandissima parte. Abbiamo visto in che stato fosse Yvon (sicuramente un malato abbandonato, ed è UN’ALTRA COSA rispetto a un barbone in senso proprio); è detto dai Collard-Gambiez il clochard per eccellenza, perché reca in sé, esasperati, tutti i segni distintivi del barbone comune; tra cui deve dunque annoverarsi un certo grado, maggiore o minore, di menomazione mentale. Bene, questa è un’invenzione. Non dico che i barboni si comportino normalmente, no; non possono farlo, essendo la loro vita troppo dolorosa, perlopiù, per consentire comportamenti normali; tralasciando la solitudine, che rende sempre un po’ originali. Ma di suonati, nel complesso, ce ne sono pochi, quasi nessuno.

[In corso di copiatura. Continua]

CXLII. Sempre su

11 Nov

CXLII. C’è la questione della frustrazione (lo sto leggendo a spizzichi e bocconi, tra altre letture a mezzo interrotte, a quarti d’ora, tra una babelle di carte dissipate & confuse dovendo anche scegliere alcunché da mettere, se tutto va bene, sul prossimo Scarp de’ Tenis, e devo fare alla svelta, e ovviamente sono mezzo rintronato). Sono a p. 236, e ce n’è ancora un po’. Ma non è un romanzo, si tratta di un salmigondi di aneddoti, cioè un diario; e io tengo un po’ di diario di lettura. Non mi sembra illecito.

Dicevo, la frustrazione. Tralasciando (per ora — ma gli autori, ovviamente, la tralasciano, perché non ricade sotto la loro esperienza diretta) la frustrazione del vissuto precedente all’inizio della vita da barboni, esiste la frustrazione da esperienza barbonesca, la frustrazione dello hic et nunc. La quale, di norma, è manifestata platealmente, con volgarità rumorosa.

"E’ la povertà dei poveri, che li rende schiavi dei loro impulsi e restii ad accettare le frustrazioni. Ma, allo stesso tempo, è anche un’affermazione di dignità che tradisce il loro rifiuto ad essere maltrattati e infantilizzati, come spesso invece avviene" (pp. 142-143).

Molte affermazioni del libro sono tutte così, in sé mi suonano giuste, ma ma di fatto c’è tutte le volte un gap tra l’aneddoto — com’è inevitabile; e l’aneddoto è sempre uno e uno solo, ciò che non garantisce sufficiente rigore all’analisi, che non è né micrologica né idiografica, ma oleografico-francescana. Non ho niente contro il poverello d’Assisi, ma ho da ridire su questo modo, pesantemente ideologico, di procedere nella lettura della realtà, e soprattutto contro la fretta (normalizzatrice) di dare un suggello sentenzioso a qualunque evento di rilievo annotato — e le conclusioni a cui si perviene. Molti casi narrati ‘li conoscevo già’ per averli sperimenti o per sentito dire. Non è una grand’esperienza, mi pare di averlo già detto: dormire all’aperto; prendere freddo; non potersi riparare, occasionalmente, da qualche parte; avere fame; non potersi cambiare i vestiti; &c.; tutto questo non costituisce un enorme bagaglio di esperienza. Semmai è la negazione di quello che chiamiamo esperienza. Questo consente o consentirebbe una maggior sensibilità nei confronti dei piccoli eventi, e il tempo e l’agio di risentire le più riposte risonanze di gesti trascurabili, di eventi circoscritti.

In un certo senso (ecco che m’allargo) tutto questo ha da fare con la scrittura, anche con quella dei signori Collard-Gambiez, ma soprattutto latamente; anche della mia, per esempio. Compito della scrittura dovrebbe, appunto, essere quello di rallentare i tempi, normalmente veloci, della vita, dilatando il tempo e rendendolo più prezioso, più importante. La scrittura deve questa possibilità a quel complesso di norme, sempre più o meno ben applicate ma mai ignorate, se non altro perché assorbite per formazione diffusa o per imitazione, che costituiscono nel loro complesso la retorica. (Barilli, in un suo saggio in merito, parte proprio da questa nozione; l’aspetto retorico, per quanto possiamo essere suscettibili ad ogni sconfinamento, non è mai assente; e la scrittura si riserva sempre il diritto di applicare alla realtà che affronta procedimenti inflativi, amplificatorii). E’ il motivo per cui la scrittura è cercata da chi la cerca; ed è, anche, il motivo per cui è rifiutata da chi la rifiuta, e cerca di riempire non già con risonanze artifiziate il vuoto sordo che si crea fatalmente, nella nostra percezione stanca, intorno alle cose, ma semmai con altre cose.

Esiste, dunque, una fetta d’umanità che la scrittura è destinata a non raggiungere. Per questa fetta di umanità, essa resterà sempre un’attività di tolla, e un buono scrittore un bon joueur de quilles. Cioè un signor nessuno. Questa fetta non è ‘una metà’ dell’umanità; è la schiacciante maggioranza. Chissà, anche per questo, che non abbia perfettamente ragione — ma qui, appunto, sto amplificando retoricamente; giacché sono sicurissimo che abbia, al contrario, perfettamente torto. Eppure c’è qualcosa da imparare (anzi, molto) per chi scrive o legge, in quello che pensa questa barbara fettona di umanità.

Quando ho letto queste righe sulla frustrazione, non ho pensato tanto al fatto che anche la gente ‘normale’ tende ad esplodere con una certa facilità di fronte a ingiustizie o mere difficoltà; ho pensato a quale meccanismo consentisse (la domanda da me a me rivolta era volutamente ingenua) a questi due pii francesi di non provarne. Non la diversa estrazione. Non il fatto che potevano mollare quella vita da un momento all’altro. A ben guardare, nemmeno il fatto di aver scelto quella vita, a differenza degli altri (e anche su questo ci sarebbe da discutere). Semmai, grazie al fatto che si trovavano ad applicare una formula spiazzante e tutto sommato benefica (la consolazione di un gesto grazioso, una spalla su cui piangere, un segno di rispetto affettuoso, &c.) in un contesto in cui non c’è nient’altro che sordidezza, o quasi. Si tratta di due pellegrini, con una propria missione da compiere: un filo o un arco teso da seguire fino in fondo. L’aspetto meno esaltante della missione non è tanto il suo potenziale deformante (è l’applicazione di una volontà in un contesto di totale scucitura di qualunque volontà, con conseguente effetto pacificatore, catalizzante), quanto il fatto che poggia su convinzioni radicate e preassunte. Non è tanto il fatto che il contesto d’immersione sia deformato ad interessare; quanto il fatto che sono l’osservazione, il racconto da parte dei protagonisti della missione ad essere profondamente inquinati. La quieta esaltazione che traspare dal loro racconto deriva non dalla fede (credo che nessuno abbia la ‘fede’ quale essa è rappresentata di norma), ma dallo sperimentare ogni giorno con successo la bontà di una formula; quella implicata, appunto, dall’idea stessa di ‘missione’; quella missione che ti permette di vivere gli eventi come immerso in una boccia di cristallo.

Non si nota nessuna rassomiglianza con una certa idea, in fondo proprio ‘sacerdotale’, o nelle speranze perfettamente equilibrata tra frastagliatura e travaglio esistenziali da una parte e sacerdozio dall’altra, che sta alla base di quello che la scrittura, più che essere, dovrebbe essere? Quello che mi chiedo è se sia poi vero che, almeno dal punto di vista di noi che scriviamo, la scrittura e lo scrittore dovrebbero essere fatti così. E’ davvero tanto auspicabile, una scrittura fatta così? Lo scrittore, a quel punto — non ci vuole molto ad arrivarci — ha solo due possibilità: o farsi osservatore e spiare tutto dall’oblò della sua navicella; o tenere in caldo il ricordo del primo amore per chi potrebbe, occasionalmente, averne nostalgia. La trovo una prospettiva soffocante. Creazione di mondi (tanto per spararla la più grossa che sia possibile) zero. I creatori di mondi — frughiamo tra i memorabilia, e non ci vorrà molto a verificarlo — non sono mai stati ‘sacerdoti’ della scrittura. Per essere un buon creatore di mondi ci vogliono tante cose, tra cui esperienza attiva del mondo, un saper fare, e la capacità di trascendere la realtà, cioè il proprio mondo. Quello che proprio NON occorre è una turris eburnea. Quella che condanna la scrittura alla marginalità, e l’artefice all’impotenza.

Si finisce col non penetrare profondamente in nulla. Esattamente come i signori Collard-Gambiez, che si preoccupano della Gestalt del barbone per tenere in piedi una differenza tra ‘clochard’ e ‘borghese’ che, di fatto, non esiste, per poter poi tirar fuori dal cappello il coniglio meraviglioso dell’ "in realtà, siamo tutti uguali!!". In realtà, non ne hanno mai saputo abbastanza da poter dire né che ci sono differenze né che non ce ne sono (posto che questa prospettiva sia realmente interessante, e anche questo è tutto da discutere, come mille altre cose — ma non lo farò, non qui). E dire che, alla fin fine, l’errore di fondo è lì, tutto da vedere: i Collard-Gambiez condividono in maniera altamente superficiale la condizione dei clochard, sottoponendosi agli stessi disagi fisici; ma non condividono, perché loro non interessa, l’aspetto più determinante per la definizione del disagio, cioè l’aspetto psicologico (calma, non intendo rubare il mestiere a nessuno, tutt’altro) di quella condizione. Un aspetto che implica un’idea di storia personale, innanzitutto.

Condividerne le pene fisiche e parlare con loro non implica una maggior empatia di quella del turista col leone durante un safari fotografico. E sì che il clochard non è una bestia rara, come suol dirsi. Un evento non può spiegarsi, se deve spiegarsi, che tramite i motivi che l’hanno determinato. E’ una frase ovvia; ma il principio che riflette non sembra altrettanto ovvio.

Inoltre, il barbone è di rado o mai innocente, nella situazione che lo coinvolge fino a quel punto. A titolo di esempio, molti Ebrei, durante le persecuzioni, furono gettati in condizioni, oltreché pericolose, miserande, dall’oggi al domani — esattamente come molti disagiati sostengono essere avvenuto a loro. Eppure gli Ebrei, quantomeno, scappavano, o tentavano di farlo; e ci sono biblioteche intere di libri che mostrano e dimostrano come abbiano reagito positivamente. Le loro condizioni erano di tanto palese ingiustizia da non consentire nessuna accettazione dell’atroce punizione che si abbatteva su di loro. Altro, è vero, è il singolo di fronte a tutta una società, o ad un contesto, che pertinacemente lo spinge ai margini, lo criminalizza, lo induce ad abbandonare tutto; in quel caso l’impossibilità di resistere all’irresistibile spinta e attrazione del tutto si traduce in abbandono, resa, cedimento. Non può andare diversamente; e, in fondo, nemmeno deve. Eppure casi di persone ‘diverse’ buttate ai margini sono a loro volta marginali, nel complesso di questo mondo. Cioè a dire, sono casi rari, ce ne sono pochissimi.

In realtà, quello che li accomuna un po’ tutti è che alla base di questa "scelta" ce ne sta un’altra, stavolta senza virgolette: quella di lasciarsi andare, di regredire. Sicuramente, col tempo, subentra una volontà di annullamento che dovrebbe prevenire il trauma dell’annullamento da parte del mondo esterno; ma il più delle volte, lasciarsi andare è semplicemente il modo più diretto e infallibile, per andarsene, per scivolar via, per sottrarsi. Un po’ la stessa cosa e un po’ ben altro è quello che interviene a chi ha subìto continue ingiustizie; storie maledette, lunghissime, di persecuzioni tacite e ostinate da parte di contesti arretrati, costituiti da un’umanità diffidente pronta a stroncare sul nascere qualunque manifestazione dell’essere da cui potrebbe o dovrebbe rimanere esclusa. E’ una nozione anche della storiografia, ora che mi viene in mente; con questa, Gennaro Incarnato (storico-polemista che amo e disamo, a seconda di quel che dice, ma questa è un’altra storia) ha sostanzialmente spiegato il ’99 — tutta un’altra storia, ma serve a dire, senza ricorrere alle categorie psico-sociologiche del mobbing &c. (ripeto, non voglio usurpare nessun posto, né [peggio] contrabbandare nozioni male assimilate), che il fenomeno è sicuramente difficile da spiegare, ma non impossibile da isolare, descrivere. E può persino essere foriero di conseguenze enormi: è lì, grande e visibile.

Però, appunto, il meccanismo è identico: prima di finire in strada, ci sono molti passaggi in sequenza, tutti caratterizzati dalla perdita di oggetti, relazioni, anche memoria. Non necessariamente c’è qualcosa di sordido: è vero che non sono ‘innocenti’, come ho detto; ma non intendevo dire che hanno qualche colpa, in questo, nei confronti della società della quale vivacchiano ai margini. In altri sensi avranno le loro brave colpe, dipende chiaramente da caso a caso; tra quelli che ho conosciuto io, molti hanno fatto la galera per i loro bravi furti, per il loro bravo spaccio, per le loro brave piccole e grandi malefatte.

Ci si trova in presenza di una ‘scelta’ relativa compiuta in un momento di estrema prostrazione: che sia o no percepita, è chiaro. E si tratta di una ferita che non potrà mai più essere sanata, se per motivi individuali e intrinseci a chi fa questa fine, o piuttosto per diffidenza del contesto è impossibile dire.

Un libro del genere, come tipologia, non dev’essere nuovissimo. Sono, sicuramente, molti i pii uomini e le pie donne che hanno deciso di buttarsi in mezzo alla strada; e qualcuno avrà anche scritto. In questo caso (il libro è del ’98, ricordo) sarebbe stato necessario, forse, uno sforzo in più; anche i preti, mi dico io, saranno stanchi di frasucce melense e parolette unte. Esistono (come io credo di intuire) delle cause abbastanza condivise, alla base di questa condizione? I barboni diventano barboni per cause simili?

*****

[[Un altro difetto del libro, ma questo è un difetto relativo, dato che nessuno — credo — potrebbe pretendere alcunché in merito (anche se sarebbe bello), è che non indica soluzioni alternative. Colette Collard, per la verità, ha fondato comunità, &c.; ma non si tratta di esperienze particolarmente originali. La società produce scarti, e ogni tanto cerca un contenitore per buttarceli: tutto qui.

Già messe così, le cose sembrano abbastanza chiare, mi sembra. Come si può concepire una società che, in fondo unitamente, riesce a distruggere ogni possibilità (prima di tutto mentale) di autosufficienza, e dall’altra spinge perché gli stessi individui diventino autosufficienti? E’ possibile pensare a una società del genere, che contenga in sé una contraddizione così sesquipedale? Perché creare degli emarginati, se poi si tratta di far fatica per reintegrarli? Questo contraddice ad ogni economia. Presa dall’altro punto di vista, la questione presenta un’altra contraddizione, questa volta a vantaggio — chiaramente — del contesto. Tralasciando quello che c’è a monte e concentrandosi su quello che c’è a valle, che giustizia ci sarebbe in una società che garantisse come aiuto quello che per altri è compenso, o guadagno? Come potrebbe logicamente permettersi di dare la stessa, o quasi la stessa, cosa a chi si è lasciato volentieri cadere e a chi ha sempre fatto attenzione a non sdrucciolare? Dove non sussistessero sclerotiche ragioni moralistiche (‘il lavoro, una casa, i figli sono un merito’), ci sarebbero sempre quelle logiche. Non è la nostra (?) morale che ci induce a ritenere che "il mondo" possa andare avanti solo grazie ai nostri sforzi costanti. Che i beni, i congiunti, la vita debbano essere conservati con la fatica è un dato di fatto, è nell’ordine delle cose.

E allora perché mi trovo qui? Per mangiare merda & stop?]]

CXL. Contropeterie.

9 Nov

CXL. Mi par mill’anni di essere lontano dalla Rete.

Comunque, non era questo il punto.

La contrepèterie, nota in italiano o così o nell’adattamento contropeteria, è un gioco di parole molto diffuso in francese, tanto che ne sono stati raccolti interi volumi, tra cui figura monumentalmente quello pubblicato da Laffont in anni non lontani.

Consiste in una breve frase, ma perlopiù senza verbo, formata (perlopiù u. s.) da un soggetto e un complemento; scambiando tra loro le iniziali dei due sostantivi esce qualcosa di ben diverso — solitamente osceno.

Non esiste una definizione non infranciosata (contropeteria, appunto) del gioco, e pare che in italiano se ne possano formare, con un po’ d’applicazione, pochini. In francese le abbondanti possibilità offerte dall’involontario in senso contropeteristico dimostra una chiara vocazione della lingua a formarne, invece.

Esempio italiano, sentito oggi [ma quasi sicuramente non per la prima volta, vai a ricordare] (varrà anche da esempio):

Mazzo di Carte / Cazzo di Marte.

Esempio perfetto, essendo il primo ‘termine’ innocente, mentre il secondo è osceno.

Ma non è un gioco molto divertente, mi sembra. Dipenderà, forse, dal fatto che è in italiano?

CXLI. Sto leggendo.

9 Nov

CXLI. Sto leggendo un libro, tanto per cambiare, che s’intitola Clochard, ed è scritto a due mani da due francesi, Colette e Michel Collard-Gambiez. Questi due signori sono l’uno un ex-frate e l’altra un’infermiera molto religiosa, che nel 1992 hanno avuto una strana iniziativa: quella di perdere tutto e di finire in mezzo alla strada, immergendosi nel mondo dei "clochard" (come è spiegato in una nota, da cloche, "campana", con riferimento al mendicante che sta seduto a elemosinare sotto il campanile. Il fatto che da cloche i francesi siano riusciti a trarre una sola parola che racchiude un quadro mentre per dire "campanile" devono ricorrere a una perifrasi dovrebbe dirla lunga circa l’importanza, nel colpo d’occhio offerto da una strada francese, di un personaggio che non può essere definito con leggerezza "barbone" rispetto a una parte preponderante del corpo architettonico di un tempio. Ma corre l’obbligo di dire, sulla scorta di un chiaro avvertimento compreso nella narrazione, che questa riflessione può andar bene per la tradizione, cioè per il passato, o per il folklore, cioè l’aspetto deformato ed oleografico del passato; non per la realtà di fatto. Che, da quello che ne ho letto fin d’ora, rappresenta qualcosa di un po’ più duro rispetto alla media torinese. Inutile, quindi, che mi soffermi (lo dico sin d’ora) su ogni frase per dar sulla voce ora al sig. ora alla sig.ra Collard-Gambiez forte della mia strepitosa e profondamente pregnante esperienza. Dev’essere anche detto che i due volenterosi e pii signori si sono gettati in mezzo alla strada in un momento estremamente delicato, quando per esempio l’Esercito della salvezza, per motivi che non sono precisati ma che sono legati certamente alle solite questioni di amministrazione pubblica, aveva appena ricominciato la propria attività di distribuzione di pasti caldi per le vie, dopo una parentesi piuttosto lunga. I dormitori di Parigi, poi, non hanno sempre registrato il ‘tutto esaurito’ (espressione del libro), a differenza dei pochi e limitati dormitori di una città minore come Torino, segno che là prevale un concetto del barbonaggio legato alla vera e propria vita di strada, a differenza di quello che può avvenire qui, dove quelli che non vogliono entrare nei dormitori non sono più di quelli che, invece, si mettono in coda già dalle tre-quattro del pomeriggio per entrare. Nei dormitori di Parigi, da quello che si narra nel libro, durante l’emergenza freddo fanno dormire anche per terra; nei container disposti dal Comune qui a Torino non è possibile. Di qui situazioni (là) al limite dell’umano, che qui avvengono lo stesso — ma fuori dai dormitori, e non dentro.

Attualmente sono a pag. 100 e non posso (e nemmeno voglio) dare qualche valutazione preventiva che farebbe pietà agli edotti e sarebbe inutile agli ignoranti.

Mi limito a notare che si tratta di una di quelle cose che mai e poi mai, se non fossi in questa situazione, sarei andato a cercare. Primo, non avrei mai letto qualcosa sulla vita di strada, non perché abbia qualcosa contro, ma perché proprio non m’interessa — non m’interessa nemmeno adesso, se è per quello. Eppure è una lettura che non posso, in un certo senso, non fare; proprio perché è l’esperienza che ho fatto, e sto facendo, ad avermi messo a contatto abbastanza stretto con una situazione del genere, tramite il racconto, o la conoscenza, delle persone che fanno effettivamente quella vita; mi occorreva qualcosa che rappresentasse l’atmosfera in cui sono immerso, per poterci — e non è poco — capire qualcosa. 

Più avanti, a libro finito, ci tornerò sopra certamente. Il libro, infatti, non si distacca molto da quello che chiunque si aspetterebbe di conoscere dal libro di due religiosi laici, o laici religiosi, come questi due signori; la cui scelta continua a sembrarmi vagamente inutile (se non, forse, a chi vive/ha vissuto la stessa cosa, ma non certo per scelta), ma rispettabile. Vale come testimonianza, e soprattutto a rappresentare un modo cattolico di reagire a certe realtà, e di sentirle proprie.

Vi si affronta, tra l’altro, l’oblio nel quale il clochard si lascia doucement ("dolcemente", rende il traduttore, ed è molto più neutralmente "pian piano", "gradualmente") scivolare. Non c’è dolcezza, in quell’oblio. Come, anche — credo –, nel fatto in realtà sorprendente che molti di costoro (se ho capìto qualcosa di me, degli altri) fanno, tutt’al contrario, una fatica enorme proprio a dimenticare. Vi si parla di oblio e di solitudine; cioè, nel complesso, di una situazione di alienazione, di dissipazione e perdita di sé. Questa prospettiva non può non piacere a due signori di estrazione cattolica impegnati socialmente, dato lo spirito decisamente avventuroso che si accompagna, come al tempo degl’indipetae, mutatis mutandis, a scelte così drastiche, così francescane, così cavalleresche. Esiste anche l’altra faccia della medaglia; il non poter dimenticare, e l’impossibilità di perdersi — cioè di fare una delle cose che è necessario fare almeno una volta nella vita. Esiste il rimanere prigionieri dei propri traumi, ma anche della propria esistenza. Il libro, non differentemente da qualunque altra scrittura edificante in materia, isola la figura del clochard, e tenta di conferirle (purtroppo riuscendoci, grazie all’esperienza di tanti secoli di errori e storture) l’autosufficienza dell’emblema. Quando invece è proprio l’immersione nella violenza della vita, l’essere superati dagli eventi, eventi dovuti a fattori umani, a creare queste figure — che poi, magari, hanno il massimo interesse a riconoscersi nell’immagine creata ad arte da altri…

(Continua).

CXXXIX. Epigrafia italiana moderna.

8 Nov

CXXXIX. Adolfo Padovan, Epigrafia italiana moderna [Hoepli, Milano 1913], rist. anastatica Cisalpino-Goliardica, Milano 1981. Pp. 270.

"Iscrizioni onorarie e storiche. Iscrizioni sepolcrali di uomini e donne di adolescenti e di bambini. Iscrizioni bibliografiche e dedicatorie". Il volumetto, essendo un manuale Hoepli, propone esempii da seguire: "PREFAZIONE… Per comporre una buona epigrafe ci vuole della cultura, della breviloquenza e del buon gusto". Il terzo requisito ovviamente risente dell’epoca; ma è vero anche che non abbiamo un gusto ‘contemporaneo’ da contrapporre a quello ‘vecchio’ o ‘antico’ in materia di epigrafi sepolcrali. Non stupisce il grande numero di epigrafi dettate dal massimo artista della parola ottocentesco, oggi non più letto da nessuno, Pietro Giordani (ben 132, se ho contato bene); le sue cose più durature, sempreché riescano ad avere un presente prima che un futuro, devono essere tuttavia cercate da altre parti. Altri autori: Carrado Corradino, G. Bovio, Pietro Contrucci (20), P. E. Bensa, Giosue Carducci, Carlo Leoni (22), avv. Polledro, Felice Cavallotti, Guido Mazzoni, Matteo Ricci, Giuseppe Giacosa, Giuseppe Manni (40), Perez/Bargoni, Adolfo Padovan, Luigi Frati, Gabriele D’Annunzio, Gaetano Negri, Odoardo Vallo, Ferdinando Martini, Mario Rapisardi, Raffaele Villari, Francesco Domenico Guerrazzi, Giovanni Bertacchi, Giovanni Pascoli, Domenico Gnoli, Francesco Pellegrini, march. Serra, Giacomo Leopardi:

RAFFAELLO D’URBINO
PRINCIPE DE’ PITTORI
E MIRACOLO D’INGEGNO
INVENTORE DI BELLEZZE INEFFABILI
FELICE PER LA GLORIA IN CHE VISSE
PIU’ FELICE PER L’AMORE FORTUNATO IN CHE ARSE
FELICISSIMO PER LA MORTE OTTENUTA
NEL FIORE DEGLI ANNI
NICCOLO’ PUCCINI QUESTI LAURI QUESTI FIORI
SOSPIRANDO PER LA MEMORIA DI TANTA FELICITA’

(Niccolò Puccini era un ricco toscano, la cui villa, poi distrutta dai bombardamenti, aveva un giardino ornato di statue di personaggi illustri, per cui commissionò epigrafi ai più famosi scrittori dell’epoca sua)

Ervey, Heine, Seneca, Schiller, Foscolo, Dante, Boursault, Euripide, Orazio, I. Rossi, Callinio, Shakespeare, Petrarca, Sofocle, Young, Luigi Muzzi, Pio Squadrani, Ferdinando Malvica, Gerolamo Weiss, Giuseppe Silvestri, Prospero Viani, Giovan Battista Niccolini, can. Federico Balsimelli, Antonio Piazza, Giuliano Petrucci, Antonio Viglioli, A. Petracchi, Giovanni Silvestri, Augusto Conti, Carlo Dossi, Manuzzi, Cesare Balbo, Sem Benelli, R. Camerlingo, Eugenio Camerini, Giovanni Marradi, Cesare Cantù, Sirio Caperle, A. Cappelletti, F. Di Pietro, Antonio Fogazzaro, Antonietta Giacomelli, G. B. Giorgini, Arturo Graf, E. Lattes, Paolo Mantegazza, Jessie W. Mario, Maria Montessori, A. Morpurgo, Ulisse Poggi, F. Porta, Giuseppe Regaldi, Gerolamo Rovetta, Matilde Serao, A. Ruesch, L. A. Vassallo (Gandolin), Pasquale Villari, Annie Vivanti, B. Zumbini, Luigi Tonini, Francesco D’Ovidio, Luigi Rasi.

CXXXVIII. Il rapimento di Ortensia.

8 Nov

CXXXVIII. Jacques Roubaud, Il rapimento di Ortensia [1987]. Trad. Stefano Benni, Feltrinelli, Milano 19881. Pp. 229.

Opera di un matematico (1932), intensamente impegnato nelle attività dell’Oulipo, traduttore di Carroll, sorta di epigono di Queneau, il romanzo poggia su una trama giallo-rosa del tutto pretestuosa. Balbastre, il cane del signor Sinouls, inventore del LIPUTTIL, Linguaggio Per finirla Una volta per Tutte con Tutti I Linguaggi, è stato ucciso da una persona da cui si è lasciato fiduciosamente avvicinare. La protagonista del romanzo, Ortensia, è una beltà fulva, amica del signor Sinouls, sposata infelicemente con un uomo opprimente e geloso, madre di una ragazzina di nome Carlotta. Ella ama un principe straniero, dell’immaginaria Poldevia, che ha, tra le altre cose, girato uno spot pubblicitario in cui compariva anche Balbastre. In realtà i principi Poldevi sono sei, tutti uguali salvo che per un tatuaggio sulla natica sinistra a forma di "sacra lumaca", vale a dire un grafico a spirale che differisce, da natica a natica, da principe a principe, solo per piccoli particolari. I principi sono in lotta tra loro per la supremazia; l’assassino di Balbastre è uno di loro (ma i principi hanno lo stesso nome, solo anagrammato diversamente, e il colpevole si confonde spesso quando deve nominarsi). Ha ucciso il cane forse per far ricadere la colpa sul fratello fortunato amante di Ortensia (detto Morgan, peraltro); ma soprattutto, sembra, per potersi impossessare indisturbato del programma LIPUTTIL. Il rapimento di cui nel titolo è un congresso che l’assassino cerca di avere con Ortensia, approfittando della propria somiglianza con "Morgan", ma la donna scopre l’inganno ravvisando le differenze tra la lumaca sacra dell’amante e quella dell’impostore quando questi si denuda; e si libera mollandogli un calcio nei testicoli. Il racconto (se di racconto si può parlare) coinvolge anche il gatto Aexandre Vladimirovitch, Laurie amica di Ortensia, le vicende (‘gossip’) legate alla rivalità tra i due gruppi musicali Delòn Delòn e Hi Hi [tra i varii tour de force dell’autore cinquantatré-cinquantacinquenne c’è anche un petit poème en prose dedicato alle emozioni da concerto rock], che in qualche modo si confondono con le vicende dei sei principi rivali. Sulla vicenda indaga l’ispettore Blognard.

Trattandosi di un romanzo sperimentale, e a suo modo di un antiromanzo, non si può dire che il caso su cui l’isp. Blognard indaga abbia una soluzione a senso unico; ciò che non vuol dire che possa andare in più sensi, né che sia propriamente polisensa, e nemmeno implica che debba necessariamente essere tout court sensata. E’ un gioco, non troppo stressante (ma credo più per impotenza che per abilità tecnica dell’autore), più serrato di quelli di Queneau — non parliamo nemmeno di Perec, per cui tante strettoie (strettoie vere, non questi quattro calembour) servivano a segnalare l’ingresso alla poesia — ma in sé non sufficientemente ingegnoso. Il congegno narrativo è un esploso, una fragile fabbrica crollata sotto l’inorpellatura opaca di un durchkomponiert ininterrotto d’invenzioni verbali e giochetti logici in media non proprio felicissimi. La ricerca della leggerezza porta, curiosamente, a una specie di ricerca della superficialità, che si scopre soprattutto in certe irresistibili scelte tramatiche e tematiche. Alle pp. 61-63 la sostanziale spiegazione del fallimento; e le tre pagg. più belle di tutto l’altrimenti dimenticabilissimo libro.

CXXXVII. Edward Gorey.

7 Nov

CXXXVII. Nel romanzo dell’Oulipista Jacques Roubaud (Il rapimento di Ortensia, trad. Stefano Benni, Feltrinelli 1987) l’Ortensia del titolo ha una figlia che si chiama Carlotta. Invece della Hapless Child di Edward Gorey è protagonista una bambina di nome Carlotta che ha una bambola di nome Ortensia. Confesso inguenuamente di non sapere che cosa c’è a monte.

CXXXVI. Decisamente mi sto perdendo il meglio della vita.

7 Nov

CXXXVI. Leggendo Metro, oggi, alla pagina della televisione (14) vedo una foto che rappresenta una donna vestita di bianco e un vecchio vestito di bianco; la didascalia dice: Maria Callas scopre di aspettare un bambino da Ari, ma al momento del parto… (Callas e Onassis, Canale 5, 21.00). Oh. E chi poteva immaginarsi una cosa del genere?

(Come piccola giunta [il post è magro], rubo una delle foto piu’ brutte che mai siano state scattate alla Callas: prego notare come la mano del comm. Meneghini stringa sensualmente quella di Onassis).

CXXXV. Una persona che mi è tornata in mente.

5 Nov

CXXXV. Martedì 1, mentre sciupavo gli ultimi minuti di connessione cercando (senza nessuna nostalgia) nomi di parenti ed ex-conoscenti con google, mi è venuto in mente un nome-e-cognome di persona a me nota che, quella sì, se tutte le speranze allora coltivate sono state esaudite, dovrebbe ragionevolmente trovarsi in Rete.

Infatti l’ho trovata, anzi, è venuto fuori un sacco di roba. L’ho conosciuta ormai parecchi anni fa, a un osceno corso di teatro, ricordo in v. s. Giorgio, a Bergamo. Ha fatto carriera; l’ultima notizia che avevo avuto di lei risale all’ultimo anno (per me) di liceo, quando un conoscente comune mi ha detto che non era passata a un provino al Piccolo teatro di Milano — una notizia che, per motivi che per il demotivato sociopatico che ormai sono non possono non essere diventati del tutto oscuri, al tempo mi diede una certa soddisfazione; si deve sapere che detestavo cordialmente (=con tutto il mio cuore, chissà perché la gente ci legge un ossimoro) Strehler e tutta l’atmosfera da Piccolo teatro di Milano.

Ci sono poche fotografie, in nessuna delle quali è particolarmente riconoscibile (quelle di scena, ovviamente), a parte una, che la mostra eccessivamente magra e segnata; ma nel complesso è la faccia che mi ricordavo.

Per un certo periodo, aveva sempre dietro con sé il volume dei tragici greci regalatole dalla sorella. Nei momenti subsecivi (le serate erano lunghe, e gli istruttori faticavano a mettere il tempo a frutto) si metteva in un angolo, senza aver l’aria di emarginarsi particolarmente, e leggeva.

Si faceva ‘lezione’, se lezione si poteva chiamare (apposta ho messo le virgolette), in un auditorium appartenuto alla chiesa, o che la chiesa aveva dato in affitto, o come altro fosse — sono tutte cose che non posso assolutamente ricordare, e in più non me ne importa niente. Una sera, a teatro praticamente vuoto, le si diede una pagina da leggere come esercizio di riscaldamento; era stato scelto qualcosa di Sofocle (!), se non sbaglio; ricordo solo, purché ben ricordi, che non si trattava dell’Edipo; e non ricordo, né bene né male, altro.

Mentre l’interlocutore diceva con chiarezza poco risonante le sue battute, per non disturbarla, benché non fosse lì a farle da spalla, **** **** cantillava, come, i suoi versi, con una precisione musicale sbalorditiva. Al clou fece una cosa che per pudore definirò particolarissima: oscillando leggermente sulla persona, battendo o come battendo i piedi a terra, evocò il ritmo originario, la matrice del verso, come pulsazione e battito; lasciato scorrere velocemente il clou, lasciò smorire tale pulsazione, proprio come fanno le incudini del Rheingold. Andrebbe quasi quasi fatto presente che il Settembrini stigmatizzò le frequentissime, anzi regolari, inarcature del verso nelle tragedie dell’Alfieri, poiché i Greci dovettero declamare con una specie di cantilena, sennò non avrebbero scritto in versi. Ciò che non autorizza a pensare che si possa immaginare un Alfieri in prosa, ma questo è tutto un altro paio di maniche.

Ricapitolando: le incudini del Rheingold, "c’est un génie" riferito alla Pasta, quello che "trasaliva" sentendo la Ristori declamare in greco (ciò che **** ****, fortunatamente, non fece, in primo luogo perché ignorava il greco; punto secondo, mi lusingo di pensare, perché non l’avrebbe fatto comunque), la de Hidalgo che alza la mano sigarettata e scandisce in cordovain: "je me suis dite: çà c’est quelqu’un", e insomma tutto ciò che formava il lacertume d’apoftegmi e memorabilia e frasi celebri che inzeppava il mio trovarobe di bovarista provinciale, unitamente all’inorridirsi del pelo del coppino e alle lacrime affioranti, e a quella smania di acclamare che forse è una forma d’invidia distruttiva: tutto questo, in un nanosecondo, ebbe modo di sopraffarmi.

Faccio presente che all’epoca sapevo molte meno cose delle pochissime che so oggi; ma il mio gusto era assai più sorvegliato, e la mia sensibilità aveva nell’esulcerazione la sua norma.

Nel tempo **** **** si è variamente erudita e armata di conoscenze; è anche drammaturga, volendo, avendo scritto e rappresentato una pièce in collaborazione con la stella di una fikscion televisiva; si tratta di un tema, dal mio punto di vista, scarsamente appetitoso, come quello dell’anoressia (chiedo scusa per il bisticcio osceno, ma scrivo currente digito); un tema poco artistico su cui ognuno ha il diritto di fare arte, o analisi pubblica, a sua posta. Ha recitato, ovviamente, parecchio; le critiche che s’incontrano in Rete sfiorano talvolta l’entusiasmo.

Aveva un’aria falsamente introversa, all’epoca; voglio dire che quello che le mancava, a parte esperienza e tecnica e quant’altro, era il gesto. Sembrava impacciata nei movimenti; in realtà, molto più prosaicamente, non sapeva che farsi delle mani e delle braccia. Questo era il suo stato dell’arte allora; per dire che era proprio l’aurora. Ovvio, non so dove si possa imparare alcunché sul gesto (non ho indirizzi precisi né voci pervenute), ma sicuramente non poteva impararlo lì!

Ecco, se mi è servito a qualcosa, conservare questo ricordo, è proprio a questo: l’ho vista allo stato, diciamo, grezzo.

Non l’ho mai più vista, se non in un dramma-collage di diversi drammi di Blok. Era uno spettacolo, si può dire, corale; ricordo solo che sembrava la protagonista, ma nient’altro; segno che era proprio uno spettacolo corale.

C’era, per quanto potessi (possa non posso dire) augurarmi di vedere un giorno, potendo sognare in grande, dall’interpretazione di un’attrice, già tutto quello che occorreva. Ciò che non mi è capitato vedendo o cogliendo al volo interpretazioni di altre attrici; ma qui, devo dire, corre anche l’obbligo di far presente che si era a Bergamo, e forse anche lei, non so quanto consapevolmente (non eravamo amici e non ci siamo parlati spesso), subiva l’influenza di modelli, non specifici, ormai impolveriti — quell’Ottocento che portava anche nel volto, come già detto.

Non sono mai, mai andato a cercare quella inutilissima cosa che si chiama ‘teatro di prosa’, ma non sempre ho potuto evitarlo. Sono tentato di essere sicuro di una cosa: che se si fosse prodotto qualcosa di simile, nel mondo in cui non posso non essere immerso, ne sarei venuto a conoscenza. Ma poi mi dico che tante, troppe cose sono cambiate. E poi, nel frattempo, io sono andato in macerie; posto che lei fosse proprio quella che mi pareva allora, che cosa m’impedisce di credere che non sia avvenuto altrettanto di lei? Certo non è impossibile; ma in fondo, io, che cosa ne so?

Verso aprile sarà a Torino, dove forse la vita teatrale dev’essere più ricca che in altre città, con il suo spettacolo — credo, almeno: dovrei verificare, ma non posso aprire altre finestre. Il tema non m’interessa e poi potrebbe essere una sortita meno interessante di tante altre. Quasi certamente non ci andrò (pigrizia o viltà [l’ho tirata fuori solo per mettere qualcosa accanto alla pigrizia, in realtà andava bene qualunque altra cosa] non so), ma è una specie di scadenza che credo terrò da conto, magari fino al momento di farla trascorrere senza essermi mai, nel frattempo, deciso.

CXXXIV. Anni Sessanta.

5 Nov

CXXXIV. Qui a Torino la vita sembra essersi fermata, sotto tanti aspetti, agli anni Sessanta. Insegne pubblicitarie, manifesti, slogan sono spesso ornati di ingiallitissime rimette. Talvolta è un ‘effetto anticato’ voluto, come — poniamo — fuori dalle botteghe di rigattiere, che, chissà perché, devono sempre ricordare Dickens (o i campanelli delle Botteghe Misteriose ["Suonate, e vi sarà aperto!!!", tra il Signor Evanescente, Mary Poppins e i romanzi di Bellairs). In altri casi il ricorso alle rime è proprio fuori luogo. L’iniziativa "To&Tu", che non ho capìto bene che cosa sia precisamente (ma col cacchio che indago) è rivolta ai giovani, e si pubblicizza appunto con vecchie fotografie degli anni Sessanta (o con nuove fotografie di giovani particolarmente démodé), ed è cincischiata di motti che sembrano roncigliati dal Tesauro, ma da uno scolaro particolarmente ripetente. L’effetto è, esteticamente, qualcosa di devastante. Davanti a me, per es., c’è un manifesto della "Campagna per la donazione di organi e tessuti" (patronato del Comune di Torino, sponsor ACTL, ADMO, AIDO, Ass. It. Trapiantati di Fegato, ANED, Gruppo Assistenza Ustionati); il menno slogan è DONAZIONE CHE PASSIONE, e la figura rappresenta una fila di antropoidi tutti colle braccia alzate (le mani in alto, segno di resa di fronte al bisturi?), che ricordano dei lenzuoli stesi (già fantasmi? o corpi svuotati di tutti gli organi interni, altruistici sacchi vuoti in nome della PASSIONE espiantatoria?).

CXXXIII. Noticina a margine su

5 Nov

CXXXIII. E’ la traduzione di La littérature potentielle (créations, re-créations, recréations), Gallimard, Parigi 1973; in it. La letteratura potenziale (creazioni, ri-creazioni, ricreazioni), edizione italiana a cura di Ruggero Campagnoli e Yves Hersant, ed. CLUEB via Marsala 24 40125 Bologna, 1985 — introvabile secondo Giampaolo Dossena che ne dà notizia (La zia era assatanata. Primi giochi di parole per poeti e folle solitarie, Theoria, coll. "Confini" n°5, Roma-Napoli 19881; p. 87); cit. anche nella bibliogr. di Stefano Bartezzaghi, Lezioni di enigmistica, ill. di Gabriella Giandelli, Grandi Tascabili Einaudi n° 868, Einaudi, Torino 20011, p. 282). Sarà, ma l’ho regolarmente trovato alla Civica. Alle pp. 258-265, "Poesie con metamorfosi per nastri di Moebius", si propone il seguente gioco: "Utilizzando il classico nastro a una sola faccia e a un solo bordo, è possibile, grazie a semplicissime manipolazioni, far subire a una poesia delle trasformazioni che ne modificano il senso in modo spettacolare e curioso". Segue una laboriosa serie di indicazioni: prendere un nastro di carta molto lungo, scrivere metà di una poesia su una faccia, l’altra metà sulla faccia opposta, poi far subire al nastro una torsione di mezzo giro ed ecco che vien fuori una terza poesia, di significato contrapposto alle due originarie. Data una I metà "Sgobbare senza posa, / Per me, è una gran cosa / Non posso stare in pace / Il lavoro mi piace" e una II "è una vera agonia / il tempo buttar via, / e soffro in abbondanza / quando sono in vacanza" si ottiene "Sgobbare senza posa, / è una vera agonia / Per me, è una gran cosa / il tempo buttar via, &c.". Segue un’altrettanto inutile esemplificazione del "Metodo delle due sezioni" e un’altra del "Metodo delle tre moebiusizzazioni", su cui non mi dilungo. L’autore di questa fesseria, Luc Étienne, ha avuto il coraggio di depositare "modelli e testi… il 6 aprile 1972, n° 35445". Poteva essere ingegnoso, pensandoci di più? Non senza aver pensato, quantomeno, ad avvertire che le due poesiole devono essere state preventivamente composte in vista della terza risultante, di significato opposto. Anacleto Bendazzi (Bazzecole andanti, cur. Stefano Bartezzaghi, Vallardi, Milano 1997) ha scritto un biglietto d’auguri natalizi fatto nello stesso modo, e forse il Tolosani-Rastrelli (Enimmistica, 2 voll. Hoepli, Milano 1938 e sgg.) ne riporta esempi — ma non mi preme verificarlo. Più che altro, giova rilevare come nel precedente più prestigioso (quantomeno), cioè lo Zadig di Voltaire, il gioco è condotto con molta più semplicità ed eleganza: si immagina una poesia encomiastica respinta dall’autore, che lacera a metà il foglio su cui l’ha scritta, e lo getta dove gli càpita; lì dove l’ha abbandonato è poi scoperto da altri, che in luogo della poesia encomiastica leggono ben due poesie denigratorie, &c. &c. &c.

CXXXII. A proposito di Marzio Pieri.

4 Nov

CXXXII. Ho trovato questo, in giro: http://www.italianisticaonline.it/2005/pieri-paratasso/

Potrebb’essere interessante (come tante altre cose di cui si può dire che sono interessanti, a vario titolo), ma non credo mi sconfinferi.

CXXXI. Aggiungo un tag.

4 Nov

CXXXI.

[Il titolo è sbaliato. Poi, alla fine, ne ho aggiunti più di uno].

Contribuirà alla visibilità dei miei posts. Metto questi:

Appena, Argenide, si, avvicinò, Polissena, senza, staccare, le, dita, dalla, tastiera, si, voltò, a, metà, col, capo, e, squadrandola, di, cima, in, fondo, con, gli, occhi, socchiusi, disse

Ovviamente, tolgo le parole con meno di quattro lettere, così:

Appena, Argenide, avvicinò, Polissena, senza, staccare, dita, dalla, tastiera, voltò, metà, capo, squadrandola, cima, fondo, occhi, socchiusi, disse

[Ah, no: funziona anche con le parole di meno di quattro lettere (a, le, si, &c.). Meglio così].

CXXX. Le biblioteche.

4 Nov

CXXX. Diciamo, a me piacerebbe, piace, fare un po’ di ricerca per conto mio (e per conto di chi altri, sennò? Marzio Pieri, a proposito del card. Rospigliosi, parla se ben ricordo di "autocommittenza paranoide". Non ricordo se fossero queste le parole esatte, ma rendono perfettamente l’idea — anche se non mi è ancora riuscito di condurre [felicemente o disperatamente questo non importa] una beata coppola di cazzo).

Di fatto, è il clima delle biblioteche che mi deprime. Non riesco a starci. La loro non è immobilità. Non sono poeticamente statiche come i cimiteri. Sono ibernanti. Non c’è spazio. Non ci si può muovere. Io, per confezionare una balletta erudita, ho bisogno di molti libri, e poi non posso fidarmi di quel colabrodo che sarebbe improntitudine da parte mia denominare pomposamente "memoria". Non riesco a rimanere concentrato su una cosa sola, mi fa male alla salute. Mica sono uno studente. O uno studioso. Puah! Lungi da me.

E’ assurdo avere i testi di consultazione sparsi per ogni dove, su piani diversi — ma questo, ancora ancora, passi. Ma soprattutto, come si fa ad aspettare per venti, trenta minuti un testo che occorre solo da aprire e chiudere, per una rapida verifica? A me ne occorrono — in media, sparo una cifra — almeno dieci, perlopiù, a questo scopo; e non li posso nemmeno richiedere tutti insieme, perché si accettano fino a tre richieste e non di più. Non sono io fuori squadra, lo so fin troppo bene da tutto quello che ho letto in questi ultimi trent’anni: il fatto è che chi scrive ha a disposizione, normalmente, una biblioteca personale. Io no.

Quando avevo una casa e dei libri, ero abituato a muovermi velocemente dall’uno all’altro, e anche dall’altro all’uno, lasciandoli e riprendendoli secondo il bisogno e l’uso. Recandomi in biblioteca, è ovvio che non m’aspetti di poterne fare un uso altrettanto libero che se fosse una biblioteca personale; ma ad essere personale, troppo personale, è il mio modo di riferirmi alla curtura. Non sono adatto ai tempi e ai modi canonici. Hanno su me un effetto distruttivo, o più effetti distruttivi. E non mi aiuta avere una cazzetta e un pirlino per gomito, che succiano il culo della penna e guardano in aria, o pispigliano tra loro sghignacolando, quando loro viene l’estro di fare qualche chiacchiera. Ma questo passi, ancora ancora.

Sono le verifiche a catalogo, le richieste, la compilazione dei moduli, l’attesa, il dover stilare mentalmente faticose scalette delle priorità che mi fanno capire quanto io sia un animale sostanzialmente non acclimatabile, tra i molti altri ambienti, anche alle biblioteche. D’ora in poi, solo prestiti. E non che non mi dispiaccia; per esempio, la serie dei Cento libri per mille anni, in tal modo, mi resta preclusa; opere di consultazione preziose & importanti, come dizionarii etimologici, repertori, enciclopedie di varie scienze. Potrei dedicare una giornata al mese, previa preparazione spirituale, allo ‘studio’ in bliblioteca. Patirei di meno, certo, però non mi servirebbe a niente.

CXXIX. Sto andando giù, giù, giù,

4 Nov

ma non demordo. Qualcosa succederà. Magari scoppio, che è sempre meglio di niente.

CXXVIII. Ho sempre

4 Nov

detestato la brevità. Io sono CONTRARIO alla brevità. Tendo all’espansione, ho il complesso della mongolfiera, ho anche il certificato medico, se volete ve lo faccio vedere.

MERDA alla brevità.

CXXVII. Ma

4 Nov

pazienza.

CXXVI. Valla

4 Nov

scrive diverse cose sull’Imbriani.

Piacerebbe anche a me.

CXXV. CAZZATE a festone.

4 Nov

CXXV.

cazzate
cazzate cazzate
cazzate cazzate cazzate
CAZZATE
cazzate cazzate cazzate
cazzate cazzate
cazzate
c
a
z
z
a
t
e
cazzate
cazzate cazzate
cazzate cazzate cazzate
CAZZATE
cazzate cazzate cazzate
cazzate cazzate
cazzate
c
a
z
z
a
t
e
cazzate
cazzate cazzate
cazzate cazzate cazzate
CAZZATE
cazzate cazzate cazzate
cazzate cazzate
cazzate
c
a
z
z
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cazzate
cazzate cazzate
cazzate cazzate cazzate
CAZZATE
cazzate cazzate cazzate
cazzate cazzate
cazzate
c
a
z
z
a
t
e
cazzate
cazzate cazzate
cazzate cazzate cazzate
CAZZATE
cazzate cazzate cazzate
cazzate cazzate
cazzate
c
aaa
z
zzzz
a
ttt
e

burp

 

CXXIV. I truzzi.

4 Nov

CXXIV. La pagina di digilander sui truzzi mi soddisfa sì e no. Veramente, farei bene a cercare ancora in Rete, ma ho notato che il fenomeno riguarda gli anni 1980-1992. E’ superato? Ce ne sono ancora, di truzzi? Per esempio, quelli che nel 1992 erano giovani, oggi non dovrebbero essere vecchissimi. Che fanno? Puzzano sempre tanto, davvero? Magari qualcuno ha imparato a lavarsi, nel frattempo — ma sto cercando di far quagliare i conti in base alla mia esperienza personale, ovviamente. Comunque ho sentito dare definizioni anche molto diverse, dei truzzi.

CXXIII. Avevo anche (Oulipo)

4 Nov

CXXIII. Avevo anche preparato una paginetta giusta su una cosa trovata su Oulipo: La Littérature potentielle, ma me la sono dimenticata — in dormitorio, nemmeno a casa. Non posso dire "a casa", frasetta semplicissima, scontata. Perché non l’ho! Una volta mi sono dimenticato un documento. "Me lo sono dimenticato", ho detto a un’addetta. "Ah", ha fatto quella. "E dove l’ha dimenticato?". 

Sono cosucce che bastano a far traboccare la goccia, dal vaso.

CXXII. Devo scrivere cose brevi,

4 Nov

e la cosa non mi dà noia: di più. In più, passo tutto il poco tempo a mia disposizione ad aspettare che si apra la pagina. splinder è intollerabilmente lento, notato?

CXXI. Io sono un termine di paragone.

3 Nov

CXXI. Ovviamente in senso negativo. Per definire un dio_cammello, per giunta.

Qui: http://www.linuxdesktop.it/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=9814

CXX. Alla mia fama sepolta.

3 Nov

CXX. Alla mia fama sepolta.

Ora che al labbro livido ti porge
Mano altrui, benché flebile, la tromba,
Trema il marmo crepato alla tua tomba,
E la carogna già quasi risorge.

Oh l’insopita rabbia ove ti scorge?
Non sai che quel garrire a chi procomba
L’arca dei puzzolenti arcani impiomba,
Non schiude; e sì, che il mondo non s’accorge?

Se al genio risentito prefiguri
Lingue di fiamma e dardi agli odi tuoi,
Male il pôrto strumento, ahitè, misuri.

Soverchiereranno gli astii i gridi suoi;
E tu, che troppo aneli ai dì venturi,
Scoprirai che raggiungerli non puoi.

CXIX. Se torno a nascere

3 Nov

mi metto a scrivere, sul serio, da piccolo. Quand’ero piccolo e poi giovanetto tutto mi sembrava troppo facile — da una parte sentivo molto altamente di me, dall’altra non digerivo la soggettività, che non è un problema da poco, per quanto riguarda la scrittura. La quale ha bisogno di una certa esperienza, proprio perché solo coll’esperienza si distingue quello che è mio da quello che è tuo, dove comincio e finisco io e dove comincia e finisce il mondo circostante. Tutti problemi che si sono in qualche modo risolti da sé, come per tutti. Ma oggi, come tutti, devo fare i conti con un altro problema. Per quanto limitata, l’esperienza induce passività e confusione: gestiamo passabilmente bene pochissime informazioni, il resto lo subiamo. La memoria è infinitamente inferiore a quello che ci occorrerebbe, e siamo costretti a recuperare la grandissima parte delle informazioni che ci hanno mai sfiorato tramite l’intuizione, ciò che porta all’errore. Chomsky ha parlato del problema di Platone (come facciamo a sapere tante cose con tanto poca informazione?) contrapposto al problema di Orwell (come facciamo a sapere tanto poco con così tanta informazione?), ma il punto angoscioso non è tanto questo — volendo, si può fare a meno di qualunque informazione, e vivere bene (?) lo stesso. Il fatto è che siamo sistemi, e il caos all’interno dei sistemi tende a crescere col tempo (per es., la faticosa sintesi di Claude Allègre, La sconfitta di Platone, Ed. Riuniti 1998) — finché niuno potrebbe dar sesto alla confusione (Smiles, 13° ed. it. 1876; parlando di Walter Scott). Si diventa incapaci di scrivere cose veramente durevoli, perché quello che esce non può finire in mano a un bambino, come le tragedie di Racine o le favole di La Fontaine (Tomasi di Lampedusa, per es., nelle sue Letture francesi). Solo staccandosi dall’esperienza e ponendosi dal punto di vista di un uditorio desideroso di imparare (ciò che fa dello scrivente un maestro (e per il Settembrini, per es., non sembrava essere un problema, v. le Lezioni, "… e mi chiedo se non siate proprio voi…"), in ogni possibile accezione), si ridiventa capaci di raccontare chiaramente. Ma ci si può limitare solo a quello che già si sa; la scrittura non è più scoperta di nulla. Insomma, non è mica facile.

CXVIII. Scritte in giro.

2 Nov

CXVII. Mica devono essere tutti dei capolavori. Comunque, la presente mi sembra carina, anche se rimpiango sempre di più di non avere una macchina fotografica: dovrebbero essere viste, ‘ste cose, più che lette.

Sull’orario del Poliambulatorio di v. Biscarra 12/10, appiccicato sul portone [da dietro il quale venivano le note incalzanti di "una bella tarantella", come ha berciato uno ad un microfono] dell’Assemblea di Quartiere Sanitaria — I CENTOMILA Redazione, c.so Orbassano 192/A:

L’AMBULATORIO

DI VIA GORIZIA

E’ MORTO.

Sotto questa frase, che evidentemente non è supplemento di informazione, ma polemismo jettatorio (posto che questa sottostante frase sia stata scritta da qualcuno/a che sapeva che cosa scriveva, ovvio — non si può mai sapere), c’è un’altra frase di commento, in bella grafia corsiva, forse femminile:

Tu che hai scritto la

frase cosa hai fatto

per evitare l’accaduto?

In ogni caso risolge.

Ah, se lo dice lei (lui) (comunque riSOLge, da SOL, SOLIS? Come il SOLger del SOLe, allora).

CXVII. Pilgram Marpeck.

2 Nov

CXVII. Prego notare che alla lista dei links è stato aggiunto anche Pilgram Marpeck (http://www.pilgram.splinder.com), al quale rendo il favore di aver linkato me.

CXVI. Chi per la patria muor.

2 Nov

CXVI. E’ un "forse non tutti sanno che". In via Duchessa Iolanda (1434-1474), all’angolo con v. Principi d’Acaia, sul lato sinistro dando le spalle alla piazza, c’è una targa commemorativa, che dice:

EROI DELLA LOTTA PARTIGIANA CADUTI PER LA LIBERTA’

[Seguono i nomi: ARNOFFI Cesare, ARNOFFI Giovanni, BORIO Pasquale, CASAVECCHIA Ernesto, CASTAGNERI Bernardo, COSSOLO Ermanno, DAVALLE Bruno, DE ZOLT Libero, DILAURO Cosimo, GALLINO Nino, GAVEGLIO Pierino, MASINO Angelo, MESI Ulisse, MISSAGLIA Alberto, NEGRO Stefano, PERACINO Giovanni, PIZZORNO Carlo, RAVAZ Giorgio, SOLLAZZO Carmine, TANCREDI Franco, TEPPATI LOSE’ Gianni, VICARI Michele]

E poi sono riportati, in corsivo, i versi:

Chi per la patria muor / vissuto è assai… / La fronda dell’allor / non langue mai. // Piuttosto che languir / sotto i tiranni, / meglio è morir / sul fior degli anni!

A qualcuno qualcosa diranno: sono, comunque, i versi che i fratelli Bandiera cantarono (1844) mentre erano condotti davanti al plotone di esecuzione.

Sono versi tratti da un’opera, Donna Caritea regina di Spagna (1826), melodramma in due atti del cav. Paolo Pola, musica di Saverio Mercadante (1795-1870). In particolare si tratta di un ‘coro di guastatori portoghesi’ ("Aspra del militar") in cui, è stato notato, l’orchestra ha una parte importante. In realtà i versi del libretto dicono:

Chi per la gloria muor / vissuto è assai… / La fronda dell’allor / Non langue mai. // Piuttosto che languir / per lunghi affanni, / è meglio di morir / sul fior degli anni!

Ammenoché le parole del cav. Pola non fossero esattamente quelle cantate dai fratelli Bandiera, e solo in occasione della prima e della stampa del libretto e/o della partitura alterate dall’intervento censorio. Notare quel "meglio è morir", più letterariamente (liricamente) dignitoso dell’originario "è meglio di morir", che tuttavia, per ragioni metriche, non può non essere la lezione corretta. Nonostante questo coro sia accattivante, però, non sembra affatto cantabile, nel senso di canticchiabile, fredonnable. Da ciò desumo che i fratelli Bandiera avessero anche un invidiabile orecchio. Dell’opera, capolavoro assoluto e non relativo, si parla qui: http://www.geocities.com/Vienna/8917/Mercadante.html; o, meglio e più nel particolare, qui: http://www.geocities.com/Vienna/8917/Caritea.html, dove è recensita la sola registrazione moderna (Nuova Era) dell’opera (è qui che il brano è definito giustamente "catchy", ciò che mi ha confermato nell’impressione), dall’accluso libretto della quale traggo tutta la mia erudizione in merito.

E qui si parla di Mercadante in generale: http://www.saveriomercadante.it/ (sito ancora in costruzione).

CXV. Ai Giardini Reali (o Reali Giardini?)

2 Nov

CXV. Ai Giardini Reali (o Reali Giardini?) — e mi riferisco alla porzione di Giardini che si raggiunge attraversando il ponticello –, sulla sinistra c’è un vascone, o fontana, che ha nei pressi una fila di statue sbreccate. La prima che ho incontrato raffigura una vecchia orribile e manieristicamente (minacciosamente?) curva verso l’osservatore. Non so che cosa mi stia a rappresentare, dal momento che sui piedestalli delle statue non c’è nessuna epigrafe. Nel caso della vecchia ha sopperito l’unipòsca di qualche visitatore: A MORTE I TRUZZI, c’è scritto. E io lì davanti, come un cretino.