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LVIII. Oggi ho persino lavorato.

23 Set

LVIII. Proprio così. Per mezza giornata (stamattina, ovviamente, dato che sto scrivendo a metà pomeriggio — è molto intuitivo [mi sto già abbrutendo, anche questo è molto intuitivo]). Volantinaggio, per una cosa benefica. Ho guadambiato cinque euri. Sempre meglio che un pugno in un occhio. (La vera beneficenza è stata quella, temo, ma sono tutte cose che non hanno molta importanza).

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Chissà se qualcuno ha fatto uno studio sulla calligrafia al tempo dei lunghi poemi, dei grandi romanzi, e degli studi di notaio in cui si faceva apprendistato, come scrittori, scrivendo — cioè assumendo la scrittura come fatto puramente meccanico (in uno dei 22 voll. della sua Vita, Dumas père descrive con una certa esattezza come riuscisse a studiare quello che gli occorreva come scrittore mentre svolgeva la sua opera di mero scrivente, cioè non curandosi affatto del senso di quello che scriveva — è proprio vero, si deve arrivare a quella sorta di automatismo che ti consente, sembra un paradosso e non è, di non fare errori [quelli che saltano fuori quando si ricopia con attenzione a quello che si scrive, si finisce, per stanchezza o noia, col sovrapporre a quello che dovrebbe essere quello che parrebbe sia, o quello che si vorrebbe fosse, mentre se non si pensa ci si fa puro tramite dalla pagina stampata a quella da scrivere], di non esitare [e quindi di non rallentare]), indispensabile a una scrittura sufficientemente continuativa, alle lunghe ristesure, alla fatica. Dickens, prima ancora di passare al giornalista, era stenografo al Parlamento — riuscì a diventare il piu’ veloce stenografo d’Inghilterra. Dumas stesso si vantò dei progressi fatti in pochissimo tempo, in direzione della macchina scrivente. Scott cominciò anche lui presso un notaio, e, Smiles dixit, era solito copiare 100 pagine al giorno, in modo da potersi comprare, la sera, "qualche caro volume". I grandi scrittori erano grandi scriventi.

Copiando mi sono accorto che la grafia andava inclinandosi progressivamente verso destra (è già di per sé inclinata, ma se esagero diventa inintelligibile). Mi è venuto naturale, a mano a mano che procedevo, limitare l’inclinazione tracciando iniziali maiuscole (di frase, di nomi proprii, &c.) vigorose, in stampatello bello chiaro, molto grandi e marcate. E’ un inizio in levando, forte, che dà vigore a tutti i glifi seguenti, che escono ben delineati, piccinonni anzichenò, ma molto chiari e non troppo inclinati. Essendo di per sé rade, e quindi dopo un po’ non efficaci, ho aggiunto successivamente una g minuscola in stampatello, con una grande paraffa a gancio, una f (tuttora, però, in via di perfezionamento) ben falcata, e delle t col trattino superiore a nodo lento, molto utili. Risultato, leggo senza avvertibile fatica tutto quello che ho scritto; non solo, ma la mia grafia è diventata, automaticamente, piu’ calligrafica e antica, per motivi in qualche modo funzionali, indipendenti da checchessia imitazione nostalgica di qualche foglio ingiallito intravisto in un museo o di qualche anastatica. Paraffe, riccioli, ninnoli, daddoli altro non servivano, può darsi, che a rendere piu’ facile e regolare e meno stanchevole l’atto, che Spengler trovava supremamente volgare (come qualunque fare, in fondo), di — semplicemente — scrivere.