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LXIV. Arte e follia (abbozzo).

1 Ott

LXIV. Il discorso è cominciato sul blog di azure, ma l’intervento che m’è venuto da fare era troppo lungo da lasciare lì sopra, anche perché non è proprio una ‘risposta a’, sono notazioni ai margini — ne faccio un post nuovo qui, se pure riesco a cavare il ragno dal buco. Non è facilissimo continuare il discorso — non perché mi sia penoso per qualche motivo, ma proprio perché è una questione lunga e larga, un bestione troppo temibile, per me, da afferrare per le corna. E infatti non sono riuscito a dar forma al discorso.

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Follia e arte: che cosa c’entrano, l’una con l’altra? Parecchio, dicono in parecchi. Niente, dico io; o quasi.

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Ricordo di aver visto alcuni dipinti di alienati su una vecchissima copia della famosa enciclopedia medica Larousse, la prima lettura affascinante e spaventosa (per me, insieme al Mur di Sartre, che nella mia personale cronologia è coevo). Cioè vi si vedevano e leggevano cose spaventose, ma istruttive. I dipinti degli alienati non erano propriamente quello che si chiama "art brut", di cui azu parla in uno splendido pezzo, l’ultimo, del suo blog, ma sono semplicemente dipinti di alienati, avevano tutti alcunché di malvagio e, insieme, di giustificato ad esserlo — un’impressione strana e forte, come di fronte a certe mostruose figure tragiche, come Medea, o la Cianciulli, o Baby Jane.

Tuttavia, "non è arte". O, se lo è, lo è solo di sguincio, per caso. Quando càpita, come un lancio di dadi fortunato — ma senza nessuna vincita, né volontà di vincere. L’arte consisterebbe nell’esercizio volontario di facoltà che nella media o nella totalità delle persone si manifestano nell’involontario o semi(n)volontario dell’attività onirica, del lapsus, del sogno ad occhi aperti, della menzogna, del racconto di vita, &c. Esercizio volontario e consapevole — non pura attività fantastica, ma ragionamento sulla stessa, e frutto — idealmente — di due atti, il primo di improvvisazione, il secondo di ‘riscrittura’, o rifacimento, appunto, ragionato. L’attività fantastica (l’imaginativa) ce l’abbiamo tutti: tutti possiamo visualizzare una data immagine; il pittore non trascrive la grezza immagine, ma quello che risulta dal ragionamento sull’immagine stessa — e così si passa dalla visualizzazione all’immagine poeticamente intesa, e alla visione a un livello più alto.

Quello che gli scrittori, i pittori, i poeti tendono a fare è proprio dimenticare, o sdegnare, quel primo atto della creazione che, come il fare la cacca o mangiare o dormire o aver bisogno di denaro, li rende del tutto equiparabili al resto dell’umanità. Non per aristocratismo, ma per evitare quella che a loro sembra una deminutio, o qualcosa di troppo facile. Nelle sue Questioni naturali, Tommaso Campanella stabilisce una di quelle distinzioni preziose, che è bene non dimenticare, tra la creazione, che è porre in essere oggetti a partire dal nulla, ed è atto solo divino (in questo caso l’idea di un dio esistente è molto comoda, e può starci bene); e arte, che è porre in essere oggetti a partire da molti oggetti — dice proprio così, che quegli oggetti devono essere molti. Non può che pensare che debbano essere molti, quegli oggetti su cui un artista deve meditare, un filosofo, o meglio pensatore, o profeta, che medita nel secolo in cui è invalsa, fino alla mania furiosa, la consuetudine degli zibaldoni e delle bibliografie, meglio ancora se per compilare non solo opera magna, ma anche letterine e liste del bucato.

Accettare l’infinita volgarità dell’inescludibile gesto ripetitivo, che non è solo nell’uso dello strumento che si ha tra le mani, ma anche dei meccanismi mentali (anche la strada piu’ lunga inizia col primo passo, diciamo) distingue l’artista maturo dall’immaturo.

(Non più di recente, ma quando ancora erano una novità, avevo letto una specie di dichiarazione di poetica da parte del gruppo Luther Blissett, ora Wu Ming e che altro, in cui si ripudiava qualunque forma di ispirazione; in realtà, si diceva, e si diceva giusto, scrivere sotto ispirazione è un po’ (non ricordo le esatte, e più eleganti parole, quindi sarò, molto gothiquement, troppo épais en images anche stavolta) fungere da sismografo, o da parafulmine: si riceve e si convoglia dall’esterno — della società, della storia, &c. In compenso, per essere più certi di fare una letteratura del tutto al disopra dei tempi, costoro scrivevano e scrivono (credo) a quattro, a sei, a otto mani. Come formare, appunto, una microsocietà autonoma. Io personalmente credo che la storia abbia, come il fato dei Greci, modi indicibilmente infidi per governarci, e che non si possa in alcun modo sfuggire alla sua influenza e ai limiti che ci pone, col renderci ciechi e sordi di fronte a cose che sono state e saranno rilevantissime per altri tempi, altre umanità, e altre società. Dal momento che non si può evitare di essere dei puri tramiti, come tutti, per decreto della moira, siamo, tanto vale essere dei tramiti grandi e grossi, e non dei microtramiti, o dei tramiti privati. Comunque sia, il successo a cui il gruppo è andato incontro non può non dipendere dalla storia — esattamente come lo sdegno nei confronti della storia e dell’irresistibile attrazione del tutto).

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Non sembra tanto temibile la violenta evasione dal reale data dalla follia; è molto piu’ temuta la noiosa consequenzialità, la pazienza certosina da imporsi per poter trascendere la meschina materia ("… non troverai che polvere e letami"…).

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Ricordo che mi arrabbiai parecchio, quando lessi un intervistone al divulgatore psicanalitico Galimberti che auspicava nuovi rinascimenti (ma chi li vuole, ‘sti cazzo di rinascimenti, con quei precetti, quegli obblighi, quelle linee rette, quegli en plein air gelidi, quei trionfi dell’accademia, quelle forme lisce, quelle luci abbaglianti crude spietate) col dare nuovo rilievo, e diritto di cittadinanza, alla follia, con tutte le sue meravigliose potenzialità. Stronzate, ovviamente. La follia non è un versante dello spirito, non è un valore intrinseco; esiste in quanto è riconosciuta come tale. E riconosciuta come tale non può avere nessun rilievo nella società; infatti è sbattuta ai margini. E’ a partire dalla sua emarginazione che è possibile riconoscerla come follia, cioè.

Se si parla di ispirazione, invece, il discorso si fa diverso. L’ispirazione è stata paragonata alla follia da Platone, si dice, che parlava di entusiasmo — che è già una cosa diversa. La società greca conosceva una follia istituzionalizzata, che non può essere la nostra — quella dei riti orgiastici, per esempio. I poeti improvvisavano puntellandosi su formule date, e anche questo non appartiene più a noi. In realtà, credo che nell’ispirazione non ci sia niente di così attraente come può essere, per indoli avventurose, la follia. Può non avere proprio niente di destabilizzante. Anzi, può essere solo un innocente, elementare interagire di semplicissime funzioni, un tranquillo e tutto sommato banale ribollìo mentale. Dannazione non ho qui il libro, ma credo fosse proprio quello che intendeva il Frugoni, nel Tribunal della critica, quando esortava i neòteri a non pretendere di scrivere sotto un’unica, esaltante impressione, ma a scrivere con calma, e a rielaborare incessantemente.

Lo sfavillìo scandaloso, la sfoggiatura, la sorpresa, la maraviglia non sono nell’ispirazione, che è un fuoco tenue, un disperdersi, se si vuole, persino un po’ caracollante un po’ cialtrone un po’ sonnacchioso; è dal crescendo travolgente della scrimitura dell’analisi, dall’acquistare forza, lucentezza, affilatura da parte del ragionamento che quei presupposti, tutto sommato — appunto — meschini, possono diventare qualcosa di grande, di bello, di luminoso — e di nuovo.

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Si comincia a sentire a partire dalla presa d’atto. — Non mi sto spiegando affatto, ma devo provarci. Le nostre risposte emotive all’oggetto sono in noi, non nell’oggetto. Nascono DALL’oggetto, negli stessi modi per tutti. Chi scrive (diciamo) ‘sul serio’ si riconosce a partire da quelle risposte in poi. Significa, secondo me (io posso solo dire quello che succede a me), che la nostra risposta all’oggetto in sé è infinitamente meno viva e piena rispetto alla risposta che riusciamo a dare quando ci siamo pienamente impossessati dell’idea dell’oggetto — e il nostro mezzo per impossessarcene è l’analisi, il ragionamento.

Le sensazioni dell’amore e dell’odio non ci rendono affatto schiavi: siamo piu’ facilmente schiavi quando non sentiamo piu’ nulla, quando non sappiamo che cosa potremmo amare e che cosa dovremmo odiare. In realtà, ne siamo schiavi solo quando ci soverchiano; e ci soverchiano finché non abbiamo finalmente colmato il divario, che è una condizione falsa, tra quello che valutiamo ‘razionale’ (la spiegazione del perché un determinato oggetto ci provochi quella reazione) e quello che valutiamo ‘irrazionale’ (la nuda reazione, senza spiegazione). Quando li componiamo, anche l’aspetto puramente ‘sensistico’ dell’oggetto è trasfigurato, si è fatto piu’ complesso, e soprattutto si è fatto stabile e trasmissibile.

L’amore e l’odio ci rendono, semplicemente, esseri umani. Non posso immaginare quanti milioni di volumi possono essere stati scritti, in materia; in realtà non m’interessa molto. So per certo che la vita è un percorso, e che abbiamo il necessario istinto a sceglierci le nostre guide: questa scelta è per forza guidata da amori e odii empedoclei. (Scelta che (è ovvio), tanto piu’ è netta e tanto piu’ ci crea attriti con l’ambiente — e la paura degli attriti è una cosa forte e potente, che rileva assai piu’ di quello che siamo disposti ad ammettere su talune scelte, anche in campo artistico, anche molto sofisticate).

Aver smesso di amare e odiare significa aver smesso di essere — punto.
Poi, ovvio, mi sbaglierò.

(…)