Archivio | 13:34

LXV. Dubbi.

3 Ott

LXV. Dubbi ne ho tanti — troppi. Non intendo parlare di tutti i dubbi che mi frullano per il capino, sennò il proemio aposiopesizzante "Non so da dove cominciare" sarebbe fin troppo giustificato. (L’aposiopesi però non sono riuscito a lasciarla da un canto; almeno ne ho scelto un’altra, forse meno frusta).

Io ho ancora la vecchia carta d’identità. Con un indirizzo di Bergamo, non piu’ corrispondente né alla mia abitazione né a quella di qualche parente; avrei dovuto cambare da subito il documento, dal momento che non credo sia legale andarsene in giro con l’indirizzo di un altro sulla carta d’identità — in realtà ho aspettatto tanto perché contavo (i primi mesi) di trovare un lavoro, di riuscire a trovare un piccolo, piccolissimo alloggio, e rifare la carta d’identità con un indirizzo abitabile come residenza qui a Torino (non che Torino mi faccia impazzire, ma temo non mi faccia impazzire nessun luogo, comunque). Non avere la residenza qui a Torino significa avere diritto a una sola settimana di permanenza (quando si riesce a prendere il posto) nei dormitori del Comune, invece del mese che spetta ai residenti, o ai residenti (questa è la residenza fittizia dei senza fissa dimora) di "via Casa Comunale", n° 1 o 2, a Torino. E significa non potersi iscrivere al collocamento, &c.

Mi sono deciso, dopo mesi di insistenze da parte degli operatori dei dormitori, ad andare all’anagrafe a ritirare i moduli per il cambio di residenza. Volevo concludere, praticamente, tutto subito, ma quando ho dato uno sguardo ai moduli (non che in sé abbiano alcunché di strano o minaccioso) m’è mancato il cuore, li ho messi via e sono uscito. Ci devo ancora pensare. Non credo che il cambio di residenza mi convenga particolarmente; sì, ci sono delle cose che in una situazione come questa possono effettivamente apparire come ‘vantaggi’, anche se stento ancora a considerarli tali (se non ci fossero gli altri, a dirmelo, me lo dimenticherei subito), ma soprattutto è un mettersi, semplicemente, in regola. Sono qui da un anno, e al vecchio indirizzo non sono piu’ rintracciabile da allora.

E’ un’ufficializzazione. Quello che ha reso meno pesanti certe mie giornate, una specie di influenzabilità d’emergenza, che ogni tanto mi permette di liberarmi un po’ dal peso della mia vita, facendomi vedere e sentire cogli occhi e il cuore presumibile di qualche interlocutore compagno (?) di sventure, mi ha talvolta fatto apparire questo al pari di tanti altri atti come qualcosa di assolutamente normale, all’interno della logica in cui vivo; e quindi da compiere con leggerezza. Ma non facevo i conti con quanto sia pesante da portare, questo paio di occhiali — e che cuore di piombo ho, quando sono da solo! Né gl’incoraggiamenti riescono ad alleggerirmi, né la villania violenta delle usciere dell’anagrafe a smuovermi; non piu’ di quanto possano avere l’uno o l’altro effetto la pioggia di oggi o il digitamento sulla tastiera di quello che sta qui alla mia sinistra, in questo momento. Quando sono da solo vedo le cose come stanno, insomma; e, devo dire, nonostante bene non faccia (tutt’altro), preferisco vedere le cose come stanno piuttosto che in qualunque altro modo.