Archivio | 14:41

LXXXIV. Il saggino di Nunzia.

23 Ott

LXXXIV. Ecco, allora, il saggio che a suo tempo (marzo 2004) Nunzia/Vener pubblicò su Vaporsky. E’ molto lungo, del tutto in controtendenza con la new wave de ‘sto blog, ma pazienza (comunque sia, non l’ho scritto io). Mi proverò io stesso (tempo permettendo) a commentarlo, anche se non ho sempre presenti (anzi) i riferimenti di Nunzia/Vener.

Grazie, intanto, Vener.

"Significati e percorsi dell’opera di Italo Svevo "La coscienza di Zeno" in relazione alle riflessioni di Friedrich Nietzsche intorno al tema della scrittura."

Perché l’uomo scrive? Perché spesso capita che egli avverta l’esigenza di calarsi in uno stato di solitudine, di silenzio, di concentrazione, in cui entrare in rapporto esclusivamente con se stesso e lasciare il resto del mondo fuori dalla sua coscienza? Perché sente il bisogno di abbandonarsi in una dimensione in cui la realtà e lo spazio assumono contorni incerti e il tempo si deforma, divenendo un senza tempo del tempo che penetra nell’uomo, sottraendolo a qualsiasi orizzonte di oggettività in cui prima veniva inserito? Perché, e per chi, sente la necessità e l’impellenza di scrivere?

Se davvero possedessimo tutte le risposte soddisfacenti a questi interrogativi probabilmente l’uomo abbandonerebbe la pratica della scrittura; essa entrerebbe a far parte dell’universo degli oggetti d’uso, "scadrebbe" al rango di strumento e non avrebbe altro fine se non assolvere alla funzione cui è destinata.

L’arte dello scrivere perderebbe la sua accezione più propria di essere un’arte misteriosa, tutti i suoi segreti verrebbero svelati, e l’uomo non si affiderebbe più ad essa come detentrice prediletta delle sue più intime confessioni dell’animo.

Fortunatamente il mistero della scrittura è salvo, ed è evidente come le questioni restino aperte, e si rafforzino, se solo prendiamo in considerazione quanto numerosi filosofi, letterati, o anche scienziati, siano stati affascinati a tal punto dal tema della scrittura da farne l’oggetto delle loro ricerche, e "l’ingresso" privilegiato attraverso cui fare accedere gli altri, i loro lettori, ai più intrinseci significati e percorsi del loro spirito. L’inizio del ventesimo secolo, il secolo della crisi e dei grandi sconvolgimenti, ha rappresentato un terreno molto fertile su cui svolgere queste riflessioni, e autori apparentemente molto diversi hanno trovato punti di grande contatto sull’argomento. Alludo in particolare ad una considerazione ed un utilizzo parallelo che lo scrittore triestino Italo Svevo e il filosofo Friedrich Nietzsche hanno fatto intorno alla scrittura.

L’accostamento sembra fortemente stonare, soprattutto per chi è un buon conoscitore della filosofia di Nietzsche, ma se si compie un attenta analisi dell’opera più significativa ed eccezionale di Svevo, "La coscienza di Zeno", si possono cogliere numerosi tratti comuni che vanno dal tema della scrittura alla grande dialettica malattia-salute , per finire all’affinità più sorprendente che è il male comune ai due autori, entrambe i quali si definiscono uomini finiti al momento della morte del loro rispettivo padre, ricalcando le orme di un grande filosofo dell’antichità, qual è Platone, angosciato dalla stessa mancanza.

Zeno Cosini, il protagonista del romanzo, è un uomo malato, cosciente della propria malattia e cosciente di dover curare il proprio male non attraverso la scienza medica, ma attraverso una terapia che riesca ad eliminare il suo malessere alle radici, radici che affondano nell’abisso oscuro della coscienza.

"…ho la matita ed un pezzo di carta in mano. La mia fronte è spianata perché dalla mia mente eliminai ogni sforzo. Il mio pensiero mi appare isolato da me. Io lo vedo, s’alza e s’abbassa…ma è la sua sola attività. Per ricordargli ch’esso è il pensiero e che sarebbe suo compito di manifestarsi, afferro la matita. Ecco la fronte si corruga perché ogni parola è composta di tante lettere e il presente imperioso risorge ed offusca il passato."

Il romanzo prende inizio dall’immediato presente di Zeno, che si ritrova sulla sua poltrona intento a riflettere su un passato da dover reinventare, per poterlo plasmare e ricostruire nella sua fittizia autobiografia, a cui si accinge sotto consiglio del suo medico, quale elemento preparatorio alla cura psicoanalitica.

Da questo momento in poi comincia la narrazione di una storia nel corso della quale il tempo si dilata, racchiudendo in un unico orizzonte passato, presente e futuro, e dividendosi su due piani che scorrono paralleli ma con velocità diverse: il piano del tempo del racconto e il piano del tempo della scrittura, una scrittura che assume molteplici ruoli. All’inizio della narrazione essa si presenta come un imposizione che costringe il protagonista a prendere coscienza della propria malattia e a riflettere sulla sua storia passata che, nel momento in cui si accinge a richiamare alla memoria, gli sembra in realtà perduta per sempre.

Il rapporto memoria-scrittura, pone in primo piano le grandi questioni del ricordo, ricordo del passato e di quello che si è stati, e della necessità di immobilizzare gli istanti, per conservarne almeno una traccia, nella speranza di non vederli disperdere in un tempo che, nel suo continuo andare oltre, non tornerà mai indietro a restituirceli, neanche se li reclameremo a gran voce come nostri di diritto.

Una scrittura che organizza e da una forma ordinata agli eventi della vita, una vita che noi stessi possiamo modificare scegliendo cosa conservare o meno, perché siamo noi gli unici depositari della memoria di quello che abbiamo vissuto e di come lo abbiamo vissuto. Per questo tutto il racconto di Svevo-Zeno non è che un articolarsi di menzogne e mancate verità; la scrittura diventa testimonianza della malattia, ed essere malati significa vivere nella falsità del proprio essere, per l’incapacità dell’io di ammettere di essere esso stesso artefice e protagonista di tale falsità.

Zeno cercherà in ogni modo un disturbo organico da cui essere realmente affetto, per liberarsi dall’angoscia di dover trovare una cura non fallimentare attraverso la quale "sbarazzarsi" del suo male che egli stesso definirà incurabile.

Mentre per lo psicoanalista la scrittura rappresenta fin dall’inizio uno strumento terapeutico, per il suo paziente essa rimarrà un gioco fittizio inserito nella catena illusoria delle situazioni della realtà, ed estraneo perciò alla sua coscienza, fin quando non prenderà consapevolezza che anche la psicoanalisi ha fallito e che la sua malattia resiste ad ogni forma di terapia.

L’ultimo capitolo del romanzo rappresenta infatti un momento di svolta, e scrivere diventerà per lui una sfida contro un’esistenza malvagia e beffarda, diventerà il migliore ed unico modo per curarsi perché non saremo più da soli di fronte all’ironia della nostra sorte, ma saremo appoggiati, nella verità o meno della costruzione che abbiamo compiuto scrivendo, dall’ "altro" che diventiamo nel momento in cui scriviamo. Egli stesso dirà, nella parte finale, "…scrivendo credo che mi netterò più facilmente dal male che la cura mi ha fatto. Almeno sono sicuro che questo è il vero sistema per ridare importanza ad un passato che più non duole e far andare via più rapido il presente uggioso." Scrivere della propria storia lo ha "sbarazzato" dei propri dolori, ed egli si sente pronto ad affrontarli.

Seguendo tutto il percorso del romanzo, il narratore Svevo-Zeno accederà ad una nuova considerazione della scrittura che da elemento organizzativo e ordinatore degli istanti diventerà modalità di cura, cura di sé e del proprio io.

Alla stessa conclusione approderà anche Nietzsche che in realtà all’interno della sua filosofia ha sempre considerato la scrittura mai come mezzo di comunicazione, ma solo come necessità, una necessità che egli avverte per il bisogno di una fuga, di un lasciarsi andare: la scrittura come una porta che si apre e si richiude. E’ sorprendente che egli definisca le sue opere inospitali, sostenendo che chi più si allontana da lui è chi in realtà più lo capisce: un non essere letto che è un non essere legato.

L’altro è l’altro che io divento scrivendo. Prima ancora di potersi "staccare" dal lettore l’opera si è già staccata dal suo autore. L’opera ha la pretesa di essere necessaria solo nel momento in cui si lascia e non diventa un laccio.

E’ uno scrivere senza scrivere ,la verità di una scrittura che non è un trascrivere, e richiama il gesto platonico del produrre una scrittura inidentificabile con il suo autore, con la differenza però che Nietzsche è uno che "se ne va" , si lascia andare.

Alla domanda del perché egli abbia scritto, in un dialogo-intervista che in realtà è proprio il dialogo della scrittura, il filosofo risponde che per lui è stata un’imperiosa necessità: lo ha fatto per sbarazzarsi dei suoi pensieri, del suo essere io, per liberarsi di se stesso.

La filosofia è la pratica del riferirsi a sé, e la scrittura è la cura di sé, attraverso l’abbandono di sé. L’altro è sempre se stesso, Nietzsche. E’ una sorta di "meditazione-smeditante", un presentarsi del sé che è in realtà una sua scomposizione.

Scrivere la propria autobiografia è quindi il miglior farmaco per curarsi e per vincere su se stessi mettendo indietro il proprio vissuto, che non è un mettere indietro nel tempo, ma è un aver sé dietro di sé per poterlo superare e distaccarsene.

Scrivere dando via se stessi con tutto se stessi, per liberarsi dell’ossessione dell’essere io, io che scrivo, io senza di me e nonostante me.

Viene messo in crisi il rapporto malattia-salute ; vincere la malattia "buttando indietro" se stessi. La malattia come dimensione imprescindibile in cui non solo l’uomo Nietzsche o l’uomo Svevo, ma l’uomo moderno nella sua essenza appartiene. La scrittura come salute e modo attraverso cui esorcizzare la malattia.

Nietzsche predilige un tipo di stile che si basa sugli aforismi, e gli aforismi nietzschiani si possono immaginare come delle grosse pietre che segnano un percorso lungo il quale l’uomo saltella, passando da una pietra all’altra. Ogni pietra-aforisma è un punto d’appoggio per il salto in avanti, ma allo stesso tempo deve essere lasciato indietro, deve essere necessariamente superato.

Allo stesso modo Svevo , nella parte finale del romanzo, passa dalla formula classica del romanzo alla pagina di diario, dove i pensieri si susseguono in modo frammentario, e i segni grafici diventano solo tracce, spunti di una riflessione che l’autore stesso fa, calandosi nella coscienza di Zeno, ma che non trasmette al lettore in modo organico.

All’interno del romanzo l’autore, oltre a creare questo nuovo gioco narrativo tra lo Svevo-Zeno che scrive le pagine del suo diario e lo Zeno protagonista del racconto che egli stesso fa di sé, dimostra come in realtà scrivere possa anche contribuire ad affidare ad altri, o comunque allontanare da sé, la responsabilità delle proprie scelte, e come la scrittura abbia la capacità di rendere più autoritarie e più potenti le parole, tanto da intimorire colui che le ha scritte. "L’ultima sigaretta" di cui Zeno annota la data su vocabolari, libri, o anche sul muro di casa, in realtà è un modo perché la coscienza possa sentirsi appagata, ed egli liberato dal peso di dover portare avanti il suo buon proposito. In questo modo egli esorcizza la sua malattia, di cui il vizio del fumo è solo una delle tante manifestazioni, attraverso la certezza che egli scrivendo potrà condividere la responsabilità del fallimento del suo buon proposito con "l’altro" che egli ha reso complice di sé nel momento in cui ha scritto; avrà anche la certezza che sarà più facile eludere una menzogna scritta che affrontare la verità della sua coscienza.

Gli altri possono conoscere colui che hanno di fronte attraverso ciò che egli dice o scrive di sé, ma non potranno mai riuscire a scandagliare il fondo di una realtà inconscia che tutti possediamo, ma che alla maggior parte di noi appare estranea: è la sensazione che potrebbe provare un uomo che si senta forestiero all’interno della sua stessa patria, e questo nostro non conoscerci è probabilmente la radice più profonda dell’angoscia di sentirci incompleti, inadatti, malati.

Quale filo conduttore sia del romanzo di Svevo che della filosofia di Nietzsche, la dialettica salute-malattia è un tema continuamente slittante dal piano psicologico a quello fisiologico e viceversa, ed è anche un argomento di grandissima attualità in un presente come quello che stiamo vivendo, segnato dalla malvagità dell’uomo e dalla riflessione intorno alla sua esistenza e il suo destino.

A tal riguardo sono profetiche, nella loro agghiacciante ironia e nella loro infinita carica pessimistica e apocalittica, le parole scritte da Zeno nella parte finale del romanzo, e che preannunciano un’ipotetica prossima fine del genere umano.

Ad una "grande malattia" si deve rispondere con una "grande salute", e la scrittura, se non arriva comunque a rappresentare la salvezza, consente almeno, ancora e soprattutto oggi, di potersi aprire uno squarcio di apparente ed illusorio abbandono, e la possibilità di considerarsi, anche solo limitatamente al momento in cui scriviamo, uomini liberi dal peso della malattia e dall’angoscia di dover a tutti i costi rincorrere la salute; liberi di essere ciò che siamo esattamente come siamo, al di fuori di ogni processo di falsificazione che troppo spesso rischia di travolgerci del tutto.

D. C.

Un attimo, però: vedo che è siglato "D. C.": chi è/sarebbe?

LXXXIII. C’è un blog che parla di sonetti,

23 Ott

ma non genericamente: si tratta di http://www.endecasillabi.splinder.com, e parla di endecasillabi atonali, una concezione di Raboni che prende ispirazione, più che dalla musica atonale, mi pare, dalle suggestioni altamente tecnicistiche di quel modo di concepire la musica.  Tradizionalmente, un endecasillabo era considerato un endecasillabo quando prevedeva che gli accenti cadessero in un certo numero di posizioni — nuovamente, non si tratta di ‘rispetto delle regole, qualunque principio esse servano a sostenere e difendere’, ma di risultati, esteticamente, fonicamente, più aggradevoli che sono stati osservati, definiti e, se si vuole, codificati. Poi, ovviamente, Dante, il Pulci, il Campanella e altri sono pieni di endecasillabi irregolari. Per esempio, molti endecasillabi del Pulci, dal suono piuttosto incerto, sono 1 sillaba + 1 decasillabo.

Altro, ovviamente, è scegliere di scrivere in endecasillabi "atonali": l’operazione è cosciente. Non so che cosa dirne, personalmente, forse perché sono troppo dentro la versificazione (non conosco altri modi per ‘accostarmi’ alla poesia — posto che la poesia mi riguardi –; credo di essere una ciofeca anche come lettore di poesia) per potermi distaccare criticamente. La fitta e minuta (anche come carattere) spiega, estremamente chiara, dice tutto, ma, se non mi è sfuggito qualcosa, non dice come mai, oltreché atonali (e in quelle fogge & maniere), i versi debbano (?) anche essere così fortemente enjambés.

LXXXII. Mi chiedo

23 Ott

se adesso come adesso sarei capace, avendo una casa (è solo un’ipotesi, non esiste nessuna possibilità concreta), di passarci del tempo, dentro. Ho passato sei mesi a rimpiangere acutamente di non poter andare da qualche parte al coperto e scrivere — la scrittura mi manca tutte le sere. Per i restanti sei mesi mi sono chiesto se le mie abitudini siano cambiate al punto da rendermi insopportabile il restare in una casa. Per quelli che hanno fatto molta vita di dormitorio non è che ci sia una specie di rieducazione (o educazione tout court), ma i primi tempi sono seguìti: magari non sanno usare la macchinetta del caffè, o hanno problemi coi rubinetti — non parlo dei minorati, quelli ovviamente hanno l’accompagnamento o stanno in strutture apposite. E’ vero che non ho fatto moltissima vita di dormitorio, ma la mia capacità di adattamento a una situazione tanto imprevista (da me) è stata stupefacente (e, questo, non solo per me). Potrebbe esserci anche questo effetto indesiderato.

LXXXI. Azu,

23 Ott

non voglio dirtelo sul tuo blog perché mi parrebbe ingrato, ma non mi fa impazzire la grafica nuova. Preferivo prima, era più "di servizio", più grezza.

LXXX. Didolasplendida

23 Ott

ha tolto il veto, e adesso posso tornare a leggere il suo blog. Ritiro il "vacca", giustamente (per associazione: toro/vacca).

LXXIX. Avevo pensato

23 Ott

di fare una piccola guida alle fontanelle di Torino, l’avevo già detto, da qualche parte (ah, sì, mi ricordo, adesso)? Ci sono fontanelle che buttano acqua un po’ caldiccia, altre buona & fresca. Stranamente, ci penso tutte le volte che bevo a una fontana. Ieri mi sono fermato a bere alle fontanelle ventisette volte. Dalla rabbia stavo quasi per inghiottire il toro di ferro della bocchetta. (Le fontanelle hanno il toro sopra perché siamo a Torino. Però sono tutte fatte a Bergamo. Tutte le volte che mi chino a bere, cerco di non guardare davanti, sennò mi si rivolta lo stomaco. Riesco a non vomitare, in compenso sto diventando strabico).

LXXVIII. Vener,

23 Ott

ho vanamente cercato quella stanza di cui dicevi, dal pomposo titolo Perché l’uomo scrive, su Vaporsky. Messaggiamelo, se credi, così la commentiamo, se credi(amo).

LXXVII. Invidio enormemente

23 Ott

quei blogs che ciànno tanti piccolissimi messaggi, magari messi a dieci o quindici al giorno. Perché ostinarmi a scrivere cose lunghe proprio qui, dato che sono il primo a non leggere le cose lunghe degli altri?