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LV. Altra cosa vecchia.

21 Set

LV. [Ha un incipit scontato, ma lo svolgimento mi era parso interessante. Insomma, anche questa è delle mie tre (se ben ricordo) preferite, o di quelle che credo meglio riuscite].

ZELINDA ALL’AGONE

A memoria d’uomo, al villaggio non s’era mai visto un portento come la piccola Zelinda. Oltre ad essere buona, brava e bella, aveva anche una spiccatissima disposizione ad improvvisare versi, e tutte le ragazze che si monacavano o prendevano marito la volevano alla cerimonia, e le davano così qualcosa, per cui si può dire che, proprio grazie alla piccola, la famiglia era una delle più benestanti del villaggio tutto. Naturalmente, la sua fama era volata anche nelle ville viciniori, ed era stata invitata a prodursi anche in diverse cerimonie di altri paesi. Non aveva niente di diverso dalle altre bambine della sua età, tranne forse il fatto che era molto malinconica, cosa non dovuta al carattere in sé, quanto più probabilmente all’esercizio della poesia, che porta alla consuetudine con idee più grandi del mondo, che c’inducono al pensiero della nostra pochezza e ci rendono taciturni e mesti.
Le circostanze austere erano quelle che più si addicevano a questa, che era la più giovane tra le discepole delle Muse, e che aveva votato al livido Saturno la giovanissima vita. Non improvvisava soltanto, ma, avendo imparato a leggere e scrivere per proprio conto (i genitori erano analfabeti), componeva orazioni funebri in versi, e canti di commiato. Alcuni signori avevano gradito certe sue odi panegiristiche, che parlavano delle loro famiglie, e spiegavano l’origine dei loro stemmi. La bella Zelinda narrò anche alcune battaglie e alcune vittorie in versi, e per quanto i signori non fossero direttamente elogiati, il fatto che il loro nome comparisse in componimenti così pieni di particolarità stupefacenti e di idee che nessuno sembrava poter cogliere, erano contenti, e davano pensioncine e donativi.
Alcuni importanti professori vennero ad ascoltarla, ma si misero contro l’autorità ultima della gente del villaggio, perché volevano che se ne andasse in città, e che smettesse d’improvvisare. Ma la piccola Zelinda non aveva detto né sì né no, e comunque era rimasta, e improvvisava sempre, ogni volta glielo chiedessero. Un Poeta di camera di un grande Imperatore lesse per caso le sue odi, e le scrisse per elogiarne la maestria, dicendo che erano cose grandi per una mente umana, grandissime per una mente femminile, eccelse per una contadinella, miracolose in una bambina di quell’età, e terminava con parole che solo i poeti, che tengono le nove Muse come nove chiavi con cui chiudono il cuore alle espressioni volgari, sanno comprendere; e si dice che la piccola Zelinda, com’era infatti vero, portasse sempre sul petto la lettera del grand’uomo, e che le parole di congedo l’avessero addirittura fatta piangere, lei, che era sì sempre triste, ma che per piangere non aveva pianto mai.
L’occasione più importante per tutti i poeti del circondario, che la amavano e la vezzeggiavano per la migliore e più cara di tutti loro, quasi fosse loro maestra, era la gara poetica che si teneva nel grande luco che si apriva nel più folto del bosco, alle pendici della montagna. In tutta la zona intorno si raccontavano storie bellissime, ma proprio da quel villaggio, chiamato Boscorotondo, venivano le più belle. Era tradizione che tutti i villani si radunassero per tre giorni, la vigilia del solstizio, il solstizio e il giorno dopo, intorno al fuoco, in tende e padiglioni, e che per tre giorni ascoltassero le recitazioni del nuovo poema, che era poi sempre un episodio della storia del gigante, che si diceva avesse dato origine alla montagna, venendo lì, dopo una serie di gesta, a dormire; e tanto aveva dormito che si era pietrificato. Naturalmente, si era anche risvegliato, qualche volta, e poi si era riaddormentato, perché da quella notte dei tempi ai giorni nostri c’è tanta infinità di tempo che le cose impossibili non solo sono potute succedere, ma hanno avuto anche modo di ripetersi.
Quell’anno, la piccola Zelinda fu ammessa all’agone; lo seppe nel modo particolare in cui si sapeva di essere ammessi, e che non ci è dato rivelare, anche perché non lo sappiamo: in qualche modo, sembra che fosse il dio stesso a far sapere chi dovesse partecipare; e chi doveva partecipare non poteva comunicarlo a nessuno. A lei sarebbe stato certamente affidato di cominciare le recitazioni col primo cantare, dopodiché sarebbero subentrati gli altri; questo, in onore della sua maestria e considerando anche la sua giovane età: appena si fosse presentata, sarebbe stato sicuramente così. I poeti che si avvicendavano erano sette, scelti tra i migliori tutti gli anni, non più e non meno. Ciascuno di loro recitava un cantare improvvisato al giorno, e i ventuno cantari che ne risultavano facevano il poema, che finiva scritto sullo stormire delle fronde, e inciso sulla neve.

Ogni anno era lo stesso. I poeti erano gli ultimi a lasciare il villaggio, che in occasione dell’agone si svuotava completamente. Però i villani lasciavano aperte le case, e accesi i lumi alla finestra, e il fuoco ardeva nel caminetto: lasciavano del cibo sulle tavole. Solo sette persone, i poeti all’agone, i Guardiani della Soglia per il momento, rimanevano al villaggio. A quel punto, si diceva, la tormenta si abbatteva sul villaggio, e spegneva tutti i lumi. Quando veniva il buio, i morti tornavano, e i Guardiani dovevano scendere nelle vie a tentare di riconoscere un proprio congiunto. Spesso non li riconoscevano, perché non li avevano mai visti, essendo morti troppo tempo prima. Di solito erano loro per primi che si presentavano, e mostravano un segno, o prendevano il Guardiano per la mano, e lo portavano alla propria tomba. Poi, a segni, o mostrando simboli da divinare, indicavano quale parte del ciclo dovessero trattare. Ogni Guardiano, quando aveva avuto il suo responso, aspettava che i morti tornassero nel mondo delle ombre e poi si radunavano ad un punto convenuto: era ad un crocicchio, dove c’era come erma una vecchissima lapide, trovata chissà quanto tempo prima, scritta in un linguaggio sconosciuto, che si diceva riportare la storia della fondazione della città. Era un punto come un altro, e Zelinda sapeva che era falsa perché uno dei professori di passaggio le aveva dimostrato come fosse la copia di una lapide greca che si trovava in un villaggio poco più a sud di quello, solo che il lapidario non sapeva il greco, e aveva interpretato fantasiosamente l’alfabeto. E anche la lapide originaria non diceva molto di interessante. Il professore le aveva detto che cercheremmo inutilmente di trovare scritte quelle verità fondamentali che cerchiamo, e la vera origine delle nazioni: infatti, quando le civiltà erano fondate, la gente era così felice che invece di parlare cantava, e non scriveva nulla di quello che succedeva, perché non aveva motivo di ricordare quella felicità che avrebbe provato anche l’indomani. Tutto quello che avevano fatto, come palpitassero i loro cuori, come fosse versatile il loro pensiero, come fossero agili le loro mani, noi non lo sapevamo; ma le musiche che tanto ci piacciono nei teatri tentavano di imitare la loro lingua cantante, che riproduceva nelle parole la danza universale degli elementi, dove tutto era amorevole connubio; e la poesia, coi suoi metri leggeri, voleva imitarne il pensiero volatile e immaginoso, che mette insieme tutte le cose, come tutte le cose sono comprese in un universo. Le disse che l’umanità era come una donna, che era stata una bambina, poi era diventata grande, aveva partorito molti figli, e adesso si era isterilita, e aspettava la morte ricordando il tempo felice; il nostro tempo, le aveva detto, è quello di ricordare, e nel ricordo tutte le cose, forse, ci appaiono più belle di quello che erano. Ma poiché facciamo tutti così, e l’umanità stessa ripensa all’Età dell’Oro, qualcosa di vero forse no, ma di giusto dev’esserci anche in questo ricordo falso.
La lapide era finta, dunque, ma i morti venivano eccome. Quando si faceva buio si vedeva bene come lasciavano la collina del cimitero, e venivano giù, avvolti nei sudari, o nelle vesti che avevano addosso da morti, e si guardavano intorno, camminando lenti e faticosi per le vie.
Quella sera sarebbe stata la prima in cui Zelinda sarebbe stata al villaggio ad aspettare l’arrivo dei morti. Le avevano detto molte cose, a questo proposito: cioè che il cielo si oscurava, e si sentiva nell’aria qualcosa di diverso; e che poi arrivava la tormenta, e sai vedevano le cime dei sempreverdi lontani scuotersi nel vento e in mezzo alla neve; che sarebbe arrivata notte molto presto, e ci sarebbe stato buio pesto, e i lupi avrebbero ululato, lontani, sulla montagna, per tacere quando i morti, in fila, avessero cominciato a sfilare tristemente fuori dal cimitero innevato, uscendo dalle tombe dimenticate e da quelle sparse di sassi e cartigli e augurali, spostando le lapidi, ed esalando in forma di fantasmi dalle urne socchiuse. Le avevano detto che non facevano rumore, e che si coprivano quasi tutto il volto disfatto, per non spaventare i vivi colle loro putredini. Che solo in quel giorno dell’anno tornavano per dare le antiche verità ai vivi, e permettere loro di farsi degni degli avi, altrimenti tornavano per fare del male, perché solo una vendetta in attesa di essere compiuta può strappare, altrimenti, i morti alla tomba. Ugualmente, si diceva, una loro visita, anche quella, aveva in sé del buono e del cattivo, e se ne sarebbe accorta.anche se nessuno osava darle dei consigli, perché sembrava diversa da tutti, e non si sapeva bene che cosa avrebbe pensato lei, in quelle circostanze.
Si mise ad aspettare, in casa, quale sarebbe stato il suo destino. Successe esattamente come le avevano detto. La giornata era stata gelida, ma il cielo era sgombro di nubi, e c’era stato sempre il sole. Invece, verso le cinque e mezzo, il cielo si oscurò improvvisamente. Zelinda stava disponendo le poche vivande per i morti sulla tavola, quando vide che la stanza del camino andava rapidamente oscurandosi. Andò alla finestra, vedendo il cielo tingersi di scuro.
Le nuvole giungevano da occidente, e si spandevano come l’inchiostro nell’acqua. Si vedeva già a grande distanza, quando ancora avevano coperto un solo angolo del cielo, che erano nerissime, e cariche di tempesta. La luce del giorno era già affievolita da qualche attimo, ma la cortina di nubi, procedendo velocemente per il cielo su tutte le valli della zona, stava cancellando ogni traccia di luce. Quando il fitto velo aveva ormai occupato il cielo fino allo zenit, si vedevano i turbini nevosi precipitarne, e come in un temporale estivo le nubi erano attraversate da lampi, ma di fiamma rossa e cupa. La cortina continuò a stendersi fino ad oscurare tutto il cielo, tutto intorno alla casa di Zelinda si fece buio pesto. La neve a grosse falde attecchì immediatamente sulla neve fresca di due giorni prima, e coperse le finestre. La luce del camino era tenue, e anche quella della lampada a olio sulla tavola. Le avevano detto di non avventurarsi, e di non fare domande, anche perché i morti non parlano, ma indicano i segni; e che non si mettesse in pericolo. Il vento fischiava furibondo, e faceva gemere tutte le travi, le commessure, e gl’impiantiti. Zelinda vide bene, attraverso la finestra, che il muro di neve era talmente fitto da non permetterle di uscire. Sapeva che sarebbero venuti non per farle male, ma per indicarle un segno, e per dirle con quello come quell’anno volevano essere cantati gli dei, perché ogni anno è diverso dagli altri, e tutti gli anni insieme fanno un grande anno di tanti e diversi giorni. Aspettò in casa; forse, si disse, qualcuno verrà a prendermi, o ad indicarmi quello che dovrò fare. Sperò solo che non l’avessero rifiutata come cantrice, perché questo avrebbe voluto dire che c’era un errore nei riti.
Finì di disporre le vivande sulla tavola, e si sedette, in attesa. Intanto che aspettava, per rincuorarsi un po’, prese la cetra, e cominciò a preludiare al canto, un po’ distrattamente.
E cantò:

Io me ne sto in un angolo, e aspetto il vostro arrivo;
Soltanto so che vivo,
E voi da molti secoli moriste, o qualche giorno,
E adesso, larve pallide, sorgete tutte intorno;
E, della morte a scorno,
Vagando in queste placide contrade consegnate
Ai vivi che vi temono le tacite ambasciate.
Morti, che mi portate?

Il vento spingeva con tutte le sue forze contro le pareti della casa, entrando in ogni pertugiotto . Zelinda aveva chiuso tutte le imposte, ma sperava che il vento non fosse così forte da sfondarle, o da scoperchiare la casa. Sentiva il rombo del turbine tutto intorno, e sapeva che i cicloni possono essere così furibondi da portar via con sé tutto quello che incontrano sul loro cammino, quando si scatenano. Ma sapeva anche che quella notte era consacrata all’unione del mondo dei morti con quello dei vivi, e che così sarebbe stato per i tre giorni seguenti; anche se non era sempre facile scrutare nella mente del dio, e se i riti erano rimasti gli stessi dell’Età dell’Oro, l’umanità non era più la stessa, e gli dei potevano avere molti motivi di rabbia nei confronti degli uomini. Certe volte si era chiesta se perpetuando certi vecchi riti di propiziazione non si facesse peggio; era un modo per rendere grazie agli dei sempre ad un modo, o un modo per credersi sempre gli stessi uomini, tali quali gli dei li avevano creati? Allora, il dio non avrebbe avuto piacere che gli uomini facessero sempre ad un modo, e che rifacessero ogni anno gli stessi riti, e cose sempre peggiori. Anche se, attraverso il rito, era possibile irritare il dio, ma non diminuirlo. Era il rito, ecco, che era diminuito dalla cattiveria degli uomini; è l’uomo che si allontana dal dio, non viceversa.
Il vento continuava a soffiare. Zelinda non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse passato. Sicuramente, era ormai tempo che facesse qualcosa per sollecitare il responso dei morti. Spense il lume ad olio perché il suo riflesso sul vetro non le disturbasse la già scarsa visuale, e spiò che cosa stesse succedendo nella via davanti a casa. Purtroppo non si vedeva assolutamente niente. Era troppo buio, e la neve faceva come una specie di fitto muro davanti allo sguardo.
Decise quasi di uscire, e tentare di vedere di persona che cosa stesse succedendo, perché i morti, in notti come quelle, si diceva, venissero a battere direttamente alla porta, e contro i vetri. Ti troveranno loro, le avevano detto. Tu stai lì e aspetta. Sì, ma nessuno arrivava. Si alzò da sedere, si legò la cetra al collo, e si avvolse in due mantelli. Aveva avuto l’impressione che da qualche istante la tormenta fosse andata appena appena calmandosi. Forse in breve sarebbe stato possibile uscire. Riaccese il lume, controllò le vivande, pane e formaggio e una brocca di vino, lasciati sul tavolo, e rattizzò la fiamma del caminetto. Fece per uscire, ma chissà perché si sentiva il cuore freddo. Credette di sapere che là fuori i morti non erano ancora passati, o che fossero passati giorni, nel frattempo (non si era anche addormentata un attimo, davanti al caminetto?), e che lei fosse mancata al momento giusto. Si guardò un attimo indietro; era tutto in ordine; fece per andare nel vestibolo, e già vi si dirigeva, quando si sentì uno schianto orribile, del tutto inaspettato. Era la porta.
In quel momento le sembrò di essere reinvestita da un cumulo di pensieri, quelli di poc’anzi, sui morti, e soprattutto relativi alla loro malvagità, su cui, ancora larve indistinte, un attimo prima aveva chiuso quietamente la finestra, mentre adesso li ritrovava adulti rientrare dalla porta; l’idea vaga e confusa di una ferocia insensata, di una voragine di mali e di oscurità, oltre ogni possibilità di comprensione, le si fece addosso in un solo istante, e si trovò scossa da un tremito. Il rito: il fatto che tanti altri prima di lei vi fossero passati le aveva fatto dimenticare di non poter sapere chi le si sarebbe appressato, con quali intenzioni, e chi sarebbe stato. La notte era trascorsa in sogni buoni, un po’ confusi, ma alla fine si trovava in un prato fiorito, e il sole splendeva, e… Non aveva trovato qualcosa, tra l’erba? In quale altro sogno aveva sognato qualcosa di simile? E come andava a finire?
Ci fu un altro schianto, più forte del precedente. Era qualcuno, che tentava di buttare giù la porta. Che cosa credevano di poterci trovare, lì dentro? Che cosa pensavano di fare? Zelinda non era sicura che fosse un morto. Sarebbe venuto da lei, l’avrebbe riconosciuta, avrebbe cercato di farsi capire, e l’avrebbe portata a divinare dai suoi segni come volevano essere cantati gli dei, quell’anno, per il solstizio d’inverno. Non aveva mai sentito nessuno riferire di un morto che, in quella notte, fosse venuto a vendicarsi, né di porte sfondate, né d’altro di violento o di inquietante. Non sapeva chi potesse essere, ma non era un morto. Un pensiero, chissà perché, che la venne a cogliere fu un ricordo, ma non era sicura di averlo sentito veramente dire, che per un certo periodo il solstizio d’inverno non era stato festeggiato; o che non era stato festeggiato in certi anni. Si ricordavano, è vero, i vecchi solstizi, e quello che era stato declamato, ma se ne ricordavano fino a cinque, sei anni prima. Una volta aveva sentito da un vecchio parlare di qualcosa di vent’anni fa, ma la moglie aveva mormorato: “Allora era diverso”, anche se non aveva spiegato in che senso fosse diverso; il vecchio aveva detto che per quanto si ricordasse era sempre stato così com’era. Forse si celebrava per più giorni, ma era un sospetto che aveva avuto Zelinda allora, non era sicura di averlo capito da qualcosa di detto da altri. Che per qualche anno non si fosse celebrato non le sembrava possibile. Non c’era nessun motivo di pensare una cosa del genere: il filo che lega gli uomini al dio doveva essere ininterrotto: altrimenti, com’erano tornati, di punto in bianco, a farsi carico di celebrare i riti? Una volta interrotti, chi li aveva indotti a riprenderli? Forse per la nostalgia di quel tempo in cui non era stato commesso niente di male. Ma non avrebbe saputo dire.
Ed ecco un terzo schianto. Zelinda indietreggiò verso l’interno della casa, e batté inavvertitamente con lo stipite della porta d’ingresso della sala del caminetto. Si riscosse improvvisamente, e si rese conto che se l’intruso non era chi aspettava, e in più, dai suoi modi, sembrava malintenzionato, era il momento di scappare. Tantopiù che la porta aveva ceduto, era stata sfondata da qualcuno con una forza non comune, e adesso, tramite la fessura che si era prodotta, spuntava il lembo di un mantello nero. Zelinda si sentì improvvisamente le gambe molli. Credette veramente che non sarebbe potuta scappare. Ma si volse, e cercò di uscire dall’altro uscio, mentre uno schianto più forte dell’altro faceva crollare definitivamente la porta a terra. Chi era? Zelinda si sentiva confusa. Stringeva la cetra al petto. C’era un altro uscio, sul lato opposto della stanza; lo infilò, tentando di camminare velocemente, perché correre non poteva. Era come se l’avessero colpita al cuore e lei non avesse sentito il dolore. Non riusciva a muoversi velocemente come avrebbe voluto. Andò avanti, con tutte le membra contratte; entrò nelle cucine, e uscì, aprendola faticosamente, dalla porta del retro.

Una ventata gelida, carica di neve, le sbatté sul viso. Faceva troppo freddo per andare da qualunque parte. Si sentì debole: chiunque fosse l’intruso, doveva avere una tempra eccezionale. Il gelo le aveva mozzato il respiro. Ma che cos’era successo, di preciso? Le ombre stesse delle case disabitate che si ergevano tra l’ombra del piccolo borgo sembravano sopraffarla. Sperò di non perdere i sensi. Perché aveva aspettato tanto a scappare? Prese a camminare, barcollando per l’improvvisa debolezza e per le raffiche del vento, in una direzione qualunque. Si guardò intorno. E dicevano che il borgo si riempiva dei morti, e che alcuni recassero i lumini delle tombe, e che li si vedesse camminare ma non li si sentisse! La piazza principale del borgo era lì ad un passo, in fondo alla via, a sinistra. Vi andò. Era la direzione opposta a quella del bosco sacro. Sentì dei tonfi; si volse, atterrita: era casa sua. Volse nuovamente le spalle e prese a correre, o tentare di correre, perché le gambe non le ubbidivano. Si trovò, finalmente, in mezzo alla piazza. Il vento e la neve invadevano lo spiazzo mulinando furiosamente. La piazza era deserta, del tutto. Non si vedeva nessuno. Zelinda percepì fortemente che quella non era la notte dei morti. Ripensò al breve sonno davanti al caminetto, e si disse che non poteva essere stato quello a farle perdere la conta dei giorni, e in più si sarebbe trovata intorno i genitori, i suoi fratelli, le sue sorelle. Le avevano detto che proprio quella era la notte dei morti, ma nessuno le aveva detto che i morti non sarebbero venuti. Non gliel’avevano detto, ma non solo: le avevano detto che sarebbero venuti, avvolti nei loro sudari e nei loro poveri panni. Ma non sarebbero mai venuti.
Zelinda, dopo un attimo di incertezza, anche per il timore di poter essere inseguita dall’intruso fu costretta a una rapida decisione, e si diresse, come poteva, verso la collina dov’era situato il cimitero.
Con sé non aveva nessun lume. La collina però era spoglia e brulla, come si conveniva al regno della sterilità e della morte, e non avrebbe dovuto attraversare nessun folto d’alberi che le togliesse la scarsa visuale. Una debole luminescenza, da qualche parte, doveva pur venirle, e avrebbe trovato, un po’ a tentoni, un po’ a memoria, la via del cimitero. Non sapeva che cosa vi avrebbe trovato, ma in qualche modo sapeva già che avrebbe trovato tutte le tombe sommerse dalla neve, e i sigilli e le lapidi intatte. Se i morti erano mai usciti da lì, era stato tanto, tanto tempo prima.
Il tragitto fu faticoso, e alle fatiche si aggiunsero diversi pericoli. Nonostante la sua fiducia che qualche luminosità l’avrebbe soccorsa, venendo verso il cimitero, già salendo l’erta aveva visto che la tormenta era talmente fitta da non permettere al remoto balenio dei lumi funebri di guidarla; non si vedeva nulla. Sentiva passare non molto discosto da lei i lupi, ma non li temeva. Sapeva che non l’avrebbero aggredita. Ad un certo punto, mentre saliva, sentì delle voci parlottare, ma era facile, coi sensi acuiti dal suo stato febbrile, confondere il fischio del vento con un suono di lamenti, o con grida lontane. Ma al suono del vento si era ormai assuefatta, per questo il suono di un parlottio insistente, abbastanza vicino a lei, aveva subito attirato la sua attenzione. Non sapeva chi fosse, e ugualmente andò nella direzione delle voci gridando, per farsi sentire nella bufera:
— Cari morti! Siete voi?
Ma qualcuno che doveva essere di quelli che parlottavano scoppiò a ridere, con una risata chioccia e malvagia. Zelinda, terrorizzata, scappò via, inerpicandosi sul fianco della collina nuda e innevata.
Arrivò sulla cima mezza morta di stanchezza, chiedendosi chi fosse stato a parlare e ridere accanto a lei nella tempesta. Non sapeva, non capiva più nulla. Ma alla fine era arrivata sulla cima della collina. Ricordava solo a sprazzi il percorso fatto. Infatti, durante la salita, prima di fare quello strano incontro, aveva avuto numerosi momenti in cui la sua mente andava via, assopendosi. Forse era solo stanca e bisognosa di sonno: era tanto che non dormiva, e le veglie del solstizio erano sempre state pesanti, da quando aveva ricordi.
Guardò in alto. Ai suoi occhi, finalmente, qualcosa si presentava. Aveva il viso dolorante e gonfio per la neve ghiacciata che le aveva sferzato il viso per tutto il percorso da casa fino a lì; vedeva il cimitero, in cui le tombe erano disposte come una specie di teatro, racchiuse in un emiciclo debolmente illuminato dai lumini funebri posti davanti ai loculi. I cancelli del cimitero, secondo il rito, erano spalancati, e chiunque passasse di lì, sempreché fosse tanto avventato da spingersi fin lassù in una notte come quella, poteva entrarvi.
Le cappelle erano sagome oscure contro lo sfondo fiocamente illuminato; i monumenti funebri si confondevano nell’oscurità. Non sapeva che cosa fare. E gli altri sei rapsodi, che dovevano essere al solstizio d’inverno, quella sera, che fine avevano fatto? Si erano già radunati da qualche parte, guidati dalle ombre gentili dei morti silenziosi? O avevano semplicemente finto? O pensavano tutti a qualcosa di diverso da quello che era il senso letterale, e pensavano ai morti come a una specie di voci interiori, che li guidavano? Molti interpretavano i riti in questo modo. Le cose non succedevano realmente; erano echi di un passato in cui, si diceva, gli uomini credevano di vedere quello che non c’era, perché avevano desideri che erano come allucinazioni di fumi venefici. Molti altri dicevano che tutto dipendeva dalla corruzione del senso letterale delle antiche storie, e che alcune parole interpretate male, o delle pitture semicancellate avevano dato origine ad aneddoti bizzarri, per cui il vero storico si era perduto, e ne era rimasta una parvenza sconciata e deforme, che in tempi antichi si erano trasmessi come verità.
Il cimitero era nell’ombra.
Zelinda rimase a guardare il grande emiciclo, senza decidersi ad entrare, finché si sentì intirizzire i piedi. Mosse qualche passo verso l’ingresso, poi, più risolutamente, entrò.
Proprio mentre girava tra le tombe, immobili, sepolte sotto cumuli di neve, vide confusamente che qualcuno entrava dal cancello. Erano due uomini avvolti in cappe spesse, che parlavano tra loro. Avevano qualcosa di lugubre. Zelinda uscì dalla loro visuale, ma voleva ascoltare i loro discorsi. Erano le prime persone che vedeva, anche se non le prime di cui percepiva la presenza: quelle voci, quella risata, erano forse le loro? I due uomini si erano fermati poco oltre l’ingresso. Zelinda si avvicinò a loro, tornando sui suoi passi, ma passando dietro le cappelle che stavano sulla destra. Riuscì ad avvicinarsi loro abbastanza da sentirne, di tanto in tanto, le parole. Ma avevano i visi coperti dal lembo delle cappe scure, e non poteva riconoscerli. La risata non sembrava la loro, ma chi avrebbe potuto dire con sicurezza?
Le parvero due dei sette poeti scelti. Ma le parve di non averli mai visti. Seppe da quello che uno dei due diceva all’altro che era lì di solito, che i poeti chiamati all’agone si radunavano. Si chiese se dovesse, a quel punto, saltar fuori, ma qualcosa la trattenne, non avrebbe saputo dire che cosa. L’altro disse che l’argomento era stato fornito dal primo poeta, ma che non l’aveva visto, e nemmeno lo conosceva, perché l’elezione era segreta. Zelinda, questo, lo sapeva: ogni poeta prescelto riceveva un preciso segno, che era segreto; era dovuto al dio, era certo che nessuna volontà umana c’entrasse in qualche modo: il poeta, se non fosse stata la volontà del dio, non avrebbe potuto cantare, alla celebrazione del solstizio. Quello che Zelinda non sapeva era che esistesse un primo poeta: non c’erano distinzioni tra i rapsodi, che lei sapesse; era il villaggio, che in onore di questo o di quello, dava la priorità a un poeta più valido degli altri, perché da qualche parte bisognava pur cominciare: ma il dio non sceglieva un primo poeta, e tutti e sette i rapsodi dovevano sapere che cos’avrebbero cantato prima di recarsi alle celebrazioni. Altre tre figure oscure vennero dentro il cimitero. Si erano trovati strada facendo. Erano altri tre poeti, pure vestiti di scuro, venuti ad unirsi agli altri in attesa di andare alla celebrazione. Non sapevano che fine avesse fatto il sesto, sentì dire Zelinda; e non avevano visto nessuno per via. Quando il sesto fosse arrivato, il settimo sarebbe saltato fuori. Forse era già lì che li aspettava. Ma anche il sesto arrivò, dopotutto. Si era perso nella tormenta. Si misero in circolo e si misero a parlare. Risuonò qualche risata. Zelinda non credette di riconoscere nessuna voce. C’era un giovane, un signore grasso (o così le parve di vedere), tre uomini di mezz’età, una donna giovane; aspettavano lei, evidentemente. Ma perché non poteva riconoscere nessuno di loro? Rapsodi, dagli altri paesi, non venivano; il villaggio era piccolo, e poeti se ne contavano quindici al massimo. Chi erano, questi? Da quando era stata spettatrice dell’agone, aveva sempre riconosciuto i poeti che si avvicendavano nella recitazione. Perché non riconosceva questi? Da dove venivano? Sicuramente il settimo poeta era lei, e questo lo sapeva, ed era pertanto primo poeta; ma come potevano immaginare che fosse primo poeta a recitare, se ancora non sapevano chi fosse? Loro, invece, si conoscevano già, non c’era stato nessun moto di sorpresa, quando si erano visti; ti aspettavamo, qualcuno aveva anche detto. Nessuno poteva dire su chi cadesse la scelta del dio. E non capiva come mai non sapessero l’argomento da verseggiare.

Rimase per un attimo in ascolto. La donna disse che a causa della bufera, ovviamente, avevano smantellato tutti i padiglioni, e avevano allestito un palco sotto un chiostro, nella piazza principale. Sotto un chiostro? Ma non era possibile! Tra breve la bufera sarebbe cessata, quando i morti… Già, ma i morti non erano venuti. Che cosa voleva dire? Che la bufera sarebbe durata per sempre? L’uomo grasso, che disgraziatamente parlava molto piano, ad un certo punto disse qualcosa a proposito dell’argomento. Disse che ne erano stati candidati alcuni: fece alcuni nomi di personaggi, ma Zelinda non li aveva mai sentiti nominare. Che storie erano?
La donna disse che sarebbe stato senz’altro qualcosa che Zelinda non capì. Fecero discorsi vani, a vuoto, poi si stancarono, e tacquero. L’uomo giovane, impaziente, interruppe il silenzio dicendo che era un’assurdità che dovessero aspettare tanto. Perché il primo poeta non saltava fuori? Si era perso, forse? O, sta a vedere, li stava già aspettando in paese. Già per rispettare il rito in tutto e per tutto erano venuti fin lassù a piedi… Uno dei tre signori di mezz’età disse di portare pazienza; e disse scherzosamente che dopo tanti anni che il rito non era stato più seguito, non faceva stupore che fosse un po’ arrugginito. Tanti anni? Zelinda ebbe un brivido. Quanti anni? Che cos’era successo? Chi aveva interrotto il rito? Si rifece silenzio. Uno dei signori di mezz’età, un altro, lo interruppe nuovamente; evidentemente aveva trovato un argomento per far passare un po’ il tempo a sé stesso e agli altri. E disse che secoli prima, in quella valle, soprattutto in quel villaggio, erano tradizionalmente raccontate storie molto antiche e molto strane, così diceva, soprattutto sull’origine della montagna. Ne era rimasta qualche vaga traccia. Il luogo si chiamava Boscorotondo, all’epoca, per via del fatto che il bosco cingeva come un cerchio perfetto la montagna; e della montagna si diceva che era un gigante pietrificato. Erano tutte leggende sorte intorno alla montagna e al gigante, quelle che gli antichi rapsodi cantavano. Nessuno aveva mai trovato una testimonianza scritta dell’intero ciclo, perché, come tutte le società rette da un sapere organico, diffidavano della scrittura, anche se alfabetizzati, favorendo l’esercizio della memoria come applicazione viva del pensiero, al riparo da ingerenze esterne. Raccontò quindi, confusamente e a grandi linee, la storia più famosa, che parlava delle prime imprese del gigante. Zelinda sapeva che quell’anno gli dei non avevano indicato quell’argomento. Il signore proseguì, raccontando una parte del ciclo, ma sbagliò. Eppure parlava con tanta sicurezza… Lo aveva letto su un libro, disse poi. Ma il libro sbagliava. Quel libro era stato scritto tanto tempo dopo che il rito non era stato più eseguito. Dov’era finita?
Senza parlare della difficoltà che aveva a comprendere certi termini, che non aveva mai sentito, per quanto avesse fatto i suoi studi. Sembravano persone venute da molto, molto lontano.
Il signore di mezz’età finì di raccontare, concludendo con qualche parola: ipotizzava come fosse strutturato il ciclo, e ripeteva cose che erano dette su quel libro, ma il libro aveva sbagliato un’altra volta. Ma non è così!, si sorprese ad esclamare. Il signore di mezz’età ammutolì, e anche gli altri tacquero. Ma chi è?, chiese qualcuno. L’avevano sentita. Credette giusto uscire, e dire chi fosse. Dopo un attimo di stupore, la donna ebbe un accesso irrefrenabile d’ilarità. Aveva la bocca rossa rossa, e gli occhi sottilmente sottolineati di scuro. Sembrava un po’ una bambola. Gli uomini le si fecero incontro. Sotto le cappe intravide vestiti che non aveva mai visto. Chi sei, veramente?, le chiesero. Disse chi era, e lo dimostrò dicendo quali parti del ciclo sapeva, e che sapeva esattamente su quale parte avrebbero dovuto improvvisare, quella sera. Rimasero stupiti. La donna era incredula, ma affascinata. Il giovane, agitandosi, disse che lui a certe cose ci credeva, che ripristinando il rito avevano evocato qualche morto. Ma io non sono morta!, obiettò Zelinda, con rabbia, sono viva, anche se non so dove sono capitata. Credevo di conoscere tutti i poeti del villaggio, e non vi conosco; credevo che i morti sarebbero scesi a valle a ispirarmi… Ma certo, disse l’uomo di mezz’età che aveva riportato le storie dal libro, così ogni cosa va al suo posto. Stia calmo, Alberto, disse la donna. Il giovane, però, ripeteva: Io ci credo, a certe cose. È morta, vi dico, non saremmo mai dovuti venire qui. Il signore grasso si fece avanti: Bambina, le disse, affabile, vuoi farci vedere il musino? Anche la donna si fece avanti. le tolsero il cappuccio, e le scopersero la gola. Ma successe una cosa strana: perché la donna ebbe un fremito d’orrore, e mormorò: dio mio, che cosa ti hanno fatto? E l’uomo rimase a bocca spalancata. Perché me lo chiedete?, disse Zelinda. Bambina, chiese l’uomo grasso con gravità, chi sei veramente? Da dove vieni? Dal villaggio, disse Zelinda. Qualcuno è entrato in casa, mentre ero sola, aspettavo il passaggio dei morti, ma tutto era deserto. Sono scappata, perché hanno abbattuto la porta. Mi sentivo strana, ma adesso sto bene… Credo. Il giovane la fissava e piangeva. Ma che cos’ho?, chiese Zelinda. La donna estrasse un piccolo astuccio luccicante da una tasca dello strano abito, e l’aperse, mettendoglielo davanti al viso. Guardati, le disse. Zelinda si guardò: era uno specchio, piccolo, ma abbastanza da far vedere il viso e il collo. Vedeva un viso bianco, d’impressionante magrezza, col teschio in evidenza, e gli occhi incassati e cerchiati di scuro. A metà gola aveva uno squarcio, che le passava da orecchio a orecchio. Che cos’è, questo?, chiese. Sei tu, disse piano la donna. È quello che vediamo anche noi. Zelinda si mise silenziosamente a piangere. Non lo sapeva, disse il signore di mezz’età con una specie di disperazione.
Zelinda, piangendo, disse: Riportatemi a casa, vi prego. La donna spalancò le braccia senza poter rispondere. Non so se nemmeno esiste più casa tua, piccina, disse. Zelinda si abbandonò sui gradini di un monumento funebre. Come ti chiami?, chiese il signore grasso. Zelinda, rispose. Sorrisero: È un nome che non si usa più da tanto tempo, disse il signore del libro. E come dicevi che faceva, la storia?
Zelinda cominciò piano a raccontare; poi, arrivata al punto più bello, il piccolo dio di Boscorotondo le ispirò alcuni versi, e continuò ad improvvisare. Si sedettero intorno a lei, e l’ascoltarono fino alla fine. La donna, dopo un attimo di pausa, mandò un gridolino: Uh dio, com’è tardi. Si guardava sul polso. Ho un’idea, disse, guardando prima l’uno e poi l’altro.
La portarono con loro in città. Non sapeva bene che città fosse: le avevano detto che era il suo villaggio, e che nel frattempo avevano pensato, per così dire, di cambiare un po’ le cose; ma lei non ci credeva, perché era tutto diverso. La donna la portò nella sua casa, che era alle porte del villaggio. Lì dentro, tutto luccicava. La portò in una stanza dove c’era un letto tutto bianco, e un armadio pure bianco pieno di vestiti. Le disse di avere una figlia, della sua età; o che aveva adesso l’età di Zelinda quando… Ma non divaghiamo: ti va bene questo? Era un abituccio severo, diritto, nero. Le coprì la gola con un bel fazzoletto; anche lei fu contenta di non vedere la ferita in qualche specchio, passando: c’erano specchi dappertutto, lì. Poi prese degli unguenti, e le truccò il volto: alla fine era bianca e rossa, e non si vedeva più il cerchio nero intorno agli occhi. Era persino bella. La donna, finita l’operazione, le prese la mano e gliel’accarezzò. Aveva gli occhi umidi. Solo che sei così fredda, mormorò. La portarono nel chiostro sotto il municipio. Era identico al municipio del suo villaggio, era identico, pietra per pietra. La gente era strana, erano seduti coi loro vestiti stretti su sedie colorate, tutti in file, come sui banchi della chiesa.
Zelinda trasse la cetra, invitata dalla donna gentile, e cominciò a preludiare. Tutti tacquero. La bufera, che era andata calmandosi, passò; poi Zelinda cominciò ad improvvisare. Declamò tutti e sette i canti, quella sera, e tornò a casa con la donna gentile, quando ebbe finito, mentre la gente sfilava via in silenzio, sgombrando il chiostro, e i fari si spegnevano. Ti senti stanca?, chiedeva la donna. No, no, rispondeva Zelinda; e infatti non era stanca. La donna la portò a casa sua, le diede il lettuccio di sua figlia, e Zelinda vi si coricò. Ma non poteva dormire: rimase per tutto il resto della notte fissando il soffitto. Rimase nella camera per tutto il giorno seguente. Poi, la sera, la donna venne a riprenderla, e le fece nuovamente salire il palco illuminato. Declamò i seguenti sette canti, sempre nel silenzio generale, mentre la gente la guardava e l’ascoltava. La donna, finita anche la seconda serata, la venne di nuovo a prendere sul palco, e la riportò a casa. Anche stavolta, per il resto della notte Zelinda non dormì, e rimase a guardare il soffitto. Aveva la mente sgombra, non pensava a nulla. La terza sera la cosa si ripeté nello stesso modo. La donna la venne nuovamente a prendere sul palco. Riportandola a casa propria le chiese: Che cosa farai, adesso? Sono stanca, disse Zelinda, però sorrideva. La donna la mise di nuovo a letto nella camera di sua figlia. Non appena Zelinda vi fu coricata, al buio, chiuse gli occhi.
La mattina dopo la donna entrò nella camera. Sul letto era steso, nella stessa posizione in cui vi era stata messa Zelinda la sera prima, uno scheletrino. Sotto il teschio il fazzoletto annodato giaceva abbandonato e floscio, e il vestitino nero sembrava un cencio gettatogli sopra a caso.

[23 VIII 2001]