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XLIX. Mi aggiro

12 Set

come un disperato imbecille (molto piu’ imbecille che dsperato, questo è certissimo) tra interventi i piu’ svariati: da una parte si parla quasi solo di fumetti, e per la verità non è che non ci capisco un cazzo, di fumetti, è che li odio proprio, non li posso soffrire (e men che meno dell’atteggiamento misticoide che traspare da quello che si dice di fumettari soprattutto morti o di fumetti d’antica e veneranda annata, e da quello che gli stessi dicono di sé, credo, e da quello che dicono anche quelle sentine di sbrodolii pomposamente intitolate ‘tavole’, e da quello che certamente dicono molti altri); dall’altra trovo quarantenni truccate con autant de rouge qu’une archiduchesse che sparano pistoloni fantasy ricicciati persino coi ghirigori nei vivagni del sussidiario di tant’anni fa; dall’altra ancora vomiti senza tregua di professionisti non abbastanza falliti da poter giustificare la propria devastante, oscena, onnipervasiva infelicità; dall’altra ancora & ancora preoccupazioni tremende di non essere all’altezza (ma di che, porco dio?! di che cosa?!) o abbastanza originali, e poi l’esigenza ammorbante di essere virtuosi e divertenti (anche del cav. Marino, che non c’entra una ceppa, un notista disse, all’indomani di una grande perdita di soldi che ‘ha piu’ voglia di bestemmiare che di far sonetti’ — ma non c’entra una ceppa, appunto) nei paranoidi auto-committenti (una cosa che, in — non dico letteratura, meglio scrittura — equivale alla partenogenesi per quanto riguarda la riproduzione umana — oltre una gravidanza isterica non si può andare [e che l’abbozzi pure io, una volta tanto])… Questo nulla non mi arricchisce abbastanza, devo una volta per tutte dirlo chiaro e tondo: non mi diverte. Non mi piace. Quindi non mi lancio in lunghi elenchi, tra Ortensio Lando e Panigarola: niente filatesse, niente acre-divertiti srotoloni & asciuttoni sparsi di cifre e dati. Sono già abbastanza nauseato, non occorre che m’infili il braccio in gola e beva tre damigiane di acqua e sale. 

Non sarà che il contesto mi è veramente un filino troppo estraneo? che mi sta facendo veramente male? Quando sono a tu per tu con un libro, allora sì, mi viene da scrivere, e lo faccio. Purtroppo, tutte le volte che mi connetto, per via di una brutta piega, quella che ho preso ormai da un due-tre anni a questa parte, prima di cacare un alcunché sul foglio mi faccio il giro degli altri blog. Blog fumettari, blog diario, blog fantasy, blog tirati inseme alla cazzo di cane. Un blog filologico, ho trovato, una volta: ma si sente che l’autore pena per tenersi su’ di tono. Si trovano anche cose carine; non si trova una ‘voce’. E, soprattutto, c’è questo mio atteggiamento sbagliato (sbagliatissimo), questa — appunto — brutta piega che mi fa torcere il collo e piegare la schiena.

Comunque scrivano gli altri bloggers io non sono in grado di scrivere come loro.

Scrivo molto peggio — se questo può aiutare, ben venga. Non credo scorrazzerò in qua e in là per blog, mai piu’ — a parte, magari sporadicamente, quei due-tre che ormai sono uno dei miei tic, e che non trovo malaccio. Sin dall’inizio ho avuto la tentazione di postare e stop, lasciando che altri commentassero, magari non leggendo nemmeno i commenti. Lo sapevo: la mia prima intuizione, la mia prima tentazione è sempre la migliore. Parola torna indietro: non posso andare avanti secondo regola: io me ne sto qui, a beatamente dimenticarmi di qualunque cosa possa essere un mio eventuale, malcapitato interlocutore.

(Ma, a parte tutto, non colpisce nessuno [evidentemente no] che razza di mostri abitino queste lande? Uno dev’essere scrittore e notista in proprio, critico quando è in visita, organizzatore di ammucchiate quando deve stabilire qual è la sua ‘community’, e che link mettere. Ma a nessuno scoppia la testa [evidentemente no]? [Qualcuno ha tentato, seriamente, la scalata a biogiannozzi [GI, non fraintendere!], con quelle mandrie di bloggers? Io non ci capisco un cazzo!!! Insomma, mi ritiro in buon ordine, e buonanotte al secchio).

XLVIII. Ahoi.

12 Set

XLVIII. Ahoi. Nil sub sole novum, mi trovo nuovamente qui in biblioteca, ma questa volta mi sono dato qualche cosa da fare — vuol dire che non ho testa per improvvisare qualcosa da mettere qui sopra, magari mettendoci (pure) tutto me stesso dentro. Tutto me stesso è quasi nulla; per metterci qualcosa dovrei essere. Per essere devo fare fatica. Per fare fatica, 1. devo averne voglia (di fare fatica), 2. non devo avere sonno (e purtroppo ne ho [di sonno]). Ho qualcosa da fare.

Io volevo, quasi quasi, affrontare un discorso delicato e impegnativo, sempreché fosse possibile; nel caso in cui non fosse possibile e io lo affrontassi lo stesso (il discorso delicato e impegnativo), tanta reticenza sarebbe perfettamente inutile, perché — almeno qui sopra — posso aspettarmi un ‘no, guarda, lascia perdere’, semmai, dopo che ho sparato la stronzata, e non prima, quando servirebbe a qualcosa (posto che serva a qualcosa non farmi affrontare un discorso delicato e impegnativo).

Non so come dirlo, e lo dico brutalmente: a me i blog fanno schifo. Tutti, o quasi tutti. Detesto la loro caratteristica saliente, quella di contenere o dichiarazioni o tracce di angosciante afasia — lamenti o cicatrici — o altrimenti la traccia vagamente oscena di tasti ammaccati alla cazzo, da parte di persone dotate di mezzi sufficientemente potenti e di sufficiente tempo. C’è chi non si spiega abbastanza, e c’è chi — per quello che ha da dire (= niente) si spiega fin troppo. Per un po’ (me ne vorrà qualcuno, o comunque mi escluderò a priori da certi giri) sospendo la lettura dei blog. Comunque sia, ho notato che da ultimo non riesco a leggere più di cinque righe per post, e questo mi sa vagamente di disonesto.

Avrei bisogno di qualcosa che mi comunicasse entusiasmo… Nel frattempo, dato che questo qualcosa è proprio introvabile, è doveroso (quantomeno) non farsi deprimere di più.

Dall’ultimo scambio con I., io non dicevo il falso quando dicevo che scrivevo; il fatto è che scrivo prevalentemente a mano, per i motivi che ho già detto. Se mi metto a copiare cose lunghe, sottraggo il tempo ad altre cose, magari più importanti (per me, ci mancherebbe) di quelle che ho già fatto. Io non so che posizione prendere a questo proposito, perché non mi riesce d’ipotecare il futuro (o porre limiti alla provvidenza); aviègne que peut, insomma.

Cia’.

d.