LXXXVIII. Siamo seri.

24 Ott

LXXXVIII. Sono stato accusato, di recente, di essere uno che "sta a guardare". Non è la prima volta che mi succede, ma tutte le volte che ricàpita mi inalbero e mi sento umiliato. Essenzialmente perché se c’è una cosa di cui posso essere accusato con ragione è proprio di non stare abbastanza a guardare. Vago per le vie senza sapere il percorso che faccio (imparare il nome di qualche strada manco parlarne), corro il rischio di farmi stirare ad ogni attraversamento pedonale, dimentico facce e nomi perché guardo e ascolto distrattamente. Qui non mancano bellezze e bruttezze architettoniche, ma se qualcuno non mi ci conduce davanti per mano e non mi fa notare tutto per filo e per segno non noto nulla, non registro nulla, e magari ci passo davanti mille o duemila volte al giorno. Inciampo sui gradini, centro gli stipiti con la faccia, manco le panchine con il sedere. Mi dimentico di andare a mangiare perché non guardo l’orologio. Se mi ricordo di guardare l’orologio mangio senza guardare nel piatto: cose così. E non è nemmeno divertente. Posso assicurare che a vedermi faccio un effetto increscioso. E comunque il fatto si è che non sto abbastanza a guardare. E me ne fotto, pure.

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