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LVII. Varie cose vecchie.

22 Set

LVII. Già che ci sono, raschio il fondo del barile, e metto qui tutti di séguito (se faccio in tempo) i racconti che riesco a racimolare da Holden (i miei, ci mancherebbe).

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IL BAMBINO DI LEGNO

Non vidi più Clara per molto tempo. Un giorno, ripensandoci per via di un libro che dovevo restituirle e che mi era ricapitato tra le mani, la chiamai se non altro per sentire come stesse. Mi rispose una donna, dalla voce non familiare, tant’è vero che sulle prime pensai di aver sbagliato numero.
Non era così. Era proprio Clara.

— Clara, — le chiesi, preoccupata, — ma ti senti bene?
— Eh, — rispose, — non tanto. Te ne parlerò. Ti andrebbe di uscire?

Veniva comodo a tutte e due uscire quella sera stessa. Ci trovammo ad una piccola trattoria fuori mano, quella dove eravamo abituate ad andare quando ci davamo appuntamento fuori casa: era in una zona vecchia della città, che ci piaceva perché era piena di vecchie case pittoresche, e si diceva che un tempo vi avessero abitato le streghe.

Arrivò con un certo ritardo. Io avevo preso posto, e aspettai. Quando Clara arrivò, coi mezzi (al ritorno l’avrei accompagnata io), rimasi stupita dal suo aspetto emaciato e stanco.

— Sono stata ricoverata per qualche tempo, — mi spiegò.
— Avrei creduto che tu mi avvertissi, — dissi io, un po’ delusa.
— Lo so, — disse lei. — Ma non l’ho detto a nessuno. Solo Ermanno lo sapeva, e basta.
Ermanno era il marito.
—Ma che cosa hai avuto? — chiesi, sospettando, dal suo aspetto, dalla sua voce strascicata, che fosse qualcosa di grave, e che le non fosse ancora passato.
— Niente di grave, — disse innanzitutto. — Solo un’operazione alle ovaie. Il fatto è che sono molto giù di corda.
— Vedo.

Si parlò del più e del meno. Ad un certo punto (eravamo al secondo), la conversazione si era fatta più gaia, cominciavo a riconoscere la mia Clara di sempre, quando nella trattoria fece il suo ingresso una strana donna. Era una vecchia, dai lunghi capelli bianchi ben pettinati, vestita con un curioso abitino da scolara per bene. Stringeva al petto, con le dita ossute, una bambola. Faceva uno strano effetto, a vederla, tant’è vero che io e Clara, senz’avvedercene, rimanemmo a fissarla anche più del dovuto; ci riscuotemmo, e riprendemmo la conversazione interrotta. Clara non era più tornata sul discorso della sua malattia, e io non vi avevo più accennato; quindi il discorso aveva potuto senz’altro prendere una piega più acconcia ad una serata tranquilla. Se avesse voluto parlarmene (io effettivamente avevo una cert’ansia di sapere), avrebbe dovuto prender lei l’iniziativa: sicché non mi permisi di entrare in argomento. L’interruzione della vecchia vestita alla marinara non si protrasse, dunque, più di tanto: presto riprendemmo a parlare del più e del meno, anche se ogni tanto lanciavamo uno sguardo verso l’alta figura, che aveva qualcosa di tragico e di ridicolo insieme. Si guardava intorno, cercando qualcosa o qualcuno. Parve evidentissimo che era pazza.

Mentre si parlava, dunque, la vecchia a un certo punto decise di avvicinarsi proprio al nostro tavolo.
— Buonasera, — disse con una voce che sembrava un gemito, sgranando gli occhî pieni d’angoscia.
— Buonasera, signora, — rispondemmo.
Al nostro tavolo era accostata una terza sedia, che ovviamente non era occupata da nessuno. La donna disse:
— Con permesso, — e scostò la sedia, guardandoci timidamente. Le sorridemmo, approvando. Rassicurata, la curiosa donna procedette: scostò la sedia con i gesti nervosi e laboriosi dei matti; ma non sedette. A sedere sulla sedia mise invece la sua bella bambola, sistemandola per benino, guardandoci per chiederci se andava bene così. Era una bambola di legno dipinto, raffigurava un bambino dalle guanciotte paffute, bianco e rosso come un putto.
Clara era visibilmente commossa. Le chiese:
— Come si chiama?
— Arminio, — rispose la donna.
Clara, non so perché, impallidì.
— È il mio bambino? — chiese la donna, guardando Clara soltanto. Non era un’affermazione. Era solo una domanda.

Clara, a quel punto, ebbe una strana reazione.
— No, — disse freddamente. — Non è il tuo bambino, cara. È solo una bambola di legno.
La vecchia abbassò la testa, come un cane abituato alle bastonate.
— Se è così, — disse, — questa bambola è tua.
E si allontanò, sempre a testa bassa.
— Te l’ha regalata, — dissi. — È brutto, quello che le hai detto.
— Sì, — disse Clara, irritata, col volto in fiamme. — Avrei dovuto tacere. Bisogna trovare modo per disfarsi di questa bambola.
Non la capivo:
— Perché? E perché non hai voluto dirle che è suo figlio?
— Butta via quella bambola, Anna, ti prego.
Piangeva. Le chiesi:
— Vuoi che andiamo via?
— Sì, — disse.
Ci alzammo, raccogliendo i soprabiti. Presi anche la bambola.
— Prendila con te, — dissi, — quella poveretta te l’ha regalata. Non c’è motivo che tu la getti.
— Fa come vuoi.
Pagai e uscimmo; ci avviammo alla mia macchina.
— Tienila tu, — mi disse.

Scossi la testa.
— Almeno falle questo piacere, — dissi, — tienila tu.
Aperse la portiera della macchina, e gettò il bambolotto dentro in malo modo, e richiuse. A quel punto chiesi:
— Non ti capisco. Clara, mi vuoi spiegare che cosa è successo?
— Niente. O meglio, qualcosa sì, è successo. Sono stata tanto tempo in ospedale. Aspettavo un bambino, e la gravidanza non è andata bene, tutto qui.
Tacqui, e poi chiesi:
— Perché non volevi parlarmene?
Clara disse con rabbia:
— Poi arriva questa vecchia col suo bambolotto, a parlarmi di figli! Mi sembra di essere me, quando lo sognavo. Comunque non potrò più averne. La madre di Ermanno voleva che si chiamasse Ermanno come lui e il nonno. Ermanno le è venuta incontro con lo stesso nome, ma un po’ diverso, perché tre Ermanni in famiglia sono troppi. È pure un nome così raro: sembrava che la vecchia sapesse. Mi fa troppa rabbia! Mi dispiace…
E si rimise a piangere. Le diedi una carezza.

Riapersi la portiera e misi il bambolotto a sedere per bene, non so perché.
— Perché ti dài pena? — saltò su nuovamente a dire. — Non è mica un bambino vero!
— Allora è tuo, — disse una voce.
Era la vecchia, che si era avvicinata a noi.
Clara la guardò storto:
— Vecchia, vuoi dei soldi? Se vuoi, ti do dei soldi. Basta che te ne vai. Ho voglia di prenderti a schiaffi!
— Clara! — gridai.
Clara si mise a frugare nella borsetta.
— Quanto vuoi, vecchia? — chiese, a voce troppo alta.
— Non voglio niente, — rispose la vecchia, e si allontanò.

Clara disse:
— Riaccompagnami a casa, per favore. Uscire è stata una cattiva idea. Non sono ancora in grado di sopportare tante cose.
Credevo che si sarebbe seduta accanto a me. Invece si sedette sul sedile posteriore, dove, a un certo punto, prese in braccio la bambola di legno, e prese a ninnarla, mormorando chissà che tenerezze. Ero un po’ allarmata.
— Mi ci sto affezionando, — disse. — Quella vecchia me l’ha mandata il destino. Questo è il mio bambino. Se gli vorrò abbastanza bene prima o dopo diventerà un bambino vero.
— Non ne sono molto sicura, — dissi, diplomaticamente, — ma se ti piace crederlo, fai pure.
— Non mi compatire! — mi gridò.
— Non ti compatisco, no, — dissi, paziente.

Ad un certo punto, mi accorsi di essere a corto di benzina, e mi fermai ad una stazione di rifornimento per fare il pieno. Mentre l’addetto faceva il pieno, ci allontanammo per una sigaretta. Clara lasciò il suo bambino in macchina.
— Credevo che te lo saresti portato dietro, — notai.
— No, no, — disse, — può aspettare. Ancora non gli voglio abbastanza bene, non è ancora un bambino vero. Quando succederà, me ne prenderò cura. Ma adesso non occorre. È solo una bambola di legno.
— Ne sei certa? — chiese una voce a noi ormai familiare dietro le nostre spalle.
Ci voltammo di scatto, allarmate.
— Vecchia! — gridò Clara, sbarrando gli occhî. — Ma come hai fatto a venire quaggiù? A cavallo di una scopa?
— Sì, — rispose la vecchia, mostrando infatti la vecchia scopa di saggina che teneva nella destra.

E si diresse risolutamente verso la macchina. Seguimmo i suoi movimenti, sbigottite.

La vecchia, con un gesto secco, spalancò la portiera, e si infilò nell’abitacolo, evidentemente per recuperare la creatura.
— Lascialo stare! — urlò Clara, come un’Erinni, slanciandosi sulla vecchia. La rincorsi:
— Clara! Aspetta! — gridai.
Clara si mise a strattonare la povera vecchia.
— È mio, è mio, è mio! — gridava.
— È una bambola di legno? — chiese la vecchia, col tono di chi esige una risposta chiara, venendo fuori.
— Sì, certo, — disse Clara, — per questo è mia. È mia, mia.
Ma a quel punto successe una cosa imprevista, inimmaginabile. Dall’abitacolo si sentì uscire un suono tenue, ripetuto. Era proprio un vagito.

Sbalordii. Mi sporsi a guardare nella macchina. Oh! era un proprio un bambino, un bambino vero, paffutello, che stringeva i pugnetti e piagnucolava. Il bambolotto di legno non c’era più.
— Ma questo bambino è vivo! — gridai, guardando la vecchia e Clara.
La vecchia annuì. Mi scostò, con gesto autorevole, e si impossessò della creatura. Presala in braccio, la mostrò bene a Clara, e le chiese:
— È un bambolotto di legno?
— No, — rispose Clara, stupita.
— Allora è mio, — stabilì la vecchia recisamente.
— No! — gridò Clara, cercando di riprendersi il bambino.

Ma la vecchia fu più veloce di lei. Sghignazzando, salì sulla sua scopa e volò via, sparendo rapidamente all’orizzonte. Clara svenne.
La caricai in macchina, aiutata dal benzinaio.
— Ma allora le streghe ci sono davvero, da queste parti! — dissi.
— Certo, — rispose il benzinaio. — Non lo sapevate?
— Chi poteva immaginare che fosse vero, scusi?
— E invece è proprio così. Certe fanno degli scherzi orribili. Povera signora!
Mettemmo Clara davanti, accanto al posto di guida. Clara rinvenne presto.
Appoggiò la testa alla mia spalla. Piangeva piano:
— Se gli avessi voluto bene abbastanza… — ripeteva.

[10 Ottobre 2001]

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IL TESTAMENTO DI DONNA EDOARDA

Frammenti drammatici1

La scena:


La scena rappresenta una cripta sotterranea del Cimitero di Eliopoli. Si tratta di un angusto ambiente circolare, colla volta a crociera da cui pende un fumoso lume ad olio che illumina la scena lugubremente. Tre ampî varchi si aprono uno in centro, uno a sinistra, uno a destra. Le pareti sono tappezzate di teschî, disposti in pile di altezza diseguale, le più alte delle quali raggiungono il punto in cui il soffitto comincia a curvarsi nella volta; si intravede, per quanto possibile, che anche le mura dei tre corridoi che si dipartono dalla sala circolare sono interamente coperte di teschî. Visibile per il pubblico, essendo posta sulla parete di fronte, è una grossa targa di marmo bianco, su cui è scritto, in caratteri neri &c.;…&c. . Nel mezzo della sala è posto un catafalco, piuttosto basso, drappeggiato di crespo nero, ai quattro angoli del quale sono posti quattro grossi ceri fissati in portacandele d’oro; i portacandele sono figurati come rettili favolosi che avvinghiano i ceri con la coda. Sul catafalco è posto il cadavere di donna Edoarda, vale a dire un manichino che le somiglierà. Gli occhî quietamente chiusi, un leggero sorriso le incresperà la bocca senza più labbra; di somma decrepitudine, poggerà il capo, (completamente calvo e rinsecchito sotto una berretta di velluto nero trapuntata d’oro e d’argento) su un guanciale di velluto nero parimente trapuntato d’oro e d’argento; la coltre sarà ricamata a quattro splendori d’argento. Tra le braccia incrociate, trattenute da un laccio misto di fili d’oro, tratterrà il parrucchino, di crine corto, ricciuto e bianco; e L’uomo al punto del Bartoli in sessantaquattresimo, con le biette infilate tra le pagine; donna Edoarda è morta mentre rifletteva su quel trattato. Indosserà un’ampia veste da cerimonia, ma senza crinolina, di colore nero a parte la croatina a cascata di pizzo bianco; la falda prolissa si drappeggia fino in terra, bene stesa; i piedi, infilati in calzette di seta bianca, calzati di babbucce di velluto nero, sporgono. Non devono esserci fiori, né a mazzi né in corone.

Primo monologo (detto Alfabeto della Morte):

ROSALBINA:ROSALBINA. Gran dio, cos’è la morte? Forse perché cavalchiamo a bardosso, quasi che noi servissimo di bardature noi della cavalcatura, e non la cavalcatura bardata fosse nostra servente, verso una meta oscura, selvaggiamente, per quanti artefici facciano gemere i telai e surriscaldare i crogioli, mai come quando la morte s’impossessa della nostra fragilità ogni nostra veste ci sembra un velo insulso, sotto cui la nostra nudità si vede fin troppo bene; e tutta la vita è attesa che la cavalcatura abbia corso a bastalena, scandendo sul suolo arido del mondo maledetto tanti colpi degli zoccoli spietati quanti ha stabilito il superno Abbachiere, non uno di più, non uno di meno; dopodiché, abbarra; e l’abbassagione verso la bassa regione, e oscura, è necessaria, inderogabile, irreversibile. Ma la tua corsa, amata Edoarda, dopo tanta sofferenza, è giunta al termine; il perfido corsiero t’ha scrollata, ormai debole cavaliera, dal dosso, e tu sei caduta nel precipizio della morte, nel burrone dell’eterno riposo; la tua morte ci uccide prima del tempo, ma poiché sospiriamo quel tempo fatidico, ci abbella doppiamente: e perché sappiamo che tu non sei più, e quindi sei liberata da ogni alterazione, da ogni pena, da ogni illusoria gioia, da ogni rovescio di fortuna; e perché la tua fine prefigura la nostra. Quando nell’huomo un buon voler s’abbica, fu detto, ed ecco in te il massimo esempio del buon volere; che per tutta la vita altro non volesti che questa inevitabile fine; questa fine che è accadimento più di tutti inevitabile, posta da canto la sofferenza; in ciò mostrandoti veramente stoica, se volere ciò che accade è virtù stoica; e stoica piena di virtù, poiché volesti che accadesse quanto non può evitarsi da nessuno che viva. Abbicando la virtù nella rôcca assediata ma forte del tuo cuore, abbicando lo sposo, finché visse, fortune immense, a quest’ora, col tramite d’orde di notai, starai rendendo felice l’ampio parentado; ma un più ampio erario si apre a noi, le tue amiche, quello più prezioso del tuo inestimabile esempio; s’abbocconino in particelle, sotto il cumulo piegati, dei tuoi guadagni; s’abbocchino presso il tuo tumulo con lagni di porcelli piagati; s’abbacchino per le parcelle a suon di tomola pagate a quelle sagne. Facciano festa dei tuoi fasti; si riempiano delle tue pompe; si sforzino di sottrarti interi gli sfarzi; non lascino di partecipare dei tuoi lussi; vadano in sperpero le porpore; ornino mostri i tuoi ostri; vomitino gli ori e i tesori i tuoi erarî; non cessino di gettare le tue casse; ognuno accampi diritti sui tuoi campi; ognuno palizzi intorno ai tuoi palazzi; siano volute più che si può le tue ville; a cento, a mille si sfidino per i tuoi feudi; facciano a mezzo delle mezzadrie; si spartiscano con l’infamia le enfiteusi; sia una rivoluzione la devoluzione; tu, indifferente ormai a tutto, non sai quanto lasci in lascito; non curi quanto infesto sia il testamento a chi se ne cura; poiché tu giungi in porto, oh cara; il tuo volto è una maschera di cera; per loro non hai ali di Corcira; tu sei laddove più non ci s’accora; e ormai più nulla al mondo prendi in cura. Quartieri aprano, e armadi, ebbri di fasti; non sanno che quei doni sono infesti; che i Belialli v’annidano, e i Mefisti; gran chiasso intorno a te, ora che fosti; ma per te il “salve” avrà fievoli affusti. S’abborraccino pure del tuo, ora che ti s’abborraccia la morte; di morta cosa, abborrando, si nutrono, mentre tu nutri la terra, e sei nel giusto; il giusto dio abburatta la farina dell’umanità in queste evenienze, per sapere di che pasta vorrà essere; ma tu stai nelle braccia di Colei che non abburatta e non scerne, e prende tutti, e tutti insieme confonde. Potresti dire, ora, se solo potessi vederli: Ora ab esperto vostre frodi intendo, guardando che lacciuoli si tendano mentre prendono al laccio le ricchezze, che gherminelle s’apprestino mentre prestamente ghermiscono le dovizie, che vischî si spalmino mentre stendono le palme sull’opulenza. Non eri ancora del tutto a biotto su questo catafalco, che diffalcando dal cuore ogni parente ghiotto il senso dell’umanità già correva ad impossessarsi del tuo. Morte! Abrostine che ci tingi il vino dell’ultima tazza, schiarendoci il volto del tuo pallore; abrotino la cui foglia ci distende le membra per l’ultima volta; che vieni temuta, ma quando te ne vai è sempre a buon concio, perché il venditore, che poi è la merce stessa, ad affare terminato non si lamenta mai; che hai gli archivi nella terra, e per quanto poni tutti i tuoi beni a cafisso, pure non ti sbagli mai; che si chiama fieramente “crudele” se colpisce un affetto, ma se colpisce la macchina degli affetti merita un vezzoso “acanino”; faccendiera senza pari, che tutto quanto c’è prima o dopo accaffi………………..
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Lettura del Testamento:

«Io, Donna Edoarda Moriani-Andegari, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche, dispongo quanto segue:
La sorte è un aquilone, un austro capriccioso, una ruota che gira e talvolta o s’arresta o muta giro, una fata bizzarra e leggera, dagli occhî bendati e dalle ali bistorte, che vola senza timone di coda pennuta, e che volge il suo corso senza senno nella direzione che i venti le impongono, a scherno e dispetto di quanto possano disporre gli esseri umani con le loro azioni; che valgono tutte per essere umiliate ai piedi di quell’altissimo Trono, e non per parare la crudeltà di quella revolubilissima dea, né quella, talvolta anche peggiore, dei nostri simili, che tutto dispongono a danno altrui, per maggior danno della propria anima, e, se succedenti, a sganno orrendo dei proprî sensi, quando l’ombra funesta del rimorso desta loro squallide le notti tra i lini forbiti, la pena causata guasta loro gli stomaci nausaeati dalle vivande succhiose nella stoviglia più ricca, e oscura i loro occhî di fronte agli spettacoli più sontuosi delle scene più ornate e scintillanti, dei lini belgi, delle lumiere apparatose, dei ricevimenti voluttuosi, ed avvelena loro l’aria dei più curati giardini, delle deliziose più deliziose, delle grottesche più grottesche, dei boschetti più vezzosi.
Non faccio quindi conto delle ricchezze accumulate da me nel corso della mia restante vita, né di quelle di cui il mio sposo vorrà dotare le mie vergini figlie, né porgere a base dell’avviamento dei miei figlî; non mette conto che io faccia conto delle proprietà acquisite, delle acquisizioni compiute, dei compimenti effettuati, degli effetti acquistati, degli acquisti operati, delle opere intraprese, delle intraprese fondate, delle fondazioni inaugurate, delle inaugurazioni accantierate, dei cantieri aperti, delle aperture concluse, delle conclusioni contrattate, dei contratti siglati, delle sigle apposte, delle apposizioni fornite, delle forniture procurate, delle procure garantite, delle garanzie date, delle dazioni elargite, delle elargizioni interessate, degli interessi maturati, delle maturità raggiunte, dei raggiungimenti conseguiti, dei conseguimenti posti in essere. Allo stato attuale, in quanto GranDuchessa di Bompazzo, sono felice possessora del feudo di Bompazzo, del cascinale di Bompazzo, dell’abbazia di Bompazzo, della contrada di Bompazzo, della strada mulattiera che da Casamarcia porta a Sanavìa traversando tutto il possedimento mio di Bompazzo, i quale contiene anche quarantadue anime secondo l’ultimo censimento, delle quali tre vive e trentanove alloggiate, insieme con altre centodue, nel camposanto, nei colombarî, nella cripta del cimitero di questo stesso mio feudo di Bompazzo. Cedo tutti questi possessi al figlio mio primogenito Fernando Andegari, che provvederà, ove ritenga opportuno, a farne eque parti da distribuire tra i suoi fratelli e le sue sorelle, già nati o venturi.
La mia biblioteca, volumi quarantaseimila trecento diciotto, spetta in blocco alla Biblioteca Comunale di Eliopoli, sede del palazzo granducale cittadino.
La mia spinetta a coda, su cui, con dita sempre più incerte, ormai tante e tante carole, canzonette, minuetti, inni, arie, ariette, gighe, sarabande, sonate, overture, fughe, fugati, variazioni, ensalade, parafrasi, jingles, la cedo alla figlia mia primogenita Amalasunta, che provvederà, ove sorgano rotture di minchioni, a farla in più parti da distribuire tra i suoi fratelli e le sue sorelle.
A mio marito, Conte di Bellacasa, non lascio niente, in quanto malato di cuore e destinato a morire prima di me.
Lascio la suppellettile antica, arazzi, quadri, escaparatti, sculture, mobili, soprammobili, stampe, invetriate, vasellame, cocci, vesti, urne, conii, manoscritti, armi, strumnti musicali, gioie e quant’altro, al Civico Museo d’Arte di questa città d’Eliopoli.
Lascio la suppellettile nostra d’uso a Fernando, di cui sopra, che provvederà a disfarsene secondo il proprio piacimento.

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Infine, lascio a quel Circolo delle Centenarie di cui sono membro, presidente e fondatrice, nato dal sodalizio di alcune dame sensibili scampate (per sfortuna) al suicidio grazie al disperato intervento di terzi, e intenzionate a continuare a vivere solo per maggor proprio dolore, la mia unica opera, il dramma per musica “Adolinda in fuga”, a cui ho dato inizio proprio in questi giorni. Alle mie care amiche del Circolo commetto di prendere su sé la cura di rappresentarlo condegnamente, profondendovi ogni studio, ogni sforzo, ogni spesa. In Eliopoli, addì I Novembre 1915.

Giunta del I Novembre 2002.
Con le ultime forze rimastemi, mentre sono sepolta in quest’angolo d’ospedale e sento la vita uscirmi a fiotti dal corpo, l’angoscia estrema pesarmi sul petto, ma una gioia ignota al mondo già sondarmi il cuore, prima di abbandonarmi in pieno alla gioia della mia prossima ricongiunzione con le madri, della mia ventura ascensione ad patres, del mio vicino incontro con quel dio tutto luce tutto amore tutto pietà che mi creò mi commise la vita mi costrinse a viverla lunga tre o quattro volte più del desiderato, confermo quanto da me scritto, in quella remotissima data, né tolgo un’ette, né v’aggiungo un pelo.
Io, Donna Edoarda Moriani-Andegari, nell’anno dell’età mia centesimodecimoterzo, nel giorno mio genetliaco, pongo la parola FINE al mio unico dramma per musica, “Adolinda in fuga”, in un prologo, cinque atti ed un epilogo. Il progetto del lungo testo risale al 1910. nel 1913 tentai il suicidio, ma fui salvata dal mio futuro sposo, Gedeone Andegari, Conte di Bellacasa, che dopo lunga sorveglianza conquistò la mia rassegnazione, e dopo lunghe persecuzioni guadagnò la mia fidanza. Destinata a morire per non soffrire più la crudeltà umana, perseguitata la notte e il giorno da visioni perverse e dolorose, mi ritrovai sposa d’un uomo la cui ricchezza, la cui influenza, il cui potere, la cui incrollabile pertinacia (credette sempre volessi suicidare per sottrarmi al matrimonio con lui, già progettato da mio padre, il GranDuca d. Felice Moriani) non mi sostennero affatto. Muoio tanto più felice quanto in ritardo sul tempo che avrei voluto segnasse la fatidica data. Legata di gratitudine a quest’uomo, gli fui sempre accanto, e gli diedi numerosi figlî, pur negandogli ogni affetto. In breve tempo trovai altre donne come me che, tenute come fiori di serra al riparo di ogni tempesta, anelavano alla libertà superiore della morte, ma si ritrovavano legate ad un voto. La prima tra esse, donna Adelfonsa Grazioli-Betti, dalla mia morte Presidente del Circolo in mia vece, mi fece vedere come diverse altre donne conduzessero la nostra tetra esistenza; e potei doklorosamente notare come alcune tra esse non avessero esistato a causarsi anche forti mali fisici per indebolire la propria tempra e sottrrarsi al voto con la morte per malattia. Alcune solevano condursi sull’orlo del baratro facendosi estrarre o estraendosi quantità ingenti di sangue, fino a rimanere bianche come cenci lisi; altre s’inoculavano lente malattie mortali; altre, facendo la commedia cne con la propria stessa coscienza, facevano finta di non accorgersi d’aver confuso sostanze medicinali o alimenti con potenti veleni, mentivano al proprio cuore sostenendo in febbrili dimostraxzioni para-accademiche negli anfiteatri fisiologici della propria immaginazione morbosa quanto la strincina e il cianuro e la belladonna, soprattutto in dosi massicce, fossero giovevoli alla salute, e ci davano dentro con la digitale scambiando volentieri un casuale irripetuto doloretti al braccio sinistro per angina pectoris. Altre di quelle che sarebbero diventate nostre sodali usavano dormire nude sul pavimento della ghiacciaia nelle notti invernali, facewndo finta d’essere state colte da un colpo di sonno; altre facevano uso costante se non quotidiano di solette di cartasuga inumidita, passando la vita in una falsa consunzione, che era poi una leggera, molto fastidiosissima e del tutto inconcludente bronchitella cronicizzata. Altre sposavano teorie ipugnanti, e passavano la vita in pensieri deprimenti, ripetendo ad anuseam gli esercizî spirituali dei gesuiti, per esempio, raggiungendo stati semiallucinatorii di incubo perpetuo, spossandosi e smidollandosi, e rendendosi ricettive a visioni alienanti e ad agressioni coloniche batteriche, ma non avvicinandosi che d’un passo o due a quella morte che distava, purtroppo, quanto dalla condizione umana la perfetta felicità. Sinceramente preoccupata che alla nostra infelice disposizione d’animo mancasse non solo ogni sostegno ogni conforto ogni ausilio, ma financo lo sterile ma non impunemente dispensabile apporto della dignità d’esseri umani e pensanti, radunai tutte le donne come me infelici, e proposi loro di risolvere una volta per tutte il nostro dilemma: col vivere. Un vivere, beninteso, infelicissimo, dolorosissimo, sacrificatissimo: ma un vivere che ci meritasse in pieno la pace con le nostre coscienze. Figlî, mariti, amici, amiche, amanti, poteri costituiti ci avevano impedito la morte? E vivessimo, dunque, adempiendo coraggiosamente all’obbligo che ci era stato imposto. Una volta accettati quei presupposti, non potevamo e non dovevamo più recedere. Dunque, se proprio non volevamo soffrire, vivessimo in buona salute. Volevamo soffrire? Per noi la vita era il massimo della sofferenza, e soffrissimo in pieno. Volevamo smettere di soffrire? Presto o tardi la morte sarebbe venuta, quindi saremmo state comunque liberate. Volevamo, dunque, fare le cose fino in fondo? E vivessimo, allora, e il più possibile. Ci radunammo in un circolo, che chiamammo delle Centenarie. Infatti, la totalità di noi sette aderenti ha raggiunto il secolo d’età, per punizione del nostro blasfemo desiderio di morire, e soprattutto perché da quel momento in poi smettemmo anche solo di nominare la morte, la bandimmo aqua igneque dai nostri conversari. Solo se costrette dalle circostanze ci riferivamo ad essa con perifrasi. Il Circolo fu dotato di una libreria contenente la serie completa de I Classici del Ridere, i romanzi di Wodehouse, di Patrick Dennis, e i libri umoristici di Synge e di molti irlandesi spiritosi, tra cui le commedie di Shaw non occupavano l’ultimo posto. Demmo luogo a poeti, purgati delle parti più seriose, come il Giusti il Belli il Porta; includemmo Plauto e Aristofane, Congreve e Goldsmith e Sheridan e gli autori della pochade, del vaudeville, dell’operetta. Gli altoparlanti lasciavano fluire tutto il tempo le musiche gioiose di Offenbach e di Rossini, e “La società dei magnaccioni” fu il nostro inno; varcando la soglia del Circolo delle Centenarie, ognuna era costretta, anche a costo di un’emiparesi mascellare, ad un sorriso stereotipato sardonico, e sui tavolini erano sparsi volumi vecchî e nuovi nel cui titolo figurasse la vita, o il vivere, da “Vivere!”, per l’appunto, dell’igienista Dott. Tarabouille, ai drammi latini di di Ros-vita di Gandersheim. Naturalmente, a casa propria ognuna poteva fare quello che voleva. Donna Adelfonsa, che o sappia, condusse lunghi e severi studî su tutto quanto riguardasse la morte e la decomposizione, e malattie infettive gangrenose e ogni sorta di putrefazione; a lei si deve un poema eroico dall’eoquente titolo “Lo sterquilinio”, sulla decadenza romana. Donna Rosalbina Sapori-Allulli, invece, ha lungamente raccolto ritratti da morto, giungendo ad accozzare una collezione rara per completezza ed impatto estetico; ha scritto “La galleria di Tanato”, gran collezione di componimenti poetici, ognuno di diverso metro, ognuno dedicato ad uno dei ritratti. Donna Carteromaca Contestabile s’è occupata di tecniche di conservazione dei cadaveri, in formaldeide, per mummificazione, per applicazione magnetica di placche metalliche, per impagliamento, per carbonificazione, etc., e attualmente tiene l’intera propria famiglia in salotto, mentre i numerosi cavalli, cani, pavoni, gatti e piccoli rettili serviti alla sua compagmnia nel corso dei decenni figurano ora come statue di bronzo dorato nel suo solitario giardino d’inverno. Donna Fortuniana Allegramanti-Altieri, invece ha collezionato un numero immenso di lapidi funerarie, urne cinerarie di ogni epoca, targhe commemorative, necrologi artistici, e notizie intorno a cimiteri monumentali, cenotafi, mausolei, conducendo una lunga e meritoria battaglia educativa contro miti disinformatori come quello dei resurgenti, delle lamie, dei vampiri, dei fantasmi, delle anime del purgatorio, e, insomma, qualunque cosa voglia, entrando dalle porte sempre spalancate dell’immaginazione, passare le censure più scrimitose della ragione, e convincerci di qualche forma di persistenza in vita da parte dei morti; cosa in sé falsissima, perché i ricordi stessi, nel tempo, sfumano, e noi tutti, liberati daklla provvida fine, ci dissolviamo nell’atomo di un istante, che il tempo inghiotte, essendo subito dopo inghiottito dall’eternità, che non si cura nemmeno di farsi gioco di noi, prigionieri incapaci di vivere in grazia di dio — quando non siamo noi stessi zimbello e giocattolo di quelle spietate maggioranze che perseguono le vite semplici e paghe di sé stesse. Naturalmente, nel volgere di non moltissimo tempo, ci stancammo del Circolo, del sorriso stereotipato, dei Classici del Ridere, e finimmo col radunarci informalmente nella Cripta del Palazzo del Sole, dimora nostra granducale; così, disertando regolarmente gli appuntamenti al Circolo delle Centenarie, finimmo di deprimerci. Ma rimanemmo sempre unite; e, rispettando il primo articolo del nostro Statuto, abbiamo tutte raggiunto e superato la soglia dei cento anni. Io, lungamente visitata dall’idea di una vicenda drammatica, vi ho atteso per molti anni. Come ho già detto, l’unica cosa che abbia mai scritto è questa mia lunga tragedia, “Adolinda in fuga”, che commetto alle care amiche del Circolo delle Centenarie con l’obbligo di rappresentarla estesamente con tutto il necessario apparato. Questa tragedia, che consta di svariate decine di migliaia di versi, è il frutto delle fatiche dei miei ultimi novantadue anni di vita, dal 1910 a oggi, con poche interruzioni soprattutto all’inizio (di mezzo c’è anche il mio tentato suicidio, il mio matrimonio, la nascita dei miei primi figlî); dopodiché, lentamente ma continuatamente, ho proceduto alla stesura del lungo testo, senza mai apporvi modifiche, né taglî, né aggiunte. Con tutto il mio cuore, auguro alle care amiche del Circolo ogni bene, e ricordo loro l’impegno a cui per queste mie disposizioni testamentarie sono adesso legate. Addio.
In fede, d.a Edoarda Moriani-Andegari.»

Un Monologo sulla somma decrepitudine.

CARTEROMACA.

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La povera Rosalbina non intese certo sostenere che la buona Edoarda debba esser sepolta così nei nostri cuori come nella sua fossa, con tanto improvvida quanto non coi nostri cuori simpatetica fretta: tant’è che quella fretta è parente tanto nel senso che nel suono di quel freddo che nei nostri cuori, sovraffaticati benché, non alligna, perché se di fiamma d’amorevole amicizia si tratta, quanta ne arde in queste vetuste carcasse semismezzate non ne troverai per la povera Edoarda in altri cuori, né in altri cuori per qualunque altra creatura tu voglia chiamare umana. E quanto gelo sarebbe nel nostro “celo”, cioè nascondo, cioè vieto agli sguardi miei stessi la vista di quelle troppo obbliganti lettere testamentali, estreme prima di tutto per l’estremità in cui questa notizia, che è nota ulteriore sulla veste insozzata del mondo di dio, ha posto noi, amanti amiche, in cui la violenza, dolce benché, dei sensi, è come un’idropisia del cuore, vecchio, stentato, ma apparatoso, e glorioso, e puro ordigno! Ma guardaci i volti, pergamene del tempo, su cui la morte impaziente già segna i glifi ultimativi, in cifre sempre più imperiose, e dopo che la vita ci s’iscrisse in fronte, ma solo per proclamare la nostra reità; ed è proprio quella colpa che la morte nostra amica vuole cancellare in noi da noi con noi volendo sconciare quell’unico segno tra tanti che l’accompagnano: e noi, golemmi fangosi, cadremo finalmente con liberatore tonfo sui marci impiantiti del mondo pericolante, per non assistere, prima del nostro o col nostro o coll’ultimo crollo, che col peccato l’umaità ritarda, e ritardando preannuncia sempre più gigante. Guardaci i colli, steli scardassati, torri vacillanti, canne catramose da cui solo con pene immani può uscire, grazie all’opera ostinata ma ingratissima degl’inceppati mantici dei polmoni esausti, un filo di voce, il cui gracchio non ha il bene di un per-converso nelle occhiute pompe di uno sfavillante pavone, che al faticoso arranco delle forze tramontanti denuncia i veramente cignei albori, ma, nel contempo, di cigneo non ha, per nulla, la dolcezza dell’estremo canto. Guardaci i petti, ghiere dello stento, rastrelliere dell’anfano enfisematoso, a cui restano oggi appese, lacere e invereconde, due calze della Befana prive di ogni dono vitale, perché quasi di vita esse stresse, come sanno dallo stentato, irregolare, sempre più faticoso abbassarsi e rialzarsi dei mantici, che soffiano nelle canne dell’ordano della gola un’aria sempre più scarsa e polverosa, consumando le ultime esaustità delle viscere ammorbate, alle cui scrimiture non più così coscienziose oggi il cibo appena sufficiente a non morire è già troppo, segno che il corpo è già privo della forza che occorre a procacciarsi forza: e quando, in fondo, non è così, nel mondo? Guarda le nostre braccia, che braccia non dovrei nemmeno chiamare, ma stecchi, rami noderosi pari a quelli che levano per domandare pietà ad un dio efferato o indifferente le arborescenze mezze intisichite dai geli, mezze incancrenite dai parrassiti, mezze marcite dall’umidità, o spogliate da un soffio ardente dell’onore delle frondi, le piante che sono assalite dalla morte, come principalmente dai grandi incendi nei boschi, e a cui le radici sono ramponi che inchiodano il terreno angusto del martirio, mentre il combustibile arde, il respirabile geme, il vegetabile è incandescente, e il volatile, lasciando di dar linfa alla materia inerte, e quindi vita, sfavilla, svapora, bollica ed esplode; strumenti inetti, adatti oramai a stendersi in fissità obbligate, o a contorcersi, nei giunti, nelle più deformi guise, e buone ormai solo ad appendervi con ganci di dolore le pene più puntute e più perverse. Guarda le nostre mani, prima primo onore dell’uomo, e autrici delle opere e sostentatrici dei giorni, oggi sformati fossili, stelle spente, granchi spiaccicati e rappresi a macchie tenaci sugli scogli del tempo devastatore, ragni mummificati tra le bave filamentose del tempo, più forte avvelenatore, segnacoli del rigore della morte, palmi buoni a misurare le glebe, dita buone a enumerare i giorni superstiti, unghie buone ad arroncigliarci, veri artiglî che sono, alla morte sovventrice, al nulla accogliente, all’oblio riparatore. Guarda i nostri fuianchi, prima regge di fecondità, palazzi della prolificazione, golfi di fertilità; oggi asciutte e rinsecchite grottesche, escaparatti dei dolori, deliziose dell’inferno, sentine della calcinazione, grotte delle tempeste borborigmatiche, avamposti e rôcche delle fitte dolorose, guardiane insulse di un impero crollante e già tutto occupato dalla nemica morte (nemica al corpo, perché l’anima la chiama da quant’ha). Guarda le nostre gambe, colonne dirupate, colossi ardimentosi rimasti a metà sepolti tra le sabbie dell’immobilità inferma, del rattrappimento necrotico, delle incertezze parletiche; obelischi tremuli, antenne dal sartiame lacero, buone a cadere sotto i colpi dei venti, ferocemente lieti di abbattere chi un tempo resse il sacco che li imprigionò, negando quelli che oggi sono miserandi, stecchiti bastoni e allora erano politi archi d’amore al suo bacio; i giri d’onore delle falde e gli ormai insostenibili palchi delle crinoline e dei pomposi guardinfanti oggi giacciono tra selve di ragnatele e voli di tarme nei cimiteri polverosi dei canterani, e quelle che furono vele invitte, oggi, ad ogni spalancar di finestre, si dànno in forme di polvere, di coriandoli, di applichette, di bisantini, di batuffoli arricciati di tessuto disfatto agli Austri correnti, che però, ora, si liberano facilmente di quei rimasugli d’apparato, scrollandoseli di dosso, e riempiendone gli angoli malinconici. Non sono più vele d’amore, segnavento di malìe, maglie da imprigionare le fantasie delicate o irruente dei giovani; come quando apparivo, nelle serate di gala, l’estate, nei ricevimenti all’aperto, e il mio pallore e il pugnale che portavo nel cuore e la cui fredda punta mi sembrava stillarmi nel sangue un continuo veleno forse mi facevano più bella, e gli Euri mi venivano incontro, sollevandomi il velo e gonfiando le gonne; e forse, agli occhî degli amanti, parevo grande come una dea, e un vivo ostento del cielo. Per mia fortuna, non guardavo mai in volto nessuno, e mi ponevo su una sedia bene in vista, e rispondevo alle parole garbate — ricordo che m’ero imposta di verificare che la mia risposta s’articolasse nel numero doppio delle parole impiegate dall’interlocutore, in modo da non suscitare curiosità e loquacità — senza abadare alle intenzioni che v’erano dietro, e a cui non avrei potuto comunque dare nessuna importanza, in alcun modo. Ma non importa. Che cosa dicevo? Ah, sì: guarda i nostri piedi, gonfie beute dell’idropisia, sacche gottose, frantumi di fondamenta, fratture di basi, sepolcri della fuga, morti del passeggio, agonie della mobilità, arche imputridite, sformate ed allargate dalla sovrabbondanza dei cattivi umori; frenetici degli arti, neurotici delle estremità, nell’estremità della loro pazzia chiamano ogni pianella camicia di forza, ogni scarpa camicia di Nesso. Insofferenti di pedalino leggero o di delicata calza, necessitano dei lacci tenaci delle garze, delle bende traforate, ben strette, non per trattenerne il corso, come alle donne della Cina, ma per consentirlo, impedendo alle orde barbare dell’atro umore, delle linfe malvage che premono, dei versamenti interni, di sfondare lo sbarramento delle interne muraglie, delle dighe pericolanti, delle smangiate commessure, degli archi pericolanti, dei contrafforti incerti. Ora, da queste enciclopedie dei crolli, da queste epitomi del disastro, da queste sintesi della distruzione, da questa geografie del precipizio, da questi lutti ambulanti, da questi sepolcri di donne, da queste mummie col fiato (poco), da queste ombre di viventi, da queste morti strascicate, da questi lumicini ammiccanti, da queste pupazze grippate, da questi scrostati ritratti collo sguardo volto in giù, che cosa pretendeva, la nostra Edoarda amata? Che prostrate, anfananti, squacquerate, sconocchiate, rimbambite, mezze qua e mezze là, semiaffogate tra le flussioni, contorte dai reumatismi, schiantate nel corpo, disfatte nell’intelletto, distrutte nello spirito, remigando incerte nei mari dell’umor nero in tempesta, naufragassimo sulle bianche scogliere gremite di questo inaudito omaggio a Melpomene, e ci mettessimo, larve di esploratrici, a visitarne ogni anfratto, agrimensore di un infinito che un altro infinito ci nega conoscere, cioè ci mettessimo a mandare a mente filze di martelliani, declamando con quella cautela che dovrebbe servire a conquistare l’attensione dei pubblici senza perdere la dentiera, e strabuzzando gli occhî annaspanti tra scogli di cispe, ammutoliti dai velari delle flussioni e dei rilasciamenti della retina, seguissimo gli sguindolamenti di un maestro, indovinando il ritmo a cui muovere queste carriole scricchiolanti, non potendo udire, nemmeno, quello che dovremmo danzare? E questi ballonzolii e stompi sarebbero le sole mosse prossime ai bei numeri del piede che saremmo in grado di compiere, se tutto andasse bene, perché è molto probabile che prima ancora di agitare le chiappe noi si schioppi, e che s’esali l’estremo fiato prima d’aver mosso le piote, e che prima che scoppi l’applauso a noi nel petto scoppi i cuore scrauso, e che prima che ci si gettino mazzi di fiori, noi ci si ammazzi, e, troppo ciospe, ci sfuggano i cespi, e prima di darla a bere ad un pubblico, noi s’abbia pubbliche l’esequie e ad accoglierci la bara. Ci pensate? Ognuna di noi può trovarvi, peggio della morte, che voglio quanto meno sperare tranquilla, una nuova infermità; quale, nel dare una voltata, spezzandosi il femore; quale, urlacchiando nei crescendi delle sticomitie, essendo colta da una sincope; quale, nel mezzo d’un monologo, collassando; quale infartando; quale, non vedendo un ostacolo, inciampi, finendo d’incatorcirsi; quale, non distinguendo la sortita vera da quella dipinta, sfondi lo sfondo, e finisca d’andare in macerie; quale, vedutasi inghiottire un’intera tirata dalla morta gora d’un vuoto di memoria dell’interlocutrice, se ne risenta con tanta violenza da farsi crepare un polmone; quale, per lungo evolvere sotterraneo d’un morbo occulto, tra tanti conclamati, esca di vita proprio mentre entrava in scena, e vada a far da spettatrice sui palchi delle stelle prima ancora di aver avuto la soddisfazione di essere stata attrice sui palchi del mondo; quale, per suggestione troppo forte d’un’immagine, d’un verso, d’una tirata, mentre recita si faccia prendere da un’emozione incontenibile, e squacqueri tutto il contenuto degl’intestini sull’apparatoso impiantito; quale, colta alla sprovvistada una metafora prima non compresa, tutta infervorandosi vada sovreccitandosi fino alla rottura di qualche vena del cervello, rimanendo rimbecillita per il resto dei suoi giorni. Non so immaginare un’idea meno indovinata per concludere la nostra tristissima vicenda, e io, per me, no, grazie, ma non voglio dolcezze e luce ad un passo dal varcare l’aspra soglia delle tenebre. E men che meno proprio ora che il lieto istante è giunto per la buona Edoarda, e che, di conseguenza dobbiamo apprestarci anche noi, e prepararci, a pari evenienza, con tutta la gravità che conviene al fausto accadimento. Per quanto la mia proposta possa incontrare contrarietà, e per quante contrarietà possa incontrare, consentitemi di dirvi che non ho intenzione di salire su un palcoscenico, pittata come una marionetta, e agitarmi in onore della Musa per la sterile gioia di un pubblico che vuol vedere le ciarpe vecchie che dànno le ultime sotto gli occhî di tutti.

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Altro monologo, sulla mente umana nella vecchiaia:

ADELFONSA. La vecchiaia è veramente, come disse quel Filosofo, una vera e propria malattia. Ma avrebbe torto chi ritenesse che quella malattia è solo del corpo inquantoché la gran parte dei mali della vecchiaa colpiscono ilcervello massimamente, inducendolo a figurarsi quello che non esiste, e costringendo le orecchie a bere parole mai pronunicate, gli occhî a vedere cose mai avvenute, il tatto a percepire corpi mai prodottisi; tornando, in forma di sensazioni al cervello, i pregiudizî, impennacchiati iperbolicamente, come nelle strampalerie d’un Paolo Uccello, e sui prosceni grandiosi su cui si creava la meraviglia popolare, trovando le aule un tempo zeppe delle memorie più preziose e utili; e in grandi vasi, nella formaldeide preservatrice, le idee in embrione, sùbito fermate nella crescita e lasciate nella loro aurora, o tratte dal loro carcere di cristallo per essere avviate in un secondo momento ad una ritrovata crescita; e nelle arche capienti e tempestate di gioie e chiuse con forti lucchetti e catenacci, le speranze più rosee, che visitano la mente esacerbata con promesse di pace, il cuore solitario con promesse d’amore; il petto gelato con promesse d’entusiasmi; e, sulle scaffalature, i pensieri meno riposti e più ricorrenti, alcuni in vasi istoriati di cristallo di rôcca, d’onice tarsiata, di marmi rosati, di giada sagomata a dragoni d’oro, e d’argento, e di bronzo squillante, altre di peltri dolcissimi, altri di ferro, altri di terra o coccio, quale più e quale meno compulsato e ridetto, dalla freddura favorita al lazzoi crudele come una freccia avvelenata, dalla cortesia galante come un rosa di carta, dal colore spento, e senza profumo, alla frase nota solo al parente, come una porta chiusa in faccia alla freddezza del mondo, alla frase nota solo al sinistro sodale, come una porta che chiuda ogni scampo all’innocente beffato. E poi le quadrerie pompose, piene di modelli a cui non si riesce ad assomigliare; e gli scalei delle ascese che non si riesce a compiere; e le logge delle lontananze che non si riescono a scrutare; e le celle degli aromatari industriosissimi, che con arte colpevole indorano ogni pillola, spargono di miele l’rlo di ogni vaso, spruzzano profumi su ogni cosa maleolente, e gettano in ogni angolo fetido jute di di infiorescenze essiccate e petali di rosa, e versano profumi nelle tazze avvelenate, e allettano con aromi sabei e balsami e ambre grige e zibetti laddove non si dovrebbe andare, soprattutto dove conducono i sensi sovreccitati dalle arti belletate di questi gnomi insonni, di questi elfi senza riposo, di questi coboldi allertati; dove il soddisfacimento del senso ad arte acutizzato, senza sincopizzare appagato, porta al vuotamento delle forze, allo sfibramento del pensiero, alla ripienezza indigesta dello stomaco, al gelo nelle membra, alla confusione del pensiero. Vedi là, posto in centro alla grand’arnia delle evoluzioni e convoluzioni contorte della macchina madre instancabile d’immagini e figure e astrazioni e slanci e sogni e gioie e dolori, un grande anfiteatro, dove, assisi a parlamento, i cittadini dell’uno e dell’altro emisfero di quel mondo, che più universo dovrebbe chiamarsi, si riuniscono: l’una parte enumera, e l’altra sposa il senso al numero; l’una parte fantastica, e l’altra unisce il fatto alla fantasticheria; l’una parte raffigura, e l’altra connubia il detto all’immagine; l’una parte anticipa, e l’altra coniuga la previsione al ricordo; l’una parte accozza, l’altra divide, e nascono gruppi categorizzanti; l’una parte rigetta, l’altra recupera, e nascono scrimiture severe e concetti purgati; l’una parte analizza, l’altra intuisce, e nascono pieni concetti del fatto; l’una parte sogna, l’altra vede, e nascono concezioni elaborate del vero e del bello. Ma quando — come dicevo — in quell’assemblea pomposa, in quel consesso onorevole, in quel foro augusto, in quell’apella armoniosa fanno ingresso i concetti pregiudizievoli, è come una carovana rumorosa che interrompa un serrato argomentare, una vivace e civile diatriba; i carri mezzi scassati entrano cigolando a tutta forza, perdendo per strada pezzi di secondaria importanza (il carro che cigola non si rompe, difatti), e i dignitarî, vedendo quell’apparecchio rientrare, coi carri dalla cerata stesa e ben chiusa, e fermarsi i muli omrosi e ostinati che, con superbo andare, tirano a quadriglie i carrozzoni, scendono da quegli spalti onorevoli, e pigiandosi ed accalcandosi si dànno a scoprire il carico misterioso; ed ecco che, aperte le valige ed allargati i cordoni dei numerosi sacchi, ne inducono ad uscire quegli sgangherati cavalieri, i quali, aggiustandosi le iperboliche panoplie e traddrizzandosi gli elmi piumati, gonfî come sono, di color del morto quanto alla ciera, raccontano con voci stentoree e monocordi, e con molte e inutili ripetizioni, d’essere andati ai confini dell’Impero; d’avervi incontrato i guardiani; di aver loro comunicato per quale ufficio essi dovessero spingersi fuori dai confini dell’Impero; e di aver sentito da quelle sentinelle sempre allertate che qualunque accertamento esterno era inutile, perché quanto loro stesse avevano vedut al difuori dei confini confermava la tesi dagli esploratori propugnata. E che non s’azzardassero più, avevano ammonito quei rigidi vegliatori, a passare incogniti i confini, anche per ordine dell’alta Assemblea. Più che soddisfatti, i tronfi concetti erano tornati a rinchiudersi nelle loro valige e nei loro sacchi, e così ben chiusi erano tornati di gran carriera a riferire all’Assemblea. La quale, se non ha un Re giusto ma inflessibile nella ragione, onesta scriminatrice dei varî accidenti, che taglî la testa ai pregiudizî e imponga ai membri dell’Assemblea di non farsi dare ordini dalle guardie (quasi che un soldato contasse più di un senatore!), delibererà sempre cose sciocche, con l’aggravante di ritenere il senso sensuale (e non il senso significativo e buono) una prova inconfutabile, quando è solo sviamento, ammenoché non valùti cose tutte circoscritte e limitate: dove si tratti di universali, solo l’universal parte del nostro pensiero vi si può applicare // 16 IV 2002 //. Ma basta di ciò: dirò solo che l’Assemblea, gabbata dalla falsa ambasciaa, inconsciemente sottoposta ai capriccî della parte meno nobile del proprio esercito, svogliata a mettere il naso guori dai proprî confini, proclama veritieri solo gli sciocchi trombetta, dichiara validi combattenti i messi insispienti, e compensa questi ultimi col bastone di maresciallo; ma scorda di appagare i sensi, o col vellicarli, o col soddisfarli, o col carezzarli, o col dar loro qualche avanazamento nella gerarchia dei servi della Mente una. Ed essi, lasciati ai margini delle ampie geografie dell’Impero, vogliono vendicarsi, e prendere più potestà di quanto sia loro accordato dalle vigenti leggi. Dagli arsenali del lecito dubbio rubano quante più armi è possibile, spuntano quelle che tralasciano,crescono in valore quanto più si allontanano dalle disposizioni. Avocano a sé ogni quistione; confondono i messaggeri, gettano il caos nell’assemblea, scompigliano le sedute ponendo in capo ad ogni ruolino e tabella e ordine del giorno ora il richiamo borborigmatico delle caverne dello stomaco, ora gli allarmi provenienti dal fondo degli sterquiliniintestinali, ora trasformando in incendi le alure, ora in assideramenti le frescure, n tortura una lieve inarcatura delle colonne ossarie, ora prosciugando i mantici dei polmoni e chiudendo il sacco dello stomaco ad ogni richiamo della sete. Trascurati per piccoli lassi di tempo, indicono scioperi, e sospendono l’opera, ma non dopo aver sparso di mastici gli elastici macchinari dei muscoli, e di acidi irritanti le corregge tendinose, frenando ogni fatica, inducendo dolore, temporanea paralisi, lassitudine. Il pensiero, archiviato negli ampî repertorî, nelle teche ordinate, nelle biblioteche gremite, giace in ampie scorte nei negletti magazzini, che presto si fanno antri del vento, perché i messi dei sensi invidiosi, passando inveduti barriere e controlli, sfondano porte, infrangono invetriate, penetrano negli ampî erarî, rovesciano scaffali, abbattono impalcature, spezzano le cristalline carceri in cui sono ospitati gli embrioni, devastano le scorte, violano le idee, uccidono i pensieri, imprigionano le immagini, decapitano le astrazioni, fanno in pezzi le associazioni, smembrano le corrispondenze, recidono le mani alle enumerazioni, castrano le moltiplicazioni, mandano a morte legate le divisioni, recidono appiombi e spezzano i compassi alle astrazioni geometriche; ringalluzziti, dopo aver distrutto le biblioteche delle idee potenziali, fatto un rogo di tutti i volumi, lacerate le carte, bruttati i progetti, schiantati in terra e pesticciati i modelli, assaltano i chiusissimi laboratori delle sofisticate alchimie, si riempiono le tasche d’oro vivo con cui ornarsi di maggiori fregi che loro non spettino, col fine non solo di farsi, a vittoria avvenuta, non solo obbedire, ma venerare; negano quelle purissime materie alle arti delle sapienti streghe maestre di fausti inganni, feconde menzogne, falsità beate, che operano nelle notti, ma stellanti di veglia, della ragione, quando la Luna bianca, usciera del degli ampî teatri dei Cieli, dove Giove ammansa i cuori con le armonie contrappuntate a doppi e tripli nodi di melodie avviluppate, Venere sparge pompose belezze e Saturno è austero direttor di scena, e quasi tiranno di quel regno dei Tespi sceneggiatori degli Euripidi monologanti, quando la Luna bianca, ricevute le debite propiziazioni, apre le menti ai più rari, ai più miracolosi prodigî; il cielo augusto, carico delle sue lampade splendenti, dei suoi ori preziosi, sospende tutte le proprie luci sfolgoreggianti sopra la sterminata infinita piana del gran cimitero dei pensieri: desolata piana, landa derelitta, dove tra templi, obelischi, tempietti votivi, piramidi, mausolei, settizonî non vedi vagare nemmeno un’anima d’idea che sia viva, o semiviva, o non ancor morta; allora, queste auguste donne delle tenebre, queste amorose artiere d’orrore, queste buie dadofore di prodigî, escono dagli antri riposti, dalle grotte credute deserte, dalle case immerse tra selve d’attesa, e scoprendo i volti e le teste, quale corvina, quale canuta, si recano al noce dei loro incanti, alla piana dei loro sabba, nel centro del gran camposanto dei pensieri perduti. Lì, movendo in onore degli dèi il passo alle sacre danze, erigono una pira di profumi, col sandalo dell’immortalità, il pino della vita perenne, le resine e i fiori delle reviviscenze, e, acceso, sempre accompagnando ogni gesto con un bel numero del piede, il santo fuoco, che ha lingue versicolori, vampe aromatose, eseguono i variati minuetti dell’eterno ritorno, e la superba figurazione pomposa ha virtù di scandire le nascite generose, dai fumi alorosi, di sempre nuovi spettri, che staccatisi dalla matrice ardente, coloni de silenzio, vanno invadendo le stanche estensioni punteggiate di marmi sontuosi, interrotte da porfidi grandiosi, scandite da graniti solenni, e spingendo le ali vaporose in ogni pertugio silenzioso, in ogni andito muto, in ogni recesso tacente, planando lievi e luminose per le grandi prospettive morte, per i viali oscuri, per i cardi e i decumani deserti, visitando ogni aula vuota, ogni panteo in ombra, vorticando nelle orchestre dominate dagli spalti dei colombarî senza lumi, girando per gli odei malinconici delle sepolture sacerdotali, intrecciando danze d’onore tra i colonnati dei mausolei regali, profetali, imperiali, rendendo omaggi a volute sulle lapidi degli artieri industri, dei genieri geniali, degli evocatori sublimi, avvolgendosi con carezza vivificante intorno alle effigi istoriate, ai cartiglî ritorti, ai torciglioni convoluti dei baldacchini, sfiorando le edere pampinose, dovunque regine, scostando talora un tralcio dalle larghe foglie, per illustrare con un raggio della Luna un nome un tempo venerato, un simbolo un tempo onorato, un distico memorando, un’epigrafe eternatrice, un epitafio pomposo. Dovunque possano spingersi nella corsa ventosa, gli spettri debolmente luminescenti vanno; e visitano i mausolei dei riti sepolti, i settizonî degli imperatori dimenticati, i simulacri dei concetti decaduti, le effigi delle parole obsolete, i templi votivi degli artisti delle arti effimere, i fani dei benefattori obliterati; ma anche gli orridi monumenti, carceri di provvidenza, delle malegatte nascoste, delle atrocità velate, delle perfidie mentite; là è il regno della morte delle idee della coscienza del pensiero. Tutto il passato vi è contenuto, e tutto il passato essendo morto necessita di queste necromanti miracolose per ritornare in vita; necromanti che, appresa la nascita dell’oro negli studioli fumosi, e scoperto il principio informatore della vita, sanno come adoperarsi, per restituire vita alle cose morte. Così, nella mente dei poeti, rinascono eroi ed imperatori, si riedificano città fumose, si ricostruiscono macchine meravigliose e arti sepolte, si ripopolano corti galanti, si tornano a riempire teatri sfarzosi, si ricolmano fastosi templi; per rapido intervento di queste mantisse industriose, di queste sapientissime pitonesse, di queste endorie illuminanti, di queste colchidiche prodigiose, di queste tessale inventive, di queste maghe magistrali, di queste incantatrici incantevoli, di queste scongiuratrici amabilmente congiurate in queste limpide notti della mente, che sozzo vapore di sensi eccitati non infesta, che bruma estiva non offusca, si possono però anche illuminare antri funesti, ombre d’orrore, fondi allucinati, infeste latebre, recessi oscuri, profondità malvage, buie maledizioni, dannate voragini, vertigini efferate, precipizi schifosi, lerci orridi, marce insondabilità, vastità infami, blasfeme fondamenta, grotte di reità; tutto quanto di demoniaco alligna nei recessi più nascosti dell’anima nera della bestia umana, della prole di Caino, pronto a balzar fuori quando la malia turpe del senso, comunicandosi da una bestia all’altra nelle angustie di un recinto fetente, invaso di carogne e di fimo
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Molti refusi.

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B>STELLIDAURA</B>

Stellidaura, un giorno, si alzò di buon mattino, e uscì di casa quasi subito, senza dire niente ai genitori. Non sapeva nemmeno lei che ore fossero, ma era così presto che faceva ancora buio, la luna non era ancora tramontata. Aveva fatto un sogno. C’era una vecchia, nella casina del cacciatore (un piccolo capanno ormai in disuso) in fondo al bosco; e la vecchia le diceva: Vieni, vieni presto da me. La vecchia del sogno, Stellidaura non l’aveva mai vista, ma riconosceva bene la casupola, e riconosceva le piante che vi stavano intorno, e anche lo spuntone di roccia vicino era proprio uguale a quello che aveva visto tante volte, passando. Vedendo che tutto, nel sogno, era identico a quello che aveva visto nella veglia, aveva pensato che anche la vecchia fosse vera. E il sogno era molto vivido, straordinariamente netto e chiaro, e non vedeva le cose che si confondevano, o che era adesso in un posto e adesso in un altro, come le succedeva nei sogni normali, o che le persone si trasformavano in cose o in animali o in altre persone, più volte, mentre parlava loro. La vecchia era la vecchia, dall’inizio alla fine del sogno, che era stato breve; ma aveva visto sé stessa uscire di casa, mentre la luna non era ancora tramontata, ed era così presto che faceva ancora buio, e andava per il bosco, e lo superava, e si trovava alla casupola della vecchia, che poi era la casupola del cacciatore, una triste capannuccia che nessuno usava più da tanto tempo, e in cui adesso stava la vecchia, seduta accanto alla grande tavola di legno, mentre il caminetto era acceso, e qualcosa bolliva nella caldaia. E quando era stata alla casupola del cacciatore, aveva spinto la porticina malferma, ed era entrata; la vecchia, tutta vestita di nero, le aveva sorriso con la larga bocca sdentata, e l’aveva guardata con gli occhi dallo sguardo acuto, e le aveva detto, facendole cenno: Vieni, cara, vieni da me.
Stellidaura, che fino a quel momento aveva creduto, capitata com’era in mezzo a quel chiarissimo sogno, di non essere addormentata nel suo letto, ma di trovarsi proprio sul limitare del bosco, e di essere venuta a trovare la vecchia nella casupola del cacciatore, in questo modo aveva capito che quello era un sogno; da una parte perché altrimenti la vecchia non avrebbe avuto nessun motivo di dirle di venire da lei, se fosse stata la realtà, perché nella realtà lei sarebbe già stata lì presso la vecchia; e poi perché, proprio mentre sognava, si era convinta che lei quella vecchia la conosceva già, sapeva bene chi era, e nel sogno era certissima di conoscerla da tanto tempo, forse da quando era nata, e camminando, nel sogno, verso la casupola del cacciatore dove si trovava la vecchia, già sapeva bene dove sarebbe andata, e che cosa avrebbe detto la vecchia. Mentre adesso, nel sogno, mentre si trovava davanti alla chiarissima immagine della vecchia che faceva segno, si rendeva conto, all’improvviso, che lei quella vecchia non l’aveva mai vista in vita sua, e che per quanto sapeva nessuno poteva essere mai vissuto dentro la casupola del cacciatore, perché era troppo piccola, e di sicuro, dentro, non c’era nessun caminetto.
Così, quando si era svegliata, aveva capito che quel sogno, così chiaro, le era stato mandato dalla stessa vecchia, che Stellidaura sapeva bene di non conoscere, e che però conosceva lei; e adesso la chiamava; e voleva che venisse. Stellidaura uscì dalla cascina dei genitori, scendendo all’ingresso pian piano, giù per le scale di legno, senza far rumore. Si era coperta un poco, perché l’estate era ormai finita, e se le giornate erano ancora abbastanza calde, di notte aveva cominciato a fare un certo freschino. Stellidaura aperse la porta e fu investita dall’aria frizzante dell’alba. Trasse un lungo respiro per calmare i palpiti del cuore, perché in fondo era preoccupata, non capiva perché proprio a lei fosse capitato quel sogno, e che cosa volesse da lei quella vecchia sconosciuta: ma sapeva di dover andare da lei, perché il sogno era stato chiarissimo, e tutto vi era avvenuto ancora più chiaramente che nella veglia.
Stellidaura s’incamminò per il sentierino che, dallo spiazzo antistante casa sua, procedeva serpeggiando tra gli alberi, che si ispessivano poco più avanti, dove cominciava il folto del bosco; il sentierino portava anche abbastanza lontano. Stellidaura non aveva pensato né di avvertire né di farsi accompagnare, perché è difficile convincere qualcuno della verità di un sogno, se non l’ha sognato anche lui: non solo nessuno l’avrebbe accompagnata, ma anzi le intimato di rimanere assolutamente a casa, e di non pensare nemmeno di andare ad avventurarsi, col buio, nel bosco. Il papà passava tutto il giorno nei campi, e la mamma, tra la casa e le stalle, non sarebbe potuta venire proprio da nessuna parte. In più, durante la giornata lei doveva aiutarli. Ma quella volta era diverso. Era uscita così presto perché le era parso meglio obbedire esattamente al richiamo della vecchia sconosciuta andandovi subito, piuttosto che aspettando un momento più opportuno; sapeva che non portava bene disobbedire ad un richiamo avuto in sogno, soprattutto se è uno spirito, o l’anima di un morto, quella che chiama. Non voleva che le succedesse qualcosa di male, perché di solito si vendicano, quando non sono obbediti; ed è vero che i morti, tranne in rare occasioni, vengono per il male dei vivi; ma talvolta dànno la possibilità, soprattutto se vengono in pace e si rivelano benignamente, di fare qualcosa per loro, rinunciando in cambio a vendicarsi dei torti subiti in vita.
Stellidaura, avviandosi per il sentiero, cercò di riandare col ricordo al sogno, che le era rimasto ben impresso nella mente, essendo stato così chiaro; e cercò di capire se qualcosa nella fisionomia della vecchia, il naso ricurvo, gli occhi grandi e penetranti, la bocca sdentata, il complesso della figura, le ricordassero qualcuno di familiare, o qualcuno visto durante la veglia negli ultimi giorni; eppure, non riuscì a riaccostarla, come fattezze, a nessuna delle persone che conosceva, né ad alcuna persona che avesse visto non solo negli ultimi giorni, ma anche qualche tempo più addietro. La vecchia era un mistero, perché nel sogno le sembrava di conoscerla bene, ma nella veglia, adesso, proprio era sicura di non averla vista mai. Cercò poi di ricordare se nell’espressione della vecchia ci fosse qualcosa di minaccioso, o di crudele, o se il suo sorriso, magari sul momento appena avvertibilmente, fosse oscurato da qualche ombra funesta, o in grado di procurarle occulti allarmi; ma non riconosceva nulla di sinistro in quello che ricordava della vecchia donna, che anzi, benché sostenuta, molto autorevolissima, le sembrava ancora nel ricordo benigna e affabile. L’unica impressione che potesse ritrarre dalla sua fisionomia era quella di una severa, benché non minacciosa, istanza: oh, sapeva bene, vedendola, di non poter mancare. Ma non sapeva perché la chiamasse a sé, e che cosa potesse volere da lei.
S’immerse nel più folto del bosco, dove il buio era completo. In effetti, il pallido lucore dell’alba baluginava in alto, oltre l’intrico delle fronde, dove queste si diradavano abbastanza da lasciarlo trasparire; ma si sa che quella è una luce che non illumina niente, e che segna soltanto l’arrivo del nuovo giorno. Stellidaura sentiva fresco, e si strinse maggiormente nella piccola cappa di panno bruno.
La via era lunga, e ci mise un po’. Proprio quando di lontano s’intravedeva la casupola del cacciatore, dove il bosco cominciava a diradare, proprio all’inizio della pianura, Stellidaura si vide contrastare il passo da una grande sagoma oscura; sapeva che non era umana, ma non avrebbe saputo dire che creatura fosse.
—Chi sei? — chiese.
—Bambina, — le disse l’essere, con voce profondissima, — ma lo sai che da quest’ora in poi diventa pericolosissimo girare da queste parti? Io stesso, che non temo di nulla, me ne sto andando via, perché qui s’aggira qualcuno che ha ripreso ad uccidere tutto quello che si muove in questa foresta. Un tempo, sai?, c’erano molti cacciatori, ma ora non ci sono più. Però gli animali della foresta hanno ripreso a morire, chissà perché.
—Davvero? — chiese la Stellidaura, impressionata.
—Sì, — rispose il grande essere. — Come ti chiami, bambina?
—Stellidaura, — rispose.
—Dove vai, Stellidaura?
—Vado a trovare una vecchia, forse uno spirito o una morta, che questa notte m’è apparsa in sogno, e m’ha detto di venire nella casupola del cacciatore.
Il grande animale le disse:
—Non credo che nel capanno ci sia nessuno; e nemmeno il cacciatore ci viene più, da quando l’ho mangiato.
Stellidaura sorrise, avvicinandosi al grande animale:
—Ah, ma allora tu sei l’orso! — gli disse.
—Sì, — rispose l’orso,— sono io.

Uscirono dal folto del bosco, e così Stellidaura poté vedere il grande orso in tutta la sua mole. Era un orso vecchissimo, e si chiamava Asmodeo. In quella parte del bosco, nei tempi in cui era ancora giovane, venivano tanti cacciatori, che si appostavano nel capanno e sparavano e tiravano a tutto quello che si muoveva, per mangiarlo o per vestirne le spoglie. Finché il Borgomastro di allora, Anteo Miramondo, aveva incaricato l’orso di mangiare i cacciatori, raccomandandosi di lasciarne le spoglie bene in vista, in modo che anche altri eventuali cacciatori in cerca della ricca selvaggina della boscaglia fossero dissuasi dall’avvicinarsi più a quella zona. Asmodeo aveva fatto come il Borgomastro gli aveva ordinato, e infatti da molto tempo il capanno dei cacciatori non era più visitato da nessuno.
Asmodeo, ormai, era talmente vecchio che il suo pelo, che in gioventù era stato tutto nero, era diventato tutto bianco. Fu lui stesso ad accompagnare la Stellidaura al capanno.
Il capanno era un gabbiotto mezzo sfatto dal tempo e dalle intemperie, tutto coperto di rampicanti e prossimo, ormai, a crollare. La porta, però, era stata lucchettata e catenata, e la feritoia da cui i cacciatori solevano archibugiare o balestrare era stata chiusa dall’interno con un’asse di legno inchiodata.
Asmodeo spalancò le zampe anteriori, perplesso:
—Qui dentro non può abitarci nessuno.
Stellidaura ricordò:
—C’era un caminetto acceso, ed era accanto ad una tavola di legno, e nel caminetto c’era una caldaia…
—Impossibile, — grugnì Asmodeo, scotendo il testone, — vedi? — e le mostrò il tetto della casupola. — Qui non c’è nessun comignolo: non può esserci stato un caminetto; a parte il fatto che se ci fosse stato un camino, nella casetta non ci sarebbe stato posto per nient’altro.
Stellidaura, pensierosa, si grattò la testa.
—Non capisco, — disse, — il sogno era chiarissimo, e io sono arcisicura che mi è stato mandato da qualcuno. E nel sogno ero convinta di conoscere la vecchia. Non so che cosa possa significare.
—Hm, — pensò Asmodeo, e disse: — avviciniamoci: e chissà che non si trovi qualcosa.
Tutta la casupola era circondata da una staccionata con infilate, su lunghi pali, le teste incartapecorite, o i nudi teschî, dei cacciatori uccisi.
—Che orrore, — disse Stellidaura. — Non ho mai visto una schifezza simile.
—Immagino,— disse Asmodeo. — È ben per questo che non volevo che tu venissi fin qui, e che ti ho contrastato il passo. Una bambina della tua età non dovrebbe trovarsi qui: non è un posto adatto.
—Sono forte, — disse Stellidaura, — e non temo di nulla. Al limite, dovessi vedere qualcosa che non mi garba e che mi faccia vincere dal disgusto, vomiterò molto assennatamente dietro quel cespuglio, — e lo indicò, era poco discosto, — ma giuro che non sverrò.
—Brava, — disse Asmodeo. — Sei proprio una bambina coraggiosa. Sai, in Valle Fiorita hanno deciso di riaprire la caccia, e vogliono venire fino a qui a sparare agli animali del bosco. Eventualmente, dovessi venire a mancare io, ti lascerò il mio incarico.
—No, grazie, — declinò con un sorriso gentile Stellidaura. — Non mi piacerebbe granché, come mestiere: preferisco la vita dei campi.
—Come vuoi, — disse l’orso. — Piuttosto, adesso che ci troviamo qui a guardare con aria basita il capanno dei cacciatori, che cosa proponi di fare?
Stellidaura ci pensò su un poco, e disse:
—Do le mostre di ragionarci sopra, ma in realtà ho ben chiara la risposta in mente: secondo me, dovremmo entrare nel capanno, e vedere che cosa c’è, là dentro.
—Credi di trovarci le ossa della vecchia?
—Ne sono arciconvinta, — annuì Stellidaura. — Sono ormai persuasa che si trattasse di uno spirito, e che mi chiamasse. Non potrei spiegare per quale motivo chiamasse proprio me che non la conosco, quella vecchia, ma dev’essere proprio così.
Asmodeo sospirò:
—E va bene. Aspetta: tento di aprirla.
Asmodeo si avvicinò alla porta, e scosse la catena ormai tutta arrugginita.
—Non dovrebbe essere una cosa tanto difficile, — anfanò Asmodeo, tentando in tutti i modi di disfare la catena, e tirando alla disperata.
—Non dovrebbe, — notò la Stellidaura, — ma parrebbe che sia, invece. Sai che faccio?
—No, — rispose Asmodeo, lasciando la catena, e riprendendo fiato. — Che fai?
—Vado a cercare qualcuno di più forte di te. Aspettami qui.
—No! — le disse Asmodeo, trattenendola per un braccino. — Tu non vai proprio da nessuna parte. Per quanto vecchio e bolso, io sono sempre un orso, e so difendermi. Tu, invece, sei una bambina scappata di casa e sperduta nel bosco, e non potresti nulla contro eventuali minacce. Tu rimarrai qui, e io chiamerò mio nipote.
—Va bene, — acconsentì Stellidaura, — hai ragione tu. Vai pure, io ti aspetterò qui.
—E non cercare di aprirlo da sola, mi raccomando, — le gridò l’orso allontanandosi, — potresti ferirti le manine, o storpiarti le braccia.
L’orso si allontanò quanto più rapidamente poteva.
Stellidaura, intanto, sedette su una zolla rilevata del terreno, e cominciò a canticchiare tra sé e sé, per ammazzare il tempo.
—Psss! — sentì qualcuno alle sue spalle.
Si voltò. Davanti a lei c’erano, tutte in schiera, le teste mummificate dei cacciatori.
—Chi di voi m’ha chiamata? — chiese.
Nessuno le rispose. Tenevano tutte le bocche cucite, e qualcuna guardava anche altrove, facendo finta di non aver sentito.
—Avanti, — tornò a chiedere Stellidaura. — Parlate! Chi di voi m’ha chiamata?
—Nessuno! — rispose, inveduta, una di loro.
—Impossibile! — disse Stellidaura. — Ho sentito benissimo: qualcuno faceva Psss. Avanti, brave teste, dite chi di voi m’ha chiamata.
—Sono stato io, — disse, sospirando d’impazienza una grossa testa baffuta, mezza decomposta.
—Che cosa vuoi, da me? — le chiese Stellidaura.
—Noi sappiamo chi ti ha chiamata in sogno.
—Lo saprete anche, ma io non mi fido di voi.
—Che cos’avremmo più da perdere? Di noi non rimangono che questi ridicoli moncherini… Credimi, Stellidaura, noi sappiamo bene chi ti ha fatta chiamare.
—E chi sarebbe? — chiese Stellidaura.
—Prima avvicinati, cara, che te lo dico nell’orecchio.
Stellidaura disse:
—Allora no. Temo che mi sentirei male.
E tornò a sedersi sulla zolla.
Proprio in quel momento Asmodeo tornava, seguito da un orsatto fulvo, Carteromaco, suo nipote.
—Buongiorno, Stellidaura, — le disse Carteromaco, stringendole la manina colla zampona pelosa.
—Buongiorno, — rispose Stellidaura. — Ti ringrazio per essere venuto.
—Provo a fare quello che posso, — rispose Carteromaco, e cominciò a strattonare la porta in tutti i modi possibili; ma la porta non accennava a cedere.
—Non so come fare, — disse Carteromaco dopo numerosi tentativi, lasciandosi andare, stanco, a sedere: — Questa maledetta porta proprio non vuole aprirsi.
—Aspetta, — gli disse Stellidaura, — prendi questa pietra.
Ne aveva vista una abbastanza grossa. Andò prenderla, e cercò di smuoverla in tutti i modi, ma non riusciva.
—Lascia, — le gridò Carteromaco, accorrendo, — ci penso io.
E la sollevò, come se fosse un sassolino. La prese per bene nelle due zampe anteriori, puntando bene sul terreno le zampe posteriori, e cominciò a menare colpi spaventosi sulla porta; che tremava, scricchiolava, gemeva, ma non ci pensava nemmeno, a venir giù.
Alla fine rinunciò, sconsolato.
—Mi spiace, Stellidaura, — disse Carteromaco con espressione contrita, — ma proprio non si riesce.
—Ci vorrebbe qualcuno di più forte, — disse Stellidaura.
—Impossibile! — stabilì Carteromaco. — Il più forte del bosco sono io.
—Dicono tutti così, gli animali grandi, — rise Stellidaura. Poi pregò: — Cercate qualcuno, vi scongiuro, che possa aprire questa porta. È possibile che non ci sia nessuno in grado di farlo?
I due orsi si guardarono; sospirarono, e poi dissero:
—Va bene, Stellidaura. Aspettaci qui.
E se ne andarono a cercare qualcuno.
Stellidaura tornò a sedersi sulla zolla.
—Psss! — sentì alle sue spalle.
—Ditemi, — disse voltandosi.

Era stata una brutta testa tutta verminosa, talmente brulicante di parassiti da non lasciar più distinguere niente delle fattezze che un tempo aveva avuto.
—Stellidauruccia, — disse la testa verminosa, — vieni qui a darmi un bacio, e io ti dirò che cosa voleva la vecchia.
—No e poi no, — disse, recisamente, Stellidaura, — non bacerei mai quel verminaio fetente.
La testa si offese:
—Vieni qui a darmi un bacio, sai, o sarà peggio per te! — gridò, con la vociaccia gracchiante.
—Ho detto no! — gridò la Stellidaura, pestando i piedi. — Mi fa troppo schifo baciare la testa di un morto. E adesso silenzio. Tutti quanti! O vi abbatto a bastonate.
Le teste tacquero.
Carteromaco e Asmodeo tornarono, in compagnia di un lunghissimo e grossissimo serpente.
—Mi chiamo Anfidamante, — le disse il serpente, porgendole la coda da stringere.
—Grazie per essere venuto, Anfidamante, — gli disse la Stellidaura. — Ti prego, vorresti abbattere quella porta?
—Ci proverò, — disse Anfidamante, — per quanto, non essendoci riusciti questi due, non abbia molta fiducia di far di meglio.
Si diede ad armeggiare intorno alla porta; passò la coda tra la porta e la catena; la tirò tanto che tutti gli anelli si allungarono, ma non servì a molto, perché la catena, allungandosi da una parte, si stringeva dall’altra, e Anfidamante, peraltro, rimase anche incastrato tra la catena e la porta, e Asmodeo e Carteromaco ci misero un bel po’ ad estrarlo di lì.
Quando ne fu uscito, era talmente furibondo per il contrattempo avuto che se ne andò senza salutare.
—Mi dispiace! — gli gridò dietro Asmodeo, ma Anfidamante non si voltò neppure.
—Aspetta qui, — disse Carteromaco a Stellidaura. — Adesso vediamo che cosa si può fare.
Carteromaco e Asmodeo se ne andarono di nuovo via, e la Stellidaura tornò a sedersi sulla solita zolla.
—Psss!
—Insomma, che cosa volete?
Era un teschio:
—Bella Stellidaura, vieni da zio, abbraccialo.
La Stellidaura ci pensò su un pochino.
—Davvero sai che cosa voleva la vecchia?
—Certo, — disse il teschio. — Se vieni qui e stringi il mio teschio tra le belle braccine, lo zio ti dirà che cosa devi fare per trovare la vecchia.
Stellidaura pensò che abbracciare un teschio, reso così polito dalle intemperie e dal becchettare degli uccelli, non fosse così orrendo come baciare una testa putrefatta. D’altronde, se gli animali più forti della foresta non erano riusciti ad abbattere la porta del capanno dei cacciatori, era improbabile che sarebbe mai riuscita ad entrarvi; e quelle teste per tre volte l’avevano chiamata, per dirle che sapevano dove potesse trovare la vecchia.
—Provo una curiosità terribile, — disse Stellidaura. — E trovo che abbracciare te non sia così ributtante come baciare quelle brutte testacce putrefatte; quindi acconsento; mi t’avvicino; e t’abbraccio.
Andò dal teschio, e lo abbracciò. Era duro, e freddo, ma non aveva nulla di intollerabile al tatto: in fondo, era un pezzo d’ossa.
Ma improvvisamente, il teschio aperse le mascelle, scoprendo i denti aguzzi da bestia feroce; prima che Stellidaura potesse ritrarsi, la morse sul braccio, facendone spicciare il sangue.
—Ohi! — gridò la Stellidaura, divincolandosi.
Il teschio le afferrò il braccio tra le mascelle, e ne succhiò il sangue, avidamente.
Benché si procurasse in quel modo un dolore terribile, e il teschio piantasse ancor più a fondo i dentacci acuminati sul braccio già martoriato, la Stellidaura riuscì, strappando, a ritrarre il braccio, sottraendolo alla presa dolorosa.
Guardò il teschio, che sogghignava soddisfatto.
—Perché l’hai fatto? — gli chiese, guardandolo bene, perché improvvisamente le sembrava un po’ cambiato.
Il teschio, con voce un po’ più sonora, le rispose:
—Per nutrirmi. Se berrò abbastanza sangue, riuscirò ad avere un corpo, e a tornare in vita; e ucciderò quell’orso maledetto.
Stellidaura vide che effettivamente gli era venuta una specie di pellicina, che ricopriva l’osso nudo. Chiese:
—E anche le altre fanno lo stesso?
—Certo! — rispose il teschio. — Quelle teste che vedi là mezze putrefatte stanno semplicemente tornando in vita. Piccoli animali, insetti, uccelli, si avvicinano sempre a noi; quando sono a portata, apriamo le mandibole e noi li afferriamo, e li mangiamo; e in questo modo, ogni volta, torniamo un po’ più in vita. Ma niente è come il sangue umano. Vedi? Già m’è spuntata un po’ di pelle. E anche voi, amiche teste, vedete come sono già più bellina?
E si volse verso le altre teste, pavoneggiandosi; le altre teste la complimentarono, dicendole che era un amore, davvero, e una delizia.
—E quando sarete tornati del tutto in vita, che cosa farete? — chiese Stellidaura, fasciandosi il braccio con un fazzoletto.
—Uccideremo l’orso, innanzitutto, e tutte le fiere del bosco, le linci, e poi gli animali timidi e innocenti, i daini, i capri, i caprioli, e le lepri; ne mangeremo le carni, ma non per sostentarci, perché in questa seconda vita saremo eterni, ma solo per crudeltà; e per questa stessa crudeltà ci vestiremo delle spoglie di quegli animali.
—D’altronde, — sospirò la Stellidaura, — fu colpa di quel deficiente del Borgomastro far fare agli orsi quello che di norma fanno solo gli uomini.
—Ah, sì! — disse la testa baffuta, contentissima di vedersi almeno in parte scagionata, insieme con le sue compagne. — Secondo me, il peggior peccato della vista, addestrare le bestie insensate a fare quello che dio ha concesso soltanto agli uomini.
La Stellidaura gli disse, scotendo il capo:
—Che ragionamento da autentico imbecille! Ma, d’altronde, che cosa poteva aspettarsi dalla testa di un cacciatore? Lasciamo perdere. Perché non tornano, Asmodeo e Carteromaco?

Aveva rivolto la domanda più a sé stessa che ad altri; ma il teschio, che la udì, conosceva la risposta:
—È stata la vecchia, che verso quest’ora viene sempre nel capanno, e che deve averli incontrati sulla sua strada. Sicuramente li ha uccisi; a momenti, di certo, sarà qui, con le loro pelli.
La Stellidaura pianse:
—Che vecchia d’inferno! Non sarei mai dovuta venir qui. Scappo, prima che mi colga.
E fece per correre verso il bosco; ma il teschio la richiamò:
—Stellidaura, ma dove vai? È proprio da quella direzione che viene la vecchia!
E infatti, improvvisamente, la foresta parve squassata da un terremoto: si sentiva un gran trepestio e un gran rumore di rami spezzati, ed ecco venire la vecchia: ed era proprio quella del sogno, che avanzava su una carriola trainata con fatica da un ippogrifo nano. Tutta festante, recava le due pelli dell’orso, ancora sanguinanti, nella destra; nella sinistra un lungo crocefisso.
Esultava, procedendo verso di loro, gridando, del tutto incomprensibilmente:
—Viva le pinzochere d’Anghiari! Viva le vedove cattoliche. — E poi salutò Stellidaura, chiamandola, chissà perché, Clodomira. — Ben trovata, Clodomira!
Stellidaura ignorò completamente l’errore della vecchia, che le sembrava un po’ rinsenilita, e le chiese, perplessa:
—Nonna, ma davvero venite da Anghiari?
—Certo, — le disse la vecchiarda, — o non lo vedi il catorcio?
E le indicò la carriola. Troppo giusto, pensò la Stellidaura.
—Allora, Clodomira, sei contenta di aver ritrovato la tua nonnina? — chiese la vecchia, smontando dal bizzarro veicolo e allontanando l’ippogrifo nano con un calcio.
—Io sono anche contenta, — rispose Stellidaura, — ma non mi chiamo Clodomira. Mi chiamo Stellidaura.
La vecchia rise:
—Ah, cara la mia Clodomira! Sei sempre stata una gran burlona, tu! Vieni dentro, dài.
Estrasse una bacchetta magica da sotto l’ampia veste nera e la puntò in direzione della casa:
—Trasformati! — gridò. Comparve una graziosa casina, col comignolo che fumava, e le tendine di pizzo alle finestre. Sul davanzale era appoggiato un grosso vaso, contenente una pianta carnivora, che sùbito spalancò la bocca dai dentini acuminati e cominciò a cantare:

Benvenuta, mia cara nonnina,
S’aspettava, oramai, solo te;
Entra, orsù, nella bella casina!
E anche tu, Clodomira: che c’è?
Non ti piace, la casa? Orsù, vieni:
La tua nonna invecchiata sostieni;
Lava i panni, fa stanze e cucina,
E la nonna ti paga da Re.

—Da Regina, semmai, — disse Stellidaura. — Inoltre, non sono convinta che abbiate trovato la persona che cercate, nonna. Infatti, io non sono Clodomira, mi chiamo Stellidaura.
—Sì, — disse la vecchiarda, con espressione scontrosa, — e io mi chiamo Panglicèmia.
—Non sto scherzando, — disse la Stellidaura, — veramente sono Stellidaura, e non ho nessuna intenzione di far da servente in casa di una strega.
—Ma come ti permetti? — strepitò la vecchia, offesa.
—È giorno fatto, — disse Stellidaura accennando al cielo, — e i miei saranno molto preoccupati di non vedermi. Quindi, vecchia strega maledetta, ti prego di non scagliarmi addosso nessun incantesimo mentre me ne vado.
E fece per avviarsi. La vecchiarda la fermò subito, afferrandola per il braccio:
—Non osar menare un altro passo, piccola idiota, o ti trasformo in un brutto rospo! — strillò.
La Stellidaura era disperata.
—Signora strega, — disse alla vecchia. — O voi non capite o voi non volete capire: non sono Clodomira! Capisco che possiate essere tanto rimbecillita da non ricordarvi nemmeno il nome di vostra nipote; ma almeno la faccia, porco boia! Ma non vedete che non sono Clodomira?
La vecchiarda l’osservò, un po’ dubitosa.
—Poh, — disse, — a quell’età tutti i bimbi si assomigliano.
—S’assomiglieranno, ma non sono uguali!
—Oh insomma, BASTA! — gridò la vecchia. — Quando ho detto che tu sei Clodomira, ho detto tutto quello che c’è da dire e da sapere. Entra in casa e non rompere la gloria. Marsc!
Stellidaura dovette rassegnarsi. L’interno della casa era proprio confortevole, ed era identico a quello che si vedeva nel sogno.
La vecchia la mise nel cucinotto a lavare i piatti. Erano dentro un secchio, ma la cosa strana era che più la Stellidaura ne lavava e ne tirava fuori, e più ce n’erano da lavare.
Si rassegnò ad andare avanti finché non fossero, per grazia di qualche forza misteriosa, finiti; o quando fosse caduta sfinita.
D’una sola cosa volle pregare la vecchiarda:
—Brutta vecchiarda, voglio pregarvi solo di una cosa: di chiamarmi Stellidaura, e non Clodomira.
—Uh, queste giovani puttanelle, — disse con fastidio la vecchia, che cominciava a conciare la pelle degli orsi, — che si cambiano il nome, e le vogliono apparire straniere a tutti i costi. O non ti piace d’essere nata in Anghiari?
—Non sono nata in Anghiari, maledetta vecchia imbecille, — obiettò con misura la Stellidaura, — sono nata poco discosto, oltre il bosco, di Anghiari conosco solo il catorcio, e in più Stellidaura non è affatto un nome straniero; o non più di Clodomira. È ben per questo che vi chiedo di chiamarmi col mio nome, e non con quello di vostra nipote, che dio se l’abbia in gloria. Mi capite?
Ma la vecchia amava essere rispettata, e non gradiva le osservazioni:
—No, no e no! — disse. — Io ti chiamo col tuo nome, quello della mia nipote Clodomira, e Clodomiruccia sei nata e Clodomirella devi rimanere. Clodomirina, portami il secchio e il sapone, già che ci sei.
Stellidaura tornò in cucina e riprese a fare i piatti, che non finivano mai.
Dopo un po’ si sentì la vecchiarda che urlava:
—Clodomira! Clodomira! Clodomira!
Ma Stellidaura aveva la testa assai dura, e non rispondeva. Lei non era Clodomira, e di Clodomire non voleva saperne: lei era Stellidaura, e Stellidaura voleva essere chiamata, non Clodomira. Evidentemente, c’era stato un errore.
—E poi dicono che le streghe sanno tutto, — brontolava Stellidaura, ed era così nervosa che spaccò un paio di piatti, a bella posta, sul bordo del lavello.
—Clodomira! — urlava intanto la vecchia. Ma la Stellidaura non aveva nessuna voglia di cedere. Ad un certo punto,la vecchia si stufò di chiamare e venne in cucina, urlando:
—Ma insomma, nipote mia, mi senti o no, quando ti chiamo?
—Qui non c’è nessuna nipote, — le rispose tosto tosto la Stellidaura.
—Ragazzina, — ringhiò la vecchiarda, schiumante dalla gran rabbia, — mi raccomando, non farmi girare i cinque minuti o sono minchioni tuoi. E adesso, Clodomira…
—Stellidaura.
—Come vuoi! Per me fa lo stesso: basta che mi porti il sapone, e il secchio della lisciva, che mi sono stufata di aspettare te che non arrivi.
La Stellidaura cercò di comportarsi bene. Quando ebbe finito di lavare i piatti (era vero che continuavano a comparirne, nel secchio, ma appena messi nello scolatoio tendevano a sparire con altrettanta facilità), dovette spazzare in terra, per tutta la casa, e fare la stanzuccia, che conteneva due lettini; e su uno dei due lettini era stato messo uno striscione inghirlandato con sopra scritto: BENTORNATA, CLODOMIRA! Dalla gran rabbia, la Stellidaura lo strappò e lo buttò fuori dalla finestra.
Poi fece la cena. Zuppa di cavoli e granturco; e le toccò cucinare anche la carne dei due orsi, che nel frattempo l’ippogrifo nano aveva trainato fino a lì sulla carriola della vecchiarda.
La carne alla Stellidaura faceva grandemente schifo: non poteva sopportarne nemmeno l’odore. E si sentiva tanto in colpa per provare ribrezzo per quello che era così intimamente appartenuto a due animali così generosi, di cui uno era stato un grande benefattore della foresta; mentre speziava le carni dall’odore selvatico, piangeva, e le sue lacrime cadevano sulla carne.
—Allora, Clodomira, è pronto? — chiedeva la donna.
La Stellidaura, dura, non rispondeva. Quando fu pronto, servì in tavola.
—Mangia, — la invitò la vecchiarda, affabilmente, spezzando il pane, — siediti e mangia la carne dell’orso. È una pietanza prelibata, Clodomira.
—La preferivo da viva, — rispose la Stellidaura, respingendo il piatto. — E non mi chiamo Clodomira.
—Allora, Clodomira, mangia della zuppa di cavoli e granturco.
—Non ho fame. E piantatela di chiamarmi Clodomira, o v’infilo la caldaia in testa.
—Clodomira, perché sei così triste?
—Perché voglio tornare a casa. Un po’ di zuppa?
—Prendi un po’ di carne, Clodomira, che devi crescere.
—Ti ho già risposto che la carne non la mangio, vecchiarda. <I>E non chiamarmi Clodomira</I>!

La vecchia tacque, mangiando un po’ faticosamente per via della dentiera. Poi riprese, tutta lezî e moine:
—Scommetto che la mia Clodomira vuol sapere dove ho stato tutto questo tempo…
—Dovrete chiederlo a lei, vecchia. Io non ne so niente, né di voi, né di quella Clodomira.
La vecchia s’imbronciò, e continuò a biascicare la carne dell’orso.
—Uh, — piagnucolò, — questa carne è tanto dura.
—E tagliatela a pezzi più piccoli!
—No, no, — fece la vecchiarda, — masticamela tu.
—Ma per favore! — disse la Stellidaura, con espressione disgustata. — Masticatevela da voi, e se non riuscite datela alle teste.
—Sì, sì, farò così, — disse la vecchia, ma non si mosse di un dito, e continuò a tentare di masticare la carne.
Ad un certo punto, però, si fece pensosa:
—Ma ha un sapore strano, questa carne.
—Non so, — disse Stellidaura, facendo spallucce. — Potendo, v’avrei volentieri avvelenata, ma purtroppo, di là, veleno non ce n’è, sicché…
—Oh, che discorsi, Clodomira! — la redarguì la vecchiarda.
La Stellidaura guardò bene negli occhi la strega, e le parve di vederci brillare appena un sorriso canzonatorio.
— Vecchia, volete ripetere?
— Oh, che discorsi, Clo…
Ma Stellidaura era giunta al limite. Prese la zuppiera e la scaraventò per terra. Del tutto inaspettatamente, la vecchia strabuzzò gli occhî e cadde dalla sedia. La Stellidaura provò rimorso, e corse a sollevarla.
—Oh nonna, vi sentite male? — le chiese, rialzandola.
—Sì, — rispose la vecchiarda. — Oh, che sapore strano aveva quella carne.
—Venite, vecchia, vi metto a letto.
—Oh, come sto male.
—Vi reggo io.
La sollevò e l’aiutò a spostarsi nell’altra stanza.
—Porco mondo, — disse la Stellidaura, quasi soccombendo sotto il peso della vecchia. — Con l’età e lo stomaco che vi ritrovate, come pretendete di mangiare la carne dell’orso e non sentirvi male?
Giunta vicino al letto, ve la scaricò.
—Ma io non mangio altro che la carne dell’orso…
—Ah, brava! — la rimproverò la Stellidaura. — E adesso ne fate le spese. Vedete che siete una vecchia scema?
La vecchiarda stese le braccia verso di lei, piagnucolando:
—Oh, Clodomiruccia mia, non mi abbandonare.
Ma la Stellidaura aveva già mangiato la foglia.
—Non potete muovervi, non è vero? — chiese alla vecchia con una cert’aria furba che proprio tirava gli schiaffi.
La vecchia, paonazza, livida di odio, le ringhiò:
—Brutta piccola porca, che cos’hai messo nella carne?
La Stellidaura disse:
—Ora che ci penso, la tristezza per la morte dei miei due amici orsi mi ha messa in tanta ambascia che ho pianto, e le lacrime devono esservi cadute sopra…
—Oh, no! — gemette la vecchia. — E adesso sono immobilizzata.
—In più, non ho mangiato nulla di quello che m’avete fatto cucinare…
—Clodomira!… — ruggì la vecchia, roteando gli occhî inferocita.
—… E non ho dormito nel lettuccio che m’avete fatto preparare. Ho spazzato, lavato i piatti, fatto le stanze e fatto da mangiare. Non potete trattenermi, vecchia.
—Ah, Clodomira… — e qui la vecchia si mise a piangere.
—Mi dispiace tanto per la vostra Clodomira, ma avete preso un granchio. Non posso farci nulla. Già i miei saranno in ansia per me: devo proprio andare.
E se ne uscì.
La pianta carnivora, al suo uscire, cantò:

Dove vai, dove vai, Clodomira?
La tua nonna ha bisogno di te;
Ora piange, la vedi?, e sospira:
Vuoi fuggire, piccina; e perché?
Clodomira, ah ritorna, ah ritorna!
Nella casa risiedi, soggiorna;
Guarda nonna che chiama e delira
E starnazza: Ah, ritorna da me!

La Stellidaura, di pessimo umore, uscì velocemente, sbattendosi la porta alle spalle e borbottando:
—Mai sentita in vita mia una pianta più scema.
Ma il coro delle teste fu fenomenale:

Non andar via, ripensaci, cortese Stellidaura!, etc.

Stellidaura non aveva nessuna voglia di starli a sentire; s’era già trattenuta troppo. Mentre passava, sentiva le teste più vicine che facevano schioccare le mascelle, come per morderla.
Tornò a casa che era già mezzogiorno. Già da lontano, aveva la netta impressione che fosse successo un mezzo disastro. La mamma, tutta coperta di sudore, tirava la trebbia in mezzo al campo, insieme a papà, e dalla finestra della cucina usciva un pennacchio di fumo denso e nero.
—Mamma! Papà! — gridò, correndo loro incontro. I due alzarono la testa. — Siete stati in ansia per me?
Dopo un attimo di stupore, la mamma disse:
—Vedi un po’ tu: stamattina, non riuscivamo a far uscire Elisea dalla stalla; sai che senza di te non si fida. Sicché abbiamo dovuto tirare la trebbia per conto nostro. La casa è nel casino, ho bruciato il pranzo tre volte, e a te non ti si trova nemmeno a cercare in capo al mondo. Dove sei stata, delinquente?
E giù schiaffoni, scoppole, nocchini, e pedate. Alla fine la Stellidaura fu portata dentro. Il fumo che si vedeva uscire dalla cucina era il pranzo, che bruciava per la quarta volta. Mentre la mamma, imprecando, lo rifaceva una quinta, la Stellidaura fu costretta a raccontare tutto l’accaduto.
—È strano, — disse alla fine del suo racconto la mamma, — il sogno era senz’altro vero, ma la vecchia non mi sembra proprio parente nostra. Di solito quegli spiriti non sbagliano. È strano. Comunque sia, — disse, e qui tornò feroce, — azzardati un’altra volta a sparire all’orizzonte senza dir nulla, e vedi, tu, che cosa ti succede.

La vita riprese il suo corso normale; o quasi. Era vero che Stellidaura non aveva mangiato né dormito, in casa della vecchia; ma per colpa del morso del teschio e dei due piatti che aveva rotto, tutti gli anni verso settembre le si riaprivano le ferite sul braccio, e due piatti venivano a rompersi nello scolatoio. Allora doveva andare dalla vecchia nel capanno dei cacciatori, e accudirla per un giorno; benché fosse solo un giorno all’anno, avrebbe tanto preferito non vederla più. E poi, c’era quel mistero di Clodomira. La vecchia insisteva sempre nel chiamarla così, e la chiamava Clodomira; la pianta carnivora sul davanzale schiccherava invariabilmente le sue rimette sceme; e le teste dei cacciatori erano di anno in anno più floride. E questo, se permettete, era preoccupante, perché presto o tardi sarebbero tornati uomini, e avrebbero di nuovo fatto macelli nella foresta.
Cerca e cerca, alla fine si trovò: la casa in cui Stellidaura e la sua famiglia vivevano era appartenuta ad una famiglia mantenuta da uno dei numerosi cacciatori che abitavano nei dintorni; si chiamava Moroldo Groto. Oltre al cacciatore, in quella casa, abitavano solo la madre del cacciatore, Laomedontea, cioè la vecchia, e la figlia, Clodomira. Clodomira era una bambina ombrosa; si credeva che fosse tarata. Non avvicinava nessuno, temeva tutti, e passava quasi tutte le giornate nei boschi, lontana dalla casa; nei boschi era libera di sfogare certi suoi segreti dolori nel pianto, e di confidarsi all’aria, ai ruscelli, alle piante; ma il bosco aveva mille orecchie intente: lei non lo sapeva, ma qualcuno l’ascoltava sempre. Era appunto il tempo in cui Asmodeo era ancora giovane; era lui che aveva sorpreso il cacciatore nella boscaglia, e l’aveva ucciso, spiccandone la testa (chissà quale era, di quelle ora piantate intorno al capanno dei cacciatori). Quella sera, aspetta e aspetta e aspetta, Moroldo Groto non arrivava mai. La piccola Clodomira, cupa, aveva detto: “Una fiera l’avrà mangiato”. “Ma no”, aveva detto la nonna, “tuo padre è il terrore dei lupi, degli orsi e delle beccaccine. Avrà preso, anzi, troppi animali, e starà faticando a portarli qui. Vado a cercarlo”. Era andata nella foresta, con una fiaccola, chiamando a gran voce. A un certo punto, dopo aver girato fino a sfiancarsi, senza nemmeno sapere bene dove andasse, per un caso chissà a che cosa dovuto le era capitato alla fine di imbattersi nel corpo senza vita del figlio. Aveva riempito la foresta delle sue urla di dolore; era buio, e stringeva, fuori di sé, il corpo senza testa; aveva pianto a lungo, era sfiancata, ma voleva sapere che cosa fosse successo. Aveva lasciato il corpo dove l’aveva trovato, e pazza di rabbia si era addentrata nel bosco, piangendo il suo Moroldo con strida di bestia ferita a morte e sfidando l’assassino a venir fuori, a mostrarsi; finché, guidata da un tenue bagliore intravisto in lontananza, in mezzo al fitto degli alberi, era finita in un luco. Dove c’erano gli orsi, con Asmodeo in mezzo, che giravano intorno ad un falò in una ridda d’inferno: Asmodeo ballava con la testa di Moroldo Groto infilata in cima ad una picca. "Maledetto!", aveva gridato la vecchia, schiumante, agitandogli il pugno contro, "Maledetto!" “O nonna”, l’orso aveva gridato alla Laomedontea, “guardalo qui, il tuo Moroldo”. La vecchiarda aveva cercato inutilmente, prima minacciando e infine pregando, di farsi rendere la testa dalla fiera; perché le fosse data cristiana sepoltura insieme al corpo. L’orso le aveva riso in faccia, e le aveva detto che tornasse dalla Clodomira, e chiedesse a lei perché in tutti quegli anni non s’era risposato: se non fosse impazzita a quella notizia, le avrebbe restituito la testa del suo cattivo figlio. La vecchiarda era tornata, arrancando, alla cascina, ruggendo come una belva, senza curarsi di cadere ogni tre passi, e di straziarsi le carni contro le fitte fronde degli alberi. Giunta alla cascina, vi era irrotta, urlando alla Clodomira, poveretta, che le dicesse che cos’avesse fatto suo padre; e la Clodomira, piangendo, dopo un po’ s’era decisa a dirle che Moroldo Groto la sforzava tutte le notti. “Tu menti!” aveva gridato la vecchiarda; e poiché le aveva dato totalmente di volta il cervello, l’aveva uccisa. Alle prime luci dell’alba, col nuovo giorno, la vecchia aveva recuperato la ragione; aveva trovato il corpo della Clodomira tutto in sangue, e non poteva capacitarsi, ma sapeva d’averla uccisa lei; l’aveva sepolta nell’impiantito, proprio sotto il suo lettuccio, quello dove adesso dormiva la Stellidaura; poi aveva deciso di non poter più vivere, e aveva dato fuoco alla casa, morendo nel grande incendio. La casa, rimasta disabitata per tanti anni, era stata trovata proprio dal papà, che con l’aiuto della mamma l’aveva riattata; e adesso ci vivevano loro tre. Povera Clodomira! Fu proprio lei a raccontarlo alla famigliola sbigottita: in séguito ad un sogno della Stellidaura, avevano sollevato l’impiantito, e avevano scoperto il cadaverino. La calce l’aveva conservato; avevano evocato la morticina, che s’era svegliata dal suo sonno, e aveva raccontato la sua storia. Poi, venuta la sera, senza dir niente, con quei suoi stracci che le cadevano a pezzi di dosso, era scesa, aveva infilato la porta ed era uscita, dirigendosi verso il bosco.

Si vede che andava dalla nonna, che l’aspettava, perché infatti, l’autunno seguente, la Stellidaura non ebbe più il male al braccio, i piatti se ne stettero bonini nello scolatoio, e non ci fu più bisogno che andasse dalla vecchiarda ad accudirla.

[Mercoledì, 5 Settembre 2001].

LVI. Terza cosa vecchia.

22 Set

LVI. Non l’ho fatto apposta a centellinare le cose in questo modo, ma tant’è.

Questa, secondo me, è la piu’ bella (comunque pensavo di metterle tutte, invece di lasciarle a marcire sul sito della Holden — che tristezza, a mano a mano che le trovo).

ARGENIDE

La piccola Argenide, un giorno, fu sorpresa dalla Mamma nella sua camera mentre leggeva seduta sul letto.

La Mamma era vestita per uscire: aveva un ampio abito nero, e una collana e un diadema di diamanti che le facevano brillare il volto. Dietro di lei, vide spuntare Papà.

La Mamma disse:

– Ora io e tuo padre usciremo. Nel frattempo, metti in ordine la tua stanza. È in condizioni che fa orrore.

La piccola Argenide sbuffò:

– Ma proprio adesso?

– Sì, mia cara, – disse la Mamma, – proprio adesso. Quando saremo di ritorno vogliamo vederti a letto, e la tua stanza tutta in ordine. In caso contrario, ti avverto che sappiamo di un vecchio Professore che ha bisogno di una bambina di buona famiglia come servente. Per il nostro ritorno, o tutto sarà in ordine, o tu te ne andrai per sempre da questa casa.

Poi uscirono.

La piccola Argenide si disse:

– Non è possibile mettere a posto tutto quanto.

E si mise a piangere.

I suoi vestiti erano tutti spiegazzati fuori dagli armadi, i suoi libri non erano sugli scaffali, ma per terra; le sue bambole erano sparse in tutte le direzioni, e i suoi giocattoli erano ammucchiati sotto lo scrittoio.

Pianse e pianse, e alla fine si addormentò.

Si svegliò a chissà che punto della notte; la Mamma la scuoteva, e sembrava un’altra.

– Fuori di qui, – le disse, quando fu sicura che Argenide la sentisse. – Esci da questa casa e vai dal Professore.

Argenide gridò:

– No, Mamma, lasciami stare qui con voi! Farò tutto quello che vuoi, quando vorrai, ma non ora, ché ho troppo sonno.

Non ci fu verso: la piccola Argenide fu sbattuta fuori dalla Mamma, mentre il Papà gridava:

– Vattene via, non sei più nostra figlia!

Da ultimo, la Mamma le disse, indicandole il fondo del corridoio buio:

– Ultima porta a destra: lì è casa tua.

Piangendo, la povera Argenide si avviò per il corridoio buio. E le avevano lasciato solo la vestina da notte che portava indosso, e la sua bambola preferita (anche se era solo una bambolina di pezza), Regina.

In fondo al corridojo a destra c’era una porta con sopra una targhetta dorata che recava incise le parole: Professor Costanti. C’era un campanello, da cui pendeva una catenella, che terminava in un pomo su cui era scritto: suonami! Argenide tirò la catenella, e si sentì, lontano nella casa, il suono di un campanello. Si sentirono passi pesanti e strascicati avvicinarsi alla porta. Una voce di vecchio chiese:

– Chi è, a quest’ora?

Argenide non riuscì a rispondere, tanto piangeva.

Il vecchio aperse la porta.

Apparve agli occhj di Argenide un anziano signore in ciabatte e veste da camera, con un ciuffetto di capelli bianchi che spuntava da sotto una papalina scura, e spessi occhiali cerchiati d’oro.

– Oh mio dio, – disse, alzando gli occhi al cielo, – un’altra!

Spalancò la porta e le fece cenno:

– Avanti, signorina.

Ma Argenide non osava.

Il vecchio insistette:

– Forza, signorina, non vorrete rimanere lì tutta la sera, spero!

Argenide, pian piano, entrò.

Il vestibolo era in un disordine spaventoso: libri e fascicoli erano abbandonati dovunque per terra, e addossati in mucchj contro i muri. Una rigogliosa pianta esotica cresceva in un angolo; calzini e tiracche erano appesi alle sue grosse foglie. La polvere a batuffoli si spingeva qua e là ad ogni soffio di vento, & c’erano molti spifferi, e l’impiantito era mezzo sconnesso.

– Dove sono? – chiese Argenide.

– In casa mia, ovviamente, – rispose il Professore. – I tuoi genitori mi hanno detto di tenerti con me per sempre. Sarai severamente punita.

Scostò la tenda ed entrò, facendole segno di seguirla.

Argenide, passato l’uscio del vestibolo, non seppe bene, a tutta prima, in che specie di casa fosse capitata.

La stanza che si trovava davanti era grande come un palazzo, e non era facile dire a che cosa fosse adibita di preciso. C’era un enorme caminetto in mezzo alla parete davanti a lei, talmente grande da poter ospitare una quarantina di persone. Due bambine coperte di fuliggine erano sedute tristemente, ed attizzavano il fuoco; ma c’era troppa legna, ed era bagnata, sicché il fumo non sfogava dalla canna, e rimaneva in parte ad aleggiare intorno al falò; la stanza era piena dell’odore acre della legna bagnata, e c’era ovunque un po’ di fumo, che annebbiava la vista. Una delle due bambine buttava nel fuoco, una dopo l’altra, balle che lei stessa faceva, tutte uguali, di libri, di straccj, di piccoli oggetti di legno. L’altra aveva un piccolo crogiolo ai piedi, alimentato dalle fiamme del caminetto; in esso fondeva gli oggetti di vetro, soprammobili e paralumi, boccali e bottigliette, delle forme più strambe e più ricercate, di fiore, di pastorella, di satiro; quando il vetro era nuovamente fuso, lo soffiava nuovamente, modellando sfere e cubi. Due alte scaffalature piene di libri dai titoli strambi («L’eternità vendicante», «Il Libro e la Corona», «La Catergòmena infedele», «Il fortunato inganno») si ergevano nel mezzo della stanza, poste di sghimbescio: topi e pantegane ne rodevano le pagine, però solo dopo averli aperti e averne letto qualche pagina: «Che robaccia!» squittiva una grossa pantegana con la cuffietta e lo zinale rigido, mangiando da uno dei ventisette tomi dell’«Andromeda riconosciuta e trionfante».

Il pavimento di tutta la grande camera era coperto di un’infinità di oggetti: sontuosi abiti da cerimonia fatti a straccj, scarpe sfondate, cappelli lisi, vecchi almanacchi, cassette di legno e di cartone, bottiglie vuote e stoviglie infrante, bambole e giocattoli rotti, persino un carretto sfondato, e molte altre cose. Sulla destra c’era un organo a muro, davanti al quale era seduta una bambina pallida, coi capelli scarmigliati; sonava movendo la testa al ritmo della musica: che era una sola frase, ritmata e meccanica, dal tono triste, che si riproponeva a dritto e rovescio, sovrapponendosi a sé stessa, ora del tutto ora in parte, e modulandosi in vari modi, ma era sempre uguale; le canne dell’organo davano un suono lamentoso e sfiatato. Intorno alla bambina erano accatastati fogli di musica, a migliaia, pagine ingiallite e lacerate, sparse o già unite in volumi adesso smembrati. I topi vi si assiepavano sopra; un piccolo ratto col cappellino grattava via per mezzo di una lesina, una dopo l’altra, tutte le note di una partitura dai grossissimi foglj, che recavano l’intestazione «Perpetuum», e le mangiava una per una. «Duecentododici parti», bofonchiava di tanto in tanto, «nove parti reali», e mangiava le note con espressione disgustata. «Puah», diceva di tanto in tanto.

Argenide notò che non c’erano solo le due bambine nel caminetto e quella all’organo, ma che ce n’erano anche tante altre, che sbucavano da dietro cumuli di robaccia con aria indaffarata, portando fascine di fogli e di vestiti sulle spalle o spingendoli su carretti mezzi sfasciati. Senza contare quelle che salivano e scendevano da certi sfiatatoj disseminati un po’ dappertutto per la stanza, e in cui si rischiava di cadere, se non si stava attenti.

— Che posto è questo? — chiese la piccola Argenide.

— È casa mia, – rispose il Professore. – Devi sapere che una volta divenni molto ricco, grazie ad un’eredità di mio zio Alfonso. Decisi che con tutto quel denaro avrei avuto tutto quello che volevo, e anche quello che non volevo, e anche quello che in un momento qualunque avevo per un attimo desiderato avere. Ormai ero vecchio, ed ero da lunghi anni abituato a non desiderare nulla che la mia povertà non potesse consentire. Sicché andai a leggere nei miei diarj quello che avevo voluto quand’ero stato più giovane: scopersi così di aver voluto un cavalluccio a dondolo quando avevo dodici anni, ma non avevo osato chiederlo ai miei genitori, perché non me lo avrebbero potuto comprare; un vassoio di dolci che quando avevo quindici anni vedevo dietro una vetrina di pasticcere; una grande carrozza, con quattordici cavalli bianchi, che invidiai al Re quando venne in visita in questa città; molti libri che mi avrebbero permesso di superare in sapere tutti i miei competitori all’Università, e molti volumi che la censura aveva proibito, e le cui vietate audacie sognavo segretamente di poter conoscere; un abituccio profumato, che un’attrice spogliò nel camerino, e che io non ebbi il coraggio di rubare; e tante, tante altre cose. Col denaro avuto in eredità, potei comprarmi tutte queste cose, o qualcosa che vi corrispondesse. Ma cominciai anche a desiderare cose diverse, ricercate e belle, che senza avere tutti quei soldi non avrei mai desiderato, e il cui gusto mi venne frequentando le modiste e gli antiquari. Così, per tenere tutte quelle cose, dovetti per forza ampliare la mia casa, abbattere muri, e usare lo spazio di altri due, tre, quattro, sei, dieci, cento appartamenti, finché la mia casa fu un palazzo pieno di tutte le cose più rare.

Questa è solo la prima stanza, in cui ci sono gli scarti e i rifiuti; nelle altre vi è un serraglio, con le fiere in libertà; e c’è una grande dispensa, che continuamente è rifornita di vassoj di dolci; e ci sono molte biblioteche, piene di libri ormai consunti e mezzi mangiati dalle tarme, antichi e moderni: c’è una sala in cui crescono le piante e scorre un fiume; c’è una sala in cui le stelle si scontrano, e fanno nascere i mondi, anche se sono incomparabilmente più piccoli di quelli veri. C’è una sala in cui si stampano periodici, e c’è una sala in cui si guardano con lenti speciali i mari e i cieli; c’è una sala interamente occupata dalle mie pipe, e una sala dove nessuno è mai entrato da tanti anni; ci sono sale abitate da persone diverse, che nemmeno io più conosco, e ci sono sale che non contengono nulla, oltre alle mura della sala stessa; ci sono sale in cui si recita la commedia e si fa musica, e sale in cui sono ospitati i moribondi, e molti sapienti ricercano cure miracolose; ci sono sale abitate da animali, sale abitate da uomini, sale abitate da esseri fantastici, dediti alle più strane occupazioni, e ai riti più incomprensibili; gli appartamenti che toccavano il piano terra sono stati ampliati a mia insaputa, e il pavimento è stato scavato: qualcuno è passato di lì e ha ricavato grotte lunghissime, per cui si può spuntare, dopo molti mesi di cammino, in paesi lontani, o in ricchissime miniere, o in grotte naturali, o passare in un’altra galleria; una sala è un labirinto che forse è abitato da qualche essere mostruoso, ma nessuno che sia andato a verificarlo è tornato a dirmelo. In una sala, il grano cresce sotto i raggi di un piccolo sole, e in una sala c’è un interminabile cimitero su cui regna una perpetua notte; una sala dà inizio ad una fuga di oscure stanze, in cui gli alchimisti cercano di moltiplicare l’oro e alcune donne malvage distillano filtri.

Ma tu non andrai nelle altre stanze, per ora: sei appena arrivata, e dovrai rimanere qui. Tutto quello che ti può occorrere lo troverai qui dentro: ci sono vestiti dappertutto, e c’è da mangiare in ogni angolo; ne portano tutti i giorni, vedi?

In quel momento, da una feritoja ricavata nell’angolo a sinistra della parete di fronte spuntò il visetto triste di una bambina, che mandò questo grido lamentoso:

— La colazione!

E cominciò a vuotare sacchi e sacchi di cibarie involtate in carte di differenti tipi; per quante bambine ci fossero in quella stanza, tutto quel cibo non era necessario.

—Non si riesce a consumare mai tutto, — disse infatti il Professore. — Ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera un’altra bambina viene dall’altra stanza e porta via il cibo che è marcito nel frattempo.

La piccola Argenide, già stanca, disse:

— Non si potrebbe portarne di meno?

E si sedette su un cumulo di cilindri per fonografo; appena si lasciò andare sul mucchio di ciarpame, questo si mosse sotto di lei, e una vocina soffocata disse:

— Uhi!

Immediatamente, Argenide si alzò da sedere, spaventata. Dal mucchio emerse una figurina tetra; una bambina coi capelli a caschetto tutti sconvolti, che la guardava con aria di rimprovero.

— Mi dispiace essermi seduta sopra di te, — disse, mortificata, Argenide.

— Non mi hai fatto male, — disse la bambina, aprendosi ad un sorriso. Le porse la mano: — Mi chiamo Galatea, — disse, — e sono tanto contenta di fare la tua conoscenza.

— Io mi chiamo Argenide, — disse la piccola Argenide, stringendole la mano, e sono tanto lieta di diventare tua amica.

Il Professore disse:

— Molto bene, ora che siete amiche, Argenide potrà trovare una sua mansione. — E se ne andò.

In quel momento passò accanto a Galatea e Argenide una bambina magrissima, molto ben vestita, con una bella gonnella gonfia e un lindo grembiulino. Aveva sulle spalle ossute un grande sacco aperto, pieno fino all’orlo di bambole di pezza. Canticchiava qualcosa tra sé, con gli occhi sbarrati nel vuoto.

— Buongiorno, cara Teano! — le disse Galatea, sorridendo.

Anche Argenide salutò.

Guardando in quegli occhi smarriti, Argenide non tardò a rendersi conto che la piccola portatrice di bambole era pazza.

Questa, dopo averle guardate per un attimo, lasciò giù il sacco, si mise al centro dell’angolo vicino più sgombro che ci fosse e fece un inchino. Stringeva una bambola.

Improvvisamente, la bambina all’organo smise di suonare una complicata fuga, e dopo un attimo di silenzio preludiò mestamente; era una melodia semplice e triste.

La piccola pazza cantò sull’aria:

Potrete, oh dio, deludere,

Amiche mie leggiadre,

Mai la Teano amabile,

Che perse un dì la madre,

Che ovunque avesse a volgersi

Non trovò mai pietà?

 

Ah, mie sorelle, ditele

Dov’è la cara madre,

La madre ridonatele,

E tra le eteree squadre,

Per voi un dì all’Empireo

La grazia impetrerà.

 

Volete più nascondermi,

E come, ahimè, la madre?

La madre mia rendetemi,

Perverse, impure, ladre,

La madre ormai rendetemi

La madre, per pietà.

Finito il canto, riprese il suo sacco e se ne andò, procedendo faticosamente tra i mucchj di ciarpame.

Argenide chiese:

— Ma chi è? Che cosa fa?

— È l’addetta alla raccolta delle bambole di pezza. I genitori la credevano cattiva, perché rubava le bambole dovunque le trovasse, dicendo tutte le volte che aveva trovato sua madre. Ora crede di averla trovata nella bambolina che stringe sempre al petto, e che si chiama Elmirena, ma se lo dimentica sempre, e continua a cercare. Ormai starà sempre qui.

Argenide chiese:

— Ma io di preciso che cosa devo fare?

La piccola Galatea le disse:

— Ognuna di noi ha un suo incarico, che per regola di questa casa deve essere nojoso, pesante, deprimente e perfettamente inutile. Con tutto quello che c’è qui dentro, puoi trovare quello che vuoi. Ma mi raccomando: sembra sempre più triste di quello che veramente sei, altrimenti ti passeranno nelle altre stanze, e là è peggio. Qui si sta ancora benino, secondo me.

Argenide, emozionata, le disse:

— Allora sei stata in un’altra stanza, prima d’ora!

— Mai, — rispose Galatea, — ma così dicono.

La cosa parve molto strana ad Argenide.

Più che altro non sapeva che cosa potesse fare.

— Vedo anche, — disse a Galatea, — che non solo noi, ma anche quelle grosse pantegane hanno il loro incarico.

— No, — disse Galatea, — non è così. La Regina delle Pantegane ha ritenuto di dare forma di vero e proprio incarico alle sue normali mansioni per non sfigurare di fronte a delle bambine come noi, alcune delle quali non sono nemmeno aristocratiche. Ma nessun animale, qui dentro, ha un vero e proprio incarico.

Argenide guardò la Regina delle Pantegane aggirarsi sussiegosa tra gli scaffali, sbocconcellando pagine antiche con un’espressione, dipinta sul muso lungo, che ispirava proprio scarsa simpatia.

— Non saprei, — disse incerta Argenide. — Trovo che la Regina delle Pantegane abbia un’aria talmente sicura di sé che non oso avvicinarmi a quegli scaffali.

La piccola Galatea fece tanto d’occhj.

— Vuoi occuparti dei romanzi? — chiese. — Quella sezione è stata evitata come la peste da noi tutte, ed è veramente interminabile. C’è una cosa, infatti, che non ti ho ancora detto: ogni incarico deve essere svolto fino alla fine. Per esempio, io devo raccogliere e inventariare tutti i cilindri per fonografo: sono tantissimi, ma prima o dopo finiranno. Invece, i romanzi sono infiniti. Ogni mattina portano i romanzi più brutti su due grandi scaffalature. Sono costretti a bruciare tutto nel camino nascondendolo dentro gli stracci: vedi la bambina accanto alla vetraia, nel caminetto?

— La vedo, — disse Argenide.

— Si chiama Leonarda, — disse Galatea, — ed è lei che brucia la gran parte dei romanzi nei caminetti. Infatti, è impossibile inventariarli.

La cosa dispiacque un po’ ad Argenide, che non avrebbe voluto che tante storie fossero distrutte solo perché vacue e un po’ stupide.

— Alla fine dei conti, — disse a Galatea, — in teoria io potrei benissimo assumermi l’incarico dell’inventario dei romanzi.

— Certo, — disse Galatea, — per potere potresti anche. Ma io te lo sconsiglio vivamente. Anche per via della Regina delle Pantegane: ha un carattere insopportabile: è ignorante e vanagloriosa, e discetta di tutti i testi che mangia, ma non sa lèggere.

— Cercherò di non permetterle di rendermi la vita difficile.

— E attenzione, — aggiunse la piccola Galatea:— i romanzi devono essere inventariati, non letti. Se ti fermi a leggere, non avrai mai tempo di finire, se mai finirai.

Argenide si accostò agli scaffali. La Regina delle Pantegane la guardò con indescrivibile disprezzo.

— Chi abbiamo qui? — chiese. — Un’altra di quelle piccole straccione?

Argenide decise di non farsi disarmare così di primo acchito.

— Sì, Maestà, — disse. — Io, se così Le piace, sono la nuova addetta all’inventario dei romanzi.

La Regina delle Pantegane fece tanto d’occhi. Quindi scoppiò a ridere; per imitazione, risero pure le altre pantegane. Ma ad un secco cenno della Regina smisero.

— Fammi capire bene, piccola peccatrice, — disse la Regina delle Pantegane, fissandola con gli occhietti maligni. — E tu ti saresti sobbarcata quest’incarico di tua volontà? Sii sincera per una volta in vita tua, sacconcello di corruzione: che cos’hai fatto, veramente?

Alla piccola Argenide vennero le lacrime agli occhi.

— Non ho riordinato la stanza per tempo, — disse piano, — e la Mamma mi ha punita mandandomi qui dal Professore.

— Non ci credo, — disse la Regina delle Pantegane. — Ma è il tuo primo giorno qui, e potrebbe essere anche che tu non sappia bene quello a cui vai incontro. Ma non so ancora se il tuo modo di fare sia ispirato da una scarsa fiducia nei confronti degli altrui consiglj (perché certamente avranno tentato di dissuaderti) o da una volontà di punirti oltre il male fatto che, veramente, ti farebbe troppo onore.

Argenide pensò: Non è così vana come diceva Galatea. Forse le cose non sono come dicono tutti.

— Fa pure come se noi non ci fossimo, — disse la Regina delle Pantegane; e ad Argenide parve che fosse anche molto accomodante.

Incuriosita, guardò il titolo del libro che la Regina delle Pantegane aveva in mano in quel momento.

Era un grosso volume, di formato doppio rispetto i soliti, che recava sul frontespizio una severa immagine, che raffigurava una ninfa nell’atto di uscire da una grotta. L’espressione del suo viso era straordinariamente radiosa, come se fosse stata liberata da una lunga prigionia. Era coperta solo da una veste lacera, ma candida, e si portava la mano al cuore in gesto di melodrammatica passione; i grandi occhj chiari erano volti al cielo (il sole spuntava allora in mezzo ai cirri scuri, proiettando ponti di luce sulla campagna fertile, lontana dal triste acquitrino su cui dava l’imbocco della grotta), e in essi era dipinta ancora la disperazione della prigionia mista alla speranza della liberazione e alla gioja della libertà; ad accoglierla, su un’enorme foglia di ninfea, dalla cui corolla spuntava un grazioso donnino le cui gambe erano i pistilli, era inginocchiato un satiretto giovane, di straordinaria bellezza, con l’aristocratica barbetta nera a punta, e i sottili baffetti del primo pelo. Sembrava tendere le orecchiette appuntite verso l’immagine abbacinante che sorgeva dalla grotta; e gli occhi obliqui e grandi, lucidi di pianto, erano tutti un anelito verso la bella figura. Su altre grosse foglie, le ninfe delle ninfee alzavano le minuscole mani al cielo per l’avvenuta liberazione. Argenide disse:

— Che bella immagine.

La Regina delle Pantegane rimase un po’ perplessa.

— Se vuoi tenerla, — disse, e fece per strapparla, guardandosi intorno, — te la do, ma nascondila bene: quando sarai liberata non dovrai farti cogliere con nulla indosso.

— Oh, no, Maestà!— disse Argenide. — Non la strappi! Vorrei leggere tutto il volume. Infatti, non credo di essere mai liberata, perché mia Madre è troppo severa e maldisposta nei miei confronti, e in più perché quest’incarico non avrà mai fine, per quanto me ne dicono.

La Regina delle Pantegane rimase con la zampa a mezz’aria.

— È veramente assurdo, — disse, poi, con espressione di grande riprovazione. — Voi non vi siete macchiata di qualche colpa, straccioncella mia, voi non avete nozione del peccato; che è diverso, e assai più grave.

Sospirò con aria saputa. Argenide capì che potesse apparire veramente insopportabile, poiché era vanissima. Poi disse:

— Qui non sono conservate le sane scritture di quei gran Maestri, di soda e sterminata dottrina, che hanno ornato le lettere dei loro Paesi con fantasie misurate e istruttive, e con memorie storiche rese piacevoli per il vantaggio dei popoli ignoranti: questi sono romanzi, provenienti dalle epoche più vane e oscure, in cui gli uomini si dilettavano delle stravaganze più scipite, e dei sentimentalismi più dozzinali; epoche in cui non erano desiderati, certo, i parti mostruosi delle fantasie più febbrili, ma nemmeno i ragionatìvi raccontari delle epoche più felici. Sono sterili vaneggiamenti, vagheggiamenti impalpabili della mente e piccole fantasie ingigantite nelle proporzioni ma non nel pensiero…

La Regina delle Pantegane andò avanti per un bel po’ a spiegare. Citò numerosissimi titoli, segno che non era affatto analfabeta come diceva la piccola Galatea, che probabilmente riferiva quello che lei stessa aveva udito; e disse date, nomi, accompagnando ogni nozione prodotta con qualche espressione raffinatamente disgustata. Si dispose ad ascoltarla meglio, seduta su una pila di volumi («Astrea reduce»); ma accanto a quella pila ce n’era un’altra, e vi appoggiò la testa. La Regina delle Pantegane non si accorse nemmeno del fatto che s’era messa comoda, tanto era infervorata nella sua orazione; e Argenide, al suono cullante delle molte parole che non capiva, si addormentò beatamente.

Si svegliò chissà quanto più tardi. Il Professore era davanti a lei, e le dava le spalle. Parlava con la Regina delle Pantegane. Avevano non si sapeva bene quale bega; la Regina delle Pantegane, tremante di sdegno, diceva:

— Caro Professore, vi ricordo che non sono al vostro servizio, e che non ho mai bussato a nessuna porta, io!

— Per forza! — disse il Professore. — Entra direttamente dal tubo dello scarico!

— Esattamente! — disse, aspra, la Regina delle Pantegane. — Ma soprattutto non detto legge in casa altrui, esattamente come nessuno detta legge a me, anche se mi trovo in casa altrui!

— Beata lei, Maestà, — disse amaramente il Professore, — io sono in casa mia, e mi sento dettar legge da chiunque… In ogni caso, — soggiunse, con un tono più deciso: — le chiedo per l’ultima volta di non distrarmi le bambine. Sono qui per uno scopo preciso.

— Anche noi! — protestò la Regina delle Pantegane.

— Ma è assurdo! — gridò il Professore, ormai completamente imbestialito. — Non si accorge che il suo modo di fare non ha nessun senso? Data l’abbondanza delle scorte di romanzi, le ho concesso di rimanere, e fare il comodo suo, ma adesso ho un’inventariatrice. O meglio, avrei un’inventariatrice, se lei non me l’avesse addormentata.

— A parte le responsabilità che così pateticamente mi attribuisce — notò acidamente la Regina delle Pantegane, — a me non sembra affatto che la sua inventariatrice stia dormendo: sta anzi ascoltando con grande attenzione.

Il Professore si voltò, vide che era vero, e l’aiutò a scendere dall’«Astrea Reduce».

— Ma cara, — le disse, bonariamente, — ma non ti accorgi dell’incarico che ti sei presa? È una cosa enorme, non potrai mai farcela. Quanto tempo vuoi metterci, prima di uscire di qua?

La piccola Argenide rispose:

— Non so. Ho visto tutti questi romanzi, e vorrei che fossero conservati. Ho saputo che in minima parte servono al vettovagliamento di Sua Maestà e dei suoi sudditi…

— È il nostro frais de bibliothèque, infatti.

— … E per il resto finiscono distrutti. Mi dispiace, perché in fondo nessuno li ha letti.

— Ma piccina, — disse spazientendosi la Regina delle Pantegane, — vi ho già detto che questa roba è un cumulo di schifezze, che nemmeno i miei sudditi leggerebbero!

— Sono scarti, — spiegò il Professore. — Ed è molto meglio che non ti faccia distrarre, piccola mia. Ricordo che li presi ad un antiquario: vantava di avere tutti romanzi stampati tra il 1590 e il 1790. Non ho ancora finito di riceverli. In più, si assomigliano tutti.

Argenide non era del tutto convinta, di questo; ma era sicura di rimanere al suo posto di inventariatrice dei romanzi. Dal momento che il suo incarico sembrava infinito, e che non aveva la minima intenzione di andar via tanto presto da casa del Professore, decise di prendersela comoda.

Un giorno, il Professore la colse mentre leggeva, a gambe incrociate, «La Masada insorta, distrutta e trionfante» di Giovanni Domenico Stroppia. Era arrivata proprio al punto in cui il Maestro rivolge una bellissima orazione al popolo della città, incitandolo a suicidare in massa per non vivere soggetto al Romano infedele, quando il Professore, vedendola, gridò:

— Ma signorinella! Dove credi di essere?

Argenide sollevò il capo e disse:

— Mi scusi, Professore, ma mi ero un attimo distratta.

— Ah, figliola mia, — disse il Professore, sconsolato, — ne va solo della tua libertà, ricordatelo. Ma tieni a mente che il tuo ostinato comportamento mi indurrà a rivolgermi ai tuoi genitori.

Spero proprio di no, pensò Argenide, ma non lo disse. La Mamma le era parsa tanto dura, e il Papà così indifferente, quando l’avevano buttata fuori casa, che dubitava, ormai, di volerci tornare tanto presto. In fondo, lì c’era tutto il disordine che voleva, e poteva leggere tutto il santo giorno senza nemmeno alzarsi un momento. La Regina delle Pantegane aveva cominciato a guardarla un po’ dubbiosamente. Ogni tanto, però, la piccola Argenide le leggeva ampi brani dei romanzi, e c’era anche il caso che Galatea interrompesse la raccolta dei cilindri per fonografo, Amalberga quella dei calzini e Rosaura quella dei sigari spuntati per rimanerla ad ascoltare. La piccola vetraia, poverina, era talmente disperata! Dato che non aveva fretta, Argenide le portava spesso dell’acqua ghiacciata, e la povera Esperetusa, che era anche molto grassa, era tutta gratitudine nel modo di guardarla, e tornava a soffiare il vetro con più energia di prima. Una volta, però, le uscì un paralume fatto a barchetta. Chiedeva scusa non si sa a chi, a sé stessa o alle altre, e si affrettò a ributtarla nel crogiolo. Ma le sembrava di aver fatto un errore imperdonabile. Argenide credette di vedere nello sguardo delle altre, per tutta la serata, dopo l’incidente, un muto rimprovero.

Un giorno ebbe il piacere di trovare un romanzo intitolato col suo nome, Argenide, proprio, di un certo signor Barclajo, e si diede a sfogliarne le pagine con grande diletto. Un giorno, mentre leggeva La Rosalinda, e in particolare il passo sulla morte di Flerida, si accorse di essersi fatta stranamente attenta alla musica che la piccola Polissena, la bambina addetta all’esecuzione di tutta la musica accademica, suonava sull’organo a muro; e si accorse che la musica le conciliava stranamente i pensieri, facendole da sfondo alle vicende immaginate, sicché sembrava che Edemondo e Rosalinda, Flerida e tutti gli altri agissero come su una scena, e si mostrassero con fattezze vere.

Da allora prese l’abitudine di ascoltare con mezz’orecchio quello che Polissena suonava, anche se ogni tanto non era propriamente intonato a quello che leggeva, e la cosa cominciò a farla pensare. Perché infatti si trovava, ogni tanto, a riconoscere in un brano qualcosa che si sarebbe perfettamente intonato a qualcosa di letto tre o quattro settimane prima; e si accorse, in più, che ricordava più vividamente le immagini che la lettura le aveva suscitato nell’animo, se la musica che Polissena stava suonando in quel momento era intonata alla situazione descritta nel romanzo.

Un giorno sentì una musica decisamente poco intonata: era una marcia trionfale, talmente fracassona e gonfia da farla trasalire ai primi accordi, e da distrarla dalla lettura e dal lento inventario (perché in effetti inventariava, anche se con una lentezza eccessiva).

Decise di accostarsi alla piccola Polissena, e di attaccare conversazione con lei; era sempre sola, e nessuno andava, di norma, a parlarle, se non altro per non disturbarla; dormiva su un mucchio di fogli da musica, ma mai più di due ore e mezzo, dalla mezzanotte alle due e mezzo del mattino, quando attaccava il Preludio del Mattino, composizione del M° Camillo Andegari per il IX Cavalpesanti di Mendrisio, una vera schifezza. A quel punto tutte le bambine si svegliavano; la piccola Polissena fungeva, in effetti, da sveglia per tutte le altre.

Non era particolarmente amata, anche perché in genere dormiva pochissimo.

Appena Argenide si avvicinò, Polissena, senza staccare le dita dalla tastiera, si voltò a metà col capo, e squadrandola da cima in fondo con gli occhj socchiusi disse:

— Mi sembri troppo giuliva, tu.

— Forse, — disse Argenide, alzando le spalle.

Le due bambine si presentarono.

— Sono qui da quasi un anno, — disse Polissena, —e non ho mai visto una bambina dall’aria più felice di te. Tu qui sei in punizione, ricordatelo.

— Capisco,— disse Argenide, — ma non mi trovo tanto male.

— Finirai per rimanerci sempre, allora. Cerca di avere l’aria un pochino più patita. Nemmeno a me, sai, — disse Polissena, che era una bambina un po’ malvagia, con uno sfavillio strano degli occhi — fa tutto così ribrezzo, quello che suono. Ci sono cose di cui mi ricorderò bene quando sarò fuori di qui, e che metterò nei programmi dei miei concerti.

Argenide le chiese:

— Ma tu perché sei qui?

— Mi annojava il solfeggio, — disse Polissena, alzando le spalle e storcendo un pochino la faccia. — Mi hanno detto che sarei dovuta rimanere qui e dedicarmi all’incarico più nojoso. Ho scelto di eseguire solo musica brutta e nojosa; è quello che faccio, ma devo dire che non tutta mi sembra così.

Argenide disse:

— Molti dei romanzi che ho deciso di inventariare, invece, sono molto belli, — ma mentiva, perché le piacevano tutti.

— Capisco, — disse Polissena. — E devo dire che se non avessi in animo, ormai, di diventare una famosissima concertista, e di essere osannata dalle folle, mi piacerebbe rimanere sempre qui, perché i miei genitori non mi sembrano troppo affettuosi.

— Nemmeno i miei! — disse Argenide. — È una cosa strana, ma li avrei preferiti diversi da come sono.

— Non tutto il male vien per nuocere, — sentenziò Polissena, — e anche se dovessi rimanere sempre qui dentro, so che più in là ci sono anche stanze dove si respira l’aria fresca, e si può uscire all’aperto, e non si mangiano sempre questi dolciumi indigesti. Vorrei che il Professore, a quindici anni, avesse desiderato solo insalate verdi e minestroni.

Polissena le parve simpatica.

— Senti, — le disse. — Ma che cosa c’impedisce di uscire, se vogliamo, o di passare ad un’altra stanza?

— Quelle due là, — disse inspiegabilmente Polissena, con una smorfia impaurita, accennando a dietro la tenda che celava il vestibolo.

Argenide non capì:

— Ma quando sono venuta io non c’era nessuno, oltre a me e al Professore.

— La prima volta che si viene qui, quelle due stanno nascoste dietro la pianta dalle foglie larghe, perché sperano che, una volta dentro, qualcuno tenti di uscire, e così lo possono uccidere.

Argenide rabbrividì:

— Ma come?

Polissena annuì.

— Vieni con me, — disse, smontando dallo sgabellino. — Te le faccio vedere.

Andarono verso la tenda.

— Ma chi sono? — chiese Argenide, impaurita. — Che fanno?

— Ssss! — la zittì Polissena. — Non farti sentire…

Afferrò un cordone che pendeva da una parte, e lo tirò di scatto. Il vestibolo apparve, illuminato da una luce intensa; in mezzo, c’erano due creature delle più strane che Argenide avesse visto: erano due bambine, ma di un pallore innaturale, cogli occhi cerchiati per una perenne veglia, e pieni di follia. Bello è che una delle due montava sulle spalle dell’altra, sicché in due facevano una persona più alta del Professore. Scoprivano i denti bianchi in un sorriso senza felicità, ed entrambe avevano un coltellaccio nella destra.

— Oh dio, — sussurrò Argenide, — ma chi sono?

Le due bambine dissero in coro:

Noi siamo morte, — e non ci siamo accorte:

Noi aspettiamo, — e intanto qui restiamo.

Alla tua sorte — vieni, se sei forte.

Quella che portava l’altra sulle spalle disse ad Argenide, facendole cenno:

Guarda s’è bello — questo mio coltello!

E l’altra:

Io ti sorrido, — vieni che t’uccido!

Per un motivo o per l’altro, né Argenide né Polissena ritennero di rispondere all’invito; Polissena lasciò cadere la tenda.

I giorni passavano sempre uguali, sennonché adesso Argenide concertava con Polissena delle lunghe letture pubbliche dei romanzi, intervallati o accompagnati dai brani musicali più belli. Tutte le bambine si mettevano intorno all’organo a muro, verso sera, ed ascoltavano.

Il Professore passava in su e in giù, disperato:

— È la fine, — gridava, agitando furibondo il pugno contro Argenide, — tu non sai quanto sono cattivo! Io avvertirò i tuoi genitori! Ti farò tornare a casa tua!

Argenide lo pregava sempre:

— La prego, Professore, non lo faccia…

Il Professore si rabboniva sempre, ma un bel giorno prese Argenide in disparte e le disse:

— Bambina mia, — e aveva i lucciconi, — io vorrei tenervi sempre tutte qui: io so che non siete infelici come volete farmi credere, ma io ho una reputazione da difendere, e in più la Regina delle Pantegane s’è lamentata che ti tieni i bocconi migliori, e che per non farle mangiare certi libri su cui aveva già fatto un pensiero li nascondi in una cassa di metallo che hai sottratto a Corilla, addetta alla raccolta dei contenitori. È vero, questo?

Argenide fu costretta ad ammettere di sì.

— Cerca di capirmi, — le disse il Professore, — io non ho certo invitato né la Regina delle Pantegane né il Re dei Topi, che si occupano di disfarmi di un po’ di carta; ma hanno anche loro la loro utilità, e poi vedi bene che non sono padrone di casa mia, e che mi conviene tenere buoni rapporti con tutti. Il tuo inventario è un disastro, e non ti basteranno mille vite per leggere tutti i romanzi: vedi che quando sei arrivata c’erano solo due scaffalature, e adesso ce ne sono dieci… E poi mi distrai le altre, e le coinvolgi in spettacolini improvvisati: come faccio, coi vostri genitori? Io mi sto rovinando, e la roba, che è pagata e mi spetta, mi sta sopraffacendo. Io ho bisogno che voi bambine disfacciate il maggior numero di cose, non posso permettervi di allestire un teatro in casa mia. E devi pensare anche che ci sono le altre stanze, che tutto funziona a catena: tu inventari meno romanzi, e anche la tua famigerata amica Partenissa, addetta all’inventario delle opere sceniche, finisce col seguire il tuo esempio. Radegonda e Marfisa, addette allo smaltimento dei cibi avanzati e avariati, si distraggono, e buttano tutto in pasto ai maiali di Campaspe e ai conigli di Gernanda, che si moltiplicano, facendo moltiplicare così anche gli uomini e gli altri animali. Io come faccio? Se non riesco a fare ordine, finisco rovinato! E perderò la fiducia dei vostri genitori, che vi mandano così volentieri qui da me! Non c’è alternativa: devo farti ritornare a casa tua!

Argenide scoppiò in lacrime:

— No, Professore, non fatelo, vi prego!

Anche il Professore era commosso, ma scuoteva il capo, e si allontanò gemendo:

— È tutto troppo grande, è tutto troppo grande per me…

Quando, qualche giorno più tardi, il Professore le annunciò con qualche gravità che i suoi genitori erano venuti a prenderla, Argenide disse:

— Non ci vado.

Il Professore rimase di stucco:

— No?!

— No, — ribadì Argenide. — Che vengano a prendermi.

Il Professore alla fine riuscì a convincerla ad andare fino alla porta, nel vestibolo, a sentire quello che le dicevano i suoi genitori.

Mise le due bambine morte, che si lasciavano fare, dentro una cassa, e le fece cenno di avvicinarsi; dopodiché sparì dietro una porticina.

Argenide, riluttante, seguita da tutte le altre bambine, si avvicinò alla porta, e disse:

— Siete lì? Io vi ascolto.

Un po’ esitante si sentì la voce della Mamma:

— Tesoro, il Professore è lì con te?

— No, — rispose Argenide.

— Per fortuna, — disse Papà. — Ascolta: abbiamo riposto sconsideratamente la nostra fiducia in quell’uomo malvagio. Lui rovina le bambine, e fa loro cose che non posso riferirti.

— Non ti credo, — stabilì recisamente Argenide. — Perché dovrei tornare da voi?

— Ascolta, tesoro, — disse la Mamma, — lui talvolta mette il veleno nel cibo, e poi fa operazioni arcane, tramite le quali riesce a far vivere dopo la morte, ma si diventa cattivi, e si uccide tutto quello che si vede. È così che ha fatto morire le due bambine morte.

— Non è vero, — rispose con sicurezza Argenide. — Le due bambine sono morte di sincope duecento anni fa, e sono state richiamate in vita da una strega che conosco io, del piano di sotto. E in più non sono malvage. La loro è tutta una finta. E anche i coltelli hanno la lama di gomma.

Tutte le altre bambine ebbero un moto di stupore. Solimana, addetta alla potatura dell’erba cipollina, e Clorinda, addetta alla pastura delle mosche della frutta, si affrettarono a liberare le due povere disgraziate.

— In tutta franchezza, — disse Argenide, — non ho una grande voglia di tornare da voi. Perché dovrei farlo?

— Ascolta, — disse il Papà, — Polissena in realtà ha quarant’anni, ed è lì per tenerti d’occhio. È lei che ha detto a noi di venire a prenderti.

— In realtà lei è il Professore, — spiegò la Mamma, — si trasforma in bambina scarmigliata tutte le volte che vi controlla: infatti, se ci hai fatto caso, non hai mai visto insieme Polissena e il Professore.

— Tu menti! — gridò Argenide. — Non c’è una volta che abbia visto il Professore senza che Polissena fosse al suo posto a suonare quella musica insopportabile (ma talvolta sublime). Insomma, non vedo nessun motivo per cui dovrei tornare a casa; se voi lo vedete, ditemelo!

— Ascolta, — disse il Papà, — in realtà quella sera non eravamo noi, ma due fantocci animati dal Professore: o credi che saremmo stati così cattivi da mandarti qui dentro a soffrire?

— Dovevate per forza essere voi, — stabilì con decisione Argenide, — perché credevate di mandarmi in un postaccio; e dovete essere per forza voi anche adesso, perché avete sentito dal Professore che non soffro affatto e volete riavermi ai vostri ordini. Perché dovrei tornare con voi?

A quel punto la Mamma perse la pazienza:

— Perché è assurdo che tu rimanga in quella topaja infame a non fare un’ostia peggio di prima! Ecco perché! Adesso esci, esci da questo buco fetente!

E si mise a battere come una forsennata contro la porta. Argenide e le bambine indietreggiarono.

— Esci da lì! — gridava il Papà, battendo come un pazzo contro la porta. — Esci di qui, maledetta!

— Esci da lì, piccola lurida scrofetta! Esci, brutta schifosa!

Sembrava proprio che volessero abbattere la porta, che infatti sussultava nei cardini.

Le bambine si presero paura, e andarono a ripararsi dietro la tenda. I genitori di Argenide si sentirono battere per un bel po’ ancora, ma sempre meno. Poi non si sentì più nulla.

[16 VIII 2001].