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LXIII. Tre stralci.

30 Set

LXIII. Non c’è nulla che m’impedisca di ragionare come avere le scarpe strette; purtroppo mi si sono rotte le scarpe, ieri, e ho dovuto rimediare un paio di schifosissime Superga al Cottolengo. A parte il fatto che se piove sono cazzi miei, sono anche strette, e ho il mignolo del piede sinistro molto sensibile. Devo fare di necessità virtu’, e dal momento che ho aspettato quarantacinque minuti (45) prima di connettermi, e non posso connettermi senza scrivere un cazzo solo perché ho il cervello momentaneamente fuori servizio, trascrivo tre pagine dal mio diario.

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"Venerdì, 22 aprile 2005

(…) Il leggero bruciore lasciato dallo schiaffo mancino è svanito subito, mentre controllavo lo stato degli occhiali, che erano a posto, e tutti gli altri vociando si facevano di mezzo, ma non gli operatori che non trattenevano il lebbroso, e nemmeno me, che ho gridato a XXxxyy: "Chiama i carabinieri!", tremante, ma in un modo strano, e inedito, senza paura ma come se mi si fosse svegliato dentro qualcosa che non volevo assolutamente che venisse fuori, e che risospingevo sotto, mentre quella — quella cosa nauseante e ammorbata — protestava e si contorceva come una filza di processionarie anarchiche chiuse in un sacco, con tante di quelle furenti rivolture che non ho potuto, per calmarle, che farmi largo e trovar modo di far qualcosa che le appaciasse, un po’ almeno, e non sono riuscito a trovare di meglio che andare nell’ufficio rimasto al momento vuoto, dove c’è il telefono, e, dicendo fra me "Adesso la chiamo io, la polizia", formulando mentalmente il numero uno-uno-tre (!), avanzare la mano verso il telefono, farmi cogliere dal dubbio (mentre la bestia si contorceva) se fosse proprio quella la cosa giusta da fare — di là dal fatto che non sono autorizzato, come ospite, ad usare l’apparecchio degli operatori, far ricadere la mano pur mo protesa e capire che no, non era esattamente la cosa richiestami dalla prefata bestia, che anzi, avevo una gran voglia di vedere se riuscivo ad alzargli le mani, in qualche modo, a tirargli una pedata, o magari — non si sa mai — un cazzottone, uno schiaffo o quello che mi venisse fatto, e sono andato verso l’ingresso dell’ufficio, sulla soglia del quale — oh guarda il caso — stava facendosi avanti lui stesso, sfuggito di mano agli operatori (e ti credo. Chi lo tratteneva?), e scandendo lui chissà quale altra gnàgnera, non sulla scarsa liceità di prendersela con genitori, nonni, zii, cugini e sorelle, ma con "gli assenti", io, sulla parola "assenti", gli ho messo la mano destra sulla faccia, e l’ho spinto indietro, senza nemmeno troppo sforzo dal momento che è leggerino, e lui, strabuzzando gli occhii, è volato all’indietro sbattendo contro la parete alle sue spalle, per riprendersi quasi subito e farsi sotto, al che io l’ho afferrato, al che lui ha afferrato me, e ha cercato di farmi cadere, ciò che gli è riuscito, mentre non è tuttavolta riuscito a restarsi in piedi, cadendo per conseguenza con me, ed Yyyyxxx che tentava tardivamente di trattenerci, col risultato che io sono caduto di schiena a pavimento senza farmi niente, mentre l’idiota ha dato una zuccata contro il muro e una contro un armadio di ferro (…)".

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"Venerdì, 13 maggio 2005.

(…) Ora che sono le 22.00 passate, e mi trovo in via Carrera, come di consueto, ho guardato meglio nel libro sul Calasanz, e ho fatto decisamente bene a prenderlo, dal momento che contiene non solo numerosi stralcii di sue lettere italiane (scriveva in un toscano purissimo), ma anche un buon campionario di sue rime spirituali, Hinni in particolar modo, scritti secondo lo stile che latamente potrebbe definirsi chiabreresco, ed è in effetto, senza troppi pregii salvo l’accuratezza formale, di un’ingenuità non sempre benissimo imitata e solo uno o due punti veramente divertenti — benché non ci sia poi troppo di attraente, ma posso solo riferirmi al poco o pochissimo che ho letto, e che è tutto quello che si riporta nel testo, e che pure è qualcosa, e qualcosa da giustificare la sua inclusione tra gli autori del Seicento da conoscere, oltre da sollevarmi qualche interrogativo circa l’esistenza, se è per quello, di testi italiani di altri ecclesiastici di origine ed espressione straniera in Italia, a Roma o altrove, come per esempio Atanasio Chircher (opere maggiori e note a parte, ovviamente, le quali tutte sono in latino), o, a maggior ragione, di Giovan Caramuele Lobkowitz, al quale, come ad un intendente di lettere italiane, lo squisito Pietro Casaburi Urries inviò quella sua lettera, che vale tutto un trattato, e un trattato che valga da opus magnum, circa l’uso della metafora presso gli antichi, vale a dire tutti quegli scrittori italiani, dalle origini fino all’inizio di quell’era nuova, che fino a quel momento erano stati additati dai perdenti conservatori come come esempii di bonissimo stile, ed erano invece rei degl’identici eccessi dei poeti dell’Hoggidì, ciò che non spiega affatto come mai essi autori hoggidiani fossero riprovati, né bastava affatto a giustificarli di fronte alle giuste critiche dei tradizionalisti, dato che artificii discutibili e deliberate scorrezioni erano sì presenti negli antichi, ma occasionalmente e in funzione espressiva, mentre gli hoggidiani ne facevano un vero e proprio abuso, anzi un uso ossessivo che, lungi dall’esaltare l’espressione, offuscando la vanificava, calamitando l’attenzione dei lettori sulle parole, e non sulle cose, e in ciò facevano benissimo, conciossiacosaché le cose da loro trattate erano totalmente inconsistenti, e irrilevanti affatto (…)"

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(…) Decisamente, non sto facendo tutto quanto è in mio potere, né mi sono ancora risolto a considerare la mia vita come qualcosa d’in sé totalmente …

… la mia dignità continuamente calpestata, che è l’unico bene, poi, che si può dare al mondo,al quale non serve nessuna bellezza, men che meno quella che non si riesce a dargli, ma solo solennissime e ben piene secchiate di quella merda di cui si pasce voluttuosamente — non profumo, ma puzze; non fiori, ma sterpi; non deliziose, ma orrori; non grottesche, ma caverne; non vezzi, non sorrisi, non graziette, non smorfie, non attucci, ma ingiurie da levare il pelo e sacramenti bestemmie porcoddii, e mazzate (a spranga di ferro) in fronte, ben assestate d’in mezzo alle corna, e voluminosi sputàcchii d’incerto colore negli occhii cisposi, e scorregge in muso … (…)".