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LXII. In realtà…

28 Set

è successa una cosa secondo me molto interessante, ma anche molto inquietante.

La questione dell’errore del Marino non è l’aspetto della vita del Marino che più m’interessi, in questo periodo — mi sono limitato, perlopiù, alla prima parte del soggiorno torinese, e alla prima disputa grave, avutasi con un poeta rivale. Però, facendo un rapido spoglio delle fonti, ho compilato via via uno zibaldone, che somiglia più a una cronologia che a uno zibaldone propriamente detto, in cui ho riportato tutte le date e tutto il materiale sicuramente datato che incontravo. E’ il Marino stesso che ha abituato gli scrittori moderni alla compilazione degli zibaldoni. Dicendo che non è possibile fidarsi della memoria, che costantemente ci tradisce; sottintendendo che è solo a stretto contatto col già detto che ci vengono cose da dire. I libri non sono più una traccia più o meno vaga di quello che è successo nel mondo, sono diventati una zona del mondo, una parte del mondo — qualcosa da esplorare a loro volta, qualcosa di impossibile da possedere. Della disputa avuta con Ferrante Carli conosco solo i titoli dei libelli che si sono succeduti rapidamente in pochi mesi del 1614 (una fortuna per lo stampatore bolognese, Vittorio Benacci, che li stampò quasi tutti).

Quando scrivo qualcosa qui in Rete non mi servo mai di tracce scritte, a meno che non copii qualcosa. Faccio tutto in caduta libera. (In questo momento ho un quaderno davanti, ma è un’eccezione). Destabilizzato dalla scoperta dell’errore mariniano, ho errato anch’io; non solo, mi sono disposto a scrivere di una cosa da me solo sfiorata ormai parecchio tempo fa, e nonostante avessi la quasi certezza di star facendo un errore, ho voluto nondimeno arrivare fino in fondo, e poi postare.

Aveva ragione il Marino a ringraziare il Carli; l’errore è profondamente liberatorio — più che la scoperta dell’errore, che in sé è ovviamente un po’ umiliante –, proprio perché porta a produrre la realtà in modo decisamente sbagliato, ma sovente più bello, o più significativo di quello che è nella sua forma corretta. La ‘forma corretta’ della realtà è prevalentemente ripetitiva, noiosa, vaga, confusa, irrisolta. Spesso talmente deforme e incompiuta da non far nemmeno intravedere quello che dovrebbe essere e non è. Solo il lungo processo di digestione (trasformazione chimica) del pensiero riesce a conferirle forme più definite, più perfette. Non solo la realtà vissuta, la vita di tutti i giorni, la realtà storica hanno proporzioni imperfette e lungaggini e continue, confondenti rifrazioni. Anche la letteratura, la poesia (quella del Marino ne è esempio insigne), la mitologia sono piene di sdoppiamenti, ripetizioni, ridondanze, tentativi andati male.

Il Marino confonde l’Idra di Lerna e il Leone Nemeo sulla base del fatto che si tratta di due bestie favolose (non le sole che Ercole abbia combattuto). Il meccanismo è quello della condensazione. E’ un primo, inconscio, timido passo verso la mitopoiesi. Verso, ovviamente, poiché la mitopoiesi presuppone una volontà precisa. Questa volontà è la semplificazione; la riduzione della molteplicità a pochi fatti, o un fatto solo, più denso e significativo dei tanti e simili fatti che costituiscono la molteplicità stessa. Al mito di Ercole giovano assai poco ben dodici imprese, o fatiche. Sono difficili, quante sono, anche da giustificare simbolicamente. E proviamo una certa ammirazione per chiunque, non fresco di studii, se le ricordi tutte, e ce le sappia snocciolare; per lui, o per la sua memoria — o meglio, per la sua capacità mnemonica. La sua capacità di trattenere dati molteplici, distinguendo, in un modo o nell’altro, tra elementi che, a una certa distanza, possono davvero confondersi l’uno coll’altro.

A me, invece, non ha giovato (?) il fatto che alla disputa abbiano partecipato:

1. Ferrante Carli, con un opuscolo firmato, già in partenza, "Andrea dell’Arca".

2. Ludovico (e non Emanuele) Tesauro, con le sue Ragioni del Conte LUDOVICO TESAURO in difesa di un sonetto del cav. Marino, Venetia, Ciotti 1614.

3. Di nuovo il Carli, con un Esame.

4. Di nuovo Lud. Tesauro, con certe sue Annotazioni.

5. Francesco Dolci da Spoleto.

6. Giovanni Clavigero ("che reca la clava", appellativo di Ercole, e non "che reca la chiave").

7. L’Instabile Accademico Incamminato.

8. Il Signor SULPIZIO TENAGLIA — la Tenaglia che forza la Chiave dell’Arca del Tesauro… 😀

Il signor Tenaglia, che sembra messo lì apposta per corroborare la mia sbagliatissima tesi, non me lo potevo ricordare, per un fatto fisiologico: la memoria istantanea comprende fino a tre elementi, e non uno di più; e così anche quanto agli oggetti in relazione tra loro. C’erano già il Tesauro, l’Arca e la Chiave. In questo modo la realtà storica perde la sua sciapa indefinitezza, e assume proporzioni, coerenza interna, e fors’anche più interesse, e bellezza. A patto di falsarsi, ovviamente. La storia si può violentare, a patto di farle fare dei bei bambini — così, crudamente, Dumas. L’idea, non un’idée fixe intendiamoci, era anche, o grosso modo, quella di fare un romanzo. — Di una serie di fatti baroccamente rifratti, di cui scoprire, insieme ai significati riposti (posto che ci siano, ma io sono ovviamente dispostissimo a metterceli di persona), o con la finalità dei significati riposti, le sottintese, possibili armonie. L’inghippo sta nel fatto che, così, il Barocco, finirebbe di essere Barocco — che parrebbe un atto baroccamente autolesionistico, una sfida perduta in partenza, sennonché non dimentico che si può, anche, non essere barocchi.

***

Non so, invece, se gli errori di Marziano Guglielminetti, che nel ’66 sembra meno solido commentatore di quanto appaia in scritture più recenti, siano a loro volta una riprova della maledizione dell’errore mitologico del Marino; o, come credo più probabile, dovuti a sciatteria e scarso interesse nei confronti dell’autore trattato. Comunque sia, nessuno compila un’edizione di testi ‘a memoria’; potrei compilare un elenco di errori, volendo — ma non credo lo posterò qui. A chi gliene frega qualcosa?

(E infatti il problema è tutto qui. Per questo sparo cazzate a mitraglia. E’ tutta colpa vostra, disgraziati!).