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LIX. Una delle cose piu’ oscene che abbia mai scritto.

24 Set

LIX. Scritta distrattamente mentre facevo esattamente quello che è descritto nella poesia (ugh). Una piccola spiega è forse necessaria; veramente non so se sia un’espressione che si usa anche in altri casi, ma "uno su uno" (certi dicono anche "uno piu’ uno", ma credo che sia un orecchiamento) è un modo di fare la fila che segue la logica del "chi primo arriva meglio alloggia". I centri d’accoglienza notturna, meno pomposamente denominati "dormitorii", aprono quasi tutti (almeno quelli convenzionati e quelli del Comune) alle 20.00. Dal momento che hanno posti insufficienti (ed è voluto, anche perché si riempirebbero come sili comunque, anche se ne avessero diecimila o centomila), chi tiene particolarmente a dormire la notte deve presentarsi davanti ai cancelli almeno almeno alle 18.00. Ma rischia di trovarci già qualcuno, venuto alle 17.00, o alle 16.30. Càpita piu’ spesso che non si vorrebbe che l’ "uno su uno" cominci alle 14.00 o 14.30. In un dormitorio, quello di via Ormea, si libera sempre un posto per volta, se va bene se ne liberano due; sicché chi vuol prendere posto per un mese deve presentarsi a mezzogiorno, come minimo. Si racconta di gente che ha cominciato l’uno su uno appena uscita dal dormitorio, alle 8.00 del mattino. Ho smesso da qualche mese (parecchi mesi, ormai) di fare l’uno su uno perché mi sono rotto di aspettare, molte volte, comunque, del tutto inutilmente; e mi sono adattato a dormire fuori. Quindi l’uno su uno non è piu’ un problema, per me (?). Questa poèsia risale a un momento (preciso, non solo un periodo) in cui l’uno su uno per me rappresentava, per l’appunto, un problema. E’ l’unica cosa che abbia scritto dedicandola a questa realtà (a parte i miei diurnali, che sono un altro discorso). Risale, credo, a maggio. Segnala l’impossibilità di scrivere decentemente di cose che non sono decenti.

L’UNO SU UNO FUORI DAL CONTAINER DI VIA TRAVES.

1. Sto aspettando da un secolo, direi
Dal tempo che mi sento grave addosso;
Quante volte già vennero le sei,
Le sette, le otto? Non mi sono mosso
Da qui mai una volta, penserei,
Per quel che sento – ma davvero posso
Sentire ancora? Ormai, sinceramente,
Mi sembra di sentire poco, o niente.

2. Non so che cosa dire di quel niente,
Però, che fosse, un tempo, che ne è stato;
Il poco che è rimasto, fatalmente,
Mi dice che un’eternità ho aspettato,
Sempre qui, dove passa non sovente
Una macchina, e un campo improvvisato
Di zingari c’è a un angolo, e uno spiazzo
Vuoto sull’altro lato. Sono pazzo

3. A rimanere qui; ecco, la forza

M’è mancata  di dire ancora No,
E con voce che a ogni ora un po’ si smorza
Ripetere: Sto qui finché morrò,
E: Non mi muovo; e ancora: Ho dura scorza;

Non oseranno; e: Non permetterò
Che mi spingano ancora, e ancora, in fondo,
Via dalla luce, e ai margini del mondo.

4. Trascorse un anno, quasi, e non mi muovo
D’un passo, e sono qui che aspetto, aspetto;
Cerco tra i miei ricordi, e non ne trovo,
E forse è un bene, ché sarei costretto
A sapere chi sono, e cosa provo,
Laggiù, dove da allora (ma diretto
Chissà in che parte), sono sempre in fuga,
Per non sentire, non sapere. —  Fruga,

5. — Mi dico qualche volta, — e chissà mai
Che tu riesca a trovare quella porta;
Forse ti aspetta aperta, e non lo sai;
Forse è chiusa, e nasconde cosa morta.
Scendi, comunque; al più, tu morirai,
Come più volte hai chiesto. — Mi fa scorta
Costante ormai questa segreta voce,
Che suona dolce, ed ha un messaggio atroce.