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LIII. Una cosa vecchia

19 Set

che dovrò senz’altro rivedere (e lo farò nei prossimi giorni), e che copincollo da Holden (non tutti sono iscritti a Holden, e forse molti manco sanno che esiste [sono contento che ci sia ancora; è una delle novelle a cui ero piu’ affezionato]):

QUINTILLA

Quella parte del fiume passa in mezzo ad un profondo vallone, che a sua volta è parte di tutta una località che si chiama Valle Aprica; nonostante non si possa pensare ad un posto meno aprico di quello. Ovviamente il sole, quando c’è, vi batte, ma è proprio questo che rende questa zona particolarmente inospite. È una zona industriale, quasi completamente arida, dove fino a cinquant’anni fa c’erano, sul lungofiume, solo le casette (spesso non più che catapecchie) degli operai che lavoravano alle dighe, e quattro grossi centri industriali, uno di qua e tre di là dal fiume. Ognuno di quei centri industriali, di cui uno solo, il più antico, le Acciaierie, organizzato a comunità, basta da solo, quando ci si trova davanti, ad oscurare l’orizzonte. È un mondo a parte; il grosso dell’industria pesante di Eliopoli sta in questi quattro complessi.

In quelle casupole sul fiume erano vissuti anche i nonni del padre di Quintilla.

Il padre di Quintilla era originario di quella zona di Eliopoli. Suo padre era stato tecnico presso le Cave, che attualmente si presentavano come una specie di abisso franante verso il centro della terra sul limitare della Valle Aprica, nel punto più lontano dal fiume. Quintilla era stata spesso alle Cave, soprattutto quando c’era stato un grosso incidente, e la mamma non aveva potuto lasciarla a casa, perché i vicini non c’erano. Ricordava ancora Quintilla che la mamma piangeva silenziosamente, mentre guidava verso le Cave. C’era un enorme cancellata, all’ingresso, dove, nella guardiola, stava tutto il giorno il signor Isacio, che era il custode. La mamma gli aveva chiesto di tener d’occhio Quintilla mentre lei andava dentro. L’aveva lasciata col signor Isacio nella guardiola, e poi era andata via con la macchina, più avanti, verso le cave, dopo il complesso delle fabbriche. Il signor Isacio, ricordava Quintilla, continuava a passarsi il fazzoletto sulla testa pelata, strizzando gli occhi miopi dietro le lenti dei grossi occhiali, e le diceva di stare tranquilla, che non era successo niente. Quintilla aveva pensato bene di mostrare di non capire, e di far vedere al signor Isacio che sarebbe stata buona ad aspettare il ritorno della mamma. Così, il signor Isacio si era fidato a lasciarla un attimo sola per correre incontro ad un’autocisterna che stava andando nella direzione sbagliata. Appena il signor Isacio aveva voltato le spalle, Quintilla era corsa via, più veloce che poteva, verso le Cave: non abbastanza veloce perché il signor Isacio non la vedesse scappar via, ma abbastanza veloce da seminarlo. Aveva superato le fabbriche ed era arrivata sul limitare dello strapiombo, disseminato di gru e di scavatrici. Già a quel tempo sentiva quelle voci, chiare e distinte, che le dicevano tutto quello che sapeva; e, la notte, aveva spesso, accanto, la donna nera, sulla sinistra, quella donna che non si poteva mandare via. Ma vedeva anche, poco discosto, la vecchia macchina della mamma, e sapeva che la mamma sapeva tutto di quello che succedeva. Andò dove la guidavano le voci, e trovò papà: vi si accedeva da una piattaforma non troppo sotto l’orlo del precipizio. Quintilla non ricordava bene come avesse fatto, ma ricordava bene quella voce, che lei chiamava quella Azzurra, che tintinnava come un campanello, che la esortava: Vai, non è ora. Poi i suoi ricordi si confondevano, ma sapeva che la mamma, nel frattempo, qualunque cosa stesse facendo in quel momento, si era fermata, ed era stata sicura che tutto si sarebbe risolto, ed era lei che aveva indirizzato i soccorsi in quel punto. Non seppe mai se la mamma sentisse quelle voci, la Bruna, la Verde, l’Azzurra, ma supponeva di no; o sentiva voci diverse, o aveva altri sensi che l’indirizzavano: però non sentiva il pericolo, mentre Quintilla sì.

La vita della sua famiglia era legata all’attività delle Cave, anche se, col passare delle generazioni, si era leggermente elevata; già il padre, come s’è detto, era stato tecnico; lui, invece, aveva potuto studiare ingegneria, e faceva parte del grosso comitato scientifico, che ancora adesso comprende anche molti ingegneri venuti da altre città del Paese, e anche dall’estero. Il padre di Quintilla aveva sposato proprio la figlia di uno di questi, che, in particolare, veniva da un paese del Medio Oriente, dopo aver girato mezzo mondo; era, poi, la madre di Quintilla; gli era piaciuta, forse, perché era così diversa dalle donne che abitavano in quella zona. Era nata all’estero, e aveva parlato, per prime, diverse lingue straniere; ancora adesso, a far ben attenzione, il suo accento faceva capire che non era nata lì.

Fino ai tempi del bisnonno del padre di Quintilla, quello dello spaccapietre era un mestiere che non poteva reggersi per più di cinque o sei anni, in genere; era il tempo in cui chi non aveva i mezzi per sostentarsi preferiva macchiarsi di reati minori, e finire in galera, o al bagno, dove almeno era sicuro di poter sopravvivere, piuttosto che andare alle Cave, dove in teoria c’era lavoro per tutti. Altri tempi. Una lunga tradizione di malattie ai polmoni riguardava praticamente tutte le famiglie i cui destini dipendevano dalle attività delle Cave; in effetti, proprio di polmoni era morto il padre di Quintilla, ancora molto giovane; e Quintilla e sua madre si erano trovate sole. 

La malattia del papà era stata lunga, e la mamma aveva pensato lei a vegliarlo; lei stessa aveva il lavoro che le portavano certi fattorini dalle Cave, grossi incartamenti di lettere commerciali, studî e bilancî, che lei traduceva.

Dopo che il papà era morto, non aveva fatto che starsene chiusa nella sua stanza, a battere a macchina, per non pensare, diceva. Ma aveva detto a Quintilla che venisse da lei, e che la disturbasse per tutto quello che poteva occorrerle. Quintilla, però, non ci andava mai. Passò un periodo di orribili incubi, ma non ne disse niente alla mamma, anche perché aveva il sospetto che fossero gli stessi che sognava lei.

Quintilla, in quel periodo, sentiva che la donna nera era spesso alla sinistra del suo letto, e aveva imparato a non temerla; anche perché ultimamente aveva avuto spesso la febbre, e sapeva che durante gli accessi tendeva a dire cose che potevano spaventare la mamma.

Da non molto tempo aveva cominciato ad andare a scuola, e andava anche quando non si sentiva di andarci, perché sentire le voci della maestra e delle compagne, e i rumori della città le serviva a far tacere le voci che sentiva dentro di sé, e che ultimamente si facevano sentire molto spesso; alcune dicevano cose che non avrebbe ripetuto a nessuno per nessun motivo al mondo. Ma quando aveva cominciato a conoscere le sue compagne, s’era accorta anche dolorosamente quanto fosse diversa da loro; soprattutto verso l’estate, le faceva tristezza vederle attraverso la finestra della sua classe deserta correre in cerchio nel prato retrostante la scuola.

Andava molto d’accordo con Vespertilia, che era la sua migliore amica, con cui spesso si vedeva anche dopo la scuola, e con cui studiava; era lei che le portava i compiti da fare quando stava poco bene, e non poteva venire.

Da un mese a quella parte, a quanto sembrava, non facevano che succedere cose strane, in casa: Quintilla se ne ricordava bene; prima era caduto dallo scaffale più alto in corridoio, e sempre in piena notte, un vecchissimo album di fotografie, e per ben sette volte. La mamma si era alzata, svegliata dal tonfo, tutte le volte a raccoglierlo. Era un albo vecchissimo, che lei e la mamma certo non guardavano; la mamma, poi, era contraria alle commemorazioni e ai bei ricordi che stanno solo in fotografia. Soprattutto, aveva in antipatia tutti quei ricordi da quando Quintilla (ma allora era molto piccola) aveva cominciato a vedere, di tanto in tanto, che la zia Claranna, nella sua cornice d’argento, invece di mostrarsi col suo severo volto rugoso, le dava le spalle. Nessuno le aveva spiegato perché questo succedesse, ma era così. I ricordi della prima infanzia tendevano, in lei, a confondersi spesso e volentieri tra loro, e persino con qualche lettura distratta, fatta chissà quanto tempo prima; quindi non ricordava bene. Ma, naturalmente, non era il primo evento inspiegabile che le succedesse. Poi, la mamma, quando papà era morto, aveva fatto sparire, pian piano, tutte le fotografie dei suoi parenti disseminate per la casa, e le aveva riposte in una bella scatola dagli angoli rinforzati, acquistata all’uopo, e l’aveva poi sistemata nel ripostiglio, sul ripiano più alto. “Sembrava di stare in un cimitero”, si era lasciata sfuggire. “Mancavano solo i lumini e le epigrafi in versi, e poi eravamo a posto”. Quell’albo in particolare era appartenuto alla famiglia di papà, vi erano riportate tante fotografie di quando i suoi genitori erano giovani, e nemmeno lui lo guardava più; se non negli ultimi tempi, quando era malato, e aveva voluto scorrerlo, come tanti altri vecchî albi, per ricordarsi della sua famiglia. Poi, quando l’aveva visto, l’aveva fatto riporre alla mamma, che in quel periodo vegliava il papà e si occupava di tutte le cose pratiche, ed era tornato al suo posto, in cima allo scaffale, a metà corridoio; da lì non era stato più mosso. Quintilla trovava molto strano che continuasse a cadere, tutte le notti, e alla stessa ora; e aprendosi — perdipiù — alla stessa pagina. Tutte le volte che succedeva, oltre alla mamma, anche Quintilla, che era egualmente svegliata dal tonfo, usciva a vedere che cosa fosse successo. Ne era sicura: l’albo si apriva sempre alla stessa pagina: mostrava il ritratto di un uomo giovane, vestito da militare, coi baffi; una fotografia molto vecchia e ingiallita. Già la prima volta che era uscita, richiamata dal rumore, a vedere che cos’era successo, e aveva colto la mamma inginocchiata in terra mentre guardava con gli occhi socchiusi il soggetto della fotografia, sulla quale cadeva, dall’unica finestra del corridoio, un raggio di luna; Quintilla aveva visto bene proprio quella fotografia; per una settimana, da una domenica al sabato seguente, tutte le notti, verso l’una del mattino, la cosa si era verificata: l’albo era caduto, ed era rimasto aperto alla pagina dove era fissato il ritratto da militare del nonno.

Quintilla, ovviamente, trovava che questo fosse molto strano. Ne chiese il significato alla mamma, una mattina a colazione, ma la mamma si limitò a guardarla con aria vagamente assente, e a dirle, scotendo lievemente il capo:

— Non lo so. Non ancora, almeno.

 

Sabato notte, quando era ricapitato, Quintilla era uscita dalla sua camera, e aveva trovato la mamma in corridoio, mentre osservava la fotografia facendo no-no-no con la testa, piano, un po’ come aveva fatto due giorni prima, a colazione. Senza staccare gli occhi dalla fotografia, aveva chiesto a Quintilla:

— Tesoro, ho perso il conto. Da quante notti succede, questa cosa?


— Questa è la settima, — rispose con sicurezza Quintilla; la mamma trasalì leggermente; Quintilla enumerò: — È cominciato domenica scorsa: domenica, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e stanotte, sabato: fanno sette. Sette giorni.

— Sette, — ripeté assorta la mamma. Si inerpicò su per gli scaffali.

— Torna a letto, tesoro, — le disse, — mi sembra che tu abbia bisogno di riposo. Non dovrebbe più cadere, adesso. Vai a dormire.

E aveva soggiunto:

— Sai che hai tossito tutta notte?

Quintilla non lo sapeva, ma in effetti si sentiva il petto dolorante, come se avesse davvero tossito tutta la notte.

— Ma perché non sono guarita? — chiese, con aria infelice. — Siamo state dal medico tre volte…

La mamma ripose l’albo e scese dagli scaffali. Le si fece incontro, sempre con la sua aria assorta, ma stavolta un po’ sorridente, e l’abbracciò; e le disse:

—Non dargli importanza. Tante cose che sembrano importanti non sono nulla.

Quintilla non capì, ma il suo abbraccio era confortante.

Andò a letto subito dopo essersi scambiata con lei la seconda buonanotte nel giro di poche ore. La notte seguente, invece, l’albo non cadde. Quasi ormai stesse facendo l’abitudine a svegliarsi sempre verso quella data ora di notte, Quintilla intorno l’una si svegliò; e rimase in ascolto. Mezza insonnolita ancora, andò in corridoio a vedere, ma il corridoio era deserto, e a ben guardare, l’albo era sempre al suo posto, sopra lo scaffale più alto. Si vede che dormivo troppo profondamente, quando è caduto, si disse, e tornò a letto. Verso l’una e mezzo (faticava a riaddormentarsi), sentì un rumore nel corridoio, ma non era l’albo che cadeva. Sembrava la porta del ripostiglio. Pensò che la mamma si fosse alzata, e uscì nel corridoio a vedere. In effetti, la porticina del ripostiglio era aperta, e la mamma sembrava star prendendone qualcosa. Quintilla si avvicinò, e le disse:

—Ciao, mamma, che cos’è successo?

La mamma riemerse dal ripostiglio, la notò e le disse, con aria di leggero rimprovero:

—Ho fatto meno rumore che fosse possibile, amore, questa volta non hai scusanti: perché ti sei alzata?

—Mi sono svegliata all’una, — rispose, — forse perché mi aspettavo di sentire l’albo cadere anche questa notte, ma dev’essere caduto prima, e io dormivo troppo profondamente…

—No, cara, — disse la mamma, — questa notte era tutto tranquillo: l’albo non cadrà più. Va a letto, ora, tra poco verrò anch’io.

Quintilla, andando, vide che la mamma aveva tratto dal ripostiglio una scatola di zolfanelli, una scodellina di metallo dorato e una borsina di canapa, dal profumo un po’ polveroso, penetrante. Quegli oggetti colpirono stranamente la sua immaginazione, e si chiese che cosa dovesse farsene la mamma, di quelle cose. Ma l’ordine della mamma non poteva essere disatteso, e in più il petto le doleva di nuovo, ed era stanca. Salutò la mamma e tornò nella sua stanza. Si mise a letto, e improvvisamente si sentì presa da una strana sensazione di allarme. Che cosa stava succedendo, di là?

Vegliando a letto, con l’orecchio teso ad ogni piccolo rumore, Quintilla dopo un po’ sentì la porta della stanza in fondo al corridoio (era sicura che fosse quella) aprirsi e chiudersi, e poi più nulla. Quella era la porta della stanza che era stata quella comune del papà e della mamma, finché papà non era morto. Quando papà aveva cominciato a stare male, aveva voluto che la mamma andasse a dormire nella stanza degli ospiti, anche se per la verità la mamma, perlopiù, dormiva su una sedia accanto al suo letto, e andava nella stanza degli ospiti solo saltuariamente, quando era troppo stanca per stare sulla sedia. Ma non era più andata in quella stanza, da quando era morto papà, e la porta era sempre stata chiusa a chiave, da allora. Che cosa ci andava a fare? Quintilla, quella notte, proprio non stava bene, ma la curiosità, e quella strana apprensione che l’aveva colta appena si era messa in letto la fecero saltar nuovamente fuori. La testa le girava, fors’anche perché erano diverse notti che il sonno le era disturbato da quel ripetitivo incidente. Si rimise le pianelle, e tornò piano in corridoio. Guardò verso la porta che s’era appena chiusa. Non sembrava uscirne nessun rumore. Ma rimanendo in ascolto per qualche istante si accorse di un tenue brusio, che proveniva proprio da là dentro. Era la mamma? Che cosa stava dicendo? Si avvicinò alla porta, senza fare nessun rumore: il brusio rimaneva indistinto. Erano poche parole, smozzicate. Come fu nei pressi della porta, col cuore in gola e la testa che le girava, sentì il profumo che proveniva dal sacchetto di iuta: pareva incenso. Non resistette alla tentazione di piegarsi a guardare dal buco della serratura. La stanza, che non aveva più visto da tre mesi, era debolmente illuminata dalla luce di una candela. La mamma era seduta al piccolo scrittoio, e la luce della candela ne faceva vedere il volto in una luce strana. Era seduta in una posizione particolare, con le mani intrecciate in grembo, e il suo volto aveva un’espressione trasognata, lievemente sorridente, come se ascoltasse una bella musica lontana; si accorse dopo un attimo che il rilasciamento della sua persona tutta era solo apparente, che era insieme indebolita e contratta spasmodicamente; e questo, chissà perché, le fece orrore. Era come se la mamma, in quel momento, fosse lì ma soprattutto molto lontana, tanto lontana da non poter mai più essere raggiunta. Ogni tanto, dalle labbra appena sorridenti, le usciva qualche parola, in un mormorio indistinto, abbastanza penetrante da farsi sentire, ma non abbastanza da farsi intendere. L’incenso bruciava nella scodella davanti a lei, levando un filo di fumo azzurrognolo e pigro verso l’alto. Quintilla rimase per poco tempo a guardare; ad un certo punto si accorse che la mamma sapeva della sua presenza, anche se niente, della sua persona, lo manifestava; e la cosa l’angosciò. Piena di nausea, si rialzò barcollante, e tornò verso la sua camera, rischiando ad ogni passo di cadere. Appena giunse a letto, si buttò sulle coltri senz’avere la forza di coprirsi, e si addormentò; ma la mattina dopo, quando si svegliò, era sotto le coperte ben stese, e le ciabatte erano state messe sullo scendiletto con la punta verso la porta; segno che la mamma, durante la notte, era venuta a metterla a letto come si deve.
Si era svegliata poco prima che la mamma venisse a svegliarla.

Come la mamma apparve, Quintilla, piena di senso di colpa, le disse:

—Mamma, io so che ti sei accorta, questa notte, che sono venuta a spiarti.

La mamma parve rimanere sorpresa. Poi le sorrise, e venne a sedersi sulla sponda del letto; le accarezzò la testa. Aveva gli occhi pieni di lacrime.

—Sta succedendo tutto un po’ alle tue spalle, — mormorò, — ma proprio non posso dirti nulla.

Quintilla annuì, anche se non capiva.

—È umano che tu sia venuta a spiarmi. Che cos’hai visto?

Quintilla, dopo un attimo di esitazione, le disse:

—Mi hai fatto paura… Sembravi addormentata e sveglia nello stesso tempo. Poi ogni tanto dicevi qualcosa. Ma non si capiva che cosa. Mi sono presa paura, e poi mi sono anche sentita male… Sono subito venuta a letto. Che cosa sta succedendo?

La mamma le disse:

—Non ti devi preoccupare di niente. C’è e ci sarà sempre qualcuno, accanto a te. Non sarai mai sola.

Quintilla annuì nuovamente, nuovamente senza capire.

La mamma, dopo averla guardata un attimo, le chiese:

—Te la senti di andare a scuola anche stamattina?

Quintilla si sentì improvvisamente disperata:

—Non ho mai voluto così tanto andarci. Ma mi sento male.

La mamma annuì.

—Domani andrai?

Quintilla annuì, forte.

—Sì, domani sì. Telefonerò alla Vespertilia questa sera, per farmi dare i compiti.

—Brava, tesoro. Chiamo a scuola per avvertire.

Quintilla guardò la mamma uscire dalla porta, e la sentì telefonare in corridoio. Il petto le doleva terribilmente. Sentiva una sensazione nuova, terribile: avrebbe voluto dormire e non pensarci più, ma si vergognava tanto di rimanere a casa da scuola. Si sporse verso lo scrittoio, e ne prese il libro, il quaderno, la penna. La penna le scivolò via, e cadde per terra, rotolando lontano; dovette alzarsi, e sentì che le gambe le cedevano. Volle far presto, perché — chissà perché — non voleva che la mamma la vedesse in quello stato. Tornò a letto ginocchioni, dopo aver recuperato a fatica la penna; vi si arrampicò sopra, e si rimise sotto le coperte. Non era mai stata peggio. Aperse il libro con le mani che le tremavano. Le parole, le lettere, le illustrazioni le ballavano davanti agli occhi. Si fece forza, soprattutto perché la mamma non si accorgesse di come stava male mentre ripassava davanti alla porta.

—Tesoro, — disse la mamma, fermandosi sulla soglia; Quintilla alzò la testa, e provò a sorridere. — Ho appena telefonato alla scuola. Adesso dovrei andare a fare un po’ di spesa, ma torno subito, e…

La mamma s’interruppe. Quintilla aveva seguito distrattamente queste poche parole; sentendola interrompersi, alzò di scatto la testa, allarmata:

—Che cosa c’è, mamma?

La mamma la guardava con una strana espressione:

—Sei sicura di sentirti solo debole? Non vuoi che chiami il medico?


 

 

Quintilla negò con forza:

—No, niente medico. Non sto così male. Non ti preoccupare. Ho solo un po’ sonno.

—Sicura? — insistette la mamma.

—Sì, — disse Quintilla. Non voleva che la mamma sapesse quanto stava male. Temeva quello che sarebbe potuto succedere quando lo avesse saputo. Non sapeva che cosa sarebbe potuto succedere, ma lo temeva.

La mamma, per quanto preoccupata e dubbiosa, andò via in fretta, gridandole, dalla soglia:

 

 

—Torno subito!

—Sì! — rispose Quintilla, più forte che poté. Non riconobbe la sua voce, e una fitta lacerante le attraversò il petto. Soffocò la tosse nella coperta. Quando ebbe finito, ci vide sopra del sangue. La testa le girava. Perché?, si chiese. Non aveva mai perduto sangue dalla bocca fino a quel momento. Temeva che la mamma, al ritorno, la trovasse svenuta, perché sentiva che la testa le girava terribilmente; il petto era gonfio e dolorante: come respirava a fatica! Il libro era pesante, nelle sue mani; faticava persino a reggerlo. Mentre chinava la testa sulle pagine, cercando di decifrarne le parole con la vista appannata, vide una, due, tre gocce di sangue, grosse, cadervi sopra, ed essere rapidamente assorbite dalla carta opaca e porosa. Si portò la mano alla bocca, e ve la passò sopra: sentiva un sapore di sangue, infatti. Si ripulì alla bell’e meglio. Se mi metterò a fare l’unità seguente, si disse, non dovrò pensarci; mi distrarrò, e starò subito meglio. Tornò a voltare le pagine, alla ricerca dell’unità seguente. Dopo qualche tempo si accorse che non riusciva a trovarla; andava avanti e indietro con le pagine, e un paio doveva anche averle strappate — ma la mano le tremava talmente. La testa dolorante le cascava sul petto, e sentiva un torpore maligno nella carne, e un freddo spaventoso nelle ossa. E non riusciva a trovare la pagina che le interessava, nonostante si affannasse tanto, o credesse di affannarsi tanto, perché non vedeva quasi nulla, e gli occhi le facevano male. Si sentiva avvelenata, in ogni parte del corpo. Tossì, e credette di svenire per il male tremendo che sentiva nel petto. Il libro le scivolò di mano, e cadde con un tonfo sul pavimento. Oh, pensò, la fotografia del nonno. Era lui che mi chiamava perché mi viene a prendere. Tossì nuovamente, e il dolore si fece insopportabile. Si sentiva piena di sudore, bagnata, e respirava male, non aveva mai respirato così male. Cercò di alzarsi, per andare alla finestra, e aprirla. Aria, mormorò o pensò, datemi un po’ di aria. Non riuscì a scendere dal letto, e quasi cadde. Le parve che ci fosse qualcuno sulla soglia, una donna mai vista, che la chiamava. Vieni, le faceva segno la donna, vieni. Chi sei?, sentì la propria voce chiedere. C’era qualcun altro nella stanza, era alla sua sinistra, la intravedeva, ma non voleva guardarla. Aiuto, pensò. Tossì di nuovo; rimase intontita. Gli occhi le si chiudevano. Troppo male, pensò. Le parve di sentire qualcuno gridare, ma tutto sembrava come un sogno, il sangue le pulsava nelle orecchie, e non riusciva a tenere la testa diritta, e il petto le doleva, e le sembrava gonfio. La donna sulla soglia non c’era più. Qualcosa ai piedi del letto. Qualcosa di rosso. O non era ai piedi del letto? Ma la figura alla sua sinistra, che le mormorava qualcosa che non poteva sentire, era sempre lì. Le parve di sentire un urlo lacerante. Questo dev’essere vero, si disse, la mamma è venuta a svegliarmi dal sogno. Si volse a guardare, ma non vedeva quasi più nulla. Mamma, disse. Qualcuno la scuoteva, per il braccio. Mamma. Sentiva che c’era ancora qualcuno, lì, alla sua sinistra, non voleva guardarla. Doveva essere lì, la mamma. Quando finisce?, chiese. Sono così stanca. Mandala via, pensò, mandala via tu, mamma. Non sentì, però, le insensatezze che disse. Non vedeva nemmeno la mamma. Sapeva che era lì. Sta tranquilla, si disse, ora finisce.

Poi si era risvegliata in un posto pieno di una luce abbagliante. Aveva cercato di muoversi, ma non riusciva. Respirava, ma aveva la bocca occupata da qualcosa; le faceva male il naso, e il petto era terribilmente oppresso. Si accorse poi che aveva dei tubi, proprio nel naso, che le entravano dentro. Venne la mamma, dalla porta a vetri davanti, era pallida, e aveva un filo bianco tra i capelli. Quintilla doveva guardarla in modo più disperato di quanto avrebbe voluto, perché la mamma, guardandola, si mise a piangere. Quintilla non poteva parlare. Le disse la mamma che le avevano messo quei tubi, che le servivano per respirare. Le disse che non l’avrebbe lasciata lì, ma che non doveva agitarsi tanto, che doveva stare tranquilla. Durante il sonno avevano detto che voleva strapparsi via i tubi, avevano dovuto legarla, lo capiva, questo? Quintilla ascoltava, e non capiva. Mi hanno legata?, si chiese. Non riusciva a muovere né le gambe né le braccia, e non se le sentiva più. Era all’ospedale, comunque, e si faceva tutto per il suo bene. Doveva stare tranquilla. La mamma sarebbe venuta tutti i giorni a trovarla, ma non le davano molto tempo. Le avrebbe portato qualcosa da leggere, più avanti, ma adesso doveva stare tranquilla, dormire. Quintilla si sentiva confusa. Aveva dolori. Non sentiva odori, vedeva solo quella luce bianca, accecante. Non poteva sempre dormire. Si accorse, col passare del tempo, che, nonostante fosse l’unica cosa che poteva fare in quelle condizioni, in realtà dormiva pochissimo, e soprattutto il suo sonno non era continuativo. Da quando aveva riacquistato piena coscienza, aveva diversi momenti in cui aveva come dei colpi di sonno, e improvvisamente si addormentava, ma per brevissimi istanti, risvegliandosi subito dopo. Le pareva come di cadere in basso, nel nulla assoluto; e in fondo a quel nulla, tutte le volte che si risvegliava ne era convinta, sentiva una voce, ma una nuova, le cui parole e il cui colore non poteva ricordare; ma non dubitava che quella voce le avesse detto qualcosa di importante. Si arrovellava inutilmente per carpire alla memoria qualche brandello di quello che quella voce misteriosa, mai sentita prima, le aveva detto; ma era impossibile ricordare. Non ci fu una sola volta, tra una caduta e l’altra in quei brevi, profondissimi torpori, in cui potesse arrivare a cogliere una sola parola detta da quella voce. Ogni tanto passava un’infermiera, o un infermiere; c’era un uomo con gli occhiali che non facevano vedere gli occhi, col camice verde. Quando le parlavano urlavano, ma lei sentiva bene. Le dissero poi, con aria di scusa, che lì erano tutti mezzi morti, e non erano abituati a vedere una signorina che stesse bene come lei. Quello che le facevano talvolta le provocava del dolore. Col passar del tempo si accorse che aveva le gambe e le braccia, a parte i legacci, inerti, e continuava a non sentirseli; e defecava e orinava nel letto, e ogni tanto due infermiere coi capelli raccolti nella retina e i guanti di gomma venivano a pulirla; sentiva appena il contatto della gomma sulle gambe, ma quando la giravano le facevano male alle ossa, e sentiva la pressione delle loro dita dure sulla pelle anche molto dopo che se n’erano andati via. Era completamente inerte. Non riusciva ad alzare la testa quel tanto che occorreva a vedere quello che succedeva accanto a lei. Dal riflesso nel vetro davanti a lei, che riusciva vedere quando aveva la testa su un lato o l’altro del cuscino, c’erano altri letti, alla sua destra o alla sua sinistra, ma non vedeva niente di più. Cercava di dormire, ma aveva paura di quella gente che le passava sempre intorno. Una volta scaricò due volte di séguito, e la seconda subito dopo che l’avevano pulita. L’infermiera la ripulì, dicendo: Non è niente, cara, con aria triste. Mi fa male il petto, le aveva fatto capire. L’infermiera le aveva accarezzato i capelli, dicendole: Stai tranquilla, e lascia fare un po’ alla macchina, cara. Portami via di qui, boccheggiava, quando la mamma veniva a trovarla. Mentre l’uomo dagli occhiali era in visita, e le diceva qualcosa che non riusciva a sentire, aveva sentito la voce Nera, chiara come non mai, dire che sarebbe morta, che per lei non ci sarebbe stato più nulla da fare. La mamma le aveva detto che aveva sognato, sicuramente; era la prima volta che le diceva delle voci. Aveva dei lividi sulle gambe, lo sapeva. Aveva cercato di farle vedere i lividi, ma la mamma non aveva capito, le aveva detto che non potevano toglierle i lacci. Che non si preoccupasse; che niente era importante, che se lo ricordasse. Ma quando era uscita piangeva, Quintilla di questo era sicura, e nel passare, l’infermiere, che stava entrando, non si spostò, e la urtò, facendola barcollare. L’infermiere le disse qualcosa, ma la mamma tirò diritto, sembrava così fragile in quel momento; soprattutto mentre si allontanava con il viso nel fazzoletto, e si faceva sempre più piccola, e poi spariva. Non c’era mai buio, lì dentro, e faticava sempre di più ad addormentarsi. I pasti non c’erano, le davano tutto come punture, sia il cibo che la medicina per dormire. Si sentiva sempre stanca. La mamma aveva chiesto, una volta, che la slegassero, ma dicevano che non c’era da fidarsi, che cercava sempre di strapparsi le cannule. Dovette portare pazienza ancora per qualche tempo. Poi parve che guarisse. La donna nera riapparve alla sinistra del suo letto. Respirava ancora male, ma era più in forze.

 Tornò a casa con l’ambulanza, era notte. La misero a letto, e se ne andarono. La mamma venne a sedersi sulla sponda del letto, e le chiese se era contenta di essere di nuovo a casa.

—Sì, — rispose Quintilla, ma si sentiva strana. — Mamma, — disse poi, — potrò ritornare a scuola?

La mamma aveva esitato un attimo. Poi aveva detto:

—Per il momento è escluso. Appena te la sentirai, ci tornerai. Adesso devi stare tranquilla. L’hai scampata bella, amore.

—Mamma, — chiese nuovamente Quintilla, — che cos’ho avuto?

La mamma rispose, seria:

—Hai una malattia ai polmoni. Ogni tanto ti manca il respiro, come vedi, e… Quel giorno, quando sono tornata, hai avuto un accesso di febbre, deliravi, e c’era tutto il letto macchiato di sangue. Non eri in te.

La mamma l’abbracciò.

—Devo riposare, — disse Quintilla. Si sentiva strana.

Poi, col passare dei giorni, le parve di tornare alla normalità. Presto sarebbe tornata a scuola. Si sentiva molto meglio.

Disse alla mamma che voleva vedere Vespertilia, uno di quei pomeriggî. La mamma rispose:

—Vediamo se sarà possibile.

La sera stessa sentì che qualcuno suonava alla porta, e la mamma andava ad aprire sorridendo; poi riconosceva la sua voce dalla soglia, e la sentiva correre, mentre la mamma rideva:

—Piano, piano!

Era proprio lei. Entrò rapida dalla porta della stanza di Quintilla, e corse ad abbracciarla. Aveva tra le mani qualcosa di rosso: era un nastro.

—È per te, — le disse. Quintilla volle metterselo sùbito.

—Grazie, — le disse. — Mi hai portato i compiti?

Vespertilia scosse il capo:

—Non preoccuparti, per quello: passerà qualche tempo, prima che tu possa tornare a scuola. Intanto non devi affaticarti. Sei stata molto malata.

—Sì, — disse Quintilla, — ma adesso sto guarendo. Anche se spesso ho paura che non uscirò mai più da questo letto.

Passarono insieme tutta la serata. Poi Vespertilia, dietro richiesta di Quintilla, chiamò a casa, e avvertì suo padre che sarebbe rimasta lì, a dormire, per quella notte. Comunque fosse, era sabato, e l’indomani non ci sarebbe stata scuola.

Quintilla sentì veramente di essere tornata, per quello che poteva, quella che era stata prima di finire in ospedale. Era estate, e il profumo dei fiori entrava dalla finestra aperta con la brezza notturna.

Passarono metà della notte a parlare tra loro.

Vespertilia le chiese:

—E adesso? Come ti senti, adesso?

—Sto meglio, — rispose francamente Quintilla, — ma è tutto cambiato. Credo che sia stato l’ospedale a farmi un po’ cambiare. A parte tutto, la cosa strana è che, non potendo dormire, ogni tanto avevo come dei momenti di sonno improvviso, in cui perdevo conoscenza. Era come cadere in basso, senza sapere nulla di quello che stava succedendo. Non avevo sogni, in quei momenti, eppure credo che vedessi solo buio, o niente affatto, e che una voce mi parlasse. Vorrei sapere che cosa mi diceva quella voce.

Vespertilia ascoltava con grande attenzione:

—Ti succedeva anche prima?

—Oh, sì, — rispose vivamente Quintilla, — ma solo una volta ogni tanto. Adesso mi succede spesso. Non è proprio come dormire. Mi sento cadere in basso.

Le raccontò del ritratto del nonno, e di quello che aveva visto attraverso la serratura quando la mamma si era ritirata nella sua vecchia stanza. Vespertilia le chiese:

—Ma tu sai che cosa sia successo, di preciso?

—No, — disse Quintilla, — ma lo sospetto.

Vespertilia tacque, sbigottita. Poi chiese:

—E di che cosa credi che si tratti?

—… Credo che qualcuno mi stia chiamando.

Per quella notte non parlarono più.

Un giorno, la mamma portò Quintilla al cimitero, che si trovava in una zona della città dove non era mai stata. Era un posto praticamente alle porte dell’abitato, oltre il quale c’era solo aperta campagna. Che bel posto, si disse Quintilla, mentre, con la macchina della mamma, andavano avvicinandosi. L’estate stava finendo, ma tutto era pieno di fiori.

Quintilla chiese alla mamma:

— Mamma, non siamo mai state al cimitero; perché ci siamo venute, oggi?

La mamma sorrise, e disse:

— Ho un appuntamento con qualcuno. Devo parlargli di una cosa molto importante, e non posso farlo da nessun’altra parte.
Quintilla tacque per qualche istante ancora, poi tornò a chiedere:

— Ma al cimitero ci stanno solo i morti?

— Certo, — rispose la mamma, — i morti, il custode del cimitero e sua figlia.

Quintilla non capiva.

— Devi parlare col custode, allora?

La mamma scosse il capo.

— No, no, — disse.

— Con sua figlia, allora.

— No, né col custode né con sua figlia.

Quintilla era perplessa.

— Con qualcuno che viene in visita al cimitero nella stessa ora in cui ci veniamo noi?

Erano arrivate. La mamma fermò la macchina, e disse:

— Qualcosa del genere.

Quintilla chiese, subito, prima che scendessero:

— Ma è vivo o morto?

— È morto, — rispose la mamma.

Quintilla si sentì subito molto agitata. Appena scese dalla macchina andò subito a prendere per mano la mamma, avviandosi con lei sotto il grande arco dell’ingresso.

— Ma tesoro, — sorrise la mamma, — hai paura?

—Un po’, — disse Quintilla, — ma non tanto.

La mamma le disse, mentre passavano sotto l’arco:

—Non si deve aver paura dei morti. Non quando sono loro a chiederti di venire da loro.

—Ma chi è stato? — chiese Quintilla.

La mamma rifletté.

—Un po’ il nonno, — rispose alla fine, — un po’ papà. E un po’ tutti quelli che ci hanno preceduto.

Entrarono nel cimitero. Sulla sinistra c’era il gabbiotto del custode. Ne vennero fuori, con grandissima sorpresa di Quintilla, Vespertilia e suo padre.

—Il custode e sua figlia sono loro, — le spiegò la mamma. E aggiunse: — Andate, bambine, noi dobbiamo parlare un momento.

Vespertilia e Quintilla si abbracciarono.

—Non sapevo che abitassi qui, — disse Quintilla a Vespertilia.

—Bè, ora lo sai, — le rispose Vespertilia, e rise.

S’incamminarono tra le tombe. Era un cimitero piccolo; da lì si entrava in un chiostro disseminato, nel mezzo, di lapidi bianche cosparse e circondate dai fiori; i lati del chiostro erano occupati dai colombarî, tutti col loro bravo lumino davanti. C’erano anche alcune cappelle, ma non più di cinque o sei, perché lì lo spazio era poco.

—Le cappelle, — le spiegò Vespertilia, sono oltre il chiostro, sulla destra. Davanti a noi c’è il cimitero degli acattolici. Tutti i tuoi parenti sono sepolti lì.

Il cimitero degli acattolici era molto severo. I fiori erano solo sull’ingresso. Invece, tutto il resto era un dedalo di pietre e marmi, posti quasi a formare una piccola città. Inoltre, quella zona era buia. I monumenti funebri più alti oscuravano il cielo. Quintilla vide che la torre che si vedeva da lontano incombere sul camposanto era in realtà una cappella, di marmo nero, altissima, con più cuspidi rivolte verso il cielo. Un’enorme stella di David, in bassorilievo, campeggiava sul lato principale della torre.

—Lì è sepolta una famiglia? — chiese Quintilla.

—No, — rispose Vespertilia, — quella è la tomba di Agramante Schwarz, che era un uomo ricco, morto molto vecchio. Poiché era Ebreo, gli hanno messo i simboli della sua Nazione sulla tomba.

—Perché non ci sono fiori? — chiese Quintilla.

—Perché non si deve rendere piacevole la morte, — rispose semplicemente Vespertilia. — Si finisce con l’amarla.

Sotto la stella di David era stata posta un’epigrafe a lettere rosse sullo sfondo nero, piuttosto lunga. Quintilla si fermò a leggerla. Diceva:

Conforme al mio dovere in faccia a dio,
M’incaricai di tutta la mia sorte,
E opposi al mio destino animo forte,
Mai vile, mai perverso, e mai restio;
Ma che vivere è stato questo mio!
Dopo il grande massacro e le ritorte,
Ancora osai invocare amica morte:
Vivendo ne ho scontato tutto il fio.
Negate i lombi a quel fruttuoso affanno,
Madri, poiché esso è frutto di dolore,
Che rinnova e s’accresce d’anno in anno:
Ma quel ch’è peggio, vivi, non s’ha cuore
Mai di spezzare il perpetuato inganno:
E il sonno eterno solo è salvatore.

—Che tristezza! — disse Quintilla. — Questo signore non dovette essere molto felice di vivere; eppure non voleva morire. Credo che sia la condizione peggiore in cui ci si possa trovare.

—Sì, — ammise Vespertilia, — ma alla fine si trova sempre la pace, che lo si voglia o no.

Quintilla notò che in un certo modo Vespertilia, dopo essere stata tanto tempo a contatto con il mondo di là, aveva maturato una sua filosofia.

—Non sapevo che abitassi qui, e che il tuo papà fosse custode, — le disse. — Non me ne hai mai parlato.

—Mi vergognavo, — rise Vespertilia. — Avrei preferito essere figlia del custode dei giardinetti, o di qualche edificio. Capisci, a scuola non lo dico a nessuno, perché non vorrei che mi prendessero in giro. Quando vengono qui in visita ai parenti, anche se è raro che vengano qui bambine della nostra età, io mi nascondo. Eppure, qui non è tanto male.

—No, infatti, — ammise Quintilla, — è un bel posto. Andiamo avanti, a vedere le tombe. Ma senti…

—Dimmi.

—E i fantasmi? Esistono, i fantasmi? — chiese a voce bassa Quintilla.

—Non so come risponderti, — rispose Vespertilia, aggrottando la fronte. — In un certo senso sì.

Quintilla chiese:

—Davvero?

—Sì, — rispose Vespertilia, — ma si vedono di rado quelle specie di lenzuoli bianchi delle illustrazioni. Più che altro tendono a manifestarsi attraverso gli oggetti che erano loro appartenuti in vita, o tramite i ritratti. Hai visto? — le chiese. — Le tombe degli Ebrei non hanno ritratti. Loro sconsigliano i ritratti, anche fotografici, perché dicono che si tratta di immagini false che sui sovrappongono al ricordo, e che finiamo col ritenere vere, e con il venerare come una specie di idoli. E gli idoli (dicono) tendono ad animarsi, e quando possono agire tendono a fare del male agli uomini, o a mettersi al servizio dei peggiori tra loro. Così, loro non vogliono ritratti; o, se devono ritrarsi, lo fanno tramite animali.

Vespertilia prese per mano Quintilla e la portò ad una specie di cippo bianco, isolato su un’ampia piattaforma di marmo bianco, proprio dietro il grande monumento funebre di Agramante Schwarz.

—Guarda, — le disse, mostrandole il cippo. Mostrava una minerva ad ali spiegate, col becco verso il cielo, scolpita sul piccolo piedestallo. Tutto intorno alla piattaforma correva una graziosa balaustrata a colonnine piccole, ciascuna delle quali era un animale rampante o volante.

—Questa è sempre zona degli Ebrei, — spiegò Vespertilia, — e questo è il monumento funebre a Donn’Astrea Ardinghelli…

—Oh, — disse Quintilla, — mia madre la conosceva!

—Sì, — disse Vespertilia, — questo monumento la rappresenta, tramite la rappresentazione dell’animale nel suo stemma; lo stemma è riportato un po’ più in basso, sopra l’epigrafe.

Si avvicinarono a leggere le parole, che si vedevano a stento, perché erano incise nel marmo ma non colorate.

Del tutto stanca della vita, sono
Infine morta, e col pensiero in mente
Di dissolvermi, e di tornare al Niente,
Lascio ogni cosa triste e in abbandono.
Se poi cantò con non mendace suono
L’arpa degli avi miei, io finalmente
Approdo in quella landa risplendente
Di cui mi spetta il primo rango, e il trono.
Qui non si sente nulla, tutto tace,
Nulla si muove: oh, l’universo è un regno
D’avventurata e luminosa pace.
Purché si spenga a me del mondo indegno
Ogni luce illusoria, o infausta face,
Varco ben lieta il destinato segno.

Quintilla notò:

—Anche quest’epigrafe sembra salutare la morte con un certo sollievo.

—In certi casi succede, — disse Vespertilia, — dipende da come si è vissuti, credo.

Vagarono ancora per le tombe. C’erano cappelle e cappellette, semplici lapidi circondate da basse balaustrate e lapidi su cui si era costrette a calpestare, dato che formavano il selciato stesso del camminamento.

 

Vespertilia la portò in una zona del cimitero molto strana, in cui c’erano tombe piccole piccole, con tante statue di puttini, e spesso delle grosse urne il cui coperchio era sormontato da un fiore di pietra. Era un triste giardinetto a cui si accedeva passando sotto un arco, fatto dello stesso ferro battuto nero della cancellata che correva tutto intorno. Un angioletto sormontava l’arco, recando in mano un cartiglio, su cui potevano distinguersi le parole:

CENTRO DI TENEBRE
TOMBA D’ORRORE,
ABISSO FUNEBRE
DI SPENTE AURORE…

Ma il luogo non sembrava affatto orrido. Sembrava una specie di parco dei giochi, solo un po’ triste, e i bambini erano tutti di pietra.

—Qui, — disse Vespertilia, — sono sepolti i bambini nati prima di essere battezzati: secondo la credenza cristiana, vanno nel Limbo, che è alle porte dell’inferno, ma è un luogo pacifico, benché molto triste, e si addice alle anime di questi infanti che non capivano nulla, quando sono morti, e si trovano nell’aldilà prima di aver conosciuto il mondo e aver ricevuto ammaestramenti su dio.

Girarono un po’ fra le tombe dei bambini. Una, a differenza delle altre, era enorme, gigantesca. Rappresentava una donna interamente velata che alzava disperatamente le braccia verso un bambino, che le era rapito da una specie di ippogrifo dall’aria straordinariamente malvagia, certamente una creatura infernale.

L’iscrizione era lunga:

Mio dio, mio dio, perdonami, poiché molt’ho peccato,
E fu il mio fallo a perdermi, e un figlio m’ha strappato.
Vegliai più notti in lacrime, sperando dal consiglio
Dei più stimati medici salvezza per mio figlio:
Eppure non trovavano rimedio a questo male:
Madri ce n’è che soffrono, ma non di pena eguale.
Io t’ho pregato, cenere spargendo sulla testa:
Il figlio, oh dio, guariscimi da malattia funesta.
Non vi fu verso: accorrere dovetti al capezzale
Di nuovo, ed era all’ultimo decorso il grave male.
Lasciò una madre in lacrime, uccise il padre orbato:
Mio dio, mio dio, perdonami, poiché molt’ho peccato.
Le nuove nozze, il valido marito poca cosa
Sono contro la stabile condanna misteriosa:
Ma tu che tutto a reggere stai, il cielo, gli elementi,
Tu che sai tutto, e mediti tutto, e tutto rammenti,
Certo tu sei, Altissimo, severo padre, è vero;
Ma libri in lance equissima, giusto quanto severo.
Ho i lombi fiacchi ed aridi: dopo che portai lutto
Per questo figlio, furono poi sempre senza frutto.
So che un peccato orribile da me fu un dì commesso,
Poiché per fallo ultroneo nessuno hai mai oppresso:
Guarda quaggiù la misera, tutta sospiri e pianti:
Pace, ohimè dio, concedile, pace, d’ora in avanti:
Soccorri tu la misera, caduta in basso stato:
Mio dio, mio dio, perdonami, poiché molt’ho peccato…

L’epigrafe proseguiva, divisa in svariati cartigli artisticamente cesellati nel marmo più lucido e più fine appoggiati qua e là contro la base irregolare del monumento, per molti altri versi.

Il cimitero non era piccolo come sembrava: il cimitero originario consisteva nel piccolo chiostro, che infatti ospitava solo tombe risalenti al XVII secolo, poi c’era il cimitero degli acattolici, dove c’erano le tombe della sua famiglia; però, poi, nel muro di cinta si apriva una porta che dava su un lunghissimo corridoio all’aperto, delimitato da due alte muraglie, fitte di colombarî, che si stendevano a perdita d’occhio davanti a loro; procedendo lungo il tetro corridoio, tutto punteggiato di lumini che risaltavano maggiormente ora che si era all’imbrunire, si notavano, sulla destra e sulla sinistra, delle grandi aperture ad arco, che davano l’accesso ad altri sterminati corridoi, e a loro volta davano l’accesso ad altri corridoi, oppure a scalinate, perché si saliva e si scendeva.

—Di là, — disse Vespertilia, indicando davanti a loro, — si torna verso il fiume. Qui sono tutte le tombe degli operai, da quelli che hanno costruito le dighe a quelli che hanno lavorato nelle fabbriche, quelli che avevano le casette lungo il fiume.

Si soffermarono a guardare solo alcune delle lapidi, ancora piuttosto verso il cimitero vecchio, senza spingersi negli altri passaggî: la stessa Vespertilia non conosceva tutte le strade, e rischiavano di perdersi, perché era una specie di labirinto.

 
I colombarî immediatamente a ridosso del cimitero degli acattolici mostravano ritratti dai volti duri, pensosi, o provati, resi ancora più tristi dalla tenebra incipiente, e dal riflesso giallognolo dei lumini accesi. Non c’era nemmeno lo spazio per lunghe epigrafi. Molti non avevano nemmeno un’epigrafe; quando c’era non superava i quattro versi. Erano scritte ripetitive, perlopiù; ma ce n’erano anche di belle, o di pittoresche, dovute a lapidarî fantasiosi, o forse a parenti dei morti; ma Vespertilia spiegò che molte erano scritte dagli stessi defunti, che lasciavano l’iscrizione tra le proprie poche carte, in modo da dare personalmente il miglior ricordo di sé, o il più sincero. Per questo, tutto quel dire: io fui, io ebbi, non era un modo di fare da poeti, ma era proprio dovuto alla mano dello stesso defunto — quando era in vita, ovviamente.

 

CELESTA MARIA BINNI
Ved. ROMANGO

Eliopoli, 14 Settembre 1887
Ivi, 15 Novembre 1945

Tutti aiuto da me, o pur consiglî
Ànno avuto una volta; a due mariti
Fui fedele; ed ò fatto cinque figlî:
Or muoio; i miei dover’ furon compiti.

Questa era una. Un’altra, che mostrava un volto di vecchio scavato dalle rughe, stranamente recitava:

ANGELO SAVERIO MOMBELLI

Eliopoli, 21 Marzo 1868
Ivi, 22 Marzo 1959

Combattut’ò due guerre, e sono andato
In tre paesi a fare il muratore;
Ho fatto casa, e non mi son sposato:
Dopo tanto soffrir, non ci ebbi cuore.

Ce n’erano anche tante senza ritratto, di gente che non era mai stata fotografata, né viva né morta. Uno di questi era di una donna, una minatrice.

GOLCONDA GREZZI

Velano, 1881?
Eliopoli, 13 Dicembre 1906

Qua giù in miniera, coi polmoni marci
Patit’ò cose veramente atroci;
E pure, cosa voi volete farci?
Ché tutti, infine, abbiamo le sue croci.

Altre erano tragiche; come questa, di un altro minatore; Vespertilia disse che certamente si trattava di un parente, che l’aveva scritta.

MARIO GROTO

Minezia, 3 Febbraio 1890
Eliopoli, diga della Valle Aprica, 4 Febbraio 1911

Sbagliat’à l’archetett’erimo in vente
Là su a salir Ogne speranza vana
Bel dottore di merd’empio & fetente
Padrone porco & figlio di puttana

Vespertilia spiegò che nella Valle Aprica, dove avevano impiantato colossali lavori in quel 1911, c’era stato quello che suol definirsi errore umano, ed erano morti venti carpentieri; questo, di giovanissima età, era nel novero, evidentemente.

Dopo aver un po’ girellato nell’ampio corridoio, tornarono nell’ombra un poco più confortante del cimitero degli acattolici.

Proseguirono finché non furono stanche.

Soprattutto Quintilla, aveva il petto un po’ dolorante, e respirava con fatica. Si sedette su una tomba, quella di una vecchia dama inglese morta tanto tempo prima.

Era il tramonto.

—Ti senti male? — le chiese allarmata Vespertilia.

Quintilla fece spallucce.

—In un modo o nell’altro, — disse, — non sto mai bene.

Tacquero entrambe.

—Vespertilia, — sussurrò Quintilla, — mia madre ha detto che non è venuta qui né perché noi due ci vedessimo, né per parlare con tuo padre. Diceva che doveva parlare con qualcuno dei nostri morti. È possibile, questo?

Vespertilia tacque per un attimo; poi disse:

—Certo, — disse, — quando sono loro a chiamare.

Ci fu un lungo, lunghissimo silenzio.

—Mi fa male il petto, questa sera, — disse piano, respirando con fatica, Quintilla. — Non guarirò mai più.

Poi aggiunse, con rabbia:

—E comunque, non sono venuta qui per guarire, non è vero?

Vespertilia non rispose nulla. Si era seduta accanto a lei. Quintilla la guardò. Vespertilia teneva gli occhi chiusi.

Quintilla, ormai, era decisa.

—Vespertilia, — sussurrò, alzandosi da sedere,— non aprire gli occhi, ti prego.

Vespertilia ebbe un fremito, ma fece come l’amica le chiedeva, e strinse le palpebre ancora di più.

—So che dovevate aspettare una certa ora. Ma non dovete aspettare. Dovete andarvene, tutti e tre. Non verrò a salutare mia madre. Lei capirà: perché sa che in un modo o nell’altro ci rivedremo. Ma se la rivedo adesso me ne mancherà il coraggio, e sarà peggio. Ti prego, va da tuo padre, da mia madre, di’ loro che se ne vadano, e vai con loro. Sono alle tue spalle; vai; e non voltarti, nemmeno una volta.

Vespertilia aspettò.

—Da qui si vede l’orologio dell’ingresso. So che è intorno all’una, non li farò aspettare. Troverò la tomba da sola, tanto so dov’è: è tutto il pomeriggio che giriamo, e l’unica parte in cui non siamo state nemmeno una volta è quella dietro quelle vecchie cappelle; so che è là. Troverò la tomba da sola. Vai, adesso, per favore.

Vespertilia si alzò con fatica, e rimase in piedi per un attimo, vacillando leggermente. Poi prese con sicurezza la strada, e andò via, senza voltarsi. Improvvisamente, si mise a correre, incespicando, verso il chiostro, con il volto tra le mani.

[Lunedì, 3 Settembre 2001]