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LXI. Errori mitologici.

27 Set

LXI. Nel 1614 il Marino scrisse un sonetto in lode, su cui non mi soffermo: al solito molto elegante, aveva però un difetto — non un neo, diciamo. Insomma, vi si confondeva il Leone nemeo con l’Idra lernea. Uno di quegli errori che riflettono esattamente l’assoluta vacuità dei riferimenti mitologici. Chiaro, il Ripa studioso dei simboli sarebbe stato piu’ attento, distinguendo bene tra un leone e un’idra, che bene o male simboleggiano qualcosa; e il Cartari (veramente di epoca un po’ precedente) la sapeva piu’ lunga sulle Imagini degli dèi de gli antichi, essenzialmente perché sapeva molte piu’ cose degli dèi tout court, rispetto al Marino — e a qualunque altro poeta. Era finita, evidentemente, l’età in cui un Dante sapeva di teologia piu’ di un prete, e un Petrarca scriveva un latino migliore, nonché di qualunque erudito suo contemporaneo, persino (a suo dire) di Cicerone. Oltre alla bell’onda dei versi, del sonetto del Marino, che cosa ci rimane?

Qualcuno che ancora si ostinava a ritenere che i poeti dovessero saperne, ancora, una pagina piu’ del libro (proprio per tanto potendo permettersi di essere poeti), il parmense Ferrante Carli, se ne uscì con un libello, stampato a Bologna, in cui se la prendeva col Marino per la sua ignoranza. Prese d’ufficio le difese del Marino il Tesauro. Emanuele Tesauro, un nome "che sembra finto", come notava non senza motivo il Dossena nella sua peraltro oscena Storia confidenziale della letteratura italiana; infatti il Carli, credendo che il nome fosse uno pseudonimo, controbatté al Tesauro firmandosi "Dell’Arca" — l’Arca del Tesauro, ovviamente. Si aggiunse, contro il Carli, uno che volle chiamarsi Clavigero. Marziano Guglielminetti, nella sua discutibilissima edizione ’66 (Einaudi) delle Lettere del Marino, zeppa di errori di interpretazione e di erudizione, e con un commento tutt’altro che gremito, definisce questo terzo pseudonimo "aggressivo". Chi se lo scelse (un erudito-spadaccino ormai dimenticato, fino a quando, almeno, non ricominceranno a studiarlo) era effettivamente aggressivo (testimonianza dello stesso Marino), e potente, ma il suo nickname (me lo sono dovuto chiedere e richiedere, prima di arrivarci) non significa "che porta la clava", come credo intenda il Guglielminetti; ma, seguitando col giochino dell’arca del tesauro, "che porta la chiave": la chiave che, ovviamente, dovrebbe aprire l’arca del Tesauro. Il dibattito, sovratrabiliare, toccò poi disparati temi, ma il nocciolo era questo: il Marino aveva scritto una cagata atomica. Ebbe (era un grand’uomo, rammentiamo) il buon gusto che da lui ci aspettiamo; rappaciatosi col Carli alla prima occasione (il Carli con lui non era stato galantuomo), lo incoraggiò, anzi, a tener sempre d’occhio la sua produzione; ché egli avrebbe "avuto a gloria" esser corretto da cotant’uomo. A uno vien da dire: dato che per te la mitologia non ha valore (come si vede) perché non ti limiti a parlare di quello che vedi, e che secondo te importa?

O, se ti deve importare di mitologia, perché non te la studi?

Rimane il fatto che il Marino aveva fatto una stronzata. Nel 1608, in occasione di un viaggio a Mantova dove dovevano svolgersi doppie nozze, il povero Murtola, ancora segretario del duca di Savoia, ma già in attesa di essere soppiantato dal Marino, mise in difficoltà il rivale sparandogli a bruciapelo una domanda di latino — una banalissima forma della declinazione. Il Marino non sapeva bene il latino. Lo leggeva abbastanza correntemente, e lo capiva, ma non sapeva scriverlo. Il Murtola aveva scritto anche delle Neniae, tra Pontano e Sannazaro, che sono probabilmente la sua cosa migliore, dicono gl’intendenti, aggraziate e gentili — per quanto sdate e vecchie sul nascere, essendo ancora poesie umanistiche. Il Marino si difese anche in taluni sonetti satirici contro il Murtola (ma provocato, nuovamente, da questi), prendendo l’atteggiamento classico, tra il neoterico e il rapper, dell’"echissenefrega". Eppure infarcì le sue studiatissime (stupende) lettere di citazioni dal latino — molte delle quali sbagliate. Perché?

Il Marino, si sa, s’ispirò, per l’Adone, a un poema dell’estrema decadenza greca, le Dionisiache di Nonno di Panopoli — è talmente tardi, nella storia del mondo, che quasi il poema tocca cronologicamente l’età del giovane Beowulf. Non sapendo una cicca di greco, il Marino deve aspettare quel 1606 in cui le Dionisiache sono tradotte in quel latino che, magari con un po’ di fatica, riesce tuttavolta a decifrare.

Perché il Marino non sa il greco? Perché sa male il latino? Perché non sa la mitologia?

***

Ricopiando in bella una poesia appena richiestami, mi sono accorto di aver scritto, due-tre giorni fa, in una specie di epillio dialogato, dedicato a Perseo e Andromeda (ma Perseo è vecchio decrepito, e Andromeda cieca — fesserie, ma dipende dal come si svolgono temi dati, cazzo), i seguenti versi — Perseo vuole salvare Andromeda, ma non ce la fa piu’, e strepita, da vecchietto patetico:

Chi decollò l’impietratrice immonda, // Dei semidèi l’abbacinante specchio, // Chi trasse alm’onda // Dal sasso pegasèo, per quanto vecchio, // Non può morire nella furia algosa // D’onda sterile e salsa, su uno scoglio // Immobile, per bestia imbrobitosa, // Senza opporre difesa; no: non voglio! // &c.".

Inspiegabilmente, me la sono presa col Marino. Da cui il pezzo sopra, &c.

LX. Poesia e morale.

27 Set

LX. E’ ormai da parecchio tempo che è di moda pensare che la poesia e la morale non c’entrino tra loro — come la scrittura, presa in generale, con la morale, l’arte e la morale. Tanto tempo da essere diventata, da moda, quasi costume intellettuale, dogma, ciò che non può non essere pensato. Invece è un atteggiamento radicato in certa esperienza critica trasversale, dall’inizio del secolo scorso fino alla metà. Non è stato un secolo, intendiamoci, di maggior spregiudicatezza rispetto ad altri. Per esempio Gesualdo da Venosa che uccide la moglie, o Salvator Rosa che la notte massacra spagnoli e di giorno dipinge, e aggiungivi il Caravaggio, e poi Racine, l’Assarino, &c., all’epoca erano artisti che avevano una vita normalmente movimentata; oggi sarebbero tutt’al piu’ autorizzati a scrivere della loro triste esperienza di casi umani. Semmai, il Novecento ha creduto abbastanza compattamente che per essere artisti, e sentire il Bello, non si dovesse essere necessariamente Buoni. Anzi, credo (ma bisognerebbe verificare) che si sia teso a pensare che, poniamo, uno scrittore dovesse essere tanto piu’ bravo quanto piu’ stronzo. Tanto, almeno talora, da scambiare persone incredibilmente stronze con artisti indicibilmente grandi.

Credo si sia trattato della normale conseguenza della diffusione a livello ‘popolare’ di certi punti fermi dell’etica scrittoria tradizionale: certe finezze, che finezze non sono, se ne sono andate a quel paese a mano a mano che determinate acquisizioni dovevano essere messe alla portata di tutti — ciò che è positivissimo, teoricamente, ma purtroppo è andato a cozzare contro l’indifferenza assoluta della grandissima parte delle persone nei confronti della letteratura; indifferenza alla quale non esiste (e nemmeno è richiesto, direi) rimedio. — Questo è un altro discorso.

Di fatto, sono quasi certo che la morale, invece, abbia un peso rilevantissimo nell’attività scrittoria. Solo non è concesso, a differenza che in molti altri campi, contrabbandare per morale certo decoro esteriore. Già sappiamo che l’omicidio può essere un gesto squallido o grandioso; che può essere commesso per debolezza o per forza, in modo efferato o pietosissimo. Siamo tutti portati a interrogarci sulle modalità e sui moventi di un omicidio, perché sappiamo che il dato morale del dare morte a qualcuno non è nel fatto, ma nasce dal fatto. Ce ne dimentichiamo di fronte a delitti, reati, mancanze, infrazioni di minor conto, che recano incorporato il giudizio. Sappiamo che i grandi vizi non sfigurano di fronte alle grandi virtu’, e sappiamo che la meschinità disgusta persino il demonio.

Per questo, di fronte a certe scelte ci mostriamo prevenuti. Mi viene in mente una valutazione d’interesse morale nell’arte, molto netta, del Settembrini, che per primo gettò ai rovi Guittone d’Arezzo e le sue illeggibili Lettere. Nelle sue Lezioni, il Settembrini riporta l’incipit della lett. XIV "O infatuati miser’ Fiorentini"; "ditemi voi se ci avete capìto qualcosa", chiede; prova a disporli come versi e non come prosa, ma dice che, o prosa o versi, è una cosa che "dà i dolori ne’ visceri". E sbotta: "Guittone scrisse male perché visse male, e lasciò moglie e figliuoli, e se ne andò". Da quell’epistola è chiaro che sua moglie fu una santa donna, e i suoi figliuoli dei deliziosi frugolini. Ma — ho pensato, pindaricamente (mai che riesca a fare collegamenti un filo piu’ razionali, dannazione) — anche La Fontaine lasciò, quarantenne, moglie e figli per andare a fare il poeta a Parigi. Tomasi di Lampedusa, che respira a piene nari l’atmosfera maledettistica del criticismo francese della prima metà del secolo, paragona La Fontaine a una sorta di bambino — innocente e crudele. Ma La Fontaine non è solo favole, le sue novelle se non altro (a parte le occasionali, piccole licenziosità) riflettono una personalità decisamente adulta. I generi frequentati rivelano semmai il gusto dell’autore (cioè nulla di sostanziale), non l’in toto della personalità. Ma La Fontaine lasciò moglie e figli, e se ne andò a fare l’artista a Parigi. Sì, però fu artista meraviglioso. Ecco: da ciò è giocoforza inferire che sua moglie fu un’orrida strega rompicoglioni, e i suoi figliuoli degli odiosi mostriciattoli.

La morale non è affatto esclusa dai tenitori dell’arte; lo sono le generalizzazioni; e i formalismi, in qualunque senso.