Archivio | ottobre, 2005

CXIV. Stavo,

29 Ott

oh Sirenetta, per correggere un tuo accento — in particolare quando scrivesti "dài, dài, fàllo". Ma mi sono accorto in tempo dell’errore: la tua finezza stava nell’aver colto (<= mettere circonflesso, plìs) che disaccentato poteva confondersi con "fallo" sostantivo, in ogni accezione. Per quanto una sfumatura oscena non sia del tutto evitabile né nell’uno e né nell’altro caso, sostantivo e verbo sono due cose diverse. Ricordo di aver letto, su un libro di racconti fecciosissimi, dovuti alla penna di uno degli scrittori di Nazione Indiana1, una mitraglia di "dàti" con l’accento (vb. "dare") e di "dati" senz’accento — quei nostri "dati" che tradurrebbero quelli che gli anglosassoni chiamano latinamente "data". Ma ambo derivano da "dare"!! "Data" è infatti plurale di "datum" = "cosa data".

Io, in compenso, mi sono trascinato per anni nello spiacevole errore di scrivere figlii, straccii2, ignorando che la i, in quei casi, ci sta per bellezza. Intanto posso andar fiero (almeno finché non scopro che sono sbagliati anche loro) dei miei maschii, vecchii, fischii3.

1. Non cito né lui né il libro per il semplice fatto che mi sono dimenticato sia come si chiama lui che il titolo del libro. Ma potrei essere più preciso, se qualcuno ha la compiacenza di aspettare a piè fermo fino a lunedì (posto che non mi dimentichi, ovvio).

2. Ma il nesso –ii era reso, consuetamente, con i sormontato da circonflesso. Che pirla, ho i caratteri particolari, perché non ci ho pensato prima? Tiè: î.

3. V. nota 2.

CXIII. Sarà la bloggosfera

29 Ott

ma anche gli scriventi che trasudavano intelligenza, quando li conobbi in sedi differenti, passando al blog sembrano bambini elastici alle prese con giochi spastici. La bloggosfera brancola nel buio e ciàncica vaccate.

CXII. Riccardo Valla 2.

29 Ott

CXII. (Spero che questo post su RV non accresca la mia visibilità, almeno da parte sua).

CXI. Riccardo Valla.

29 Ott

CXI. Impossibile, anzi altamente controindicato, per me, e linkarlo e intervenire sul suo blog: feci una figura di culo sesquipedale, con lui, al tempo, e spero che pensi che io sia morto, decrepito e sepolto (no, non c’è nessuna contraddizione — prego riferirsi a un buon vocabolario). Mi riferisco al Riccardo Valla di cui nel titolo, traduttore e scrittore. Su questo blog, da me rinvenuto per puro caso poco fa (sto dicendo www.ric-rabbit.splinder.com) si incontrano, a lunghi intervalli di tempo, alcune cose belle (cioè varie sue manie, i sonetti, l’Imbriani, Spenser, &c.). Vale la pena di tenerlo d’occhio, almeno ogni tanto.

CX. Domani, se mi connetto di nuovo,

28 Ott

penso proprio che andrò a farmi un giro lungo e largo per varii blogs, in cerca di qualcosa di carino e depositando interventi possibilmente sennati sotto i post che più mi impressioneranno, evitando i blog troppo deprimenti o troppo rosa (o troppo tutti e due). Fattostà che è un brutto periodo: non ho assolutamente un cacchio da dire (ma proprio niente), in compenso dovrei pensare a rifare tutto da capo (nella vita — e quanto aspetto, ancora?), e in soprappiù la garrulità mi attanaglia. Sono riuscito a trasformare un blog stitico e noioso nel blog più inutile della Rete. (Che è già qualcosa, volendo — me ne fregasse qualcosa).

CIX. Mi hanno detto, anche,

28 Ott

di recente, che sembro avercela col mondo. E’ che avevo deciso, per un certo periodo, che non avrei più avuto giudizi (nemmeno sereni) su nulla. Purtroppo, col passar del tempo, le inibizioni si allentano, indi i dissapori. Ma devo stare attento: o ci scapperà il morto.

CVIII. Io non sto a guardare.

28 Ott

CVIII. Però sto sempre a leggere, nel senso che tutte le volte che vedo qualcosa di scritto mi fermo e lo devo leggere per forza. E’ anche il motivo per cui mi piaceva fermarmi a mangiare sempre davanti alla Casa Fenix (una casa occupata, fino al 22 giugno di quest’anno), ai Giardini reali; era tutta tappezzata di volantini.

Ma mi piacciono particolarmente le cose scritte a mano, perché spesso sono piene di errori esilaranti. Volevo aprire un post tutto dedicato alle varie scritte, ai volantini, alle comunicazioni di servizio piu’ divertenti che ho trovato in giro, e trascritto. Qui a Torino è l’ortografia in particolare a godere di scarso prestigio. Fuori dall’Informacittà una targa commemora il poeta dialettale Viriglio (non ho ancora capìto perché proprio lì vicino al Comune, ma tant’è), con un "QVI’" artisticamente inciso col suo bell’accento. Credo che sia l’unica città d’Italia ad avere una "via Gaetano DoniZZetti", peraltro.

Ma le cose più divertenti sono gli avvisi scritti a mano, soprattutto certi nei cessi dei bar o appiccicati nei varii esercizii: Torino deve avere il record dei bottegai più ignoranti della Penisola.

Al momento non ho sottomano nulla, e data la new wave potrò postare, nel caso, solo una troiata per volta, sempreché mi paiano ancora così divertenti com’erano quando le ho trascritte.

Poc’anzi ho copiato lo spillatino di un indignato analfabeta coprofobo, in Via dei Quartieri, sul muro tra l’ingresso del n° 4 e la Sala divertimenti "Luna Rossa":

PER CHI PORTA HA SPORCARE IL PROPIO CANE QUI SUL MARCIAPIEDE SENZA POI PULIRE ‘E UN GRANDE MALEDUCATO E INCIVILE PERCHE ILLEGALE INOLTRE SE MI ACCORGO CHI POSSA ESSERE. [punto] FACCIO INTERVENIRE I VIGILI E SI PRENDERA’ UNA MULTA.

Quello che mi chiedo è: se uno scrive così, che cosa avrà nel cervello?

Ma dev’essere proprio un antico vezzo torinese. Ricordo distintamente che il manifesto dei gesuiti contro Carlo Emanuele I (detto Il Grande, o Testa di Fuoco) per l’aumento delle tasse era scritto in un latino non molto migliore di questo italiano.

CVII. Osé.

28 Ott

CVII. Queste postazioni pubbliche sono protette, nel senso che non si può accedere a siti porno. Ma anche da qui (basta che sia non involontariamente) è possibile accedere a un numero enorme di pagine personali che non figurano nelle liste di proscrizione. Io ho digitato "bootboy", ci sono molti blogs e pagine personali, con abbondanza di foto e cazzate varie galore, alias a iosa. Ma tenere un blog porno (dovrei approfondire, non lo so, la mia esperienza in merito data da oggi) dev’essere proprio, non tanto da maniaci, ma roba da minorati.

CVI. Ovviamente

28 Ott

la bomba non è scoppiata. Sto digitando dall’Informacittà, all’addetta di turno (un po’ grifagna di complessione, dentro e fuori) sarebbe piaciuto che scoppiasse tutto; ma sta di fatto che non aveva letto il giornale. Su Metro è detto a chiare lettere che oggi alle 10.00 ci sarebbe stata un’esercitazione. Lei dice che c’è già stata ieri, e che oggi il Comune non doveva essere coinvolto. Non le è piaciuto come hanno evacuato l’Informacittà, in ogni caso. E, in ogni caso, è proprio un peccato (dice) che non sia saltato in aria tutto.

CV. Rilettura.

28 Ott

CV. Sto rileggendo, avidamente, La montagna incantata (di Thomas Mann, 2 voll. "David" Dall’Oglio, trad. Beatrice Giachetti-Sorteni, una vecchia traduzione, diversa da quella ben nota di Ervino Pocar, per cui Johann Castorp è Giovanni Castorp, Joachim Ziemssen è spiacevolmente Gioachino Ziemssen, &c., Milano ott. 1965). Non so che cosa mi spinga a rileggere un romanzo che, me lo sta dimostrando per la seconda volta in vita mia, fa ammalare. Già il viaggio di Castorp verso Davos mi ha fatto sputare metà polmone destro, figuriamoci il prosieguo. Ma è una rilettura che mi occorre. Mi occorre doppiamente, per vedermi davanti che cosa succede a un uomo che entra da ospite in un luogo dal quale poi non riesce a scappare. Mann, però, non comunica l’angoscia del racconto di Buzzati sull’uomo leone, che entrò in lebbrosario e quando fu per uscire scoprì che il suo desiderio di guarire e andarsene era svanito come cimbe sul mare, un’espressione che ricorderò, credo, finché campo, se campo (così com’è, ovviamente, senza curarmi di sapere, al momento in cui la ‘ripeto’, se fosse proprio quella, nel testo originale), e pertanto tornò dentro.

CIV. A proposito

28 Ott

de li mortacci: c’è un blog in multiproprietà in cui ci sono molte epigrafi. Un tempo era un’arte, e da cose come questa si può capire bene il perché — non le ho lette certo tutte, ma in gran parte sono penose:

http://doraripariariverantholog.splinder.com/

Anche se l’idea non è male, ovvio.

CIII. Giacinto Collegno (nomen omen).

28 Ott

CIII. Via Giacinto Collegno è una traversa di corso Francia. Giacinto Collegno dovette essere uomo di molto merito, dato che gli hanno dedicato una via. Ho visto la sua tomba al Cimitero monumentale, e non posso dire che non me l’aspettassi. Visse nell’Ottocento; poi, però, è morto.

"Per forza", direte voi; "a tutt’oggi…".

E invece no: era destino avverso.

Poiché egli, sin dalla nascita (o meglio dal battesimo) era Già cinto Col legno della bara.

CII. L’amico XXxxyy YYYxxx,

28 Ott

l’altra sera, mi descriveva con una certa commozione un certo suo cimelio di famiglia, una veneranda pendola, ovviamente difettosa. A un certo punto non andava più, e lui gli ha dato il classico cazzotto; dopodiché, ovviamente, la pendola (che lui chiamava il pendolo, che credo sia sineddoche) ha ripreso a funzionare.

"Ecco", ho detto, "come hai risolto il tuo problema col pendolo col-pendolo".

Questa battuta non è mia, ma risale a uno spettacolo teatrale di Lillo & Greg, di cui vidi la metà inferiore, molto bella, e di cui non credo di aver mai saputo il titolo. E’ una di quelle battute (in scena Lillo, eseguendo l’ordine di Greg che gli diceva di fare qualcosa "col-pendolo", continuava ad andare verso una vistosa pendola appoggiata al muro) che, riuscite o no, hanno bisogno di un ben determinato contesto per essere riciclate. Non sono riuscito (o non ho avuto la presenza di spirito necessaria) a riciclare battute ben più adattabili a diversi tempi e circostanze, mentre sono riuscito a farlo con questa!! Strano.

CI. La bomba (e sticazzi).

28 Ott

CI. Oggi hanno messo una bomba al municipio, sicché non posso connettermi dall’Informacittà adiacente. Sono all’Informaggiòvani. L’importante è rimanere Informati.

C. Questa non è una C.

26 Ott

C. Infatti: è l’iniziale di "CENTUM"  e vuol dire precisamente "CENTUM", da cui il nostro "cento"; e vuol dire "cento". E’ un approdo, parrebbe. Festeggiamo?

XCIX. Finirà coll’essere

26 Ott

un blog con nessun commento! (è un effetto collaterale a cui non avevo pensato — ma in fondo, che cosa me ne frega? Anche se non so esattamente da che cosa dipenda, la mia vita non dipende certo da un blog. Anche se, per quello che vale, potrebbe anche benissimo).

XCVIII. Stare a guardare.

26 Ott

XCVIII. Nel primissimo pomeriggio un signore sventurato che ho appena (due giorni fa) conosciuto per dormitori m’ha attaccato bottone. La conversazione (del tipo solum ad se ipsum, anche perché io mi vergognavo come un cane) si è articolata in due tempi; prima ha dichiarato con diffusione piuttosto flaccida di essere intenzionato ad una riforma europea dell’università. Nella seconda parte del monologo cantava, malissimo. Tu gli davi le parole, e lui le cantava sul motivo di una canzone dei Bìtols. Adesso, se fossi spiritoso, scriverei un pezzo fiko sul signore che canta. Ma: 1. Non mi piace stare a guardare; 2. Non sono affatto spiritoso (e poi avevo genuinamente voglia di vomitare; quindi dovrei fingere, e per fingere non mi paga nessuno).

XCIV. Cartoline.

26 Ott

XCIV. E’ come aver dentro il poema eroico ed essere condannati a mandare cartoline. Però è divertente!! 😀

XCIII. E’ il mio destino.

26 Ott

XCIII. Eppure questo blog stenta a decollare. Non è un totale fallimento, e non è nemmeno un successo. Rimane lì, tra il sì e il no. Dovrei seguirlo di piu’ e meglio, e seguire, soprattutto, i blog degli altri, così che mi vengano a leggere, &c. Ma chi ne ha voglia? 😦

XCII. Qualcuno

26 Ott

ha per caso letto Messalina, romanzo storico di Francesco Mastriani (1819-1891)?

 Ahò, io ci provo.

Ho compilato la solita schedina, ma col piffero che la copio qui sopra: mi rompe. Comunque è notevole: merita, secondo me. Attaccherò il prima possibile I misteri di Napoli.

XCI. Uomo avvisato…

26 Ott

XCI. Sono stato avvertito, molto seriamente, che "nel nosto ambiente" prima o dopo ci scappa il morto. Non posso nemmeno dire che non vedo l’ora: non so se si libererebbe un posto per me, in quel caso.

XC. Chi ha detto che dormire sul duro fa bene alla salute?

26 Ott

XC. Dopo un bel po’ di giorni che sto dormendo per terra mi sento il fianco sinist tutto distrutto. Praticamente non riesco piu’ a piegare la schiena! Comunque sia, bando agli autobiografismi: dormire sul duro è nettamente controindicato.

LXXXIX. Ah, già, la société.

25 Ott

LXXXIX. Avendo io scoperto, per la verità or non è molto tempo, che la Société mi ha linkato, mi sembra giusto linkarla a mia volta. Lo faccio automaticamente, pensando che non ci siano problemi.

LXXXVIII. Siamo seri.

24 Ott

LXXXVIII. Sono stato accusato, di recente, di essere uno che "sta a guardare". Non è la prima volta che mi succede, ma tutte le volte che ricàpita mi inalbero e mi sento umiliato. Essenzialmente perché se c’è una cosa di cui posso essere accusato con ragione è proprio di non stare abbastanza a guardare. Vago per le vie senza sapere il percorso che faccio (imparare il nome di qualche strada manco parlarne), corro il rischio di farmi stirare ad ogni attraversamento pedonale, dimentico facce e nomi perché guardo e ascolto distrattamente. Qui non mancano bellezze e bruttezze architettoniche, ma se qualcuno non mi ci conduce davanti per mano e non mi fa notare tutto per filo e per segno non noto nulla, non registro nulla, e magari ci passo davanti mille o duemila volte al giorno. Inciampo sui gradini, centro gli stipiti con la faccia, manco le panchine con il sedere. Mi dimentico di andare a mangiare perché non guardo l’orologio. Se mi ricordo di guardare l’orologio mangio senza guardare nel piatto: cose così. E non è nemmeno divertente. Posso assicurare che a vedermi faccio un effetto increscioso. E comunque il fatto si è che non sto abbastanza a guardare. E me ne fotto, pure.

LXXXVII. Avevo pensato,

24 Ott

proprio in questi giorni, di fare cose che non ho mai fatto. Per esempio, una cosa che non ho mai fatto è andare a chiedere soldi nelle chiese — e tuttavia mi pareva poco esaltante, come prospettiva. Allora ho pensato che sarei potuto andare alla Gran Madre (dove danno un euro di fisso, niente di piu’), a Sassi una domenica (un euro e cinquantadue — nessuno mi chieda il perché, inquantoché non ce n’ho la piu’ pallida idea), alla Madonna del Pilone (dove pare diano anche cinque euri!!!), &c., fino ad accumulare gli otto euri e cinquanta necessari alla mostra di Mapplethorpe, che si svolge a Torino de ‘sti tempi. Poi ho pensato che comunque sono il solo rimasto a considerare poor pornography quella roba, che va comunque contrabandandosi per arte (tant’è vero che quelli della Margherita qui di Torino che hanno protestato perché la mostra non è vietata ai minori stanno facendo una pessima figura). E poi ho visto qualche foto in Rete, e francamente trovo che andare a chiedere soldi nelle chiese sia già abbastanza lugubre per suo conto, senza nessun bisogno di aggravare la situazione.

LXXXVI. Diana Cataldo 2.

24 Ott

LXXXVI. Ossia la Diana Cataldo qui nominata:

www.filosofia.unina.it/dimarco/corso2001-02.htm,

che almeno qualcosa con Nietzsche dovrebbe aver che fare, si direbbe.

LXXXV. Diana Cataldo.

24 Ott

LXXXV. Finalmente rifunge. (Avevo dfficoltà a postare messaggi, prima, o come kacchio si dice).

Da una rapida ricerca in Rete non è dato sapere molto di Diana Cataldo. Potrebbe essere un addetto stampa dell’ufficio del turismo (?) irpino come una socia del Golf Club di Belleville.

LXXXIV. Il saggino di Nunzia.

23 Ott

LXXXIV. Ecco, allora, il saggio che a suo tempo (marzo 2004) Nunzia/Vener pubblicò su Vaporsky. E’ molto lungo, del tutto in controtendenza con la new wave de ‘sto blog, ma pazienza (comunque sia, non l’ho scritto io). Mi proverò io stesso (tempo permettendo) a commentarlo, anche se non ho sempre presenti (anzi) i riferimenti di Nunzia/Vener.

Grazie, intanto, Vener.

"Significati e percorsi dell’opera di Italo Svevo "La coscienza di Zeno" in relazione alle riflessioni di Friedrich Nietzsche intorno al tema della scrittura."

Perché l’uomo scrive? Perché spesso capita che egli avverta l’esigenza di calarsi in uno stato di solitudine, di silenzio, di concentrazione, in cui entrare in rapporto esclusivamente con se stesso e lasciare il resto del mondo fuori dalla sua coscienza? Perché sente il bisogno di abbandonarsi in una dimensione in cui la realtà e lo spazio assumono contorni incerti e il tempo si deforma, divenendo un senza tempo del tempo che penetra nell’uomo, sottraendolo a qualsiasi orizzonte di oggettività in cui prima veniva inserito? Perché, e per chi, sente la necessità e l’impellenza di scrivere?

Se davvero possedessimo tutte le risposte soddisfacenti a questi interrogativi probabilmente l’uomo abbandonerebbe la pratica della scrittura; essa entrerebbe a far parte dell’universo degli oggetti d’uso, "scadrebbe" al rango di strumento e non avrebbe altro fine se non assolvere alla funzione cui è destinata.

L’arte dello scrivere perderebbe la sua accezione più propria di essere un’arte misteriosa, tutti i suoi segreti verrebbero svelati, e l’uomo non si affiderebbe più ad essa come detentrice prediletta delle sue più intime confessioni dell’animo.

Fortunatamente il mistero della scrittura è salvo, ed è evidente come le questioni restino aperte, e si rafforzino, se solo prendiamo in considerazione quanto numerosi filosofi, letterati, o anche scienziati, siano stati affascinati a tal punto dal tema della scrittura da farne l’oggetto delle loro ricerche, e "l’ingresso" privilegiato attraverso cui fare accedere gli altri, i loro lettori, ai più intrinseci significati e percorsi del loro spirito. L’inizio del ventesimo secolo, il secolo della crisi e dei grandi sconvolgimenti, ha rappresentato un terreno molto fertile su cui svolgere queste riflessioni, e autori apparentemente molto diversi hanno trovato punti di grande contatto sull’argomento. Alludo in particolare ad una considerazione ed un utilizzo parallelo che lo scrittore triestino Italo Svevo e il filosofo Friedrich Nietzsche hanno fatto intorno alla scrittura.

L’accostamento sembra fortemente stonare, soprattutto per chi è un buon conoscitore della filosofia di Nietzsche, ma se si compie un attenta analisi dell’opera più significativa ed eccezionale di Svevo, "La coscienza di Zeno", si possono cogliere numerosi tratti comuni che vanno dal tema della scrittura alla grande dialettica malattia-salute , per finire all’affinità più sorprendente che è il male comune ai due autori, entrambe i quali si definiscono uomini finiti al momento della morte del loro rispettivo padre, ricalcando le orme di un grande filosofo dell’antichità, qual è Platone, angosciato dalla stessa mancanza.

Zeno Cosini, il protagonista del romanzo, è un uomo malato, cosciente della propria malattia e cosciente di dover curare il proprio male non attraverso la scienza medica, ma attraverso una terapia che riesca ad eliminare il suo malessere alle radici, radici che affondano nell’abisso oscuro della coscienza.

"…ho la matita ed un pezzo di carta in mano. La mia fronte è spianata perché dalla mia mente eliminai ogni sforzo. Il mio pensiero mi appare isolato da me. Io lo vedo, s’alza e s’abbassa…ma è la sua sola attività. Per ricordargli ch’esso è il pensiero e che sarebbe suo compito di manifestarsi, afferro la matita. Ecco la fronte si corruga perché ogni parola è composta di tante lettere e il presente imperioso risorge ed offusca il passato."

Il romanzo prende inizio dall’immediato presente di Zeno, che si ritrova sulla sua poltrona intento a riflettere su un passato da dover reinventare, per poterlo plasmare e ricostruire nella sua fittizia autobiografia, a cui si accinge sotto consiglio del suo medico, quale elemento preparatorio alla cura psicoanalitica.

Da questo momento in poi comincia la narrazione di una storia nel corso della quale il tempo si dilata, racchiudendo in un unico orizzonte passato, presente e futuro, e dividendosi su due piani che scorrono paralleli ma con velocità diverse: il piano del tempo del racconto e il piano del tempo della scrittura, una scrittura che assume molteplici ruoli. All’inizio della narrazione essa si presenta come un imposizione che costringe il protagonista a prendere coscienza della propria malattia e a riflettere sulla sua storia passata che, nel momento in cui si accinge a richiamare alla memoria, gli sembra in realtà perduta per sempre.

Il rapporto memoria-scrittura, pone in primo piano le grandi questioni del ricordo, ricordo del passato e di quello che si è stati, e della necessità di immobilizzare gli istanti, per conservarne almeno una traccia, nella speranza di non vederli disperdere in un tempo che, nel suo continuo andare oltre, non tornerà mai indietro a restituirceli, neanche se li reclameremo a gran voce come nostri di diritto.

Una scrittura che organizza e da una forma ordinata agli eventi della vita, una vita che noi stessi possiamo modificare scegliendo cosa conservare o meno, perché siamo noi gli unici depositari della memoria di quello che abbiamo vissuto e di come lo abbiamo vissuto. Per questo tutto il racconto di Svevo-Zeno non è che un articolarsi di menzogne e mancate verità; la scrittura diventa testimonianza della malattia, ed essere malati significa vivere nella falsità del proprio essere, per l’incapacità dell’io di ammettere di essere esso stesso artefice e protagonista di tale falsità.

Zeno cercherà in ogni modo un disturbo organico da cui essere realmente affetto, per liberarsi dall’angoscia di dover trovare una cura non fallimentare attraverso la quale "sbarazzarsi" del suo male che egli stesso definirà incurabile.

Mentre per lo psicoanalista la scrittura rappresenta fin dall’inizio uno strumento terapeutico, per il suo paziente essa rimarrà un gioco fittizio inserito nella catena illusoria delle situazioni della realtà, ed estraneo perciò alla sua coscienza, fin quando non prenderà consapevolezza che anche la psicoanalisi ha fallito e che la sua malattia resiste ad ogni forma di terapia.

L’ultimo capitolo del romanzo rappresenta infatti un momento di svolta, e scrivere diventerà per lui una sfida contro un’esistenza malvagia e beffarda, diventerà il migliore ed unico modo per curarsi perché non saremo più da soli di fronte all’ironia della nostra sorte, ma saremo appoggiati, nella verità o meno della costruzione che abbiamo compiuto scrivendo, dall’ "altro" che diventiamo nel momento in cui scriviamo. Egli stesso dirà, nella parte finale, "…scrivendo credo che mi netterò più facilmente dal male che la cura mi ha fatto. Almeno sono sicuro che questo è il vero sistema per ridare importanza ad un passato che più non duole e far andare via più rapido il presente uggioso." Scrivere della propria storia lo ha "sbarazzato" dei propri dolori, ed egli si sente pronto ad affrontarli.

Seguendo tutto il percorso del romanzo, il narratore Svevo-Zeno accederà ad una nuova considerazione della scrittura che da elemento organizzativo e ordinatore degli istanti diventerà modalità di cura, cura di sé e del proprio io.

Alla stessa conclusione approderà anche Nietzsche che in realtà all’interno della sua filosofia ha sempre considerato la scrittura mai come mezzo di comunicazione, ma solo come necessità, una necessità che egli avverte per il bisogno di una fuga, di un lasciarsi andare: la scrittura come una porta che si apre e si richiude. E’ sorprendente che egli definisca le sue opere inospitali, sostenendo che chi più si allontana da lui è chi in realtà più lo capisce: un non essere letto che è un non essere legato.

L’altro è l’altro che io divento scrivendo. Prima ancora di potersi "staccare" dal lettore l’opera si è già staccata dal suo autore. L’opera ha la pretesa di essere necessaria solo nel momento in cui si lascia e non diventa un laccio.

E’ uno scrivere senza scrivere ,la verità di una scrittura che non è un trascrivere, e richiama il gesto platonico del produrre una scrittura inidentificabile con il suo autore, con la differenza però che Nietzsche è uno che "se ne va" , si lascia andare.

Alla domanda del perché egli abbia scritto, in un dialogo-intervista che in realtà è proprio il dialogo della scrittura, il filosofo risponde che per lui è stata un’imperiosa necessità: lo ha fatto per sbarazzarsi dei suoi pensieri, del suo essere io, per liberarsi di se stesso.

La filosofia è la pratica del riferirsi a sé, e la scrittura è la cura di sé, attraverso l’abbandono di sé. L’altro è sempre se stesso, Nietzsche. E’ una sorta di "meditazione-smeditante", un presentarsi del sé che è in realtà una sua scomposizione.

Scrivere la propria autobiografia è quindi il miglior farmaco per curarsi e per vincere su se stessi mettendo indietro il proprio vissuto, che non è un mettere indietro nel tempo, ma è un aver sé dietro di sé per poterlo superare e distaccarsene.

Scrivere dando via se stessi con tutto se stessi, per liberarsi dell’ossessione dell’essere io, io che scrivo, io senza di me e nonostante me.

Viene messo in crisi il rapporto malattia-salute ; vincere la malattia "buttando indietro" se stessi. La malattia come dimensione imprescindibile in cui non solo l’uomo Nietzsche o l’uomo Svevo, ma l’uomo moderno nella sua essenza appartiene. La scrittura come salute e modo attraverso cui esorcizzare la malattia.

Nietzsche predilige un tipo di stile che si basa sugli aforismi, e gli aforismi nietzschiani si possono immaginare come delle grosse pietre che segnano un percorso lungo il quale l’uomo saltella, passando da una pietra all’altra. Ogni pietra-aforisma è un punto d’appoggio per il salto in avanti, ma allo stesso tempo deve essere lasciato indietro, deve essere necessariamente superato.

Allo stesso modo Svevo , nella parte finale del romanzo, passa dalla formula classica del romanzo alla pagina di diario, dove i pensieri si susseguono in modo frammentario, e i segni grafici diventano solo tracce, spunti di una riflessione che l’autore stesso fa, calandosi nella coscienza di Zeno, ma che non trasmette al lettore in modo organico.

All’interno del romanzo l’autore, oltre a creare questo nuovo gioco narrativo tra lo Svevo-Zeno che scrive le pagine del suo diario e lo Zeno protagonista del racconto che egli stesso fa di sé, dimostra come in realtà scrivere possa anche contribuire ad affidare ad altri, o comunque allontanare da sé, la responsabilità delle proprie scelte, e come la scrittura abbia la capacità di rendere più autoritarie e più potenti le parole, tanto da intimorire colui che le ha scritte. "L’ultima sigaretta" di cui Zeno annota la data su vocabolari, libri, o anche sul muro di casa, in realtà è un modo perché la coscienza possa sentirsi appagata, ed egli liberato dal peso di dover portare avanti il suo buon proposito. In questo modo egli esorcizza la sua malattia, di cui il vizio del fumo è solo una delle tante manifestazioni, attraverso la certezza che egli scrivendo potrà condividere la responsabilità del fallimento del suo buon proposito con "l’altro" che egli ha reso complice di sé nel momento in cui ha scritto; avrà anche la certezza che sarà più facile eludere una menzogna scritta che affrontare la verità della sua coscienza.

Gli altri possono conoscere colui che hanno di fronte attraverso ciò che egli dice o scrive di sé, ma non potranno mai riuscire a scandagliare il fondo di una realtà inconscia che tutti possediamo, ma che alla maggior parte di noi appare estranea: è la sensazione che potrebbe provare un uomo che si senta forestiero all’interno della sua stessa patria, e questo nostro non conoscerci è probabilmente la radice più profonda dell’angoscia di sentirci incompleti, inadatti, malati.

Quale filo conduttore sia del romanzo di Svevo che della filosofia di Nietzsche, la dialettica salute-malattia è un tema continuamente slittante dal piano psicologico a quello fisiologico e viceversa, ed è anche un argomento di grandissima attualità in un presente come quello che stiamo vivendo, segnato dalla malvagità dell’uomo e dalla riflessione intorno alla sua esistenza e il suo destino.

A tal riguardo sono profetiche, nella loro agghiacciante ironia e nella loro infinita carica pessimistica e apocalittica, le parole scritte da Zeno nella parte finale del romanzo, e che preannunciano un’ipotetica prossima fine del genere umano.

Ad una "grande malattia" si deve rispondere con una "grande salute", e la scrittura, se non arriva comunque a rappresentare la salvezza, consente almeno, ancora e soprattutto oggi, di potersi aprire uno squarcio di apparente ed illusorio abbandono, e la possibilità di considerarsi, anche solo limitatamente al momento in cui scriviamo, uomini liberi dal peso della malattia e dall’angoscia di dover a tutti i costi rincorrere la salute; liberi di essere ciò che siamo esattamente come siamo, al di fuori di ogni processo di falsificazione che troppo spesso rischia di travolgerci del tutto.

D. C.

Un attimo, però: vedo che è siglato "D. C.": chi è/sarebbe?

LXXXIII. C’è un blog che parla di sonetti,

23 Ott

ma non genericamente: si tratta di http://www.endecasillabi.splinder.com, e parla di endecasillabi atonali, una concezione di Raboni che prende ispirazione, più che dalla musica atonale, mi pare, dalle suggestioni altamente tecnicistiche di quel modo di concepire la musica.  Tradizionalmente, un endecasillabo era considerato un endecasillabo quando prevedeva che gli accenti cadessero in un certo numero di posizioni — nuovamente, non si tratta di ‘rispetto delle regole, qualunque principio esse servano a sostenere e difendere’, ma di risultati, esteticamente, fonicamente, più aggradevoli che sono stati osservati, definiti e, se si vuole, codificati. Poi, ovviamente, Dante, il Pulci, il Campanella e altri sono pieni di endecasillabi irregolari. Per esempio, molti endecasillabi del Pulci, dal suono piuttosto incerto, sono 1 sillaba + 1 decasillabo.

Altro, ovviamente, è scegliere di scrivere in endecasillabi "atonali": l’operazione è cosciente. Non so che cosa dirne, personalmente, forse perché sono troppo dentro la versificazione (non conosco altri modi per ‘accostarmi’ alla poesia — posto che la poesia mi riguardi –; credo di essere una ciofeca anche come lettore di poesia) per potermi distaccare criticamente. La fitta e minuta (anche come carattere) spiega, estremamente chiara, dice tutto, ma, se non mi è sfuggito qualcosa, non dice come mai, oltreché atonali (e in quelle fogge & maniere), i versi debbano (?) anche essere così fortemente enjambés.

LXXXII. Mi chiedo

23 Ott

se adesso come adesso sarei capace, avendo una casa (è solo un’ipotesi, non esiste nessuna possibilità concreta), di passarci del tempo, dentro. Ho passato sei mesi a rimpiangere acutamente di non poter andare da qualche parte al coperto e scrivere — la scrittura mi manca tutte le sere. Per i restanti sei mesi mi sono chiesto se le mie abitudini siano cambiate al punto da rendermi insopportabile il restare in una casa. Per quelli che hanno fatto molta vita di dormitorio non è che ci sia una specie di rieducazione (o educazione tout court), ma i primi tempi sono seguìti: magari non sanno usare la macchinetta del caffè, o hanno problemi coi rubinetti — non parlo dei minorati, quelli ovviamente hanno l’accompagnamento o stanno in strutture apposite. E’ vero che non ho fatto moltissima vita di dormitorio, ma la mia capacità di adattamento a una situazione tanto imprevista (da me) è stata stupefacente (e, questo, non solo per me). Potrebbe esserci anche questo effetto indesiderato.

LXXXI. Azu,

23 Ott

non voglio dirtelo sul tuo blog perché mi parrebbe ingrato, ma non mi fa impazzire la grafica nuova. Preferivo prima, era più "di servizio", più grezza.

LXXX. Didolasplendida

23 Ott

ha tolto il veto, e adesso posso tornare a leggere il suo blog. Ritiro il "vacca", giustamente (per associazione: toro/vacca).

LXXIX. Avevo pensato

23 Ott

di fare una piccola guida alle fontanelle di Torino, l’avevo già detto, da qualche parte (ah, sì, mi ricordo, adesso)? Ci sono fontanelle che buttano acqua un po’ caldiccia, altre buona & fresca. Stranamente, ci penso tutte le volte che bevo a una fontana. Ieri mi sono fermato a bere alle fontanelle ventisette volte. Dalla rabbia stavo quasi per inghiottire il toro di ferro della bocchetta. (Le fontanelle hanno il toro sopra perché siamo a Torino. Però sono tutte fatte a Bergamo. Tutte le volte che mi chino a bere, cerco di non guardare davanti, sennò mi si rivolta lo stomaco. Riesco a non vomitare, in compenso sto diventando strabico).

LXXVIII. Vener,

23 Ott

ho vanamente cercato quella stanza di cui dicevi, dal pomposo titolo Perché l’uomo scrive, su Vaporsky. Messaggiamelo, se credi, così la commentiamo, se credi(amo).

LXXVII. Invidio enormemente

23 Ott

quei blogs che ciànno tanti piccolissimi messaggi, magari messi a dieci o quindici al giorno. Perché ostinarmi a scrivere cose lunghe proprio qui, dato che sono il primo a non leggere le cose lunghe degli altri?

LXXVI. Non c’è niente da fare.

19 Ott

LXXVI. Dopo un annetto di marinatura nello squallore mi mettono alla prova. Non che mi vengano a cercare, ovvio; ma se sono a tiro mi chiedono a bruciapelo: "Ma senti, com’è che stai qua? Che evento traumatico c’è stato?". Oppure: "Ma non ti dài da fare? Ma non ti sbatti?". Non ho capìto, sinceramente, se è perché sono stufi di vedermi, o intravedermi, o se ormai ho assunto un colorito-pannello, che m’intona alle pareti dei container, e mi rende piu’ avvicinabile, anzi, ormai praticamente cosa loro. Soprattutto vien fuori questo problema: quello della mia ‘storia’ personale, vale a dire di tutto quel complesso di concause che mi ha condotto qui, cioè, cioè a questa situazione. Ma non potevate chiedermelo un anno fa? (Seguono motivazioni, e anche pretesti e scuse mendicatissime).

Io scrivo di quello che mi succede, essenzialmente perché — me ne sono accorto ormai da qualche tempo — nella vita ogni altra cosa sarebbe come morire. Certo, le mie sono condizioni lamentabili; ma come far capire che scrivo, e che non mi sto lamentando? Forse è impossibile. Siamo tutti condannati al contenutismo — anch’io, anzi, io per primo. Forse è inutile, quindi, andar cercando un modo ‘diverso’ di proporre le cose. Chi vuole intenderli come lamenti e sfoghi, continuerà a leggere nei miei scritti lamenti e sfoghi.

Certo, non sto ‘usando’ le mie condizioni come cosa su cui si agisce in corpore vili: non suono una melodia qualunque sul mio immortale strumento. Io sento, ovviamente, le mie condizioni attuali. Ma se proprio dobbiamo essere precisi, io non mi sento molto lacrimevole, quanto risentito, pieno di rabbia e di rancore. Me l’hanno detto, proprio ieri sera: "Tu ce l’hai col mondo, devi guardare a te". Guardare a sé è sicuramente piu’ pratico, e quindi piu’ costruttivo. Ma se veramente l’avessi pagata, la stessi pagando, troppo cara? In fondo, che cos’ho fatto di male, nella vita? E’ poi oggettivo che le brave persone che mi sfiorano tutti i giorni per le vie tengono la faccia di cazzo. Non sono piu’ brave di me, sono solo piu’ cattive. Purtroppo per me, devo ancora imparare molte, molte cose.

LXXV. Epigrafi del cimitero monumentale di Torino.

19 Ott

LXXV. Non è colpa mia se mi ritrovo a continuare questo trend sepolcrale.  La mia prima, e finora unica, visita al Cimitero monumentale di Torino risale a domenica scorsa. L’ispirazione me n’è venuta, anche, dalla lettura di un vecchio volumetto di epigrafi della Hoepli/Cisalpino-Goliardica di Adolfo Padovan, Epigrafia italiana moderna, Milano [1913] 1981. Vi sono raccolte epigrafi di Giordani, Leopardi, Pascoli, e poi di varii professionisti del ramo, tra cui non ispregevoli un Leoni e lo stesso Padovan. Memore anche di un "millelire" compilato da Bruno Gambarotta (Colpito in fronte da nemica palla), raccolta forzosamente succinta ma molto saporosa, benché corredata da un’introduzione abbastanza inutile (oltreché rivelatrice della difettosa sapienza dell’autore, che dà un’incresciosa interpretazione del latinismo "pangente", forse immemore dell’inno latino che a tutt’oggi dovrebbe essere noto, e che contiene, appunto, un ‘pange’), mi sono immerso — anche non sapendo che farmi di una giornata così tediosamente vuota di tutto — in questa maestosa fiera in cui il cattivo gusto urla in silenzio. Difficilissimo, se non impossibile, commuoversi o aprirsi a pensieri panici, in un cimitero monumentale. L’horror vacui trionfante, e il grottesco, rendono impossibile (credo del tutto volontariamente) qualunque sublimità. Ho raccolto un parco numero di epigrafi, alcune pittoresche, altre perplettenti e forse involontariamente rivelatrici di alcunché della vita di chi le dettò. Devo dire che dei due modi di registrare le attrattive di un camposanto, quella che passa per via d’iscritto è la meno foriera di meraviglie; questo anche se il Cimitero monumentale di Torino, per quanto riguarda la parte vecchia, non avesse le spiccate qualità scenografiche che di fatto ha. Non ho descritto nessuna tomba, a parte la piccola tomba Occella: "E’ un piccolo cumulo di sassi sormontato da una pianta foltissima, ricca di infiorescenze assediate da centinaia di api: il ronzio sembra il mormorio di un ruscello".

N° 272

PIANTICELLA D’AROMI ANZI TEMPO SUCCISA
MORIVA A’ 20 GIUGNO 185?
MARIO PALLIO DI RINCO
FIGLIA DEL CONTE OTTAVIO
E DI ADELE SALLIER DELLA TORRE
D’ANNI 11 MESI 11 GIORNI 20
GESU’ CRISTO
AMICO DE’ FANCIULLI E SPOSO DELLE ANIME INNOCENTI
VENNE A LEI LA PRIMA VOLTA NELL’EUCARISTIA
E MANDO’ UN PONTEFICE
A CONFERMARLA NE’ DONI DELLO SPIRITO SANTO
GIA’ VICINA A DARE L’ADDIO ALLA TERRA
COSI’ NUDRITA ED AVVALORATA DE’ CELESTI CARISMI
CORSE AD ABBRACCIARLO NEL PARADISO
O ANGIOLETTA
DI LASSU’ DOVE CO’ SERAFINI LODI IL SIGNORE
VOLGI LO SGUARDO
SULLA MADRE SUI GENITORI SUL FRATELLO
CHE DELL’AFFANNO IN CUI LI LASCIASTI
PIGLIANO CONFORTO NELLA SPERANZA DI RIVEDERTI IN CIELO

N° 271

A
GIUSEPPINA CALCAGNO
WON FRISCHER
NATA A LEMBERG IL 24 AGOSTO 1832
MORTA A TORINO IL 22 GENNAIO 1867

IN TERRA STRANIERA VIVESTI O TIEPINKA
NE’ IL REGNO BEATO DEGLI ANGELI E’ QUI
LE VERGINI STELLE GIS’ SON TUA DIMORA
GIA’ ON TUA DELIZIA GLI ETERNI GIARDIN
LA’ DURA LA ROSA CHE IL SERTO T’INFIORA
LA’ IL SOL NON TRAMONTA CHE E’ SEMPRE MATTIN
LA’ GODI LA PACE CHE IL CIELO MI TOLSE
LA’ IL PREMIO RICEVI ALL’AMORE ALLA FE’
DAL FULGIDO TRONO CHE OR ORA T’ACCOLSE
TU PREGA L’ETERNO PEI FIGLI PER ME.
PAOLO.

N° 194

LA VEDOVA ED IL FIGLIO
RIUNITI NEL PIANTO E NELLE MEMORIE
COMPOSERO IN QUESTO AVELLO
LE CARE E VENERATE SPOGLIE
DELL’ ING.RE COMM.RE GIOVANNI MARSANO
NATO A GENOVA IL 24 GIUGNO 1807
MORTO IN TORINO ADDI’ 10 DICEMBRE 1876
————–
RELIGIOSO SENZA OSTENTAZIONE
CONGIUNSE A RETTITUDINE ANTICA
DOTTRINA VARIA PROFONDA
AMOR SCHIETTO DI CIVILE PROGRESSO
COSTUMI SEMPLICI AUSTERI
NEGLI UFFICI CUI RESSE INFATICABILE
DI ISPETTORE NEL GENIO CIVILE DEPUTATO AL PARLAMENTO
SEGRETARIO GENERALE AI LAVORI PUBBLICI
NON SEPPE MORDERLO L’INVIDIA
NE’ GLI SCEMO’ FAMA L’OPERA SUA.

N° 60

SEPOLCRO
DI CECILIA CAMPOGRANDE
VEDOVA DI SIMEONE STELLA
MORTA NOVI LUSTRE IN TORINO
AI VII DI APRILE MDCCCXLV
——-
O CARA MADRE
DI CHE LACRIME BAGNERA’ QUESTO SASSO
IL TUO FIGLIUOLO GIUSEPPE
A CUI COL SENNO E COL CUORE
FACESTI ONOREVOLE QUELLA VITA
CHE ORA PER LA TUA MORTE
GLI CORRERA’ SCONSOLATA.

N° 124

TERRIBIL COLPO D’APOPLESSIA IMPROVVISO
RAPI’ ALL’AMORE DEI SUOI FIGLI
QUELLA PERLA D’OGNI BONTA’ A TUTTI NOTA
E DA TUTTI AMARAMENTE RIMPIANTA
CHE FU IL MARCHESE
CARLO VIVALDA DI CASTELLINO!
IL DI’ NEFASTO DEL SUO DECESSO IX GENNAIO MCMVI
FIGURERA’ TRA I PIU’ SGRAZIATI
NEL MAUSOLEO DI FAMIGLIA
EGLI FU SEMPRE UN MODELLO DI PIETA’
ESEMPLARE IN FATTO DI RELIGIONE
FU OGNORA INSIGNE BENEFATTORE DEI BISOGNOSI
E PADRE AMOROSISSIMO DEI POVERI
PER QUESTA SUA BONTA’ INEFFABILE
E’ ORA RIMPIANTO DA OGNUNO CHE LO CONOBBE
ED E’ SPERABILE CHE DAL SIGNORE
NE AVRA’ GIA’ RICEVUTO IL PREMIO DEI BEATI.
R.I.P.

N° 22.

ORAZIO CASSINIS
REGIO NOTAJO
NATO IN MESSERANO IL XV. SETTEMBRE MDCCLXXVII
MORTO IN TORINO IL XXI. FEBBRAJO  MDCCCLI.
————————
……PROIBISCO OGNI ISCRIZIONE MORTUARIA
"SUL MIO SEPOLCRO O MONUMENTO QUA-
"LUNQUE, BASTANDOMI QUELLA CHE HO
"COSCIENZA D’AVER STAMPATO NELL’
"ANIMO RICONOSCENTE DEI MIEI CARI FI-
"GLI MEDIANTE LE LUNGHE ED AFFETUO-
"SE [sic] CURE SOSTENUTE A LORO COMUNE
VANTAGGIO.
ART. 1.° DEL SUO TESTAMENTO

(Su monumento sormontato da busto).

N° 13.

QUI LA VENERANDA SPOGLIA
DI DOMENICA CAVORETTO CUNEESE
VEDOVA DI GIO. BATTA MOLINERI
DONNA DI AFFETTI E COSTUMI INNOCENTI
D’INTEMERATA ED OPEROSA VITA
GIA’ PRESSO AI NOVANT’ANNI
ROBUSTA ANCOR E GIOVANIL LA CHIOMA
STANCA PERO’ DEL TRIBOLATO ESILIO
L’ANIMA ANELANTE A LA MAGION DEL GAUDIO
QUAL VISSE IN FAR FERVENTE PREGO A DIO
TAL LIETA A LUI, PREGANDO, SPIEGO’ IL VOLO
ADDI’ XXVI FEBBRAJO MDCCCLV
—————
OH ANGIOL DEL CIEL! MIA SOSPIRATA MADRE!
QUI FRA DUE TOMBE IL VEDOVATO FIGLIO
L’OPRE PIETOSE E ‘L COR DIVIDE OGNORA
QUEST’OSSEQUIO D’AMOR TUTTO VI DICA…
VOI GIA’ BEATA INSIEM CON ROSALIA
DEH! IN SANTA GARA TRA CONSORTE E MADRE
BENEDICENDO A ME TERGETE IL PIANTO
SICCHE’ FRANCATO DA MORTAL PERIGLIO
GIUNGA A FRUIR INSIEM L’ETERNA PACE.

NOTAJO E CAUSIDICO G. MOLINERI.

N° 164


AQUI JAZEM OS RESTOS
DO INNOCENTE
FLORIANO MARIA GONSALVES DE MAGALHAENS
NASCEO
EM 15DE AGOSTO 1852
SUA ALMA SUBIO AO CEO
EM 6 DE FEVEREIRO DE 1857
————-
MELHOR ESTAS NO CEO DONDE BAIXASTE
PARA DAR A TEUS PAIS FUGAZ VENTURA
AI DE NOS, ANJO MEU, QUE NOS DEIXASTE
CHORANDO NESTE VALLE DE AMARGURA.

N° 229.

NOBILE LIVIO CIBRARIO
N. IX FEBBRAIO 1876 IN TORINO
M. XII AGOSTO 1898 IN USSEGLIO

FORME VENUSTE TEMPRATE DA FORTI LUDI
ALTA MENTE
A PAZIENTE DIUTURNO LAVORO ASSUETA
PASSIONE DEL BELLO DEL BUONO DEL GRANDE
CHE PROROMPEVA IN VERSI ELETTISSIMI
AFFETTI SANTI COSTUMI ILLIBATI
SPERANZE DI BENE ALLA PATRIA
DI ONORE AL NOME DEI SUOI PADRI
SPERANZE
CHE GIA’ DA FIORI DIVENIVANO FRUTTI
TUTTO TUTTO
SPARI’ ADDI’ XII DI AGOSTO 1898
NELLA TERRA AVITA D’USSEGLIO
TRA I GHIACCI ETERNI DELL’ALPE
QUANDO LA SUA GIOVANE VITA
FU INFRANTA
RESTERANNO IMPERITURI
L’INFINITA TENEREZZA DEI GENITORI
L’AFFETTO DEI GERMANI DEI PARENTI DEGLI AMICI
L’ESEMPIO DELLE SUE VIRTU’
—————-
SIA FATTA LA VOLONTA’ DI DIO!

**************************************

"… Un cimitero è un teatro, e a teatro si sfoggia. Chiaramente, sfoggia chi può, chi non può sincopizza. E’ sconcertante vedere le tombe monumentali ottocentesche, non solo per la loro teatralità, ma per il protagonismo dell’afflitto rispetto al caro estinto: allo scultore è stato di rado commissionato il ritratto del morto; il piu’ delle volte ad essere ritratto/a è il/la consorte che piange il morto in pose plastiche d’enfasi marchiana, plateale. C’è u filo diretto tra la teatralità di queste sepolture e la macignosa capricciosità delle vecchie case nello stile dei padri fondatori; sembrano passati i secoli dei secoli, e invece or non è molto i ricchi e i dotti vivevano recitando ogni minuto della propria vita. Oggi recitare è fingere senza mostrare l’artificio; allora tutto doveva olire di lucerna, parere atteggiato, studiato. Nessuno trovava intollerabilmente volgare o imbarazzante, come medico chirurgo o docente universitario, farsi ritrarre il vesti neoclassiche nell’atto di sollevare la cortina di un baldacchino, mostrando la vecchia madre moribonda o morta. L’enfasi lacerante delle epigrafi, che designa eroi e martiri e genii in quasi tutti i sepolti, denota la singolare crisi di valori di quella societàche non aveva un’idea troppo precisa di tutto ciò che è giusto e vero, ma di fatto ne era perdutamente innamorata. Al fondo, in quel fondo dove dovrebbe rinvenirsi la verità, c’è una spregiudicatezza, una sordità sentimentale assolute: quasi che l’ardimento dell’esibizione originasse non da esuberanza, ma dalla propria stessa incapacità di strapparsi alcunché di sincero dal cuore abusato, condizione terminale profondamente non voluta, non accettata — e questa è ancora una giovinezza mancata, una delle fondamentali persistenze dell’altra ‘maniera grassa’, quella barocca, nel Romanticismo".

LXXIV. Morte della signorina Tebaldi.

18 Ott

LXXIV. Grazie alla solertissima Sirenetta (http://www.sirenetta.splinder.com), sono in grado di rettificare l’ennesima stronzata: Renata Tebaldi si è regolarmente spenta un annetto fa:

Renata Tebaldi si è spenta il 19 dicembre 2004 nella sua casa di San Marino, all’età di 82 anni.

E grazie dell’attenzione.

LXXIII. Vita della signorina Tebaldi.

17 Ott

LXXIII.

Carlamaria Casanova, Renata Tebaldi. La voce d’angelo. Electa, Milano 1981. Pp. 253.

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Due sabati fa sono andato a prendere vestiti usati a s. Antonio di Padova, presso la parrocchia omonima della via omonima. Avevo bisogno di un ricambio di mutande e uno di calzini. L’addetto, un simpatico volontario che mi chiamava “amico”, ha insistito affinché prendessi anche un maglione, un paio di pantaloni, e alcune altre cose.

Vedendo che il magazzino conteneva anche libri vecchi, giocattoli, barattoli di pennarelli &c., ho chiesto se per caso avessero anche carta, quaderni o altro su cui scrivere — non avevo quasi piu’ nulla, e non potevo permettermi di comprare alcunché. Dopo una breve ricerca una signora me ne ha trovati quattro o cinque, che ho preso volentieri. L’addetto che mi chiamava “amico” ha detto che nessuno chiede mai libri o quaderni, sicché li dànno doppiamente volentieri. Così ho capìto che eravamo contenti in due.

Ma, in piu’, mi ha regalato anche questa biografia della signorina Tebaldi, scritta da una recensora, piu’ che musicologa, che scrive da molti anni per varii rotocalchi e giornali, soprattutto per la Notte.

E’ stata pressoché una coincidenza, perché uno dei tre dischi che possiedo, e che posso ascoltare, quando ho delle pile o una presa della corrente a portata, è proprio una Giovanna d’Arco storica, con Bergonzi, Panerai e la Tebaldi (1951), cosa che fa di me, unitamente a questa biografia di recente acquisizione, un tebaldiano quasi perfetto.

Renata Tebaldi è nata nel 1922, e ha cantato dal 1946 al 1976, ininterrottamente. Vive, che io sappia, ancora*. E’ stata in qualche modo consacrata, a suo tempo, dalla scelta che Toscanini fece cadere su di lei per la parte sopranile nel Te Deum di Verdi. La Tebaldi non ha avuto un repertorio esorbitante: solo 35 titoli, da cui si possono serenamente togliere alcune riesumazioni, come — poniamo — l’Olimpia di Spontini o Salambò di Casavola, insieme ad altre; rimangono soprattutto i titoli pucciniani piu’ importanti, Bohème, Fanciulla del West (benché affrontata tardivamente), Madama Butterfly (anche se la Tebaldi era decisamente un po’ troppo matronale per la parte), e il Verdi maturo e tardo, soprattutto Desdemona dell’Otello.

La biografia ripercorre le tappe fondamentali della carriera della Tebaldi, dilungandosi generosamente (nonostante l’esiguità del testo, 150 pagg. circa effettive) sulle sue borse, i suoi cappellini, le sue pianelle, i suoi stivali, la sua storia d’amore col maestro Basile, che poi andò a schiantarsi in autostrada, i suoi inizi difficili (la madre la fece partecipare ancora pupetta a una pubblicità di pappette per bimbi col fine di attirare l’attenzione del padre, il fedifrago Teobaldo Tebaldi), i dolci e i quadretti della sua tata. Di queste 150 pagg. di testo effettive, ben 35 sono dedicate, quasi altrettanto generosamente, ai problemi di peso della Callas, alle false e strombazzate storie d’amore della Callas, al divorzio della Callas, alle due ottave mancanti della Callas e ad alcune altre cose, a vario grado imperdonabili, che la Callas avrebbe fatto e, soprattutto, detto — fino al famigerato articolone scritto per il Time del nov. 1956, che la signorina Tebaldi e la signorina Casanova ritenevano, fino al 1981, argomento di dibattito, quando già da 23 anni era chiaro al mondo che era uno spregiudicato falso, dovuto al fatto che la querelle non era presa molto sul serio dalla stampa internazionale, così come le parole della Callas, e della signorina Tebaldi.

Le somiglianze, soprattutto al contrario, con la vita della Callas (tra le somiglianze per dritto, il marito [che la Tebaldi fu tentata di prendere, ma rimase signorina, après tout] vecchio, la rentrée in Oriente con un vecchio collega, i cagnolini, &c. &c. &c.) sono molte e impressionanti. La signorina Tebaldi è stato un esemplare unico di saprofita intelligente. Son cose che non si dovrebbero fare, certo, così vorrebbe la morale; eppure, ci vuol stomaco anche per fare queste cose — ci vuole una vita, e scusatemi se è poco.

Gli aneddoti sui colleghi di lavoro sono scipiti; di musica non si parla affatto. Le foto sono molto anni Cinquanta, come la voce della Tebaldi. Al momento pensavo mi avrebbe interessato di piu’, ma devo confessare che alla fine mi ha annoiato terribilmente, tanto che ho dovuto leggerlo in quattro o cinque riprese.

*] Per poco; sarebbe morta Mi sbagliavo; era già schioppata, il 19. dicembre 2004. Il 17. ottobre di questo post si riferisce all’anno 2005., perciò quasi un anno dopo che la signorina era andata ad patres. Pensa te come passa il tempo.

LXXII. Sigh… Sob…

15 Ott

LXXII. … quella vacca di didone (http://www.didolasplendida.splinder.com) mi ha bannato… come farò, adesso, senza il blog peggiore della Rete?… sob… sigh…

LXXI. In segno di pace

13 Ott

LXXI. In segno di pace, linkerei la Sirenetta e la contessa Sparacazzi.

Posso?

Pace a parte, linkerei anche thursday. Tanto siete le sole che vengono qui.

(Solo donne, tra l’altro).

LXX. Il punto.

13 Ott

LXX. Premetto che non è mia intenzione né cacciare né trattenere a viva forza nessuno. Non ne ho, in fondo, nemmeno la possibilità. Posso solo dispiacermi se la Sirenetta se ne va, ovvio.

Facciamo un po’ il punto? Sotto il penultimo mio post c’è questo commento della Sirenetta:

"boh, secondo me ‘sta vita fa schifo da qualunque punto di vista tu la guardi, e le illusioni c’è chi ha smesso di farsele anche se si trova nella cosiddetta "vita normale"… e per quel poco che posso sapere del tuo modo di vivere attuale, immagino che anche da lì, da "quel lato" ci sia qualcuno che le illusioni continua a farsele… no?"

Un post come questo, che non differisce da quelli precedenti (posso anche copincollarli, ma perdo altro tempo, e ne ho sempre poco), non dice che la vita fa schifo concordemente a quello che ho detto io. Dice che quello che vivo io sostanzialmente equivale a quello che vivono (tutti gli?) altri. Che — inferisco — è inutile parlarne.

1. Se la mia vita fa schifo come quella di chiunque altro, voglio far cambio con chi dico io. Chi dico io non dovrebbe aver problemi, date le premesse. Io men che meno.

2. Circa l’inutilità, è vero: è inutile scrivere, vivere e tenere blog. Ciò detto, ci sono indubbiamente blog piu’ divertenti e attraenti (secondo i gusti, ovvio), ma io non so far niente di simile. Essenzialmente perché non me ne frega proprio una cippa di minchia.

***

Io, nella mia smisurata presunzione, cerco semplicemente di testimoniare qualcosa. Non è stato possibile, finora, per vari motivi. Essenzialmente perché, da subito, sono stato centrato da messaggi, diretti od obliqui, che tendevano a scoraggiarmene. Benché la mia parola non valga piu’ nulla. Quanto mi è venuto fatto di riuscire a scrivere sulla mia vita attuale può essere svalutato in vari modi, ciascuno rappresentato dalle formule canoniche:

1. "Tu ti lamenti troppo e non fai un cazzo".

2. "Tu stai troppo a guardare".

3. "Tu guardi troppo a quello che non va negli altri e non guardi a te".

4. "Sapessi con che cosa combatto io, tutti i giorni" / "Quello che passi tu lo passano tutti, che ti credi", &c.

5. "Siamo tutti uguali" / "Paghiamo tutti gli stessi prezzi" / "Pensa se fossi nel Kossovo", &c.

Tutti argomenti che, utilizzati come criterio censorio, porterebbero alla cancellazione del 201% di tutto quello che è stato scritto dall’inizio della storia del mondo — almeno tutto quello che va sotto il nome di ‘letteratura’.

Non so se il problema sia con me o con la letteratura in sé; e francamente non m’interessa.

Né m’interessa accusare la Sirenetta di aver pensato o detto, piu’ o meno chiaramente, una o due o tre di queste cose, o tutte. Ma potrebbe esserci qualche remora culturale, da parte sua (o magari da parte mia, non è mai detto).

Dico solo che continuo a percepire un po’ di ‘freno’. E che sono molto lontano (molto) dall’aver detto la millesima parte di quello che riterrei necessario dire sulla situazione che sto vivendo.

Vado avanti come penso sia giusto.

LXIX. A miracol mostrare.

12 Ott

LXIX. Ormai è un po’ di volte che mi càpita di leggere un commento di LaSirenetta che dice: "Ah, vabbè, ma questo succede anche a me". Ah, vabbè, ma se è per quello la blogsfera è piena di gente che tiene le corna, il mal di stomaco, alla capa, che non cià una lira — dovrei dire, io, per esempio (corna a parte, è solo una delle 2328438546363 cose che mi mancano, anche se non posso dire di rimpiangerle): "Ah, vabbè, ma se è per quello anch’io ho male a un occhio, ho i debiti, ho la tosse, mi rompo a far la fila, mi manca il mio cane"?

Io mica posso chiedermi, prima di scrivere, quello che può interessare alla Sirenetta.

Alla Sirenetta, per quel che ne so, potrebbe non fregargliene niente, di quello che scrivo. Per quel che ne so io, non me ne frega niente nemmeno a me!!! Io, semplicemente, sto aspettando il momento dell’ispirazione. E’ colpa mia se tarda? O se latita proprio quando mi connetto?

Ho raccolto un sacchetto di fogliacci, tutte cose che ho scritto da quando sono a Torino, dal diario a qualunque altra cosa. Ho dato uno sguardo: la ferocia della mia stipsi, la mia fetente ingenerosità, la mia infernale aridità mi si sono catapultate sulla faccia con violenza inattesa. Ben mi sta. Temo che di quest’anno non rimarrà nulla, se non il ricordo perenne del mio disonore.

LXVIII. Bisognerà pur postare qualcosa,di tanto in tanto.

11 Ott

LXVIII. Anche se, ad essere sincero, il pensiero di quest’ultimo anno attualmente mi pesa molto, e l’influenza che mi rincoglionisce non mi aiuta certo a raccogliere le idee. E’ un momento di scelte — ho la testa nel pallone — o magari nemmeno, ma non ho testa per tante cose. Scrivo o leggo, ma quello che scrivo e/o leggo me lo tengo per me. Al momento (è chiaro, qui siamo in Rete, è un’altra cosa) mi sembra la cosa piu’ sensata da fare. Insomma, quando arriva il momento di condividere (dio che odio), mi accorgo che non me ne frega niente di condividere alcunché con chicchessia. E poi mi conviene tenere il profilo basso, comunque.

Il fatto è che, purtroppo, cambia la prospettiva. Non so come avrei visto le persone che sfioro passando, oggi, o la città in cui mi trovo, da un altro punto di vista. Fattostà che adesso sono in questa condizione, e questo è il mio punto di vista. Va da sé che tutto mi paia ripugnante, malvagio, angusto, soffocante, tetro, osceno e insopportabile.

Non solo: credo anche che sia giusto e normale così. Quello che vedo adesso, insomma, è la verità. Una vita normale è una vita che permette di coltivare delle illusioni. (Ed è proprio per questo che la rimpiango. Solo che se mai potessi, un giorno, riavere una ‘vita normale’, alle illusioni dovrei rinunciare già in partenza. Non so se mi spiego).

Sarebbe bello, forse, riuscire a descrivere esattamente quello che vedo e sento. Ma, in fondo, non servirebbe a un tubo, come qualunque cosa io possa, ormai, fare.

LXVII.

8 Ott

LXVII. Vorrei tanto essere di quei grafomani che si attaccano alla rete e fanno il conto dei peli del culo (come hanno risolto il problema della vergogna, peraltro?); ma non ci riesco. Essere pieni di sé è già essere pieni di qualcosa di raccontabile. Io tutt’al piu’ sono pieno di muco.

LXVI. Facce.

5 Ott

LXVI. Sono un po’ a disagio. Sono sicuro che riuscirò del tutto ovvio, quasi noioso — ma, in fondo, si è sempre ovvii e noiosi, quando si parla di Bello, di bellezza, di cose belle.

Per un uomo a cui piacciono le donne è facilissimo, anzi quasi automatico, attribuire la bellezza di una faccia a quello che può avere di bello una faccia femminile — ovvero la regolarità dei tratti, le proporzioni tra le parti e i contorni smussati. Va da sé che la bellezza canonica, quella che si suppone, almeno a livello superficiale, indiscutibile, dovendo addossarsi se non aderire a un canone, finisca fatalmente coll’essere ripetitiva. Quello è il canone, quella (dunque) è la faccia bella, e quella no. Essendo le donne piu’ belle degli uomini, è giocoforza che siano tutte simili tra loro?

Cerco solo di spiegarmi come mai io faccia fatica a riconoscere donne d’aspetto piacente tra loro, e come mai, innanzitutto perché non mi dànno problemi di riconoscimento e identificazione, io sia istintivamente piu’ attratto da una donna brutta. Su tutte queste cose (del tutto scontate) sono stati certamente scritti milioni di volumi, ma io I. non li ho letti, II. non sono interessato a leggerli, andando alla ricerca di tutte le complicate conseguenze di questi stupidi e rozzi fatti, per il semplicissimo motivo che non vedo quali conseguenze dovrebbero, rimanendo entro i confini del naturale e del sensato, avere. Per me le cose si riducono a questo: le donne brutte si riconoscono meglio, quelle piacenti sono sovrapponibili e intercambiabili. Potrebbe essere un buon punto di partenza per una disquisizione sulla bella zoppa, la bella nana, la bella cieca, la bella vecchia, la bella collotorto barocche, che tanto piacevano a Bianciardi. Ma scrissi già qualcosa in merito. Anche lì non vedo come si possa andare piu’ in profondità di tanto: le cose sono talmente semplici!

Ultimamente ho notato che le donne tendono a omologarsi. L’ho notato io, non vuol dire che sia vero. Potrebbe essere un mio problema personale. Non che per me questo problema rappresenti un problema: io, infatti, guardo i maschi.

In questo caso non sono attratto dalle facce dei soggetti brutti. Credo di essere abbastanza superficiale e libidinoso da continuare, anche non volendo (ma chi non vuole?), a distinguere tra belle facce di uomo e brutte facce di uomo, e a preferire le prime alle seconde. Bisognerebbe spiegare che cosa è una bella faccia di uomo, ma è difficilissimo, e non so se, magari di sguincio, mi riuscirebbe, anche solo un poco. Posso, però, dire che preferisco guardare facce di giovani uomini, diciamo fino ai quaranta, mentre dalle facce degli uomini sopra i quaranta apparenti tendo a distogliere lo sguardo, salvo casi eccezionali.

Non guardo tutti; questo è ovvio. Non fisso la gente; di norma tengo gli occhi bassi, e non vado soggetto a innamoramenti a prima vista — nemmeno a seconda o terza: attualmente sono troppo preoccupato, o forse ho semplicemente esaurito una fase. Non posso saperlo e francamente non mi va di pensarci. Piuttosto ho scoperto di essere in grado di innamorarmi in un altro senso, cioè di rimanere affascinato, di fronte a facce che, o 1. noto solo adesso; o, 2. sono effettivamente diverse dalle facce maschili che ho sempre incontrato.

Sarà la crescente omologazione, magari non solo delle donne (eh, a ripensarci è un bel po’ anche degli uomini, anche se meno che per le donne), ma m’incantano, direi mi commuovono certi volti maschili, anche di giovanissimi, volti lunghi lunghi che sembrano modellati dall’interno dalla spinta flammea di personalità eccezionali, con occhi lemurei, enormi, bocche contegnose — volti che non posso che definire eccezionali, volti che figurerebbero strepitosamente in un film ritrovato di Stroheim.

In effetti ho notato di essere attratto da certe facce da quadreria (ciò che dovrebbe ben testimoniare della qualità quasi puramente estetica — evabbè, quasi — dell’attrazione che provo), cioè da facce che sembrano ritagliate via da olii antichi. Come sempre mi accade con le facce, passata qualche ora me le dimentico; ma di quelle che vedo ricordo l’impressione, una scia lunga e, nei limiti del possibile, estremamente vivida di quello che ho sentito sul momento. Non ho una macchina fotografica, e men che meno una macchina fotografica che potrei usare senza farmi notare (né un telefonino), e mi limito a collezionare impressioni di volti. L’ultimo acquisto mi ha anche strappato una trasognata esclamazione interiore: E’ il  ritratto dell’albagia, mi sono detto, irriflessamente. Non della superbia, o qualcosa di un po’ meno ricercato. Volti tutti somiglianti, tutti diversi. Facce che promettono di schiudere e nascondono mondi; come delle porte.

(E’ un fatto, per me, recentissimo).

LXV. Dubbi.

3 Ott

LXV. Dubbi ne ho tanti — troppi. Non intendo parlare di tutti i dubbi che mi frullano per il capino, sennò il proemio aposiopesizzante "Non so da dove cominciare" sarebbe fin troppo giustificato. (L’aposiopesi però non sono riuscito a lasciarla da un canto; almeno ne ho scelto un’altra, forse meno frusta).

Io ho ancora la vecchia carta d’identità. Con un indirizzo di Bergamo, non piu’ corrispondente né alla mia abitazione né a quella di qualche parente; avrei dovuto cambare da subito il documento, dal momento che non credo sia legale andarsene in giro con l’indirizzo di un altro sulla carta d’identità — in realtà ho aspettatto tanto perché contavo (i primi mesi) di trovare un lavoro, di riuscire a trovare un piccolo, piccolissimo alloggio, e rifare la carta d’identità con un indirizzo abitabile come residenza qui a Torino (non che Torino mi faccia impazzire, ma temo non mi faccia impazzire nessun luogo, comunque). Non avere la residenza qui a Torino significa avere diritto a una sola settimana di permanenza (quando si riesce a prendere il posto) nei dormitori del Comune, invece del mese che spetta ai residenti, o ai residenti (questa è la residenza fittizia dei senza fissa dimora) di "via Casa Comunale", n° 1 o 2, a Torino. E significa non potersi iscrivere al collocamento, &c.

Mi sono deciso, dopo mesi di insistenze da parte degli operatori dei dormitori, ad andare all’anagrafe a ritirare i moduli per il cambio di residenza. Volevo concludere, praticamente, tutto subito, ma quando ho dato uno sguardo ai moduli (non che in sé abbiano alcunché di strano o minaccioso) m’è mancato il cuore, li ho messi via e sono uscito. Ci devo ancora pensare. Non credo che il cambio di residenza mi convenga particolarmente; sì, ci sono delle cose che in una situazione come questa possono effettivamente apparire come ‘vantaggi’, anche se stento ancora a considerarli tali (se non ci fossero gli altri, a dirmelo, me lo dimenticherei subito), ma soprattutto è un mettersi, semplicemente, in regola. Sono qui da un anno, e al vecchio indirizzo non sono piu’ rintracciabile da allora.

E’ un’ufficializzazione. Quello che ha reso meno pesanti certe mie giornate, una specie di influenzabilità d’emergenza, che ogni tanto mi permette di liberarmi un po’ dal peso della mia vita, facendomi vedere e sentire cogli occhi e il cuore presumibile di qualche interlocutore compagno (?) di sventure, mi ha talvolta fatto apparire questo al pari di tanti altri atti come qualcosa di assolutamente normale, all’interno della logica in cui vivo; e quindi da compiere con leggerezza. Ma non facevo i conti con quanto sia pesante da portare, questo paio di occhiali — e che cuore di piombo ho, quando sono da solo! Né gl’incoraggiamenti riescono ad alleggerirmi, né la villania violenta delle usciere dell’anagrafe a smuovermi; non piu’ di quanto possano avere l’uno o l’altro effetto la pioggia di oggi o il digitamento sulla tastiera di quello che sta qui alla mia sinistra, in questo momento. Quando sono da solo vedo le cose come stanno, insomma; e, devo dire, nonostante bene non faccia (tutt’altro), preferisco vedere le cose come stanno piuttosto che in qualunque altro modo.

LXIV. Arte e follia (abbozzo).

1 Ott

LXIV. Il discorso è cominciato sul blog di azure, ma l’intervento che m’è venuto da fare era troppo lungo da lasciare lì sopra, anche perché non è proprio una ‘risposta a’, sono notazioni ai margini — ne faccio un post nuovo qui, se pure riesco a cavare il ragno dal buco. Non è facilissimo continuare il discorso — non perché mi sia penoso per qualche motivo, ma proprio perché è una questione lunga e larga, un bestione troppo temibile, per me, da afferrare per le corna. E infatti non sono riuscito a dar forma al discorso.

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Follia e arte: che cosa c’entrano, l’una con l’altra? Parecchio, dicono in parecchi. Niente, dico io; o quasi.

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Ricordo di aver visto alcuni dipinti di alienati su una vecchissima copia della famosa enciclopedia medica Larousse, la prima lettura affascinante e spaventosa (per me, insieme al Mur di Sartre, che nella mia personale cronologia è coevo). Cioè vi si vedevano e leggevano cose spaventose, ma istruttive. I dipinti degli alienati non erano propriamente quello che si chiama "art brut", di cui azu parla in uno splendido pezzo, l’ultimo, del suo blog, ma sono semplicemente dipinti di alienati, avevano tutti alcunché di malvagio e, insieme, di giustificato ad esserlo — un’impressione strana e forte, come di fronte a certe mostruose figure tragiche, come Medea, o la Cianciulli, o Baby Jane.

Tuttavia, "non è arte". O, se lo è, lo è solo di sguincio, per caso. Quando càpita, come un lancio di dadi fortunato — ma senza nessuna vincita, né volontà di vincere. L’arte consisterebbe nell’esercizio volontario di facoltà che nella media o nella totalità delle persone si manifestano nell’involontario o semi(n)volontario dell’attività onirica, del lapsus, del sogno ad occhi aperti, della menzogna, del racconto di vita, &c. Esercizio volontario e consapevole — non pura attività fantastica, ma ragionamento sulla stessa, e frutto — idealmente — di due atti, il primo di improvvisazione, il secondo di ‘riscrittura’, o rifacimento, appunto, ragionato. L’attività fantastica (l’imaginativa) ce l’abbiamo tutti: tutti possiamo visualizzare una data immagine; il pittore non trascrive la grezza immagine, ma quello che risulta dal ragionamento sull’immagine stessa — e così si passa dalla visualizzazione all’immagine poeticamente intesa, e alla visione a un livello più alto.

Quello che gli scrittori, i pittori, i poeti tendono a fare è proprio dimenticare, o sdegnare, quel primo atto della creazione che, come il fare la cacca o mangiare o dormire o aver bisogno di denaro, li rende del tutto equiparabili al resto dell’umanità. Non per aristocratismo, ma per evitare quella che a loro sembra una deminutio, o qualcosa di troppo facile. Nelle sue Questioni naturali, Tommaso Campanella stabilisce una di quelle distinzioni preziose, che è bene non dimenticare, tra la creazione, che è porre in essere oggetti a partire dal nulla, ed è atto solo divino (in questo caso l’idea di un dio esistente è molto comoda, e può starci bene); e arte, che è porre in essere oggetti a partire da molti oggetti — dice proprio così, che quegli oggetti devono essere molti. Non può che pensare che debbano essere molti, quegli oggetti su cui un artista deve meditare, un filosofo, o meglio pensatore, o profeta, che medita nel secolo in cui è invalsa, fino alla mania furiosa, la consuetudine degli zibaldoni e delle bibliografie, meglio ancora se per compilare non solo opera magna, ma anche letterine e liste del bucato.

Accettare l’infinita volgarità dell’inescludibile gesto ripetitivo, che non è solo nell’uso dello strumento che si ha tra le mani, ma anche dei meccanismi mentali (anche la strada piu’ lunga inizia col primo passo, diciamo) distingue l’artista maturo dall’immaturo.

(Non più di recente, ma quando ancora erano una novità, avevo letto una specie di dichiarazione di poetica da parte del gruppo Luther Blissett, ora Wu Ming e che altro, in cui si ripudiava qualunque forma di ispirazione; in realtà, si diceva, e si diceva giusto, scrivere sotto ispirazione è un po’ (non ricordo le esatte, e più eleganti parole, quindi sarò, molto gothiquement, troppo épais en images anche stavolta) fungere da sismografo, o da parafulmine: si riceve e si convoglia dall’esterno — della società, della storia, &c. In compenso, per essere più certi di fare una letteratura del tutto al disopra dei tempi, costoro scrivevano e scrivono (credo) a quattro, a sei, a otto mani. Come formare, appunto, una microsocietà autonoma. Io personalmente credo che la storia abbia, come il fato dei Greci, modi indicibilmente infidi per governarci, e che non si possa in alcun modo sfuggire alla sua influenza e ai limiti che ci pone, col renderci ciechi e sordi di fronte a cose che sono state e saranno rilevantissime per altri tempi, altre umanità, e altre società. Dal momento che non si può evitare di essere dei puri tramiti, come tutti, per decreto della moira, siamo, tanto vale essere dei tramiti grandi e grossi, e non dei microtramiti, o dei tramiti privati. Comunque sia, il successo a cui il gruppo è andato incontro non può non dipendere dalla storia — esattamente come lo sdegno nei confronti della storia e dell’irresistibile attrazione del tutto).

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Non sembra tanto temibile la violenta evasione dal reale data dalla follia; è molto piu’ temuta la noiosa consequenzialità, la pazienza certosina da imporsi per poter trascendere la meschina materia ("… non troverai che polvere e letami"…).

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Ricordo che mi arrabbiai parecchio, quando lessi un intervistone al divulgatore psicanalitico Galimberti che auspicava nuovi rinascimenti (ma chi li vuole, ‘sti cazzo di rinascimenti, con quei precetti, quegli obblighi, quelle linee rette, quegli en plein air gelidi, quei trionfi dell’accademia, quelle forme lisce, quelle luci abbaglianti crude spietate) col dare nuovo rilievo, e diritto di cittadinanza, alla follia, con tutte le sue meravigliose potenzialità. Stronzate, ovviamente. La follia non è un versante dello spirito, non è un valore intrinseco; esiste in quanto è riconosciuta come tale. E riconosciuta come tale non può avere nessun rilievo nella società; infatti è sbattuta ai margini. E’ a partire dalla sua emarginazione che è possibile riconoscerla come follia, cioè.

Se si parla di ispirazione, invece, il discorso si fa diverso. L’ispirazione è stata paragonata alla follia da Platone, si dice, che parlava di entusiasmo — che è già una cosa diversa. La società greca conosceva una follia istituzionalizzata, che non può essere la nostra — quella dei riti orgiastici, per esempio. I poeti improvvisavano puntellandosi su formule date, e anche questo non appartiene più a noi. In realtà, credo che nell’ispirazione non ci sia niente di così attraente come può essere, per indoli avventurose, la follia. Può non avere proprio niente di destabilizzante. Anzi, può essere solo un innocente, elementare interagire di semplicissime funzioni, un tranquillo e tutto sommato banale ribollìo mentale. Dannazione non ho qui il libro, ma credo fosse proprio quello che intendeva il Frugoni, nel Tribunal della critica, quando esortava i neòteri a non pretendere di scrivere sotto un’unica, esaltante impressione, ma a scrivere con calma, e a rielaborare incessantemente.

Lo sfavillìo scandaloso, la sfoggiatura, la sorpresa, la maraviglia non sono nell’ispirazione, che è un fuoco tenue, un disperdersi, se si vuole, persino un po’ caracollante un po’ cialtrone un po’ sonnacchioso; è dal crescendo travolgente della scrimitura dell’analisi, dall’acquistare forza, lucentezza, affilatura da parte del ragionamento che quei presupposti, tutto sommato — appunto — meschini, possono diventare qualcosa di grande, di bello, di luminoso — e di nuovo.

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Si comincia a sentire a partire dalla presa d’atto. — Non mi sto spiegando affatto, ma devo provarci. Le nostre risposte emotive all’oggetto sono in noi, non nell’oggetto. Nascono DALL’oggetto, negli stessi modi per tutti. Chi scrive (diciamo) ‘sul serio’ si riconosce a partire da quelle risposte in poi. Significa, secondo me (io posso solo dire quello che succede a me), che la nostra risposta all’oggetto in sé è infinitamente meno viva e piena rispetto alla risposta che riusciamo a dare quando ci siamo pienamente impossessati dell’idea dell’oggetto — e il nostro mezzo per impossessarcene è l’analisi, il ragionamento.

Le sensazioni dell’amore e dell’odio non ci rendono affatto schiavi: siamo piu’ facilmente schiavi quando non sentiamo piu’ nulla, quando non sappiamo che cosa potremmo amare e che cosa dovremmo odiare. In realtà, ne siamo schiavi solo quando ci soverchiano; e ci soverchiano finché non abbiamo finalmente colmato il divario, che è una condizione falsa, tra quello che valutiamo ‘razionale’ (la spiegazione del perché un determinato oggetto ci provochi quella reazione) e quello che valutiamo ‘irrazionale’ (la nuda reazione, senza spiegazione). Quando li componiamo, anche l’aspetto puramente ‘sensistico’ dell’oggetto è trasfigurato, si è fatto piu’ complesso, e soprattutto si è fatto stabile e trasmissibile.

L’amore e l’odio ci rendono, semplicemente, esseri umani. Non posso immaginare quanti milioni di volumi possono essere stati scritti, in materia; in realtà non m’interessa molto. So per certo che la vita è un percorso, e che abbiamo il necessario istinto a sceglierci le nostre guide: questa scelta è per forza guidata da amori e odii empedoclei. (Scelta che (è ovvio), tanto piu’ è netta e tanto piu’ ci crea attriti con l’ambiente — e la paura degli attriti è una cosa forte e potente, che rileva assai piu’ di quello che siamo disposti ad ammettere su talune scelte, anche in campo artistico, anche molto sofisticate).

Aver smesso di amare e odiare significa aver smesso di essere — punto.
Poi, ovvio, mi sbaglierò.

(…)