LVI. Terza cosa vecchia.

22 Set

LVI. Non l’ho fatto apposta a centellinare le cose in questo modo, ma tant’è.

Questa, secondo me, è la piu’ bella (comunque pensavo di metterle tutte, invece di lasciarle a marcire sul sito della Holden — che tristezza, a mano a mano che le trovo).

ARGENIDE

La piccola Argenide, un giorno, fu sorpresa dalla Mamma nella sua camera mentre leggeva seduta sul letto.

La Mamma era vestita per uscire: aveva un ampio abito nero, e una collana e un diadema di diamanti che le facevano brillare il volto. Dietro di lei, vide spuntare Papà.

La Mamma disse:

– Ora io e tuo padre usciremo. Nel frattempo, metti in ordine la tua stanza. È in condizioni che fa orrore.

La piccola Argenide sbuffò:

– Ma proprio adesso?

– Sì, mia cara, – disse la Mamma, – proprio adesso. Quando saremo di ritorno vogliamo vederti a letto, e la tua stanza tutta in ordine. In caso contrario, ti avverto che sappiamo di un vecchio Professore che ha bisogno di una bambina di buona famiglia come servente. Per il nostro ritorno, o tutto sarà in ordine, o tu te ne andrai per sempre da questa casa.

Poi uscirono.

La piccola Argenide si disse:

– Non è possibile mettere a posto tutto quanto.

E si mise a piangere.

I suoi vestiti erano tutti spiegazzati fuori dagli armadi, i suoi libri non erano sugli scaffali, ma per terra; le sue bambole erano sparse in tutte le direzioni, e i suoi giocattoli erano ammucchiati sotto lo scrittoio.

Pianse e pianse, e alla fine si addormentò.

Si svegliò a chissà che punto della notte; la Mamma la scuoteva, e sembrava un’altra.

– Fuori di qui, – le disse, quando fu sicura che Argenide la sentisse. – Esci da questa casa e vai dal Professore.

Argenide gridò:

– No, Mamma, lasciami stare qui con voi! Farò tutto quello che vuoi, quando vorrai, ma non ora, ché ho troppo sonno.

Non ci fu verso: la piccola Argenide fu sbattuta fuori dalla Mamma, mentre il Papà gridava:

– Vattene via, non sei più nostra figlia!

Da ultimo, la Mamma le disse, indicandole il fondo del corridoio buio:

– Ultima porta a destra: lì è casa tua.

Piangendo, la povera Argenide si avviò per il corridoio buio. E le avevano lasciato solo la vestina da notte che portava indosso, e la sua bambola preferita (anche se era solo una bambolina di pezza), Regina.

In fondo al corridojo a destra c’era una porta con sopra una targhetta dorata che recava incise le parole: Professor Costanti. C’era un campanello, da cui pendeva una catenella, che terminava in un pomo su cui era scritto: suonami! Argenide tirò la catenella, e si sentì, lontano nella casa, il suono di un campanello. Si sentirono passi pesanti e strascicati avvicinarsi alla porta. Una voce di vecchio chiese:

– Chi è, a quest’ora?

Argenide non riuscì a rispondere, tanto piangeva.

Il vecchio aperse la porta.

Apparve agli occhj di Argenide un anziano signore in ciabatte e veste da camera, con un ciuffetto di capelli bianchi che spuntava da sotto una papalina scura, e spessi occhiali cerchiati d’oro.

– Oh mio dio, – disse, alzando gli occhi al cielo, – un’altra!

Spalancò la porta e le fece cenno:

– Avanti, signorina.

Ma Argenide non osava.

Il vecchio insistette:

– Forza, signorina, non vorrete rimanere lì tutta la sera, spero!

Argenide, pian piano, entrò.

Il vestibolo era in un disordine spaventoso: libri e fascicoli erano abbandonati dovunque per terra, e addossati in mucchj contro i muri. Una rigogliosa pianta esotica cresceva in un angolo; calzini e tiracche erano appesi alle sue grosse foglie. La polvere a batuffoli si spingeva qua e là ad ogni soffio di vento, & c’erano molti spifferi, e l’impiantito era mezzo sconnesso.

– Dove sono? – chiese Argenide.

– In casa mia, ovviamente, – rispose il Professore. – I tuoi genitori mi hanno detto di tenerti con me per sempre. Sarai severamente punita.

Scostò la tenda ed entrò, facendole segno di seguirla.

Argenide, passato l’uscio del vestibolo, non seppe bene, a tutta prima, in che specie di casa fosse capitata.

La stanza che si trovava davanti era grande come un palazzo, e non era facile dire a che cosa fosse adibita di preciso. C’era un enorme caminetto in mezzo alla parete davanti a lei, talmente grande da poter ospitare una quarantina di persone. Due bambine coperte di fuliggine erano sedute tristemente, ed attizzavano il fuoco; ma c’era troppa legna, ed era bagnata, sicché il fumo non sfogava dalla canna, e rimaneva in parte ad aleggiare intorno al falò; la stanza era piena dell’odore acre della legna bagnata, e c’era ovunque un po’ di fumo, che annebbiava la vista. Una delle due bambine buttava nel fuoco, una dopo l’altra, balle che lei stessa faceva, tutte uguali, di libri, di straccj, di piccoli oggetti di legno. L’altra aveva un piccolo crogiolo ai piedi, alimentato dalle fiamme del caminetto; in esso fondeva gli oggetti di vetro, soprammobili e paralumi, boccali e bottigliette, delle forme più strambe e più ricercate, di fiore, di pastorella, di satiro; quando il vetro era nuovamente fuso, lo soffiava nuovamente, modellando sfere e cubi. Due alte scaffalature piene di libri dai titoli strambi («L’eternità vendicante», «Il Libro e la Corona», «La Catergòmena infedele», «Il fortunato inganno») si ergevano nel mezzo della stanza, poste di sghimbescio: topi e pantegane ne rodevano le pagine, però solo dopo averli aperti e averne letto qualche pagina: «Che robaccia!» squittiva una grossa pantegana con la cuffietta e lo zinale rigido, mangiando da uno dei ventisette tomi dell’«Andromeda riconosciuta e trionfante».

Il pavimento di tutta la grande camera era coperto di un’infinità di oggetti: sontuosi abiti da cerimonia fatti a straccj, scarpe sfondate, cappelli lisi, vecchi almanacchi, cassette di legno e di cartone, bottiglie vuote e stoviglie infrante, bambole e giocattoli rotti, persino un carretto sfondato, e molte altre cose. Sulla destra c’era un organo a muro, davanti al quale era seduta una bambina pallida, coi capelli scarmigliati; sonava movendo la testa al ritmo della musica: che era una sola frase, ritmata e meccanica, dal tono triste, che si riproponeva a dritto e rovescio, sovrapponendosi a sé stessa, ora del tutto ora in parte, e modulandosi in vari modi, ma era sempre uguale; le canne dell’organo davano un suono lamentoso e sfiatato. Intorno alla bambina erano accatastati fogli di musica, a migliaia, pagine ingiallite e lacerate, sparse o già unite in volumi adesso smembrati. I topi vi si assiepavano sopra; un piccolo ratto col cappellino grattava via per mezzo di una lesina, una dopo l’altra, tutte le note di una partitura dai grossissimi foglj, che recavano l’intestazione «Perpetuum», e le mangiava una per una. «Duecentododici parti», bofonchiava di tanto in tanto, «nove parti reali», e mangiava le note con espressione disgustata. «Puah», diceva di tanto in tanto.

Argenide notò che non c’erano solo le due bambine nel caminetto e quella all’organo, ma che ce n’erano anche tante altre, che sbucavano da dietro cumuli di robaccia con aria indaffarata, portando fascine di fogli e di vestiti sulle spalle o spingendoli su carretti mezzi sfasciati. Senza contare quelle che salivano e scendevano da certi sfiatatoj disseminati un po’ dappertutto per la stanza, e in cui si rischiava di cadere, se non si stava attenti.

— Che posto è questo? — chiese la piccola Argenide.

— È casa mia, – rispose il Professore. – Devi sapere che una volta divenni molto ricco, grazie ad un’eredità di mio zio Alfonso. Decisi che con tutto quel denaro avrei avuto tutto quello che volevo, e anche quello che non volevo, e anche quello che in un momento qualunque avevo per un attimo desiderato avere. Ormai ero vecchio, ed ero da lunghi anni abituato a non desiderare nulla che la mia povertà non potesse consentire. Sicché andai a leggere nei miei diarj quello che avevo voluto quand’ero stato più giovane: scopersi così di aver voluto un cavalluccio a dondolo quando avevo dodici anni, ma non avevo osato chiederlo ai miei genitori, perché non me lo avrebbero potuto comprare; un vassoio di dolci che quando avevo quindici anni vedevo dietro una vetrina di pasticcere; una grande carrozza, con quattordici cavalli bianchi, che invidiai al Re quando venne in visita in questa città; molti libri che mi avrebbero permesso di superare in sapere tutti i miei competitori all’Università, e molti volumi che la censura aveva proibito, e le cui vietate audacie sognavo segretamente di poter conoscere; un abituccio profumato, che un’attrice spogliò nel camerino, e che io non ebbi il coraggio di rubare; e tante, tante altre cose. Col denaro avuto in eredità, potei comprarmi tutte queste cose, o qualcosa che vi corrispondesse. Ma cominciai anche a desiderare cose diverse, ricercate e belle, che senza avere tutti quei soldi non avrei mai desiderato, e il cui gusto mi venne frequentando le modiste e gli antiquari. Così, per tenere tutte quelle cose, dovetti per forza ampliare la mia casa, abbattere muri, e usare lo spazio di altri due, tre, quattro, sei, dieci, cento appartamenti, finché la mia casa fu un palazzo pieno di tutte le cose più rare.

Questa è solo la prima stanza, in cui ci sono gli scarti e i rifiuti; nelle altre vi è un serraglio, con le fiere in libertà; e c’è una grande dispensa, che continuamente è rifornita di vassoj di dolci; e ci sono molte biblioteche, piene di libri ormai consunti e mezzi mangiati dalle tarme, antichi e moderni: c’è una sala in cui crescono le piante e scorre un fiume; c’è una sala in cui le stelle si scontrano, e fanno nascere i mondi, anche se sono incomparabilmente più piccoli di quelli veri. C’è una sala in cui si stampano periodici, e c’è una sala in cui si guardano con lenti speciali i mari e i cieli; c’è una sala interamente occupata dalle mie pipe, e una sala dove nessuno è mai entrato da tanti anni; ci sono sale abitate da persone diverse, che nemmeno io più conosco, e ci sono sale che non contengono nulla, oltre alle mura della sala stessa; ci sono sale in cui si recita la commedia e si fa musica, e sale in cui sono ospitati i moribondi, e molti sapienti ricercano cure miracolose; ci sono sale abitate da animali, sale abitate da uomini, sale abitate da esseri fantastici, dediti alle più strane occupazioni, e ai riti più incomprensibili; gli appartamenti che toccavano il piano terra sono stati ampliati a mia insaputa, e il pavimento è stato scavato: qualcuno è passato di lì e ha ricavato grotte lunghissime, per cui si può spuntare, dopo molti mesi di cammino, in paesi lontani, o in ricchissime miniere, o in grotte naturali, o passare in un’altra galleria; una sala è un labirinto che forse è abitato da qualche essere mostruoso, ma nessuno che sia andato a verificarlo è tornato a dirmelo. In una sala, il grano cresce sotto i raggi di un piccolo sole, e in una sala c’è un interminabile cimitero su cui regna una perpetua notte; una sala dà inizio ad una fuga di oscure stanze, in cui gli alchimisti cercano di moltiplicare l’oro e alcune donne malvage distillano filtri.

Ma tu non andrai nelle altre stanze, per ora: sei appena arrivata, e dovrai rimanere qui. Tutto quello che ti può occorrere lo troverai qui dentro: ci sono vestiti dappertutto, e c’è da mangiare in ogni angolo; ne portano tutti i giorni, vedi?

In quel momento, da una feritoja ricavata nell’angolo a sinistra della parete di fronte spuntò il visetto triste di una bambina, che mandò questo grido lamentoso:

— La colazione!

E cominciò a vuotare sacchi e sacchi di cibarie involtate in carte di differenti tipi; per quante bambine ci fossero in quella stanza, tutto quel cibo non era necessario.

—Non si riesce a consumare mai tutto, — disse infatti il Professore. — Ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera un’altra bambina viene dall’altra stanza e porta via il cibo che è marcito nel frattempo.

La piccola Argenide, già stanca, disse:

— Non si potrebbe portarne di meno?

E si sedette su un cumulo di cilindri per fonografo; appena si lasciò andare sul mucchio di ciarpame, questo si mosse sotto di lei, e una vocina soffocata disse:

— Uhi!

Immediatamente, Argenide si alzò da sedere, spaventata. Dal mucchio emerse una figurina tetra; una bambina coi capelli a caschetto tutti sconvolti, che la guardava con aria di rimprovero.

— Mi dispiace essermi seduta sopra di te, — disse, mortificata, Argenide.

— Non mi hai fatto male, — disse la bambina, aprendosi ad un sorriso. Le porse la mano: — Mi chiamo Galatea, — disse, — e sono tanto contenta di fare la tua conoscenza.

— Io mi chiamo Argenide, — disse la piccola Argenide, stringendole la mano, e sono tanto lieta di diventare tua amica.

Il Professore disse:

— Molto bene, ora che siete amiche, Argenide potrà trovare una sua mansione. — E se ne andò.

In quel momento passò accanto a Galatea e Argenide una bambina magrissima, molto ben vestita, con una bella gonnella gonfia e un lindo grembiulino. Aveva sulle spalle ossute un grande sacco aperto, pieno fino all’orlo di bambole di pezza. Canticchiava qualcosa tra sé, con gli occhi sbarrati nel vuoto.

— Buongiorno, cara Teano! — le disse Galatea, sorridendo.

Anche Argenide salutò.

Guardando in quegli occhi smarriti, Argenide non tardò a rendersi conto che la piccola portatrice di bambole era pazza.

Questa, dopo averle guardate per un attimo, lasciò giù il sacco, si mise al centro dell’angolo vicino più sgombro che ci fosse e fece un inchino. Stringeva una bambola.

Improvvisamente, la bambina all’organo smise di suonare una complicata fuga, e dopo un attimo di silenzio preludiò mestamente; era una melodia semplice e triste.

La piccola pazza cantò sull’aria:

Potrete, oh dio, deludere,

Amiche mie leggiadre,

Mai la Teano amabile,

Che perse un dì la madre,

Che ovunque avesse a volgersi

Non trovò mai pietà?

 

Ah, mie sorelle, ditele

Dov’è la cara madre,

La madre ridonatele,

E tra le eteree squadre,

Per voi un dì all’Empireo

La grazia impetrerà.

 

Volete più nascondermi,

E come, ahimè, la madre?

La madre mia rendetemi,

Perverse, impure, ladre,

La madre ormai rendetemi

La madre, per pietà.

Finito il canto, riprese il suo sacco e se ne andò, procedendo faticosamente tra i mucchj di ciarpame.

Argenide chiese:

— Ma chi è? Che cosa fa?

— È l’addetta alla raccolta delle bambole di pezza. I genitori la credevano cattiva, perché rubava le bambole dovunque le trovasse, dicendo tutte le volte che aveva trovato sua madre. Ora crede di averla trovata nella bambolina che stringe sempre al petto, e che si chiama Elmirena, ma se lo dimentica sempre, e continua a cercare. Ormai starà sempre qui.

Argenide chiese:

— Ma io di preciso che cosa devo fare?

La piccola Galatea le disse:

— Ognuna di noi ha un suo incarico, che per regola di questa casa deve essere nojoso, pesante, deprimente e perfettamente inutile. Con tutto quello che c’è qui dentro, puoi trovare quello che vuoi. Ma mi raccomando: sembra sempre più triste di quello che veramente sei, altrimenti ti passeranno nelle altre stanze, e là è peggio. Qui si sta ancora benino, secondo me.

Argenide, emozionata, le disse:

— Allora sei stata in un’altra stanza, prima d’ora!

— Mai, — rispose Galatea, — ma così dicono.

La cosa parve molto strana ad Argenide.

Più che altro non sapeva che cosa potesse fare.

— Vedo anche, — disse a Galatea, — che non solo noi, ma anche quelle grosse pantegane hanno il loro incarico.

— No, — disse Galatea, — non è così. La Regina delle Pantegane ha ritenuto di dare forma di vero e proprio incarico alle sue normali mansioni per non sfigurare di fronte a delle bambine come noi, alcune delle quali non sono nemmeno aristocratiche. Ma nessun animale, qui dentro, ha un vero e proprio incarico.

Argenide guardò la Regina delle Pantegane aggirarsi sussiegosa tra gli scaffali, sbocconcellando pagine antiche con un’espressione, dipinta sul muso lungo, che ispirava proprio scarsa simpatia.

— Non saprei, — disse incerta Argenide. — Trovo che la Regina delle Pantegane abbia un’aria talmente sicura di sé che non oso avvicinarmi a quegli scaffali.

La piccola Galatea fece tanto d’occhj.

— Vuoi occuparti dei romanzi? — chiese. — Quella sezione è stata evitata come la peste da noi tutte, ed è veramente interminabile. C’è una cosa, infatti, che non ti ho ancora detto: ogni incarico deve essere svolto fino alla fine. Per esempio, io devo raccogliere e inventariare tutti i cilindri per fonografo: sono tantissimi, ma prima o dopo finiranno. Invece, i romanzi sono infiniti. Ogni mattina portano i romanzi più brutti su due grandi scaffalature. Sono costretti a bruciare tutto nel camino nascondendolo dentro gli stracci: vedi la bambina accanto alla vetraia, nel caminetto?

— La vedo, — disse Argenide.

— Si chiama Leonarda, — disse Galatea, — ed è lei che brucia la gran parte dei romanzi nei caminetti. Infatti, è impossibile inventariarli.

La cosa dispiacque un po’ ad Argenide, che non avrebbe voluto che tante storie fossero distrutte solo perché vacue e un po’ stupide.

— Alla fine dei conti, — disse a Galatea, — in teoria io potrei benissimo assumermi l’incarico dell’inventario dei romanzi.

— Certo, — disse Galatea, — per potere potresti anche. Ma io te lo sconsiglio vivamente. Anche per via della Regina delle Pantegane: ha un carattere insopportabile: è ignorante e vanagloriosa, e discetta di tutti i testi che mangia, ma non sa lèggere.

— Cercherò di non permetterle di rendermi la vita difficile.

— E attenzione, — aggiunse la piccola Galatea:— i romanzi devono essere inventariati, non letti. Se ti fermi a leggere, non avrai mai tempo di finire, se mai finirai.

Argenide si accostò agli scaffali. La Regina delle Pantegane la guardò con indescrivibile disprezzo.

— Chi abbiamo qui? — chiese. — Un’altra di quelle piccole straccione?

Argenide decise di non farsi disarmare così di primo acchito.

— Sì, Maestà, — disse. — Io, se così Le piace, sono la nuova addetta all’inventario dei romanzi.

La Regina delle Pantegane fece tanto d’occhi. Quindi scoppiò a ridere; per imitazione, risero pure le altre pantegane. Ma ad un secco cenno della Regina smisero.

— Fammi capire bene, piccola peccatrice, — disse la Regina delle Pantegane, fissandola con gli occhietti maligni. — E tu ti saresti sobbarcata quest’incarico di tua volontà? Sii sincera per una volta in vita tua, sacconcello di corruzione: che cos’hai fatto, veramente?

Alla piccola Argenide vennero le lacrime agli occhi.

— Non ho riordinato la stanza per tempo, — disse piano, — e la Mamma mi ha punita mandandomi qui dal Professore.

— Non ci credo, — disse la Regina delle Pantegane. — Ma è il tuo primo giorno qui, e potrebbe essere anche che tu non sappia bene quello a cui vai incontro. Ma non so ancora se il tuo modo di fare sia ispirato da una scarsa fiducia nei confronti degli altrui consiglj (perché certamente avranno tentato di dissuaderti) o da una volontà di punirti oltre il male fatto che, veramente, ti farebbe troppo onore.

Argenide pensò: Non è così vana come diceva Galatea. Forse le cose non sono come dicono tutti.

— Fa pure come se noi non ci fossimo, — disse la Regina delle Pantegane; e ad Argenide parve che fosse anche molto accomodante.

Incuriosita, guardò il titolo del libro che la Regina delle Pantegane aveva in mano in quel momento.

Era un grosso volume, di formato doppio rispetto i soliti, che recava sul frontespizio una severa immagine, che raffigurava una ninfa nell’atto di uscire da una grotta. L’espressione del suo viso era straordinariamente radiosa, come se fosse stata liberata da una lunga prigionia. Era coperta solo da una veste lacera, ma candida, e si portava la mano al cuore in gesto di melodrammatica passione; i grandi occhj chiari erano volti al cielo (il sole spuntava allora in mezzo ai cirri scuri, proiettando ponti di luce sulla campagna fertile, lontana dal triste acquitrino su cui dava l’imbocco della grotta), e in essi era dipinta ancora la disperazione della prigionia mista alla speranza della liberazione e alla gioja della libertà; ad accoglierla, su un’enorme foglia di ninfea, dalla cui corolla spuntava un grazioso donnino le cui gambe erano i pistilli, era inginocchiato un satiretto giovane, di straordinaria bellezza, con l’aristocratica barbetta nera a punta, e i sottili baffetti del primo pelo. Sembrava tendere le orecchiette appuntite verso l’immagine abbacinante che sorgeva dalla grotta; e gli occhi obliqui e grandi, lucidi di pianto, erano tutti un anelito verso la bella figura. Su altre grosse foglie, le ninfe delle ninfee alzavano le minuscole mani al cielo per l’avvenuta liberazione. Argenide disse:

— Che bella immagine.

La Regina delle Pantegane rimase un po’ perplessa.

— Se vuoi tenerla, — disse, e fece per strapparla, guardandosi intorno, — te la do, ma nascondila bene: quando sarai liberata non dovrai farti cogliere con nulla indosso.

— Oh, no, Maestà!— disse Argenide. — Non la strappi! Vorrei leggere tutto il volume. Infatti, non credo di essere mai liberata, perché mia Madre è troppo severa e maldisposta nei miei confronti, e in più perché quest’incarico non avrà mai fine, per quanto me ne dicono.

La Regina delle Pantegane rimase con la zampa a mezz’aria.

— È veramente assurdo, — disse, poi, con espressione di grande riprovazione. — Voi non vi siete macchiata di qualche colpa, straccioncella mia, voi non avete nozione del peccato; che è diverso, e assai più grave.

Sospirò con aria saputa. Argenide capì che potesse apparire veramente insopportabile, poiché era vanissima. Poi disse:

— Qui non sono conservate le sane scritture di quei gran Maestri, di soda e sterminata dottrina, che hanno ornato le lettere dei loro Paesi con fantasie misurate e istruttive, e con memorie storiche rese piacevoli per il vantaggio dei popoli ignoranti: questi sono romanzi, provenienti dalle epoche più vane e oscure, in cui gli uomini si dilettavano delle stravaganze più scipite, e dei sentimentalismi più dozzinali; epoche in cui non erano desiderati, certo, i parti mostruosi delle fantasie più febbrili, ma nemmeno i ragionatìvi raccontari delle epoche più felici. Sono sterili vaneggiamenti, vagheggiamenti impalpabili della mente e piccole fantasie ingigantite nelle proporzioni ma non nel pensiero…

La Regina delle Pantegane andò avanti per un bel po’ a spiegare. Citò numerosissimi titoli, segno che non era affatto analfabeta come diceva la piccola Galatea, che probabilmente riferiva quello che lei stessa aveva udito; e disse date, nomi, accompagnando ogni nozione prodotta con qualche espressione raffinatamente disgustata. Si dispose ad ascoltarla meglio, seduta su una pila di volumi («Astrea reduce»); ma accanto a quella pila ce n’era un’altra, e vi appoggiò la testa. La Regina delle Pantegane non si accorse nemmeno del fatto che s’era messa comoda, tanto era infervorata nella sua orazione; e Argenide, al suono cullante delle molte parole che non capiva, si addormentò beatamente.

Si svegliò chissà quanto più tardi. Il Professore era davanti a lei, e le dava le spalle. Parlava con la Regina delle Pantegane. Avevano non si sapeva bene quale bega; la Regina delle Pantegane, tremante di sdegno, diceva:

— Caro Professore, vi ricordo che non sono al vostro servizio, e che non ho mai bussato a nessuna porta, io!

— Per forza! — disse il Professore. — Entra direttamente dal tubo dello scarico!

— Esattamente! — disse, aspra, la Regina delle Pantegane. — Ma soprattutto non detto legge in casa altrui, esattamente come nessuno detta legge a me, anche se mi trovo in casa altrui!

— Beata lei, Maestà, — disse amaramente il Professore, — io sono in casa mia, e mi sento dettar legge da chiunque… In ogni caso, — soggiunse, con un tono più deciso: — le chiedo per l’ultima volta di non distrarmi le bambine. Sono qui per uno scopo preciso.

— Anche noi! — protestò la Regina delle Pantegane.

— Ma è assurdo! — gridò il Professore, ormai completamente imbestialito. — Non si accorge che il suo modo di fare non ha nessun senso? Data l’abbondanza delle scorte di romanzi, le ho concesso di rimanere, e fare il comodo suo, ma adesso ho un’inventariatrice. O meglio, avrei un’inventariatrice, se lei non me l’avesse addormentata.

— A parte le responsabilità che così pateticamente mi attribuisce — notò acidamente la Regina delle Pantegane, — a me non sembra affatto che la sua inventariatrice stia dormendo: sta anzi ascoltando con grande attenzione.

Il Professore si voltò, vide che era vero, e l’aiutò a scendere dall’«Astrea Reduce».

— Ma cara, — le disse, bonariamente, — ma non ti accorgi dell’incarico che ti sei presa? È una cosa enorme, non potrai mai farcela. Quanto tempo vuoi metterci, prima di uscire di qua?

La piccola Argenide rispose:

— Non so. Ho visto tutti questi romanzi, e vorrei che fossero conservati. Ho saputo che in minima parte servono al vettovagliamento di Sua Maestà e dei suoi sudditi…

— È il nostro frais de bibliothèque, infatti.

— … E per il resto finiscono distrutti. Mi dispiace, perché in fondo nessuno li ha letti.

— Ma piccina, — disse spazientendosi la Regina delle Pantegane, — vi ho già detto che questa roba è un cumulo di schifezze, che nemmeno i miei sudditi leggerebbero!

— Sono scarti, — spiegò il Professore. — Ed è molto meglio che non ti faccia distrarre, piccola mia. Ricordo che li presi ad un antiquario: vantava di avere tutti romanzi stampati tra il 1590 e il 1790. Non ho ancora finito di riceverli. In più, si assomigliano tutti.

Argenide non era del tutto convinta, di questo; ma era sicura di rimanere al suo posto di inventariatrice dei romanzi. Dal momento che il suo incarico sembrava infinito, e che non aveva la minima intenzione di andar via tanto presto da casa del Professore, decise di prendersela comoda.

Un giorno, il Professore la colse mentre leggeva, a gambe incrociate, «La Masada insorta, distrutta e trionfante» di Giovanni Domenico Stroppia. Era arrivata proprio al punto in cui il Maestro rivolge una bellissima orazione al popolo della città, incitandolo a suicidare in massa per non vivere soggetto al Romano infedele, quando il Professore, vedendola, gridò:

— Ma signorinella! Dove credi di essere?

Argenide sollevò il capo e disse:

— Mi scusi, Professore, ma mi ero un attimo distratta.

— Ah, figliola mia, — disse il Professore, sconsolato, — ne va solo della tua libertà, ricordatelo. Ma tieni a mente che il tuo ostinato comportamento mi indurrà a rivolgermi ai tuoi genitori.

Spero proprio di no, pensò Argenide, ma non lo disse. La Mamma le era parsa tanto dura, e il Papà così indifferente, quando l’avevano buttata fuori casa, che dubitava, ormai, di volerci tornare tanto presto. In fondo, lì c’era tutto il disordine che voleva, e poteva leggere tutto il santo giorno senza nemmeno alzarsi un momento. La Regina delle Pantegane aveva cominciato a guardarla un po’ dubbiosamente. Ogni tanto, però, la piccola Argenide le leggeva ampi brani dei romanzi, e c’era anche il caso che Galatea interrompesse la raccolta dei cilindri per fonografo, Amalberga quella dei calzini e Rosaura quella dei sigari spuntati per rimanerla ad ascoltare. La piccola vetraia, poverina, era talmente disperata! Dato che non aveva fretta, Argenide le portava spesso dell’acqua ghiacciata, e la povera Esperetusa, che era anche molto grassa, era tutta gratitudine nel modo di guardarla, e tornava a soffiare il vetro con più energia di prima. Una volta, però, le uscì un paralume fatto a barchetta. Chiedeva scusa non si sa a chi, a sé stessa o alle altre, e si affrettò a ributtarla nel crogiolo. Ma le sembrava di aver fatto un errore imperdonabile. Argenide credette di vedere nello sguardo delle altre, per tutta la serata, dopo l’incidente, un muto rimprovero.

Un giorno ebbe il piacere di trovare un romanzo intitolato col suo nome, Argenide, proprio, di un certo signor Barclajo, e si diede a sfogliarne le pagine con grande diletto. Un giorno, mentre leggeva La Rosalinda, e in particolare il passo sulla morte di Flerida, si accorse di essersi fatta stranamente attenta alla musica che la piccola Polissena, la bambina addetta all’esecuzione di tutta la musica accademica, suonava sull’organo a muro; e si accorse che la musica le conciliava stranamente i pensieri, facendole da sfondo alle vicende immaginate, sicché sembrava che Edemondo e Rosalinda, Flerida e tutti gli altri agissero come su una scena, e si mostrassero con fattezze vere.

Da allora prese l’abitudine di ascoltare con mezz’orecchio quello che Polissena suonava, anche se ogni tanto non era propriamente intonato a quello che leggeva, e la cosa cominciò a farla pensare. Perché infatti si trovava, ogni tanto, a riconoscere in un brano qualcosa che si sarebbe perfettamente intonato a qualcosa di letto tre o quattro settimane prima; e si accorse, in più, che ricordava più vividamente le immagini che la lettura le aveva suscitato nell’animo, se la musica che Polissena stava suonando in quel momento era intonata alla situazione descritta nel romanzo.

Un giorno sentì una musica decisamente poco intonata: era una marcia trionfale, talmente fracassona e gonfia da farla trasalire ai primi accordi, e da distrarla dalla lettura e dal lento inventario (perché in effetti inventariava, anche se con una lentezza eccessiva).

Decise di accostarsi alla piccola Polissena, e di attaccare conversazione con lei; era sempre sola, e nessuno andava, di norma, a parlarle, se non altro per non disturbarla; dormiva su un mucchio di fogli da musica, ma mai più di due ore e mezzo, dalla mezzanotte alle due e mezzo del mattino, quando attaccava il Preludio del Mattino, composizione del M° Camillo Andegari per il IX Cavalpesanti di Mendrisio, una vera schifezza. A quel punto tutte le bambine si svegliavano; la piccola Polissena fungeva, in effetti, da sveglia per tutte le altre.

Non era particolarmente amata, anche perché in genere dormiva pochissimo.

Appena Argenide si avvicinò, Polissena, senza staccare le dita dalla tastiera, si voltò a metà col capo, e squadrandola da cima in fondo con gli occhj socchiusi disse:

— Mi sembri troppo giuliva, tu.

— Forse, — disse Argenide, alzando le spalle.

Le due bambine si presentarono.

— Sono qui da quasi un anno, — disse Polissena, —e non ho mai visto una bambina dall’aria più felice di te. Tu qui sei in punizione, ricordatelo.

— Capisco,— disse Argenide, — ma non mi trovo tanto male.

— Finirai per rimanerci sempre, allora. Cerca di avere l’aria un pochino più patita. Nemmeno a me, sai, — disse Polissena, che era una bambina un po’ malvagia, con uno sfavillio strano degli occhi — fa tutto così ribrezzo, quello che suono. Ci sono cose di cui mi ricorderò bene quando sarò fuori di qui, e che metterò nei programmi dei miei concerti.

Argenide le chiese:

— Ma tu perché sei qui?

— Mi annojava il solfeggio, — disse Polissena, alzando le spalle e storcendo un pochino la faccia. — Mi hanno detto che sarei dovuta rimanere qui e dedicarmi all’incarico più nojoso. Ho scelto di eseguire solo musica brutta e nojosa; è quello che faccio, ma devo dire che non tutta mi sembra così.

Argenide disse:

— Molti dei romanzi che ho deciso di inventariare, invece, sono molto belli, — ma mentiva, perché le piacevano tutti.

— Capisco, — disse Polissena. — E devo dire che se non avessi in animo, ormai, di diventare una famosissima concertista, e di essere osannata dalle folle, mi piacerebbe rimanere sempre qui, perché i miei genitori non mi sembrano troppo affettuosi.

— Nemmeno i miei! — disse Argenide. — È una cosa strana, ma li avrei preferiti diversi da come sono.

— Non tutto il male vien per nuocere, — sentenziò Polissena, — e anche se dovessi rimanere sempre qui dentro, so che più in là ci sono anche stanze dove si respira l’aria fresca, e si può uscire all’aperto, e non si mangiano sempre questi dolciumi indigesti. Vorrei che il Professore, a quindici anni, avesse desiderato solo insalate verdi e minestroni.

Polissena le parve simpatica.

— Senti, — le disse. — Ma che cosa c’impedisce di uscire, se vogliamo, o di passare ad un’altra stanza?

— Quelle due là, — disse inspiegabilmente Polissena, con una smorfia impaurita, accennando a dietro la tenda che celava il vestibolo.

Argenide non capì:

— Ma quando sono venuta io non c’era nessuno, oltre a me e al Professore.

— La prima volta che si viene qui, quelle due stanno nascoste dietro la pianta dalle foglie larghe, perché sperano che, una volta dentro, qualcuno tenti di uscire, e così lo possono uccidere.

Argenide rabbrividì:

— Ma come?

Polissena annuì.

— Vieni con me, — disse, smontando dallo sgabellino. — Te le faccio vedere.

Andarono verso la tenda.

— Ma chi sono? — chiese Argenide, impaurita. — Che fanno?

— Ssss! — la zittì Polissena. — Non farti sentire…

Afferrò un cordone che pendeva da una parte, e lo tirò di scatto. Il vestibolo apparve, illuminato da una luce intensa; in mezzo, c’erano due creature delle più strane che Argenide avesse visto: erano due bambine, ma di un pallore innaturale, cogli occhi cerchiati per una perenne veglia, e pieni di follia. Bello è che una delle due montava sulle spalle dell’altra, sicché in due facevano una persona più alta del Professore. Scoprivano i denti bianchi in un sorriso senza felicità, ed entrambe avevano un coltellaccio nella destra.

— Oh dio, — sussurrò Argenide, — ma chi sono?

Le due bambine dissero in coro:

Noi siamo morte, — e non ci siamo accorte:

Noi aspettiamo, — e intanto qui restiamo.

Alla tua sorte — vieni, se sei forte.

Quella che portava l’altra sulle spalle disse ad Argenide, facendole cenno:

Guarda s’è bello — questo mio coltello!

E l’altra:

Io ti sorrido, — vieni che t’uccido!

Per un motivo o per l’altro, né Argenide né Polissena ritennero di rispondere all’invito; Polissena lasciò cadere la tenda.

I giorni passavano sempre uguali, sennonché adesso Argenide concertava con Polissena delle lunghe letture pubbliche dei romanzi, intervallati o accompagnati dai brani musicali più belli. Tutte le bambine si mettevano intorno all’organo a muro, verso sera, ed ascoltavano.

Il Professore passava in su e in giù, disperato:

— È la fine, — gridava, agitando furibondo il pugno contro Argenide, — tu non sai quanto sono cattivo! Io avvertirò i tuoi genitori! Ti farò tornare a casa tua!

Argenide lo pregava sempre:

— La prego, Professore, non lo faccia…

Il Professore si rabboniva sempre, ma un bel giorno prese Argenide in disparte e le disse:

— Bambina mia, — e aveva i lucciconi, — io vorrei tenervi sempre tutte qui: io so che non siete infelici come volete farmi credere, ma io ho una reputazione da difendere, e in più la Regina delle Pantegane s’è lamentata che ti tieni i bocconi migliori, e che per non farle mangiare certi libri su cui aveva già fatto un pensiero li nascondi in una cassa di metallo che hai sottratto a Corilla, addetta alla raccolta dei contenitori. È vero, questo?

Argenide fu costretta ad ammettere di sì.

— Cerca di capirmi, — le disse il Professore, — io non ho certo invitato né la Regina delle Pantegane né il Re dei Topi, che si occupano di disfarmi di un po’ di carta; ma hanno anche loro la loro utilità, e poi vedi bene che non sono padrone di casa mia, e che mi conviene tenere buoni rapporti con tutti. Il tuo inventario è un disastro, e non ti basteranno mille vite per leggere tutti i romanzi: vedi che quando sei arrivata c’erano solo due scaffalature, e adesso ce ne sono dieci… E poi mi distrai le altre, e le coinvolgi in spettacolini improvvisati: come faccio, coi vostri genitori? Io mi sto rovinando, e la roba, che è pagata e mi spetta, mi sta sopraffacendo. Io ho bisogno che voi bambine disfacciate il maggior numero di cose, non posso permettervi di allestire un teatro in casa mia. E devi pensare anche che ci sono le altre stanze, che tutto funziona a catena: tu inventari meno romanzi, e anche la tua famigerata amica Partenissa, addetta all’inventario delle opere sceniche, finisce col seguire il tuo esempio. Radegonda e Marfisa, addette allo smaltimento dei cibi avanzati e avariati, si distraggono, e buttano tutto in pasto ai maiali di Campaspe e ai conigli di Gernanda, che si moltiplicano, facendo moltiplicare così anche gli uomini e gli altri animali. Io come faccio? Se non riesco a fare ordine, finisco rovinato! E perderò la fiducia dei vostri genitori, che vi mandano così volentieri qui da me! Non c’è alternativa: devo farti ritornare a casa tua!

Argenide scoppiò in lacrime:

— No, Professore, non fatelo, vi prego!

Anche il Professore era commosso, ma scuoteva il capo, e si allontanò gemendo:

— È tutto troppo grande, è tutto troppo grande per me…

Quando, qualche giorno più tardi, il Professore le annunciò con qualche gravità che i suoi genitori erano venuti a prenderla, Argenide disse:

— Non ci vado.

Il Professore rimase di stucco:

— No?!

— No, — ribadì Argenide. — Che vengano a prendermi.

Il Professore alla fine riuscì a convincerla ad andare fino alla porta, nel vestibolo, a sentire quello che le dicevano i suoi genitori.

Mise le due bambine morte, che si lasciavano fare, dentro una cassa, e le fece cenno di avvicinarsi; dopodiché sparì dietro una porticina.

Argenide, riluttante, seguita da tutte le altre bambine, si avvicinò alla porta, e disse:

— Siete lì? Io vi ascolto.

Un po’ esitante si sentì la voce della Mamma:

— Tesoro, il Professore è lì con te?

— No, — rispose Argenide.

— Per fortuna, — disse Papà. — Ascolta: abbiamo riposto sconsideratamente la nostra fiducia in quell’uomo malvagio. Lui rovina le bambine, e fa loro cose che non posso riferirti.

— Non ti credo, — stabilì recisamente Argenide. — Perché dovrei tornare da voi?

— Ascolta, tesoro, — disse la Mamma, — lui talvolta mette il veleno nel cibo, e poi fa operazioni arcane, tramite le quali riesce a far vivere dopo la morte, ma si diventa cattivi, e si uccide tutto quello che si vede. È così che ha fatto morire le due bambine morte.

— Non è vero, — rispose con sicurezza Argenide. — Le due bambine sono morte di sincope duecento anni fa, e sono state richiamate in vita da una strega che conosco io, del piano di sotto. E in più non sono malvage. La loro è tutta una finta. E anche i coltelli hanno la lama di gomma.

Tutte le altre bambine ebbero un moto di stupore. Solimana, addetta alla potatura dell’erba cipollina, e Clorinda, addetta alla pastura delle mosche della frutta, si affrettarono a liberare le due povere disgraziate.

— In tutta franchezza, — disse Argenide, — non ho una grande voglia di tornare da voi. Perché dovrei farlo?

— Ascolta, — disse il Papà, — Polissena in realtà ha quarant’anni, ed è lì per tenerti d’occhio. È lei che ha detto a noi di venire a prenderti.

— In realtà lei è il Professore, — spiegò la Mamma, — si trasforma in bambina scarmigliata tutte le volte che vi controlla: infatti, se ci hai fatto caso, non hai mai visto insieme Polissena e il Professore.

— Tu menti! — gridò Argenide. — Non c’è una volta che abbia visto il Professore senza che Polissena fosse al suo posto a suonare quella musica insopportabile (ma talvolta sublime). Insomma, non vedo nessun motivo per cui dovrei tornare a casa; se voi lo vedete, ditemelo!

— Ascolta, — disse il Papà, — in realtà quella sera non eravamo noi, ma due fantocci animati dal Professore: o credi che saremmo stati così cattivi da mandarti qui dentro a soffrire?

— Dovevate per forza essere voi, — stabilì con decisione Argenide, — perché credevate di mandarmi in un postaccio; e dovete essere per forza voi anche adesso, perché avete sentito dal Professore che non soffro affatto e volete riavermi ai vostri ordini. Perché dovrei tornare con voi?

A quel punto la Mamma perse la pazienza:

— Perché è assurdo che tu rimanga in quella topaja infame a non fare un’ostia peggio di prima! Ecco perché! Adesso esci, esci da questo buco fetente!

E si mise a battere come una forsennata contro la porta. Argenide e le bambine indietreggiarono.

— Esci da lì! — gridava il Papà, battendo come un pazzo contro la porta. — Esci di qui, maledetta!

— Esci da lì, piccola lurida scrofetta! Esci, brutta schifosa!

Sembrava proprio che volessero abbattere la porta, che infatti sussultava nei cardini.

Le bambine si presero paura, e andarono a ripararsi dietro la tenda. I genitori di Argenide si sentirono battere per un bel po’ ancora, ma sempre meno. Poi non si sentì più nulla.

[16 VIII 2001].

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