Archivio | 12:16

LXVI. Facce.

5 Ott

LXVI. Sono un po’ a disagio. Sono sicuro che riuscirò del tutto ovvio, quasi noioso — ma, in fondo, si è sempre ovvii e noiosi, quando si parla di Bello, di bellezza, di cose belle.

Per un uomo a cui piacciono le donne è facilissimo, anzi quasi automatico, attribuire la bellezza di una faccia a quello che può avere di bello una faccia femminile — ovvero la regolarità dei tratti, le proporzioni tra le parti e i contorni smussati. Va da sé che la bellezza canonica, quella che si suppone, almeno a livello superficiale, indiscutibile, dovendo addossarsi se non aderire a un canone, finisca fatalmente coll’essere ripetitiva. Quello è il canone, quella (dunque) è la faccia bella, e quella no. Essendo le donne piu’ belle degli uomini, è giocoforza che siano tutte simili tra loro?

Cerco solo di spiegarmi come mai io faccia fatica a riconoscere donne d’aspetto piacente tra loro, e come mai, innanzitutto perché non mi dànno problemi di riconoscimento e identificazione, io sia istintivamente piu’ attratto da una donna brutta. Su tutte queste cose (del tutto scontate) sono stati certamente scritti milioni di volumi, ma io I. non li ho letti, II. non sono interessato a leggerli, andando alla ricerca di tutte le complicate conseguenze di questi stupidi e rozzi fatti, per il semplicissimo motivo che non vedo quali conseguenze dovrebbero, rimanendo entro i confini del naturale e del sensato, avere. Per me le cose si riducono a questo: le donne brutte si riconoscono meglio, quelle piacenti sono sovrapponibili e intercambiabili. Potrebbe essere un buon punto di partenza per una disquisizione sulla bella zoppa, la bella nana, la bella cieca, la bella vecchia, la bella collotorto barocche, che tanto piacevano a Bianciardi. Ma scrissi già qualcosa in merito. Anche lì non vedo come si possa andare piu’ in profondità di tanto: le cose sono talmente semplici!

Ultimamente ho notato che le donne tendono a omologarsi. L’ho notato io, non vuol dire che sia vero. Potrebbe essere un mio problema personale. Non che per me questo problema rappresenti un problema: io, infatti, guardo i maschi.

In questo caso non sono attratto dalle facce dei soggetti brutti. Credo di essere abbastanza superficiale e libidinoso da continuare, anche non volendo (ma chi non vuole?), a distinguere tra belle facce di uomo e brutte facce di uomo, e a preferire le prime alle seconde. Bisognerebbe spiegare che cosa è una bella faccia di uomo, ma è difficilissimo, e non so se, magari di sguincio, mi riuscirebbe, anche solo un poco. Posso, però, dire che preferisco guardare facce di giovani uomini, diciamo fino ai quaranta, mentre dalle facce degli uomini sopra i quaranta apparenti tendo a distogliere lo sguardo, salvo casi eccezionali.

Non guardo tutti; questo è ovvio. Non fisso la gente; di norma tengo gli occhi bassi, e non vado soggetto a innamoramenti a prima vista — nemmeno a seconda o terza: attualmente sono troppo preoccupato, o forse ho semplicemente esaurito una fase. Non posso saperlo e francamente non mi va di pensarci. Piuttosto ho scoperto di essere in grado di innamorarmi in un altro senso, cioè di rimanere affascinato, di fronte a facce che, o 1. noto solo adesso; o, 2. sono effettivamente diverse dalle facce maschili che ho sempre incontrato.

Sarà la crescente omologazione, magari non solo delle donne (eh, a ripensarci è un bel po’ anche degli uomini, anche se meno che per le donne), ma m’incantano, direi mi commuovono certi volti maschili, anche di giovanissimi, volti lunghi lunghi che sembrano modellati dall’interno dalla spinta flammea di personalità eccezionali, con occhi lemurei, enormi, bocche contegnose — volti che non posso che definire eccezionali, volti che figurerebbero strepitosamente in un film ritrovato di Stroheim.

In effetti ho notato di essere attratto da certe facce da quadreria (ciò che dovrebbe ben testimoniare della qualità quasi puramente estetica — evabbè, quasi — dell’attrazione che provo), cioè da facce che sembrano ritagliate via da olii antichi. Come sempre mi accade con le facce, passata qualche ora me le dimentico; ma di quelle che vedo ricordo l’impressione, una scia lunga e, nei limiti del possibile, estremamente vivida di quello che ho sentito sul momento. Non ho una macchina fotografica, e men che meno una macchina fotografica che potrei usare senza farmi notare (né un telefonino), e mi limito a collezionare impressioni di volti. L’ultimo acquisto mi ha anche strappato una trasognata esclamazione interiore: E’ il  ritratto dell’albagia, mi sono detto, irriflessamente. Non della superbia, o qualcosa di un po’ meno ricercato. Volti tutti somiglianti, tutti diversi. Facce che promettono di schiudere e nascondono mondi; come delle porte.

(E’ un fatto, per me, recentissimo).