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LII. Scrivere un romanzo?

16 Set

LII. Chi è che ha chiesto se per caso lamentassi di avere difficoltà a "scrivere un libro", o "un romanzo"? Non mi va di andare a riguardare. Nessuno nelle mie condizioni pensa a scrivere qualcosa di pianificato, consequenziale, costruito, preordinato e faticoso come "un libro" o "un romanzo". Mai detto di voler scrivere "un libro" o "un romanzo". Solo un bukovskiano di quarta categoria (e ce ne vuole, eh) può pensare possibile scrivere "un libro" o "un romanzo" quando la propria vita è scandita dalle code alle mense pubbliche e dagli "uno su uno" fuori dai centri di accoglienza notturna. Lo so, sarebbe piu’ romantico fare una vera e propria vita di strada, cioè il barbu’, ma non solo non sono capace, è che non si fa mai il barbu’ completamente da soli. E i barbu’ che ho conosciuto mi sembrano ancora peggio dei piccoloborghesi falliti che trovo nei centri di accoglienza.

Che è tutto dire.

Me l’immagino, lavorare a "un libro", o a "un romanzo" in via Carrera, la sera, tra le richieste di sigarette, i soliloqui dei residuati di villa Cristina (=ospedale psichiatrico) e le bestemmie degli inaccoglibili. O sulle panchine di Strada Castello di Mirafiori, all’ombra della bèla Rosin, in mezzo alle gioiose sarabande ("… e corrono il facchino, e la quintana…") delle zoccole tra un bidone dell’immondizia e l’altro. O alla luce delle stelle, nel parcheggio vicino a corso Tazzoli, intento a schiccherar Cencèidi e Straccionìadi. O davanti al macello di via Traves, magari appena dopo l’alba, a descrivere i poetici riflessi del sole nascente sulle scaglie dei pesci morti…