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L.

13 Set

L. In fondo, proprio un’analisi di realtà (la cosiddetta analisi di realtà) non può far male alla scrittura. In fondo, la scrittura è un mezzo, uno strumento. A che cosa serva è difficile dire — in assoluto, certo è che nel particolare delle singole vicende biografiche può servire a molte e disparate cose; ma ciascuna di quelle funzioni può essere assolutamente precisa, chiara. Dipende, ovvio, da chi se ne serve.

Come mai impestare questo desolato angolino di web con brutti racconti, oscene poesie, flaccidi saggini — tutte cose inutili, insufficienti allo scopo (e che, oltretutto, mi costano troppa pena)? Mi sono guardato in faccia, ultimamente (non, semplicemente, allo specchio, ma questo si sarà capìto). Sto diventando un topo di fogna, un figuro squallido, il prodotto di una lunga, sotterranea, efferata, oscena violenza: la gobba di un mulo su cui una sferza ormai pigra segna gli ennesimi guidaleschi. E io mi sono rotto il cazzo. Sarebbe, forse, un amabile ossimoro, quello del mostro verde che fa sonetti, ma disgraziatamente questo destino riguarda solo i mostri di qualche fiaba — nemmeno di qualche romanzo. Polifemo e Galatea: mito, appunto. (Senza trascurare il fatto che io non sono il mostro brutto fuori e bello dentro, e nemmeno il contrario).

L’unica cosa che mi sono rifiutato di sentire, di capire, è questa: bisogna avere molte, fors’anche troppe cose da dire, per scrivere un romanzo, un racconto; bisogna aver visto molti posti, molte facce per scrivere poesia. L’invenzione scrittoria è un distillato di esperienza. A me molta esperienza fondamentale probabilmente manca — senza che io ne senta la mancanza, e questo, credo, è grave; ma non importa, è così — anche e soprattutto perché quello che è perduto è perduto, e comunque una seconda, una terza giovinezza non mi tentano.

E l’altra cosa che mi sono rifiutato di capire è questa: in realtà, in fondo in fondo a me stesso, non ho mai, mai veramente capìto né a che cosa servissero i romanzi e le poesie, né come si scrivano, né — soprattutto — per quale motivo se ne dovrebbero scrivere, o ne siano stati scritti tanti. Mi sono molto volgarmente taciuto (è una mia forma di pazzia) che la mia personale esperienza umana, ma non come ‘bagaglio’, ma nello hic et nunc del suo svolgersi, è in realtà è sempre stata al centro dei miei interessi.Testimoniare la tortuosità di certe storie lunghe, o la lunghezza di certi silenzi, o il ribattere incessante di certe ossessioni è probabilmente stata la sola ed unica funzione, se mai, a cui la mia scrittura abbia assolto — la scrittura di un diario, ovviamente. Sarà che quando penso diario penso a molte cose, Pepys soprattutto, o i Goncourt (che, ovvio, non possono essere il mio modello né il mio ideale, avendo io troppe conoscenze bassissimolocate), tra le quali non c’è quel libriccino rosa tenuto insieme coi nastri — che invece, mi pare, dovrebbe essere l’idea che se ne fa la maggior parte dei miei contemporanei.

Forse proprio perché ad una storia, piu’ che la bellezza, sono portato a chiedere una certa complicatezza. (E questo, almeno per me [sicuramente per me], è da meditare).