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XXXVIII. Esopini e cognomi.

3 Set

XXXVIII. Può essere un segno della decadenza il fatto che personaggi esopici (animali antropomorfizzanti) abbiano non solo un nome, cosa assolutamente normale, ma persino un cognome?  

Ricordo che in un numero dell’eponimo giornaletto Topolino (Mickey Mouse, non è un nome-e-cognome) una volta si trovava lontano da Topolinia; cacciatosi in qualche inconveniente, interrogato da un commissario ben diverso dal familiare Basettoni, aveva dovuto declinare tutte le generalità. A mo’ di nome-e-cognome aveva potuto rispondere solo ‘Topolino di Topolinia’. Il surcilioso commissario s’era sentito preso per i fondelli, e l’aveva messo dentro. Topolino non ha un cognome. Ce l’ha Paperone (de’ Paperoni), ma suona qualcosa di più, come un titolo nobiliare. Anche Pico de Paperis ha un cognome, anche qui di intonazione nobiliare. Paperino, Gastone, Paperoga non hanno cognomi. Non possono, verrebbe da dire, averne, dal momento che possono essere solo nipoti e zii (oltreché fratelli e cugini), non padri e figli. il ‘Pitagorico’ di Archimede è un soprannome, o un nome umanistico, non un cognome propriamente inteso.

Afanasjev riporta una fiaba-nonsense, quella di Karpa Karpovna, "figlia setolosa", del tutto priva di senso — ma il personaggio di Karpa è una specie di sirena (?), non è più animale che umana; e poi Karpovna sa più di patronimico (che forse è ancora più umanizzante del cognome, ma non saprei). Gli animali delle favolette di Krilov non hanno né nomi né cognomi. In Esopo non hanno cognomi, anche perché i cognomi non esistevano. Renard non ha un cognome.

Esiste, adesso, un Geronimo Stilton, di cui so solo quello che ho intravisto su un libretto — mica ci faccio uno studio. Lo stilton dovrebbe essere un formaggio, ma suona proprio come un cognome (come quasi qualunque toponimo, ovviamente). Addirittura un suo libretto ha le figure odorizzate — non è una novità, anch’io da bambino avevo un libro con figure da sfregare e annusare. Solo che riporta non solo profumi e profumini, ma anche puzza di piedi, &c. Il libretto ha anche le figure a pop-up, che diventano tridimensionali quando l’apri. Una specie di modesta, perché infantile, immersione nella vita dei sensi, nonostante l’intento favolistico?

Poligraf Poligrafovic Pallini è pure da annoverare tra le sirene, come ‘sirena artificiale’. Ma quel nome e cognome e patronimico in particolare hanno una funzione, quella di rappresentare i (ridicoli) tentamenti di Pallini a diventare, di cane, uomo.

Il Marino, nell’Adone, descrive maravigliosamente un’altra e simile sirena, anch’essa canino-umana, e anch’essa ha nome e cognome: Tricane Cinofalo (riporto intero il brano perché ce l’ho da secoli nelle bozze di Hotmail, e non so, altrimenti, che farmene):

Cinisca ell’avea nome, ala cui mano   200
lo scettro s’attenea de’ Cappadoci.
Venne a metterle campo il fier Turcano,
tiranno già de’ Tartari feroci
ed, avendola un tempo astretta invano
con lunghi assedi e con battaglie atroci,
alfin pensò l’inespugnabil terra
per froda conquistar, senon per guerra.

Trattò seco allianza e voler finse   201
di già nemico divenir marito,
persuase, promise e la sospinse
con lettre e messi a credere al partito
e con sacri protesti il patto strinse
e strinse il coniugal nodo mentito
per trovar via da disfogar lo sdegno
ed occupar con tal inganno il regno.

Fu dal falso imeneo placato Marte,   202
onde a dura tenzon pace successe.
La misera lo stato a parte a parte
e la persona al barbaro concesse.
Ma dapoi che’l fellon con sì nov’arte
la donna ottenne e la cittade oppresse,
schernì con ingratissima mercede
il fatto accordo e la giurata fede.

Nutriva ei con lo stuol di molti alani   203
un suo nero molosso, il più membruto,
il più sconcio, il più fier che tra Spartani
o tra gli Arcadi mai fusse veduto.
Era terror de’ più tremendi cani
ed avea come lupo il cuoio irsuto.
Grugnon fu detto, in orride tenzoni
avezzo a strangolar tigri e leoni.

Or per disprezzo a tal consorte in moglie   204
sottoporre il crudel fè la meschina
e comandò che dele proprie spoglie
ignuda tutta, incatenata e china
preda restasse ale sfrenate voglie
del’ingorda libidine canina
e, dele nozze patteggiate in vece,
dal’osceno mastin coprir la fece.

Così, poiché più volte ella sostenne   205
l’indegna villania del sozzo cane,
dal’iterata copula ne venne
ingravidata a concepir Tricane.
Trican dal Dente è questi, il qual ritenne
forme parte canine e parte umane.
Mezzo dal cinto insù d’uomo ha sembianza,
tutto simile al padre è quelch’avanza.

Dal Dente ei detto fu, peroch’aguzza   206
in fuor del grugno ed arrotata zanna
che di schiume sanguigne il mento spruzza,
a guisa di cinghial gli esce una spanna.
Con quest’arme talora in scaramuzza
più che col ferro altrui lacera e scanna.
Parla, ma voce forma orrida ed atra
che con strepito rauco ulula e latra.

Volto affatto non ha nero ed adusto,   207
né candido deltutto e colorito.
Crespo di chiome ed è di tempie angusto,
del color d’Etiopia imbastardito.
Ha vasto il capo e pargoletto il busto,
col difetto l’eccesso insieme unito;
fanno quinci Erittonio e quindi Atlante
un innesto di nano e di gigante.

Gonfio sen, braccia lunghe e cosce corte,   208
ispida barba e peli irti e pungenti,
luci vermiglie e lagrimose e torte,
sguardi d’infausto e fiero foco ardenti,
fronte rugosa, oscure guance e smorte
e sotto bianche labra ha biondi denti.
Armato poi le man d’acuto artiglio
ben mostra altrui che di tal bestia è figlio.

Aggiunse di natura al’altre cose   209
ancor nova sciagura il caso istesso.
Quando del ventre fuor la madre espose
l’orribil peso e si sconciò con esso,
dapoich’ebbe con strida aspre e rabbiose
dale viscere immonde il parto espresso,
accrebbero le serve e la nutrice
cumulo di miserie al’infelice.

La balia ch’allevollo e l’aiutante   210
di recarglielo in braccio ebber piacere.
Raccapricciossi nel vedersi avante
quelle sembianze abominande e fiere,
svenne d’angoscia e di terror tremante
le braccia aperse e se’l lasciò cadere,
ond’ei portò dala materna poppa
un piè travolto ed una gamba zoppa.

L’avea con acque magiche e con versi   211
volto la fata in un donzel sì vago,
ch’apena sotto il sol potea vedersi
la più leggiadra e signorile imago;
e seco in paggi altr’uomini conversi
parimenti in virtù del licor mago,
pur dela stirpe sua gente minuta,
orribile, difforme e disparuta.

Ch’arditamente ad Amatunta il piede   212
senza indugio volgesse ella gli disse,
perché di Cipro ad acquistar la sede
cosa non troveria che l’impedisse
e la palma, il trionfo e la mercede
verrebbe a riportar del’altrui risse,
ch’unita la beltà del mondo tutta
fora alato ala sua per parer brutta.

Or qua venia da lei sospinto e tratto   213
da’ suoi propri desir leggieri e sciocchi.
Tre volte intorno intorno il contrafatto
torse caninamente il ceffo e gli occhi.
Di reverenza o di saluto in atto
non chinò fronte e non piegò ginocchi,
ma per mezzo lo stuol quivi raccolto
portò superbo il portamento e’l volto.

Passa al’altare, orch’è coverto il cucco   214
sott’altre penne, orgogliosetto in vista.
Veste di pelle d’indico stembucco
colletto che di perle ha doppia lista,
di prezioso ed odorato succo
di muschio e d’ambracan temprata e mista.
Damaschina ha la storta al lato manco
e dorato il pugnal dal’altro fianco.

Vermiglio palandran vergato d’oro   215
gli cade al tergo e’l fregio è d’aurea trina
e d’un tabì di simile lavoro
fatta è la calza e frastagliata a spina.
Un cappelletto di sottil castoro
porta che pur la piuma ha purpurina;
e guernito le man d’arabi guanti
vien ninfeggiando, amoreggiando avanti.

Questa vana magia durò sol tanto   216
ch’ei più dapresso ala gran dea comparve;
ma giunto innanzi al simulacro santo,
si dileguar le mentitrici larve,
s’aprì la nube si disfè l’incanto
e la finta beltà ratto disparve,
ond’ancor negli astanti al’improviso
si trasformò la meraviglia in riso.

Qual uom che sotto maschera nascosto   217
inganna altrui con abito mendace,
altro che prima appar, poich’ha deposto
dela non sua sembianza il vel fallace,
tal quel brutto omicciuol rimase tosto
che nela sua tornò forma verace;
e Saliceo, che’n stima era tra’ vegli
del più grave censor, ne rise anch’egli.

Di quel collegio reverito e sagro   218
è questo Saliceo tra’ principali,
maninconico in vista, asciutto e magro,
ma sempre in bocca ha le facezie e i sali
e punge con parlar mordace ed agro,
ma sono i motti suoi melati strali,
onde trafige e gratamente uccide
e fa rider altrui, seben non ride.

Poiché l’arco costui, secondo l’uso,   219
dela lingua piccante ebbe arrotato,
torse ghignando e sorridendo il muso
e col gomito urtò chi gli era a lato.
– Or chi (dicea) non rimarrà confuso
in risguardar quest’atomo animato?
O quale sfinge indovinar sapria
che qualità di creatura ei sia?

Da qual nicchio sbucò di Flegetonte   220
un granchio tal, cui par non fu mai scorto?
con qual bertuccia si congiunse Bronte,
onde ne nacque un sì stupendo aborto?
Se l’arco avesse in man, la benda in fronte,
l’ali su’l tergo e’l piè non fusse torto,
e’ mi parebbe ale fattezze estrane
lo dio d’amor de’ topi e dele rane.

Ale parti del corpo io non m’oppongo   221
se nol guastasse alquanto il piedestallo;
e se fusse un sommesso almen più longo,
per Ganimede io l’avrei tolto in fallo.
Sotto quel suo cappel somiglia un fongo,
al vestire, ala piuma un pappagallo.
Sembra nel resto una grottesca a gitto
overo un geroglifico d’Egitto.

Veramente a ragion biasmar non posso   222
sì gentil personaggio e sì bel fante,
che se la base è picciola al colosso,
il torso è però grande e torreggiante;
e s’io ben miro, il naso ha così grosso
che ne staria fornito un elefante,
benché di schiatta elefantina un mostro
il dimostrino ancora il dente e’l rostro.

Donde derivi in lui tanta arroganza   223
veder non so davante a sì gran nume.
Per aver di Vulcan la somiglianza
forse con Citerea tanto presume.
Ma dove manca la civil creanza,
la natura supplisce al vil costume,
poiché mentre traballa or alto or basso,
suo malgrado s’inchina a ciascun passo.

Ma se col fasto eccede e con l’orgoglio   224
ogni proporzion di sua statura,
scusar lo deggio e perdonar gli voglio,
ch’aver vuolsi riguardo ala figura
in cui, qual pittor saggio in breve foglio,
le sue grandezze impicciolì Natura.
S’egli, ancorché si drizzi, è sì piccino,
or che farebbe inginocchiato e chino?

Abbiasi dunque mira ala corona,   225
pongasi doppia cura e doppia mente
perché mentre fra gli altri or si tenzona
non la rapisca il semideo valente;
ch’essendo per cagion dela persona
poco men ch’invisibile ala gente,
se vorrà torla contro i sacri patti,
uopo non fia che fugga o che s’appiatti. –

Per questo ragionar non si ritira,   226
anzi pur oltre il paladin procede,
che seben dela turba il riso mira,
dele vergogne sue nulla s’avede.
Ma quando altero al’aureo cerchio aspira
e di toccarlo e di levarlo ei crede,
trema in guisa l’altar ch’altrui spaventa
e la dea folgorando un calcio aventa.

Nel volto con tant’impeto battuto   227
fu dal piè dela statua il sozzo nano,
che sossovra in un globo andò caduto
di grado in grado a rotolar nel piano.
Quel piacevol prodigio allor veduto,
sentissi il riso raddoppiar lontano;
rimbombonne il teatro a voce piena
e chiuse in atto comico la scena.

Levossi il semican superbo e rio   228
e del publico oltraggio al ciel latrava;
dela rabbia paterna infuor gli uscio
di bocca il fiel col sangue e con la bava;
e bestemmiando del’alato dio
la madre in vista minacciosa e brava,
contro la maga iniqua e maledetta
giurò sovra il suo dente alta vendetta.