Archivio | settembre, 2005

LXIII. Tre stralci.

30 Set

LXIII. Non c’è nulla che m’impedisca di ragionare come avere le scarpe strette; purtroppo mi si sono rotte le scarpe, ieri, e ho dovuto rimediare un paio di schifosissime Superga al Cottolengo. A parte il fatto che se piove sono cazzi miei, sono anche strette, e ho il mignolo del piede sinistro molto sensibile. Devo fare di necessità virtu’, e dal momento che ho aspettato quarantacinque minuti (45) prima di connettermi, e non posso connettermi senza scrivere un cazzo solo perché ho il cervello momentaneamente fuori servizio, trascrivo tre pagine dal mio diario.

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"Venerdì, 22 aprile 2005

(…) Il leggero bruciore lasciato dallo schiaffo mancino è svanito subito, mentre controllavo lo stato degli occhiali, che erano a posto, e tutti gli altri vociando si facevano di mezzo, ma non gli operatori che non trattenevano il lebbroso, e nemmeno me, che ho gridato a XXxxyy: "Chiama i carabinieri!", tremante, ma in un modo strano, e inedito, senza paura ma come se mi si fosse svegliato dentro qualcosa che non volevo assolutamente che venisse fuori, e che risospingevo sotto, mentre quella — quella cosa nauseante e ammorbata — protestava e si contorceva come una filza di processionarie anarchiche chiuse in un sacco, con tante di quelle furenti rivolture che non ho potuto, per calmarle, che farmi largo e trovar modo di far qualcosa che le appaciasse, un po’ almeno, e non sono riuscito a trovare di meglio che andare nell’ufficio rimasto al momento vuoto, dove c’è il telefono, e, dicendo fra me "Adesso la chiamo io, la polizia", formulando mentalmente il numero uno-uno-tre (!), avanzare la mano verso il telefono, farmi cogliere dal dubbio (mentre la bestia si contorceva) se fosse proprio quella la cosa giusta da fare — di là dal fatto che non sono autorizzato, come ospite, ad usare l’apparecchio degli operatori, far ricadere la mano pur mo protesa e capire che no, non era esattamente la cosa richiestami dalla prefata bestia, che anzi, avevo una gran voglia di vedere se riuscivo ad alzargli le mani, in qualche modo, a tirargli una pedata, o magari — non si sa mai — un cazzottone, uno schiaffo o quello che mi venisse fatto, e sono andato verso l’ingresso dell’ufficio, sulla soglia del quale — oh guarda il caso — stava facendosi avanti lui stesso, sfuggito di mano agli operatori (e ti credo. Chi lo tratteneva?), e scandendo lui chissà quale altra gnàgnera, non sulla scarsa liceità di prendersela con genitori, nonni, zii, cugini e sorelle, ma con "gli assenti", io, sulla parola "assenti", gli ho messo la mano destra sulla faccia, e l’ho spinto indietro, senza nemmeno troppo sforzo dal momento che è leggerino, e lui, strabuzzando gli occhii, è volato all’indietro sbattendo contro la parete alle sue spalle, per riprendersi quasi subito e farsi sotto, al che io l’ho afferrato, al che lui ha afferrato me, e ha cercato di farmi cadere, ciò che gli è riuscito, mentre non è tuttavolta riuscito a restarsi in piedi, cadendo per conseguenza con me, ed Yyyyxxx che tentava tardivamente di trattenerci, col risultato che io sono caduto di schiena a pavimento senza farmi niente, mentre l’idiota ha dato una zuccata contro il muro e una contro un armadio di ferro (…)".

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"Venerdì, 13 maggio 2005.

(…) Ora che sono le 22.00 passate, e mi trovo in via Carrera, come di consueto, ho guardato meglio nel libro sul Calasanz, e ho fatto decisamente bene a prenderlo, dal momento che contiene non solo numerosi stralcii di sue lettere italiane (scriveva in un toscano purissimo), ma anche un buon campionario di sue rime spirituali, Hinni in particolar modo, scritti secondo lo stile che latamente potrebbe definirsi chiabreresco, ed è in effetto, senza troppi pregii salvo l’accuratezza formale, di un’ingenuità non sempre benissimo imitata e solo uno o due punti veramente divertenti — benché non ci sia poi troppo di attraente, ma posso solo riferirmi al poco o pochissimo che ho letto, e che è tutto quello che si riporta nel testo, e che pure è qualcosa, e qualcosa da giustificare la sua inclusione tra gli autori del Seicento da conoscere, oltre da sollevarmi qualche interrogativo circa l’esistenza, se è per quello, di testi italiani di altri ecclesiastici di origine ed espressione straniera in Italia, a Roma o altrove, come per esempio Atanasio Chircher (opere maggiori e note a parte, ovviamente, le quali tutte sono in latino), o, a maggior ragione, di Giovan Caramuele Lobkowitz, al quale, come ad un intendente di lettere italiane, lo squisito Pietro Casaburi Urries inviò quella sua lettera, che vale tutto un trattato, e un trattato che valga da opus magnum, circa l’uso della metafora presso gli antichi, vale a dire tutti quegli scrittori italiani, dalle origini fino all’inizio di quell’era nuova, che fino a quel momento erano stati additati dai perdenti conservatori come come esempii di bonissimo stile, ed erano invece rei degl’identici eccessi dei poeti dell’Hoggidì, ciò che non spiega affatto come mai essi autori hoggidiani fossero riprovati, né bastava affatto a giustificarli di fronte alle giuste critiche dei tradizionalisti, dato che artificii discutibili e deliberate scorrezioni erano sì presenti negli antichi, ma occasionalmente e in funzione espressiva, mentre gli hoggidiani ne facevano un vero e proprio abuso, anzi un uso ossessivo che, lungi dall’esaltare l’espressione, offuscando la vanificava, calamitando l’attenzione dei lettori sulle parole, e non sulle cose, e in ciò facevano benissimo, conciossiacosaché le cose da loro trattate erano totalmente inconsistenti, e irrilevanti affatto (…)"

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(…) Decisamente, non sto facendo tutto quanto è in mio potere, né mi sono ancora risolto a considerare la mia vita come qualcosa d’in sé totalmente …

… la mia dignità continuamente calpestata, che è l’unico bene, poi, che si può dare al mondo,al quale non serve nessuna bellezza, men che meno quella che non si riesce a dargli, ma solo solennissime e ben piene secchiate di quella merda di cui si pasce voluttuosamente — non profumo, ma puzze; non fiori, ma sterpi; non deliziose, ma orrori; non grottesche, ma caverne; non vezzi, non sorrisi, non graziette, non smorfie, non attucci, ma ingiurie da levare il pelo e sacramenti bestemmie porcoddii, e mazzate (a spranga di ferro) in fronte, ben assestate d’in mezzo alle corna, e voluminosi sputàcchii d’incerto colore negli occhii cisposi, e scorregge in muso … (…)".

LXII. In realtà…

28 Set

è successa una cosa secondo me molto interessante, ma anche molto inquietante.

La questione dell’errore del Marino non è l’aspetto della vita del Marino che più m’interessi, in questo periodo — mi sono limitato, perlopiù, alla prima parte del soggiorno torinese, e alla prima disputa grave, avutasi con un poeta rivale. Però, facendo un rapido spoglio delle fonti, ho compilato via via uno zibaldone, che somiglia più a una cronologia che a uno zibaldone propriamente detto, in cui ho riportato tutte le date e tutto il materiale sicuramente datato che incontravo. E’ il Marino stesso che ha abituato gli scrittori moderni alla compilazione degli zibaldoni. Dicendo che non è possibile fidarsi della memoria, che costantemente ci tradisce; sottintendendo che è solo a stretto contatto col già detto che ci vengono cose da dire. I libri non sono più una traccia più o meno vaga di quello che è successo nel mondo, sono diventati una zona del mondo, una parte del mondo — qualcosa da esplorare a loro volta, qualcosa di impossibile da possedere. Della disputa avuta con Ferrante Carli conosco solo i titoli dei libelli che si sono succeduti rapidamente in pochi mesi del 1614 (una fortuna per lo stampatore bolognese, Vittorio Benacci, che li stampò quasi tutti).

Quando scrivo qualcosa qui in Rete non mi servo mai di tracce scritte, a meno che non copii qualcosa. Faccio tutto in caduta libera. (In questo momento ho un quaderno davanti, ma è un’eccezione). Destabilizzato dalla scoperta dell’errore mariniano, ho errato anch’io; non solo, mi sono disposto a scrivere di una cosa da me solo sfiorata ormai parecchio tempo fa, e nonostante avessi la quasi certezza di star facendo un errore, ho voluto nondimeno arrivare fino in fondo, e poi postare.

Aveva ragione il Marino a ringraziare il Carli; l’errore è profondamente liberatorio — più che la scoperta dell’errore, che in sé è ovviamente un po’ umiliante –, proprio perché porta a produrre la realtà in modo decisamente sbagliato, ma sovente più bello, o più significativo di quello che è nella sua forma corretta. La ‘forma corretta’ della realtà è prevalentemente ripetitiva, noiosa, vaga, confusa, irrisolta. Spesso talmente deforme e incompiuta da non far nemmeno intravedere quello che dovrebbe essere e non è. Solo il lungo processo di digestione (trasformazione chimica) del pensiero riesce a conferirle forme più definite, più perfette. Non solo la realtà vissuta, la vita di tutti i giorni, la realtà storica hanno proporzioni imperfette e lungaggini e continue, confondenti rifrazioni. Anche la letteratura, la poesia (quella del Marino ne è esempio insigne), la mitologia sono piene di sdoppiamenti, ripetizioni, ridondanze, tentativi andati male.

Il Marino confonde l’Idra di Lerna e il Leone Nemeo sulla base del fatto che si tratta di due bestie favolose (non le sole che Ercole abbia combattuto). Il meccanismo è quello della condensazione. E’ un primo, inconscio, timido passo verso la mitopoiesi. Verso, ovviamente, poiché la mitopoiesi presuppone una volontà precisa. Questa volontà è la semplificazione; la riduzione della molteplicità a pochi fatti, o un fatto solo, più denso e significativo dei tanti e simili fatti che costituiscono la molteplicità stessa. Al mito di Ercole giovano assai poco ben dodici imprese, o fatiche. Sono difficili, quante sono, anche da giustificare simbolicamente. E proviamo una certa ammirazione per chiunque, non fresco di studii, se le ricordi tutte, e ce le sappia snocciolare; per lui, o per la sua memoria — o meglio, per la sua capacità mnemonica. La sua capacità di trattenere dati molteplici, distinguendo, in un modo o nell’altro, tra elementi che, a una certa distanza, possono davvero confondersi l’uno coll’altro.

A me, invece, non ha giovato (?) il fatto che alla disputa abbiano partecipato:

1. Ferrante Carli, con un opuscolo firmato, già in partenza, "Andrea dell’Arca".

2. Ludovico (e non Emanuele) Tesauro, con le sue Ragioni del Conte LUDOVICO TESAURO in difesa di un sonetto del cav. Marino, Venetia, Ciotti 1614.

3. Di nuovo il Carli, con un Esame.

4. Di nuovo Lud. Tesauro, con certe sue Annotazioni.

5. Francesco Dolci da Spoleto.

6. Giovanni Clavigero ("che reca la clava", appellativo di Ercole, e non "che reca la chiave").

7. L’Instabile Accademico Incamminato.

8. Il Signor SULPIZIO TENAGLIA — la Tenaglia che forza la Chiave dell’Arca del Tesauro… 😀

Il signor Tenaglia, che sembra messo lì apposta per corroborare la mia sbagliatissima tesi, non me lo potevo ricordare, per un fatto fisiologico: la memoria istantanea comprende fino a tre elementi, e non uno di più; e così anche quanto agli oggetti in relazione tra loro. C’erano già il Tesauro, l’Arca e la Chiave. In questo modo la realtà storica perde la sua sciapa indefinitezza, e assume proporzioni, coerenza interna, e fors’anche più interesse, e bellezza. A patto di falsarsi, ovviamente. La storia si può violentare, a patto di farle fare dei bei bambini — così, crudamente, Dumas. L’idea, non un’idée fixe intendiamoci, era anche, o grosso modo, quella di fare un romanzo. — Di una serie di fatti baroccamente rifratti, di cui scoprire, insieme ai significati riposti (posto che ci siano, ma io sono ovviamente dispostissimo a metterceli di persona), o con la finalità dei significati riposti, le sottintese, possibili armonie. L’inghippo sta nel fatto che, così, il Barocco, finirebbe di essere Barocco — che parrebbe un atto baroccamente autolesionistico, una sfida perduta in partenza, sennonché non dimentico che si può, anche, non essere barocchi.

***

Non so, invece, se gli errori di Marziano Guglielminetti, che nel ’66 sembra meno solido commentatore di quanto appaia in scritture più recenti, siano a loro volta una riprova della maledizione dell’errore mitologico del Marino; o, come credo più probabile, dovuti a sciatteria e scarso interesse nei confronti dell’autore trattato. Comunque sia, nessuno compila un’edizione di testi ‘a memoria’; potrei compilare un elenco di errori, volendo — ma non credo lo posterò qui. A chi gliene frega qualcosa?

(E infatti il problema è tutto qui. Per questo sparo cazzate a mitraglia. E’ tutta colpa vostra, disgraziati!).

LXI. Errori mitologici.

27 Set

LXI. Nel 1614 il Marino scrisse un sonetto in lode, su cui non mi soffermo: al solito molto elegante, aveva però un difetto — non un neo, diciamo. Insomma, vi si confondeva il Leone nemeo con l’Idra lernea. Uno di quegli errori che riflettono esattamente l’assoluta vacuità dei riferimenti mitologici. Chiaro, il Ripa studioso dei simboli sarebbe stato piu’ attento, distinguendo bene tra un leone e un’idra, che bene o male simboleggiano qualcosa; e il Cartari (veramente di epoca un po’ precedente) la sapeva piu’ lunga sulle Imagini degli dèi de gli antichi, essenzialmente perché sapeva molte piu’ cose degli dèi tout court, rispetto al Marino — e a qualunque altro poeta. Era finita, evidentemente, l’età in cui un Dante sapeva di teologia piu’ di un prete, e un Petrarca scriveva un latino migliore, nonché di qualunque erudito suo contemporaneo, persino (a suo dire) di Cicerone. Oltre alla bell’onda dei versi, del sonetto del Marino, che cosa ci rimane?

Qualcuno che ancora si ostinava a ritenere che i poeti dovessero saperne, ancora, una pagina piu’ del libro (proprio per tanto potendo permettersi di essere poeti), il parmense Ferrante Carli, se ne uscì con un libello, stampato a Bologna, in cui se la prendeva col Marino per la sua ignoranza. Prese d’ufficio le difese del Marino il Tesauro. Emanuele Tesauro, un nome "che sembra finto", come notava non senza motivo il Dossena nella sua peraltro oscena Storia confidenziale della letteratura italiana; infatti il Carli, credendo che il nome fosse uno pseudonimo, controbatté al Tesauro firmandosi "Dell’Arca" — l’Arca del Tesauro, ovviamente. Si aggiunse, contro il Carli, uno che volle chiamarsi Clavigero. Marziano Guglielminetti, nella sua discutibilissima edizione ’66 (Einaudi) delle Lettere del Marino, zeppa di errori di interpretazione e di erudizione, e con un commento tutt’altro che gremito, definisce questo terzo pseudonimo "aggressivo". Chi se lo scelse (un erudito-spadaccino ormai dimenticato, fino a quando, almeno, non ricominceranno a studiarlo) era effettivamente aggressivo (testimonianza dello stesso Marino), e potente, ma il suo nickname (me lo sono dovuto chiedere e richiedere, prima di arrivarci) non significa "che porta la clava", come credo intenda il Guglielminetti; ma, seguitando col giochino dell’arca del tesauro, "che porta la chiave": la chiave che, ovviamente, dovrebbe aprire l’arca del Tesauro. Il dibattito, sovratrabiliare, toccò poi disparati temi, ma il nocciolo era questo: il Marino aveva scritto una cagata atomica. Ebbe (era un grand’uomo, rammentiamo) il buon gusto che da lui ci aspettiamo; rappaciatosi col Carli alla prima occasione (il Carli con lui non era stato galantuomo), lo incoraggiò, anzi, a tener sempre d’occhio la sua produzione; ché egli avrebbe "avuto a gloria" esser corretto da cotant’uomo. A uno vien da dire: dato che per te la mitologia non ha valore (come si vede) perché non ti limiti a parlare di quello che vedi, e che secondo te importa?

O, se ti deve importare di mitologia, perché non te la studi?

Rimane il fatto che il Marino aveva fatto una stronzata. Nel 1608, in occasione di un viaggio a Mantova dove dovevano svolgersi doppie nozze, il povero Murtola, ancora segretario del duca di Savoia, ma già in attesa di essere soppiantato dal Marino, mise in difficoltà il rivale sparandogli a bruciapelo una domanda di latino — una banalissima forma della declinazione. Il Marino non sapeva bene il latino. Lo leggeva abbastanza correntemente, e lo capiva, ma non sapeva scriverlo. Il Murtola aveva scritto anche delle Neniae, tra Pontano e Sannazaro, che sono probabilmente la sua cosa migliore, dicono gl’intendenti, aggraziate e gentili — per quanto sdate e vecchie sul nascere, essendo ancora poesie umanistiche. Il Marino si difese anche in taluni sonetti satirici contro il Murtola (ma provocato, nuovamente, da questi), prendendo l’atteggiamento classico, tra il neoterico e il rapper, dell’"echissenefrega". Eppure infarcì le sue studiatissime (stupende) lettere di citazioni dal latino — molte delle quali sbagliate. Perché?

Il Marino, si sa, s’ispirò, per l’Adone, a un poema dell’estrema decadenza greca, le Dionisiache di Nonno di Panopoli — è talmente tardi, nella storia del mondo, che quasi il poema tocca cronologicamente l’età del giovane Beowulf. Non sapendo una cicca di greco, il Marino deve aspettare quel 1606 in cui le Dionisiache sono tradotte in quel latino che, magari con un po’ di fatica, riesce tuttavolta a decifrare.

Perché il Marino non sa il greco? Perché sa male il latino? Perché non sa la mitologia?

***

Ricopiando in bella una poesia appena richiestami, mi sono accorto di aver scritto, due-tre giorni fa, in una specie di epillio dialogato, dedicato a Perseo e Andromeda (ma Perseo è vecchio decrepito, e Andromeda cieca — fesserie, ma dipende dal come si svolgono temi dati, cazzo), i seguenti versi — Perseo vuole salvare Andromeda, ma non ce la fa piu’, e strepita, da vecchietto patetico:

Chi decollò l’impietratrice immonda, // Dei semidèi l’abbacinante specchio, // Chi trasse alm’onda // Dal sasso pegasèo, per quanto vecchio, // Non può morire nella furia algosa // D’onda sterile e salsa, su uno scoglio // Immobile, per bestia imbrobitosa, // Senza opporre difesa; no: non voglio! // &c.".

Inspiegabilmente, me la sono presa col Marino. Da cui il pezzo sopra, &c.

LX. Poesia e morale.

27 Set

LX. E’ ormai da parecchio tempo che è di moda pensare che la poesia e la morale non c’entrino tra loro — come la scrittura, presa in generale, con la morale, l’arte e la morale. Tanto tempo da essere diventata, da moda, quasi costume intellettuale, dogma, ciò che non può non essere pensato. Invece è un atteggiamento radicato in certa esperienza critica trasversale, dall’inizio del secolo scorso fino alla metà. Non è stato un secolo, intendiamoci, di maggior spregiudicatezza rispetto ad altri. Per esempio Gesualdo da Venosa che uccide la moglie, o Salvator Rosa che la notte massacra spagnoli e di giorno dipinge, e aggiungivi il Caravaggio, e poi Racine, l’Assarino, &c., all’epoca erano artisti che avevano una vita normalmente movimentata; oggi sarebbero tutt’al piu’ autorizzati a scrivere della loro triste esperienza di casi umani. Semmai, il Novecento ha creduto abbastanza compattamente che per essere artisti, e sentire il Bello, non si dovesse essere necessariamente Buoni. Anzi, credo (ma bisognerebbe verificare) che si sia teso a pensare che, poniamo, uno scrittore dovesse essere tanto piu’ bravo quanto piu’ stronzo. Tanto, almeno talora, da scambiare persone incredibilmente stronze con artisti indicibilmente grandi.

Credo si sia trattato della normale conseguenza della diffusione a livello ‘popolare’ di certi punti fermi dell’etica scrittoria tradizionale: certe finezze, che finezze non sono, se ne sono andate a quel paese a mano a mano che determinate acquisizioni dovevano essere messe alla portata di tutti — ciò che è positivissimo, teoricamente, ma purtroppo è andato a cozzare contro l’indifferenza assoluta della grandissima parte delle persone nei confronti della letteratura; indifferenza alla quale non esiste (e nemmeno è richiesto, direi) rimedio. — Questo è un altro discorso.

Di fatto, sono quasi certo che la morale, invece, abbia un peso rilevantissimo nell’attività scrittoria. Solo non è concesso, a differenza che in molti altri campi, contrabbandare per morale certo decoro esteriore. Già sappiamo che l’omicidio può essere un gesto squallido o grandioso; che può essere commesso per debolezza o per forza, in modo efferato o pietosissimo. Siamo tutti portati a interrogarci sulle modalità e sui moventi di un omicidio, perché sappiamo che il dato morale del dare morte a qualcuno non è nel fatto, ma nasce dal fatto. Ce ne dimentichiamo di fronte a delitti, reati, mancanze, infrazioni di minor conto, che recano incorporato il giudizio. Sappiamo che i grandi vizi non sfigurano di fronte alle grandi virtu’, e sappiamo che la meschinità disgusta persino il demonio.

Per questo, di fronte a certe scelte ci mostriamo prevenuti. Mi viene in mente una valutazione d’interesse morale nell’arte, molto netta, del Settembrini, che per primo gettò ai rovi Guittone d’Arezzo e le sue illeggibili Lettere. Nelle sue Lezioni, il Settembrini riporta l’incipit della lett. XIV "O infatuati miser’ Fiorentini"; "ditemi voi se ci avete capìto qualcosa", chiede; prova a disporli come versi e non come prosa, ma dice che, o prosa o versi, è una cosa che "dà i dolori ne’ visceri". E sbotta: "Guittone scrisse male perché visse male, e lasciò moglie e figliuoli, e se ne andò". Da quell’epistola è chiaro che sua moglie fu una santa donna, e i suoi figliuoli dei deliziosi frugolini. Ma — ho pensato, pindaricamente (mai che riesca a fare collegamenti un filo piu’ razionali, dannazione) — anche La Fontaine lasciò, quarantenne, moglie e figli per andare a fare il poeta a Parigi. Tomasi di Lampedusa, che respira a piene nari l’atmosfera maledettistica del criticismo francese della prima metà del secolo, paragona La Fontaine a una sorta di bambino — innocente e crudele. Ma La Fontaine non è solo favole, le sue novelle se non altro (a parte le occasionali, piccole licenziosità) riflettono una personalità decisamente adulta. I generi frequentati rivelano semmai il gusto dell’autore (cioè nulla di sostanziale), non l’in toto della personalità. Ma La Fontaine lasciò moglie e figli, e se ne andò a fare l’artista a Parigi. Sì, però fu artista meraviglioso. Ecco: da ciò è giocoforza inferire che sua moglie fu un’orrida strega rompicoglioni, e i suoi figliuoli degli odiosi mostriciattoli.

La morale non è affatto esclusa dai tenitori dell’arte; lo sono le generalizzazioni; e i formalismi, in qualunque senso.

LIX. Una delle cose piu’ oscene che abbia mai scritto.

24 Set

LIX. Scritta distrattamente mentre facevo esattamente quello che è descritto nella poesia (ugh). Una piccola spiega è forse necessaria; veramente non so se sia un’espressione che si usa anche in altri casi, ma "uno su uno" (certi dicono anche "uno piu’ uno", ma credo che sia un orecchiamento) è un modo di fare la fila che segue la logica del "chi primo arriva meglio alloggia". I centri d’accoglienza notturna, meno pomposamente denominati "dormitorii", aprono quasi tutti (almeno quelli convenzionati e quelli del Comune) alle 20.00. Dal momento che hanno posti insufficienti (ed è voluto, anche perché si riempirebbero come sili comunque, anche se ne avessero diecimila o centomila), chi tiene particolarmente a dormire la notte deve presentarsi davanti ai cancelli almeno almeno alle 18.00. Ma rischia di trovarci già qualcuno, venuto alle 17.00, o alle 16.30. Càpita piu’ spesso che non si vorrebbe che l’ "uno su uno" cominci alle 14.00 o 14.30. In un dormitorio, quello di via Ormea, si libera sempre un posto per volta, se va bene se ne liberano due; sicché chi vuol prendere posto per un mese deve presentarsi a mezzogiorno, come minimo. Si racconta di gente che ha cominciato l’uno su uno appena uscita dal dormitorio, alle 8.00 del mattino. Ho smesso da qualche mese (parecchi mesi, ormai) di fare l’uno su uno perché mi sono rotto di aspettare, molte volte, comunque, del tutto inutilmente; e mi sono adattato a dormire fuori. Quindi l’uno su uno non è piu’ un problema, per me (?). Questa poèsia risale a un momento (preciso, non solo un periodo) in cui l’uno su uno per me rappresentava, per l’appunto, un problema. E’ l’unica cosa che abbia scritto dedicandola a questa realtà (a parte i miei diurnali, che sono un altro discorso). Risale, credo, a maggio. Segnala l’impossibilità di scrivere decentemente di cose che non sono decenti.

L’UNO SU UNO FUORI DAL CONTAINER DI VIA TRAVES.

1. Sto aspettando da un secolo, direi
Dal tempo che mi sento grave addosso;
Quante volte già vennero le sei,
Le sette, le otto? Non mi sono mosso
Da qui mai una volta, penserei,
Per quel che sento – ma davvero posso
Sentire ancora? Ormai, sinceramente,
Mi sembra di sentire poco, o niente.

2. Non so che cosa dire di quel niente,
Però, che fosse, un tempo, che ne è stato;
Il poco che è rimasto, fatalmente,
Mi dice che un’eternità ho aspettato,
Sempre qui, dove passa non sovente
Una macchina, e un campo improvvisato
Di zingari c’è a un angolo, e uno spiazzo
Vuoto sull’altro lato. Sono pazzo

3. A rimanere qui; ecco, la forza

M’è mancata  di dire ancora No,
E con voce che a ogni ora un po’ si smorza
Ripetere: Sto qui finché morrò,
E: Non mi muovo; e ancora: Ho dura scorza;

Non oseranno; e: Non permetterò
Che mi spingano ancora, e ancora, in fondo,
Via dalla luce, e ai margini del mondo.

4. Trascorse un anno, quasi, e non mi muovo
D’un passo, e sono qui che aspetto, aspetto;
Cerco tra i miei ricordi, e non ne trovo,
E forse è un bene, ché sarei costretto
A sapere chi sono, e cosa provo,
Laggiù, dove da allora (ma diretto
Chissà in che parte), sono sempre in fuga,
Per non sentire, non sapere. —  Fruga,

5. — Mi dico qualche volta, — e chissà mai
Che tu riesca a trovare quella porta;
Forse ti aspetta aperta, e non lo sai;
Forse è chiusa, e nasconde cosa morta.
Scendi, comunque; al più, tu morirai,
Come più volte hai chiesto. — Mi fa scorta
Costante ormai questa segreta voce,
Che suona dolce, ed ha un messaggio atroce.

LVIII. Oggi ho persino lavorato.

23 Set

LVIII. Proprio così. Per mezza giornata (stamattina, ovviamente, dato che sto scrivendo a metà pomeriggio — è molto intuitivo [mi sto già abbrutendo, anche questo è molto intuitivo]). Volantinaggio, per una cosa benefica. Ho guadambiato cinque euri. Sempre meglio che un pugno in un occhio. (La vera beneficenza è stata quella, temo, ma sono tutte cose che non hanno molta importanza).

***

Chissà se qualcuno ha fatto uno studio sulla calligrafia al tempo dei lunghi poemi, dei grandi romanzi, e degli studi di notaio in cui si faceva apprendistato, come scrittori, scrivendo — cioè assumendo la scrittura come fatto puramente meccanico (in uno dei 22 voll. della sua Vita, Dumas père descrive con una certa esattezza come riuscisse a studiare quello che gli occorreva come scrittore mentre svolgeva la sua opera di mero scrivente, cioè non curandosi affatto del senso di quello che scriveva — è proprio vero, si deve arrivare a quella sorta di automatismo che ti consente, sembra un paradosso e non è, di non fare errori [quelli che saltano fuori quando si ricopia con attenzione a quello che si scrive, si finisce, per stanchezza o noia, col sovrapporre a quello che dovrebbe essere quello che parrebbe sia, o quello che si vorrebbe fosse, mentre se non si pensa ci si fa puro tramite dalla pagina stampata a quella da scrivere], di non esitare [e quindi di non rallentare]), indispensabile a una scrittura sufficientemente continuativa, alle lunghe ristesure, alla fatica. Dickens, prima ancora di passare al giornalista, era stenografo al Parlamento — riuscì a diventare il piu’ veloce stenografo d’Inghilterra. Dumas stesso si vantò dei progressi fatti in pochissimo tempo, in direzione della macchina scrivente. Scott cominciò anche lui presso un notaio, e, Smiles dixit, era solito copiare 100 pagine al giorno, in modo da potersi comprare, la sera, "qualche caro volume". I grandi scrittori erano grandi scriventi.

Copiando mi sono accorto che la grafia andava inclinandosi progressivamente verso destra (è già di per sé inclinata, ma se esagero diventa inintelligibile). Mi è venuto naturale, a mano a mano che procedevo, limitare l’inclinazione tracciando iniziali maiuscole (di frase, di nomi proprii, &c.) vigorose, in stampatello bello chiaro, molto grandi e marcate. E’ un inizio in levando, forte, che dà vigore a tutti i glifi seguenti, che escono ben delineati, piccinonni anzichenò, ma molto chiari e non troppo inclinati. Essendo di per sé rade, e quindi dopo un po’ non efficaci, ho aggiunto successivamente una g minuscola in stampatello, con una grande paraffa a gancio, una f (tuttora, però, in via di perfezionamento) ben falcata, e delle t col trattino superiore a nodo lento, molto utili. Risultato, leggo senza avvertibile fatica tutto quello che ho scritto; non solo, ma la mia grafia è diventata, automaticamente, piu’ calligrafica e antica, per motivi in qualche modo funzionali, indipendenti da checchessia imitazione nostalgica di qualche foglio ingiallito intravisto in un museo o di qualche anastatica. Paraffe, riccioli, ninnoli, daddoli altro non servivano, può darsi, che a rendere piu’ facile e regolare e meno stanchevole l’atto, che Spengler trovava supremamente volgare (come qualunque fare, in fondo), di — semplicemente — scrivere.

LVII. Varie cose vecchie.

22 Set

LVII. Già che ci sono, raschio il fondo del barile, e metto qui tutti di séguito (se faccio in tempo) i racconti che riesco a racimolare da Holden (i miei, ci mancherebbe).

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IL BAMBINO DI LEGNO

Non vidi più Clara per molto tempo. Un giorno, ripensandoci per via di un libro che dovevo restituirle e che mi era ricapitato tra le mani, la chiamai se non altro per sentire come stesse. Mi rispose una donna, dalla voce non familiare, tant’è vero che sulle prime pensai di aver sbagliato numero.
Non era così. Era proprio Clara.

— Clara, — le chiesi, preoccupata, — ma ti senti bene?
— Eh, — rispose, — non tanto. Te ne parlerò. Ti andrebbe di uscire?

Veniva comodo a tutte e due uscire quella sera stessa. Ci trovammo ad una piccola trattoria fuori mano, quella dove eravamo abituate ad andare quando ci davamo appuntamento fuori casa: era in una zona vecchia della città, che ci piaceva perché era piena di vecchie case pittoresche, e si diceva che un tempo vi avessero abitato le streghe.

Arrivò con un certo ritardo. Io avevo preso posto, e aspettai. Quando Clara arrivò, coi mezzi (al ritorno l’avrei accompagnata io), rimasi stupita dal suo aspetto emaciato e stanco.

— Sono stata ricoverata per qualche tempo, — mi spiegò.
— Avrei creduto che tu mi avvertissi, — dissi io, un po’ delusa.
— Lo so, — disse lei. — Ma non l’ho detto a nessuno. Solo Ermanno lo sapeva, e basta.
Ermanno era il marito.
—Ma che cosa hai avuto? — chiesi, sospettando, dal suo aspetto, dalla sua voce strascicata, che fosse qualcosa di grave, e che le non fosse ancora passato.
— Niente di grave, — disse innanzitutto. — Solo un’operazione alle ovaie. Il fatto è che sono molto giù di corda.
— Vedo.

Si parlò del più e del meno. Ad un certo punto (eravamo al secondo), la conversazione si era fatta più gaia, cominciavo a riconoscere la mia Clara di sempre, quando nella trattoria fece il suo ingresso una strana donna. Era una vecchia, dai lunghi capelli bianchi ben pettinati, vestita con un curioso abitino da scolara per bene. Stringeva al petto, con le dita ossute, una bambola. Faceva uno strano effetto, a vederla, tant’è vero che io e Clara, senz’avvedercene, rimanemmo a fissarla anche più del dovuto; ci riscuotemmo, e riprendemmo la conversazione interrotta. Clara non era più tornata sul discorso della sua malattia, e io non vi avevo più accennato; quindi il discorso aveva potuto senz’altro prendere una piega più acconcia ad una serata tranquilla. Se avesse voluto parlarmene (io effettivamente avevo una cert’ansia di sapere), avrebbe dovuto prender lei l’iniziativa: sicché non mi permisi di entrare in argomento. L’interruzione della vecchia vestita alla marinara non si protrasse, dunque, più di tanto: presto riprendemmo a parlare del più e del meno, anche se ogni tanto lanciavamo uno sguardo verso l’alta figura, che aveva qualcosa di tragico e di ridicolo insieme. Si guardava intorno, cercando qualcosa o qualcuno. Parve evidentissimo che era pazza.

Mentre si parlava, dunque, la vecchia a un certo punto decise di avvicinarsi proprio al nostro tavolo.
— Buonasera, — disse con una voce che sembrava un gemito, sgranando gli occhî pieni d’angoscia.
— Buonasera, signora, — rispondemmo.
Al nostro tavolo era accostata una terza sedia, che ovviamente non era occupata da nessuno. La donna disse:
— Con permesso, — e scostò la sedia, guardandoci timidamente. Le sorridemmo, approvando. Rassicurata, la curiosa donna procedette: scostò la sedia con i gesti nervosi e laboriosi dei matti; ma non sedette. A sedere sulla sedia mise invece la sua bella bambola, sistemandola per benino, guardandoci per chiederci se andava bene così. Era una bambola di legno dipinto, raffigurava un bambino dalle guanciotte paffute, bianco e rosso come un putto.
Clara era visibilmente commossa. Le chiese:
— Come si chiama?
— Arminio, — rispose la donna.
Clara, non so perché, impallidì.
— È il mio bambino? — chiese la donna, guardando Clara soltanto. Non era un’affermazione. Era solo una domanda.

Clara, a quel punto, ebbe una strana reazione.
— No, — disse freddamente. — Non è il tuo bambino, cara. È solo una bambola di legno.
La vecchia abbassò la testa, come un cane abituato alle bastonate.
— Se è così, — disse, — questa bambola è tua.
E si allontanò, sempre a testa bassa.
— Te l’ha regalata, — dissi. — È brutto, quello che le hai detto.
— Sì, — disse Clara, irritata, col volto in fiamme. — Avrei dovuto tacere. Bisogna trovare modo per disfarsi di questa bambola.
Non la capivo:
— Perché? E perché non hai voluto dirle che è suo figlio?
— Butta via quella bambola, Anna, ti prego.
Piangeva. Le chiesi:
— Vuoi che andiamo via?
— Sì, — disse.
Ci alzammo, raccogliendo i soprabiti. Presi anche la bambola.
— Prendila con te, — dissi, — quella poveretta te l’ha regalata. Non c’è motivo che tu la getti.
— Fa come vuoi.
Pagai e uscimmo; ci avviammo alla mia macchina.
— Tienila tu, — mi disse.

Scossi la testa.
— Almeno falle questo piacere, — dissi, — tienila tu.
Aperse la portiera della macchina, e gettò il bambolotto dentro in malo modo, e richiuse. A quel punto chiesi:
— Non ti capisco. Clara, mi vuoi spiegare che cosa è successo?
— Niente. O meglio, qualcosa sì, è successo. Sono stata tanto tempo in ospedale. Aspettavo un bambino, e la gravidanza non è andata bene, tutto qui.
Tacqui, e poi chiesi:
— Perché non volevi parlarmene?
Clara disse con rabbia:
— Poi arriva questa vecchia col suo bambolotto, a parlarmi di figli! Mi sembra di essere me, quando lo sognavo. Comunque non potrò più averne. La madre di Ermanno voleva che si chiamasse Ermanno come lui e il nonno. Ermanno le è venuta incontro con lo stesso nome, ma un po’ diverso, perché tre Ermanni in famiglia sono troppi. È pure un nome così raro: sembrava che la vecchia sapesse. Mi fa troppa rabbia! Mi dispiace…
E si rimise a piangere. Le diedi una carezza.

Riapersi la portiera e misi il bambolotto a sedere per bene, non so perché.
— Perché ti dài pena? — saltò su nuovamente a dire. — Non è mica un bambino vero!
— Allora è tuo, — disse una voce.
Era la vecchia, che si era avvicinata a noi.
Clara la guardò storto:
— Vecchia, vuoi dei soldi? Se vuoi, ti do dei soldi. Basta che te ne vai. Ho voglia di prenderti a schiaffi!
— Clara! — gridai.
Clara si mise a frugare nella borsetta.
— Quanto vuoi, vecchia? — chiese, a voce troppo alta.
— Non voglio niente, — rispose la vecchia, e si allontanò.

Clara disse:
— Riaccompagnami a casa, per favore. Uscire è stata una cattiva idea. Non sono ancora in grado di sopportare tante cose.
Credevo che si sarebbe seduta accanto a me. Invece si sedette sul sedile posteriore, dove, a un certo punto, prese in braccio la bambola di legno, e prese a ninnarla, mormorando chissà che tenerezze. Ero un po’ allarmata.
— Mi ci sto affezionando, — disse. — Quella vecchia me l’ha mandata il destino. Questo è il mio bambino. Se gli vorrò abbastanza bene prima o dopo diventerà un bambino vero.
— Non ne sono molto sicura, — dissi, diplomaticamente, — ma se ti piace crederlo, fai pure.
— Non mi compatire! — mi gridò.
— Non ti compatisco, no, — dissi, paziente.

Ad un certo punto, mi accorsi di essere a corto di benzina, e mi fermai ad una stazione di rifornimento per fare il pieno. Mentre l’addetto faceva il pieno, ci allontanammo per una sigaretta. Clara lasciò il suo bambino in macchina.
— Credevo che te lo saresti portato dietro, — notai.
— No, no, — disse, — può aspettare. Ancora non gli voglio abbastanza bene, non è ancora un bambino vero. Quando succederà, me ne prenderò cura. Ma adesso non occorre. È solo una bambola di legno.
— Ne sei certa? — chiese una voce a noi ormai familiare dietro le nostre spalle.
Ci voltammo di scatto, allarmate.
— Vecchia! — gridò Clara, sbarrando gli occhî. — Ma come hai fatto a venire quaggiù? A cavallo di una scopa?
— Sì, — rispose la vecchia, mostrando infatti la vecchia scopa di saggina che teneva nella destra.

E si diresse risolutamente verso la macchina. Seguimmo i suoi movimenti, sbigottite.

La vecchia, con un gesto secco, spalancò la portiera, e si infilò nell’abitacolo, evidentemente per recuperare la creatura.
— Lascialo stare! — urlò Clara, come un’Erinni, slanciandosi sulla vecchia. La rincorsi:
— Clara! Aspetta! — gridai.
Clara si mise a strattonare la povera vecchia.
— È mio, è mio, è mio! — gridava.
— È una bambola di legno? — chiese la vecchia, col tono di chi esige una risposta chiara, venendo fuori.
— Sì, certo, — disse Clara, — per questo è mia. È mia, mia.
Ma a quel punto successe una cosa imprevista, inimmaginabile. Dall’abitacolo si sentì uscire un suono tenue, ripetuto. Era proprio un vagito.

Sbalordii. Mi sporsi a guardare nella macchina. Oh! era un proprio un bambino, un bambino vero, paffutello, che stringeva i pugnetti e piagnucolava. Il bambolotto di legno non c’era più.
— Ma questo bambino è vivo! — gridai, guardando la vecchia e Clara.
La vecchia annuì. Mi scostò, con gesto autorevole, e si impossessò della creatura. Presala in braccio, la mostrò bene a Clara, e le chiese:
— È un bambolotto di legno?
— No, — rispose Clara, stupita.
— Allora è mio, — stabilì la vecchia recisamente.
— No! — gridò Clara, cercando di riprendersi il bambino.

Ma la vecchia fu più veloce di lei. Sghignazzando, salì sulla sua scopa e volò via, sparendo rapidamente all’orizzonte. Clara svenne.
La caricai in macchina, aiutata dal benzinaio.
— Ma allora le streghe ci sono davvero, da queste parti! — dissi.
— Certo, — rispose il benzinaio. — Non lo sapevate?
— Chi poteva immaginare che fosse vero, scusi?
— E invece è proprio così. Certe fanno degli scherzi orribili. Povera signora!
Mettemmo Clara davanti, accanto al posto di guida. Clara rinvenne presto.
Appoggiò la testa alla mia spalla. Piangeva piano:
— Se gli avessi voluto bene abbastanza… — ripeteva.

[10 Ottobre 2001]

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IL TESTAMENTO DI DONNA EDOARDA

Frammenti drammatici1

La scena:


La scena rappresenta una cripta sotterranea del Cimitero di Eliopoli. Si tratta di un angusto ambiente circolare, colla volta a crociera da cui pende un fumoso lume ad olio che illumina la scena lugubremente. Tre ampî varchi si aprono uno in centro, uno a sinistra, uno a destra. Le pareti sono tappezzate di teschî, disposti in pile di altezza diseguale, le più alte delle quali raggiungono il punto in cui il soffitto comincia a curvarsi nella volta; si intravede, per quanto possibile, che anche le mura dei tre corridoi che si dipartono dalla sala circolare sono interamente coperte di teschî. Visibile per il pubblico, essendo posta sulla parete di fronte, è una grossa targa di marmo bianco, su cui è scritto, in caratteri neri &c.;…&c. . Nel mezzo della sala è posto un catafalco, piuttosto basso, drappeggiato di crespo nero, ai quattro angoli del quale sono posti quattro grossi ceri fissati in portacandele d’oro; i portacandele sono figurati come rettili favolosi che avvinghiano i ceri con la coda. Sul catafalco è posto il cadavere di donna Edoarda, vale a dire un manichino che le somiglierà. Gli occhî quietamente chiusi, un leggero sorriso le incresperà la bocca senza più labbra; di somma decrepitudine, poggerà il capo, (completamente calvo e rinsecchito sotto una berretta di velluto nero trapuntata d’oro e d’argento) su un guanciale di velluto nero parimente trapuntato d’oro e d’argento; la coltre sarà ricamata a quattro splendori d’argento. Tra le braccia incrociate, trattenute da un laccio misto di fili d’oro, tratterrà il parrucchino, di crine corto, ricciuto e bianco; e L’uomo al punto del Bartoli in sessantaquattresimo, con le biette infilate tra le pagine; donna Edoarda è morta mentre rifletteva su quel trattato. Indosserà un’ampia veste da cerimonia, ma senza crinolina, di colore nero a parte la croatina a cascata di pizzo bianco; la falda prolissa si drappeggia fino in terra, bene stesa; i piedi, infilati in calzette di seta bianca, calzati di babbucce di velluto nero, sporgono. Non devono esserci fiori, né a mazzi né in corone.

Primo monologo (detto Alfabeto della Morte):

ROSALBINA:ROSALBINA. Gran dio, cos’è la morte? Forse perché cavalchiamo a bardosso, quasi che noi servissimo di bardature noi della cavalcatura, e non la cavalcatura bardata fosse nostra servente, verso una meta oscura, selvaggiamente, per quanti artefici facciano gemere i telai e surriscaldare i crogioli, mai come quando la morte s’impossessa della nostra fragilità ogni nostra veste ci sembra un velo insulso, sotto cui la nostra nudità si vede fin troppo bene; e tutta la vita è attesa che la cavalcatura abbia corso a bastalena, scandendo sul suolo arido del mondo maledetto tanti colpi degli zoccoli spietati quanti ha stabilito il superno Abbachiere, non uno di più, non uno di meno; dopodiché, abbarra; e l’abbassagione verso la bassa regione, e oscura, è necessaria, inderogabile, irreversibile. Ma la tua corsa, amata Edoarda, dopo tanta sofferenza, è giunta al termine; il perfido corsiero t’ha scrollata, ormai debole cavaliera, dal dosso, e tu sei caduta nel precipizio della morte, nel burrone dell’eterno riposo; la tua morte ci uccide prima del tempo, ma poiché sospiriamo quel tempo fatidico, ci abbella doppiamente: e perché sappiamo che tu non sei più, e quindi sei liberata da ogni alterazione, da ogni pena, da ogni illusoria gioia, da ogni rovescio di fortuna; e perché la tua fine prefigura la nostra. Quando nell’huomo un buon voler s’abbica, fu detto, ed ecco in te il massimo esempio del buon volere; che per tutta la vita altro non volesti che questa inevitabile fine; questa fine che è accadimento più di tutti inevitabile, posta da canto la sofferenza; in ciò mostrandoti veramente stoica, se volere ciò che accade è virtù stoica; e stoica piena di virtù, poiché volesti che accadesse quanto non può evitarsi da nessuno che viva. Abbicando la virtù nella rôcca assediata ma forte del tuo cuore, abbicando lo sposo, finché visse, fortune immense, a quest’ora, col tramite d’orde di notai, starai rendendo felice l’ampio parentado; ma un più ampio erario si apre a noi, le tue amiche, quello più prezioso del tuo inestimabile esempio; s’abbocconino in particelle, sotto il cumulo piegati, dei tuoi guadagni; s’abbocchino presso il tuo tumulo con lagni di porcelli piagati; s’abbacchino per le parcelle a suon di tomola pagate a quelle sagne. Facciano festa dei tuoi fasti; si riempiano delle tue pompe; si sforzino di sottrarti interi gli sfarzi; non lascino di partecipare dei tuoi lussi; vadano in sperpero le porpore; ornino mostri i tuoi ostri; vomitino gli ori e i tesori i tuoi erarî; non cessino di gettare le tue casse; ognuno accampi diritti sui tuoi campi; ognuno palizzi intorno ai tuoi palazzi; siano volute più che si può le tue ville; a cento, a mille si sfidino per i tuoi feudi; facciano a mezzo delle mezzadrie; si spartiscano con l’infamia le enfiteusi; sia una rivoluzione la devoluzione; tu, indifferente ormai a tutto, non sai quanto lasci in lascito; non curi quanto infesto sia il testamento a chi se ne cura; poiché tu giungi in porto, oh cara; il tuo volto è una maschera di cera; per loro non hai ali di Corcira; tu sei laddove più non ci s’accora; e ormai più nulla al mondo prendi in cura. Quartieri aprano, e armadi, ebbri di fasti; non sanno che quei doni sono infesti; che i Belialli v’annidano, e i Mefisti; gran chiasso intorno a te, ora che fosti; ma per te il “salve” avrà fievoli affusti. S’abborraccino pure del tuo, ora che ti s’abborraccia la morte; di morta cosa, abborrando, si nutrono, mentre tu nutri la terra, e sei nel giusto; il giusto dio abburatta la farina dell’umanità in queste evenienze, per sapere di che pasta vorrà essere; ma tu stai nelle braccia di Colei che non abburatta e non scerne, e prende tutti, e tutti insieme confonde. Potresti dire, ora, se solo potessi vederli: Ora ab esperto vostre frodi intendo, guardando che lacciuoli si tendano mentre prendono al laccio le ricchezze, che gherminelle s’apprestino mentre prestamente ghermiscono le dovizie, che vischî si spalmino mentre stendono le palme sull’opulenza. Non eri ancora del tutto a biotto su questo catafalco, che diffalcando dal cuore ogni parente ghiotto il senso dell’umanità già correva ad impossessarsi del tuo. Morte! Abrostine che ci tingi il vino dell’ultima tazza, schiarendoci il volto del tuo pallore; abrotino la cui foglia ci distende le membra per l’ultima volta; che vieni temuta, ma quando te ne vai è sempre a buon concio, perché il venditore, che poi è la merce stessa, ad affare terminato non si lamenta mai; che hai gli archivi nella terra, e per quanto poni tutti i tuoi beni a cafisso, pure non ti sbagli mai; che si chiama fieramente “crudele” se colpisce un affetto, ma se colpisce la macchina degli affetti merita un vezzoso “acanino”; faccendiera senza pari, che tutto quanto c’è prima o dopo accaffi………………..
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Lettura del Testamento:

«Io, Donna Edoarda Moriani-Andegari, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche, dispongo quanto segue:
La sorte è un aquilone, un austro capriccioso, una ruota che gira e talvolta o s’arresta o muta giro, una fata bizzarra e leggera, dagli occhî bendati e dalle ali bistorte, che vola senza timone di coda pennuta, e che volge il suo corso senza senno nella direzione che i venti le impongono, a scherno e dispetto di quanto possano disporre gli esseri umani con le loro azioni; che valgono tutte per essere umiliate ai piedi di quell’altissimo Trono, e non per parare la crudeltà di quella revolubilissima dea, né quella, talvolta anche peggiore, dei nostri simili, che tutto dispongono a danno altrui, per maggior danno della propria anima, e, se succedenti, a sganno orrendo dei proprî sensi, quando l’ombra funesta del rimorso desta loro squallide le notti tra i lini forbiti, la pena causata guasta loro gli stomaci nausaeati dalle vivande succhiose nella stoviglia più ricca, e oscura i loro occhî di fronte agli spettacoli più sontuosi delle scene più ornate e scintillanti, dei lini belgi, delle lumiere apparatose, dei ricevimenti voluttuosi, ed avvelena loro l’aria dei più curati giardini, delle deliziose più deliziose, delle grottesche più grottesche, dei boschetti più vezzosi.
Non faccio quindi conto delle ricchezze accumulate da me nel corso della mia restante vita, né di quelle di cui il mio sposo vorrà dotare le mie vergini figlie, né porgere a base dell’avviamento dei miei figlî; non mette conto che io faccia conto delle proprietà acquisite, delle acquisizioni compiute, dei compimenti effettuati, degli effetti acquistati, degli acquisti operati, delle opere intraprese, delle intraprese fondate, delle fondazioni inaugurate, delle inaugurazioni accantierate, dei cantieri aperti, delle aperture concluse, delle conclusioni contrattate, dei contratti siglati, delle sigle apposte, delle apposizioni fornite, delle forniture procurate, delle procure garantite, delle garanzie date, delle dazioni elargite, delle elargizioni interessate, degli interessi maturati, delle maturità raggiunte, dei raggiungimenti conseguiti, dei conseguimenti posti in essere. Allo stato attuale, in quanto GranDuchessa di Bompazzo, sono felice possessora del feudo di Bompazzo, del cascinale di Bompazzo, dell’abbazia di Bompazzo, della contrada di Bompazzo, della strada mulattiera che da Casamarcia porta a Sanavìa traversando tutto il possedimento mio di Bompazzo, i quale contiene anche quarantadue anime secondo l’ultimo censimento, delle quali tre vive e trentanove alloggiate, insieme con altre centodue, nel camposanto, nei colombarî, nella cripta del cimitero di questo stesso mio feudo di Bompazzo. Cedo tutti questi possessi al figlio mio primogenito Fernando Andegari, che provvederà, ove ritenga opportuno, a farne eque parti da distribuire tra i suoi fratelli e le sue sorelle, già nati o venturi.
La mia biblioteca, volumi quarantaseimila trecento diciotto, spetta in blocco alla Biblioteca Comunale di Eliopoli, sede del palazzo granducale cittadino.
La mia spinetta a coda, su cui, con dita sempre più incerte, ormai tante e tante carole, canzonette, minuetti, inni, arie, ariette, gighe, sarabande, sonate, overture, fughe, fugati, variazioni, ensalade, parafrasi, jingles, la cedo alla figlia mia primogenita Amalasunta, che provvederà, ove sorgano rotture di minchioni, a farla in più parti da distribuire tra i suoi fratelli e le sue sorelle.
A mio marito, Conte di Bellacasa, non lascio niente, in quanto malato di cuore e destinato a morire prima di me.
Lascio la suppellettile antica, arazzi, quadri, escaparatti, sculture, mobili, soprammobili, stampe, invetriate, vasellame, cocci, vesti, urne, conii, manoscritti, armi, strumnti musicali, gioie e quant’altro, al Civico Museo d’Arte di questa città d’Eliopoli.
Lascio la suppellettile nostra d’uso a Fernando, di cui sopra, che provvederà a disfarsene secondo il proprio piacimento.

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Infine, lascio a quel Circolo delle Centenarie di cui sono membro, presidente e fondatrice, nato dal sodalizio di alcune dame sensibili scampate (per sfortuna) al suicidio grazie al disperato intervento di terzi, e intenzionate a continuare a vivere solo per maggor proprio dolore, la mia unica opera, il dramma per musica “Adolinda in fuga”, a cui ho dato inizio proprio in questi giorni. Alle mie care amiche del Circolo commetto di prendere su sé la cura di rappresentarlo condegnamente, profondendovi ogni studio, ogni sforzo, ogni spesa. In Eliopoli, addì I Novembre 1915.

Giunta del I Novembre 2002.
Con le ultime forze rimastemi, mentre sono sepolta in quest’angolo d’ospedale e sento la vita uscirmi a fiotti dal corpo, l’angoscia estrema pesarmi sul petto, ma una gioia ignota al mondo già sondarmi il cuore, prima di abbandonarmi in pieno alla gioia della mia prossima ricongiunzione con le madri, della mia ventura ascensione ad patres, del mio vicino incontro con quel dio tutto luce tutto amore tutto pietà che mi creò mi commise la vita mi costrinse a viverla lunga tre o quattro volte più del desiderato, confermo quanto da me scritto, in quella remotissima data, né tolgo un’ette, né v’aggiungo un pelo.
Io, Donna Edoarda Moriani-Andegari, nell’anno dell’età mia centesimodecimoterzo, nel giorno mio genetliaco, pongo la parola FINE al mio unico dramma per musica, “Adolinda in fuga”, in un prologo, cinque atti ed un epilogo. Il progetto del lungo testo risale al 1910. nel 1913 tentai il suicidio, ma fui salvata dal mio futuro sposo, Gedeone Andegari, Conte di Bellacasa, che dopo lunga sorveglianza conquistò la mia rassegnazione, e dopo lunghe persecuzioni guadagnò la mia fidanza. Destinata a morire per non soffrire più la crudeltà umana, perseguitata la notte e il giorno da visioni perverse e dolorose, mi ritrovai sposa d’un uomo la cui ricchezza, la cui influenza, il cui potere, la cui incrollabile pertinacia (credette sempre volessi suicidare per sottrarmi al matrimonio con lui, già progettato da mio padre, il GranDuca d. Felice Moriani) non mi sostennero affatto. Muoio tanto più felice quanto in ritardo sul tempo che avrei voluto segnasse la fatidica data. Legata di gratitudine a quest’uomo, gli fui sempre accanto, e gli diedi numerosi figlî, pur negandogli ogni affetto. In breve tempo trovai altre donne come me che, tenute come fiori di serra al riparo di ogni tempesta, anelavano alla libertà superiore della morte, ma si ritrovavano legate ad un voto. La prima tra esse, donna Adelfonsa Grazioli-Betti, dalla mia morte Presidente del Circolo in mia vece, mi fece vedere come diverse altre donne conduzessero la nostra tetra esistenza; e potei doklorosamente notare come alcune tra esse non avessero esistato a causarsi anche forti mali fisici per indebolire la propria tempra e sottrrarsi al voto con la morte per malattia. Alcune solevano condursi sull’orlo del baratro facendosi estrarre o estraendosi quantità ingenti di sangue, fino a rimanere bianche come cenci lisi; altre s’inoculavano lente malattie mortali; altre, facendo la commedia cne con la propria stessa coscienza, facevano finta di non accorgersi d’aver confuso sostanze medicinali o alimenti con potenti veleni, mentivano al proprio cuore sostenendo in febbrili dimostraxzioni para-accademiche negli anfiteatri fisiologici della propria immaginazione morbosa quanto la strincina e il cianuro e la belladonna, soprattutto in dosi massicce, fossero giovevoli alla salute, e ci davano dentro con la digitale scambiando volentieri un casuale irripetuto doloretti al braccio sinistro per angina pectoris. Altre di quelle che sarebbero diventate nostre sodali usavano dormire nude sul pavimento della ghiacciaia nelle notti invernali, facewndo finta d’essere state colte da un colpo di sonno; altre facevano uso costante se non quotidiano di solette di cartasuga inumidita, passando la vita in una falsa consunzione, che era poi una leggera, molto fastidiosissima e del tutto inconcludente bronchitella cronicizzata. Altre sposavano teorie ipugnanti, e passavano la vita in pensieri deprimenti, ripetendo ad anuseam gli esercizî spirituali dei gesuiti, per esempio, raggiungendo stati semiallucinatorii di incubo perpetuo, spossandosi e smidollandosi, e rendendosi ricettive a visioni alienanti e ad agressioni coloniche batteriche, ma non avvicinandosi che d’un passo o due a quella morte che distava, purtroppo, quanto dalla condizione umana la perfetta felicità. Sinceramente preoccupata che alla nostra infelice disposizione d’animo mancasse non solo ogni sostegno ogni conforto ogni ausilio, ma financo lo sterile ma non impunemente dispensabile apporto della dignità d’esseri umani e pensanti, radunai tutte le donne come me infelici, e proposi loro di risolvere una volta per tutte il nostro dilemma: col vivere. Un vivere, beninteso, infelicissimo, dolorosissimo, sacrificatissimo: ma un vivere che ci meritasse in pieno la pace con le nostre coscienze. Figlî, mariti, amici, amiche, amanti, poteri costituiti ci avevano impedito la morte? E vivessimo, dunque, adempiendo coraggiosamente all’obbligo che ci era stato imposto. Una volta accettati quei presupposti, non potevamo e non dovevamo più recedere. Dunque, se proprio non volevamo soffrire, vivessimo in buona salute. Volevamo soffrire? Per noi la vita era il massimo della sofferenza, e soffrissimo in pieno. Volevamo smettere di soffrire? Presto o tardi la morte sarebbe venuta, quindi saremmo state comunque liberate. Volevamo, dunque, fare le cose fino in fondo? E vivessimo, allora, e il più possibile. Ci radunammo in un circolo, che chiamammo delle Centenarie. Infatti, la totalità di noi sette aderenti ha raggiunto il secolo d’età, per punizione del nostro blasfemo desiderio di morire, e soprattutto perché da quel momento in poi smettemmo anche solo di nominare la morte, la bandimmo aqua igneque dai nostri conversari. Solo se costrette dalle circostanze ci riferivamo ad essa con perifrasi. Il Circolo fu dotato di una libreria contenente la serie completa de I Classici del Ridere, i romanzi di Wodehouse, di Patrick Dennis, e i libri umoristici di Synge e di molti irlandesi spiritosi, tra cui le commedie di Shaw non occupavano l’ultimo posto. Demmo luogo a poeti, purgati delle parti più seriose, come il Giusti il Belli il Porta; includemmo Plauto e Aristofane, Congreve e Goldsmith e Sheridan e gli autori della pochade, del vaudeville, dell’operetta. Gli altoparlanti lasciavano fluire tutto il tempo le musiche gioiose di Offenbach e di Rossini, e “La società dei magnaccioni” fu il nostro inno; varcando la soglia del Circolo delle Centenarie, ognuna era costretta, anche a costo di un’emiparesi mascellare, ad un sorriso stereotipato sardonico, e sui tavolini erano sparsi volumi vecchî e nuovi nel cui titolo figurasse la vita, o il vivere, da “Vivere!”, per l’appunto, dell’igienista Dott. Tarabouille, ai drammi latini di di Ros-vita di Gandersheim. Naturalmente, a casa propria ognuna poteva fare quello che voleva. Donna Adelfonsa, che o sappia, condusse lunghi e severi studî su tutto quanto riguardasse la morte e la decomposizione, e malattie infettive gangrenose e ogni sorta di putrefazione; a lei si deve un poema eroico dall’eoquente titolo “Lo sterquilinio”, sulla decadenza romana. Donna Rosalbina Sapori-Allulli, invece, ha lungamente raccolto ritratti da morto, giungendo ad accozzare una collezione rara per completezza ed impatto estetico; ha scritto “La galleria di Tanato”, gran collezione di componimenti poetici, ognuno di diverso metro, ognuno dedicato ad uno dei ritratti. Donna Carteromaca Contestabile s’è occupata di tecniche di conservazione dei cadaveri, in formaldeide, per mummificazione, per applicazione magnetica di placche metalliche, per impagliamento, per carbonificazione, etc., e attualmente tiene l’intera propria famiglia in salotto, mentre i numerosi cavalli, cani, pavoni, gatti e piccoli rettili serviti alla sua compagmnia nel corso dei decenni figurano ora come statue di bronzo dorato nel suo solitario giardino d’inverno. Donna Fortuniana Allegramanti-Altieri, invece ha collezionato un numero immenso di lapidi funerarie, urne cinerarie di ogni epoca, targhe commemorative, necrologi artistici, e notizie intorno a cimiteri monumentali, cenotafi, mausolei, conducendo una lunga e meritoria battaglia educativa contro miti disinformatori come quello dei resurgenti, delle lamie, dei vampiri, dei fantasmi, delle anime del purgatorio, e, insomma, qualunque cosa voglia, entrando dalle porte sempre spalancate dell’immaginazione, passare le censure più scrimitose della ragione, e convincerci di qualche forma di persistenza in vita da parte dei morti; cosa in sé falsissima, perché i ricordi stessi, nel tempo, sfumano, e noi tutti, liberati daklla provvida fine, ci dissolviamo nell’atomo di un istante, che il tempo inghiotte, essendo subito dopo inghiottito dall’eternità, che non si cura nemmeno di farsi gioco di noi, prigionieri incapaci di vivere in grazia di dio — quando non siamo noi stessi zimbello e giocattolo di quelle spietate maggioranze che perseguono le vite semplici e paghe di sé stesse. Naturalmente, nel volgere di non moltissimo tempo, ci stancammo del Circolo, del sorriso stereotipato, dei Classici del Ridere, e finimmo col radunarci informalmente nella Cripta del Palazzo del Sole, dimora nostra granducale; così, disertando regolarmente gli appuntamenti al Circolo delle Centenarie, finimmo di deprimerci. Ma rimanemmo sempre unite; e, rispettando il primo articolo del nostro Statuto, abbiamo tutte raggiunto e superato la soglia dei cento anni. Io, lungamente visitata dall’idea di una vicenda drammatica, vi ho atteso per molti anni. Come ho già detto, l’unica cosa che abbia mai scritto è questa mia lunga tragedia, “Adolinda in fuga”, che commetto alle care amiche del Circolo delle Centenarie con l’obbligo di rappresentarla estesamente con tutto il necessario apparato. Questa tragedia, che consta di svariate decine di migliaia di versi, è il frutto delle fatiche dei miei ultimi novantadue anni di vita, dal 1910 a oggi, con poche interruzioni soprattutto all’inizio (di mezzo c’è anche il mio tentato suicidio, il mio matrimonio, la nascita dei miei primi figlî); dopodiché, lentamente ma continuatamente, ho proceduto alla stesura del lungo testo, senza mai apporvi modifiche, né taglî, né aggiunte. Con tutto il mio cuore, auguro alle care amiche del Circolo ogni bene, e ricordo loro l’impegno a cui per queste mie disposizioni testamentarie sono adesso legate. Addio.
In fede, d.a Edoarda Moriani-Andegari.»

Un Monologo sulla somma decrepitudine.

CARTEROMACA.

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La povera Rosalbina non intese certo sostenere che la buona Edoarda debba esser sepolta così nei nostri cuori come nella sua fossa, con tanto improvvida quanto non coi nostri cuori simpatetica fretta: tant’è che quella fretta è parente tanto nel senso che nel suono di quel freddo che nei nostri cuori, sovraffaticati benché, non alligna, perché se di fiamma d’amorevole amicizia si tratta, quanta ne arde in queste vetuste carcasse semismezzate non ne troverai per la povera Edoarda in altri cuori, né in altri cuori per qualunque altra creatura tu voglia chiamare umana. E quanto gelo sarebbe nel nostro “celo”, cioè nascondo, cioè vieto agli sguardi miei stessi la vista di quelle troppo obbliganti lettere testamentali, estreme prima di tutto per l’estremità in cui questa notizia, che è nota ulteriore sulla veste insozzata del mondo di dio, ha posto noi, amanti amiche, in cui la violenza, dolce benché, dei sensi, è come un’idropisia del cuore, vecchio, stentato, ma apparatoso, e glorioso, e puro ordigno! Ma guardaci i volti, pergamene del tempo, su cui la morte impaziente già segna i glifi ultimativi, in cifre sempre più imperiose, e dopo che la vita ci s’iscrisse in fronte, ma solo per proclamare la nostra reità; ed è proprio quella colpa che la morte nostra amica vuole cancellare in noi da noi con noi volendo sconciare quell’unico segno tra tanti che l’accompagnano: e noi, golemmi fangosi, cadremo finalmente con liberatore tonfo sui marci impiantiti del mondo pericolante, per non assistere, prima del nostro o col nostro o coll’ultimo crollo, che col peccato l’umaità ritarda, e ritardando preannuncia sempre più gigante. Guardaci i colli, steli scardassati, torri vacillanti, canne catramose da cui solo con pene immani può uscire, grazie all’opera ostinata ma ingratissima degl’inceppati mantici dei polmoni esausti, un filo di voce, il cui gracchio non ha il bene di un per-converso nelle occhiute pompe di uno sfavillante pavone, che al faticoso arranco delle forze tramontanti denuncia i veramente cignei albori, ma, nel contempo, di cigneo non ha, per nulla, la dolcezza dell’estremo canto. Guardaci i petti, ghiere dello stento, rastrelliere dell’anfano enfisematoso, a cui restano oggi appese, lacere e invereconde, due calze della Befana prive di ogni dono vitale, perché quasi di vita esse stresse, come sanno dallo stentato, irregolare, sempre più faticoso abbassarsi e rialzarsi dei mantici, che soffiano nelle canne dell’ordano della gola un’aria sempre più scarsa e polverosa, consumando le ultime esaustità delle viscere ammorbate, alle cui scrimiture non più così coscienziose oggi il cibo appena sufficiente a non morire è già troppo, segno che il corpo è già privo della forza che occorre a procacciarsi forza: e quando, in fondo, non è così, nel mondo? Guarda le nostre braccia, che braccia non dovrei nemmeno chiamare, ma stecchi, rami noderosi pari a quelli che levano per domandare pietà ad un dio efferato o indifferente le arborescenze mezze intisichite dai geli, mezze incancrenite dai parrassiti, mezze marcite dall’umidità, o spogliate da un soffio ardente dell’onore delle frondi, le piante che sono assalite dalla morte, come principalmente dai grandi incendi nei boschi, e a cui le radici sono ramponi che inchiodano il terreno angusto del martirio, mentre il combustibile arde, il respirabile geme, il vegetabile è incandescente, e il volatile, lasciando di dar linfa alla materia inerte, e quindi vita, sfavilla, svapora, bollica ed esplode; strumenti inetti, adatti oramai a stendersi in fissità obbligate, o a contorcersi, nei giunti, nelle più deformi guise, e buone ormai solo ad appendervi con ganci di dolore le pene più puntute e più perverse. Guarda le nostre mani, prima primo onore dell’uomo, e autrici delle opere e sostentatrici dei giorni, oggi sformati fossili, stelle spente, granchi spiaccicati e rappresi a macchie tenaci sugli scogli del tempo devastatore, ragni mummificati tra le bave filamentose del tempo, più forte avvelenatore, segnacoli del rigore della morte, palmi buoni a misurare le glebe, dita buone a enumerare i giorni superstiti, unghie buone ad arroncigliarci, veri artiglî che sono, alla morte sovventrice, al nulla accogliente, all’oblio riparatore. Guarda i nostri fuianchi, prima regge di fecondità, palazzi della prolificazione, golfi di fertilità; oggi asciutte e rinsecchite grottesche, escaparatti dei dolori, deliziose dell’inferno, sentine della calcinazione, grotte delle tempeste borborigmatiche, avamposti e rôcche delle fitte dolorose, guardiane insulse di un impero crollante e già tutto occupato dalla nemica morte (nemica al corpo, perché l’anima la chiama da quant’ha). Guarda le nostre gambe, colonne dirupate, colossi ardimentosi rimasti a metà sepolti tra le sabbie dell’immobilità inferma, del rattrappimento necrotico, delle incertezze parletiche; obelischi tremuli, antenne dal sartiame lacero, buone a cadere sotto i colpi dei venti, ferocemente lieti di abbattere chi un tempo resse il sacco che li imprigionò, negando quelli che oggi sono miserandi, stecchiti bastoni e allora erano politi archi d’amore al suo bacio; i giri d’onore delle falde e gli ormai insostenibili palchi delle crinoline e dei pomposi guardinfanti oggi giacciono tra selve di ragnatele e voli di tarme nei cimiteri polverosi dei canterani, e quelle che furono vele invitte, oggi, ad ogni spalancar di finestre, si dànno in forme di polvere, di coriandoli, di applichette, di bisantini, di batuffoli arricciati di tessuto disfatto agli Austri correnti, che però, ora, si liberano facilmente di quei rimasugli d’apparato, scrollandoseli di dosso, e riempiendone gli angoli malinconici. Non sono più vele d’amore, segnavento di malìe, maglie da imprigionare le fantasie delicate o irruente dei giovani; come quando apparivo, nelle serate di gala, l’estate, nei ricevimenti all’aperto, e il mio pallore e il pugnale che portavo nel cuore e la cui fredda punta mi sembrava stillarmi nel sangue un continuo veleno forse mi facevano più bella, e gli Euri mi venivano incontro, sollevandomi il velo e gonfiando le gonne; e forse, agli occhî degli amanti, parevo grande come una dea, e un vivo ostento del cielo. Per mia fortuna, non guardavo mai in volto nessuno, e mi ponevo su una sedia bene in vista, e rispondevo alle parole garbate — ricordo che m’ero imposta di verificare che la mia risposta s’articolasse nel numero doppio delle parole impiegate dall’interlocutore, in modo da non suscitare curiosità e loquacità — senza abadare alle intenzioni che v’erano dietro, e a cui non avrei potuto comunque dare nessuna importanza, in alcun modo. Ma non importa. Che cosa dicevo? Ah, sì: guarda i nostri piedi, gonfie beute dell’idropisia, sacche gottose, frantumi di fondamenta, fratture di basi, sepolcri della fuga, morti del passeggio, agonie della mobilità, arche imputridite, sformate ed allargate dalla sovrabbondanza dei cattivi umori; frenetici degli arti, neurotici delle estremità, nell’estremità della loro pazzia chiamano ogni pianella camicia di forza, ogni scarpa camicia di Nesso. Insofferenti di pedalino leggero o di delicata calza, necessitano dei lacci tenaci delle garze, delle bende traforate, ben strette, non per trattenerne il corso, come alle donne della Cina, ma per consentirlo, impedendo alle orde barbare dell’atro umore, delle linfe malvage che premono, dei versamenti interni, di sfondare lo sbarramento delle interne muraglie, delle dighe pericolanti, delle smangiate commessure, degli archi pericolanti, dei contrafforti incerti. Ora, da queste enciclopedie dei crolli, da queste epitomi del disastro, da queste sintesi della distruzione, da questa geografie del precipizio, da questi lutti ambulanti, da questi sepolcri di donne, da queste mummie col fiato (poco), da queste ombre di viventi, da queste morti strascicate, da questi lumicini ammiccanti, da queste pupazze grippate, da questi scrostati ritratti collo sguardo volto in giù, che cosa pretendeva, la nostra Edoarda amata? Che prostrate, anfananti, squacquerate, sconocchiate, rimbambite, mezze qua e mezze là, semiaffogate tra le flussioni, contorte dai reumatismi, schiantate nel corpo, disfatte nell’intelletto, distrutte nello spirito, remigando incerte nei mari dell’umor nero in tempesta, naufragassimo sulle bianche scogliere gremite di questo inaudito omaggio a Melpomene, e ci mettessimo, larve di esploratrici, a visitarne ogni anfratto, agrimensore di un infinito che un altro infinito ci nega conoscere, cioè ci mettessimo a mandare a mente filze di martelliani, declamando con quella cautela che dovrebbe servire a conquistare l’attensione dei pubblici senza perdere la dentiera, e strabuzzando gli occhî annaspanti tra scogli di cispe, ammutoliti dai velari delle flussioni e dei rilasciamenti della retina, seguissimo gli sguindolamenti di un maestro, indovinando il ritmo a cui muovere queste carriole scricchiolanti, non potendo udire, nemmeno, quello che dovremmo danzare? E questi ballonzolii e stompi sarebbero le sole mosse prossime ai bei numeri del piede che saremmo in grado di compiere, se tutto andasse bene, perché è molto probabile che prima ancora di agitare le chiappe noi si schioppi, e che s’esali l’estremo fiato prima d’aver mosso le piote, e che prima che scoppi l’applauso a noi nel petto scoppi i cuore scrauso, e che prima che ci si gettino mazzi di fiori, noi ci si ammazzi, e, troppo ciospe, ci sfuggano i cespi, e prima di darla a bere ad un pubblico, noi s’abbia pubbliche l’esequie e ad accoglierci la bara. Ci pensate? Ognuna di noi può trovarvi, peggio della morte, che voglio quanto meno sperare tranquilla, una nuova infermità; quale, nel dare una voltata, spezzandosi il femore; quale, urlacchiando nei crescendi delle sticomitie, essendo colta da una sincope; quale, nel mezzo d’un monologo, collassando; quale infartando; quale, non vedendo un ostacolo, inciampi, finendo d’incatorcirsi; quale, non distinguendo la sortita vera da quella dipinta, sfondi lo sfondo, e finisca d’andare in macerie; quale, vedutasi inghiottire un’intera tirata dalla morta gora d’un vuoto di memoria dell’interlocutrice, se ne risenta con tanta violenza da farsi crepare un polmone; quale, per lungo evolvere sotterraneo d’un morbo occulto, tra tanti conclamati, esca di vita proprio mentre entrava in scena, e vada a far da spettatrice sui palchi delle stelle prima ancora di aver avuto la soddisfazione di essere stata attrice sui palchi del mondo; quale, per suggestione troppo forte d’un’immagine, d’un verso, d’una tirata, mentre recita si faccia prendere da un’emozione incontenibile, e squacqueri tutto il contenuto degl’intestini sull’apparatoso impiantito; quale, colta alla sprovvistada una metafora prima non compresa, tutta infervorandosi vada sovreccitandosi fino alla rottura di qualche vena del cervello, rimanendo rimbecillita per il resto dei suoi giorni. Non so immaginare un’idea meno indovinata per concludere la nostra tristissima vicenda, e io, per me, no, grazie, ma non voglio dolcezze e luce ad un passo dal varcare l’aspra soglia delle tenebre. E men che meno proprio ora che il lieto istante è giunto per la buona Edoarda, e che, di conseguenza dobbiamo apprestarci anche noi, e prepararci, a pari evenienza, con tutta la gravità che conviene al fausto accadimento. Per quanto la mia proposta possa incontrare contrarietà, e per quante contrarietà possa incontrare, consentitemi di dirvi che non ho intenzione di salire su un palcoscenico, pittata come una marionetta, e agitarmi in onore della Musa per la sterile gioia di un pubblico che vuol vedere le ciarpe vecchie che dànno le ultime sotto gli occhî di tutti.

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Altro monologo, sulla mente umana nella vecchiaia:

ADELFONSA. La vecchiaia è veramente, come disse quel Filosofo, una vera e propria malattia. Ma avrebbe torto chi ritenesse che quella malattia è solo del corpo inquantoché la gran parte dei mali della vecchiaa colpiscono ilcervello massimamente, inducendolo a figurarsi quello che non esiste, e costringendo le orecchie a bere parole mai pronunicate, gli occhî a vedere cose mai avvenute, il tatto a percepire corpi mai prodottisi; tornando, in forma di sensazioni al cervello, i pregiudizî, impennacchiati iperbolicamente, come nelle strampalerie d’un Paolo Uccello, e sui prosceni grandiosi su cui si creava la meraviglia popolare, trovando le aule un tempo zeppe delle memorie più preziose e utili; e in grandi vasi, nella formaldeide preservatrice, le idee in embrione, sùbito fermate nella crescita e lasciate nella loro aurora, o tratte dal loro carcere di cristallo per essere avviate in un secondo momento ad una ritrovata crescita; e nelle arche capienti e tempestate di gioie e chiuse con forti lucchetti e catenacci, le speranze più rosee, che visitano la mente esacerbata con promesse di pace, il cuore solitario con promesse d’amore; il petto gelato con promesse d’entusiasmi; e, sulle scaffalature, i pensieri meno riposti e più ricorrenti, alcuni in vasi istoriati di cristallo di rôcca, d’onice tarsiata, di marmi rosati, di giada sagomata a dragoni d’oro, e d’argento, e di bronzo squillante, altre di peltri dolcissimi, altri di ferro, altri di terra o coccio, quale più e quale meno compulsato e ridetto, dalla freddura favorita al lazzoi crudele come una freccia avvelenata, dalla cortesia galante come un rosa di carta, dal colore spento, e senza profumo, alla frase nota solo al parente, come una porta chiusa in faccia alla freddezza del mondo, alla frase nota solo al sinistro sodale, come una porta che chiuda ogni scampo all’innocente beffato. E poi le quadrerie pompose, piene di modelli a cui non si riesce ad assomigliare; e gli scalei delle ascese che non si riesce a compiere; e le logge delle lontananze che non si riescono a scrutare; e le celle degli aromatari industriosissimi, che con arte colpevole indorano ogni pillola, spargono di miele l’rlo di ogni vaso, spruzzano profumi su ogni cosa maleolente, e gettano in ogni angolo fetido jute di di infiorescenze essiccate e petali di rosa, e versano profumi nelle tazze avvelenate, e allettano con aromi sabei e balsami e ambre grige e zibetti laddove non si dovrebbe andare, soprattutto dove conducono i sensi sovreccitati dalle arti belletate di questi gnomi insonni, di questi elfi senza riposo, di questi coboldi allertati; dove il soddisfacimento del senso ad arte acutizzato, senza sincopizzare appagato, porta al vuotamento delle forze, allo sfibramento del pensiero, alla ripienezza indigesta dello stomaco, al gelo nelle membra, alla confusione del pensiero. Vedi là, posto in centro alla grand’arnia delle evoluzioni e convoluzioni contorte della macchina madre instancabile d’immagini e figure e astrazioni e slanci e sogni e gioie e dolori, un grande anfiteatro, dove, assisi a parlamento, i cittadini dell’uno e dell’altro emisfero di quel mondo, che più universo dovrebbe chiamarsi, si riuniscono: l’una parte enumera, e l’altra sposa il senso al numero; l’una parte fantastica, e l’altra unisce il fatto alla fantasticheria; l’una parte raffigura, e l’altra connubia il detto all’immagine; l’una parte anticipa, e l’altra coniuga la previsione al ricordo; l’una parte accozza, l’altra divide, e nascono gruppi categorizzanti; l’una parte rigetta, l’altra recupera, e nascono scrimiture severe e concetti purgati; l’una parte analizza, l’altra intuisce, e nascono pieni concetti del fatto; l’una parte sogna, l’altra vede, e nascono concezioni elaborate del vero e del bello. Ma quando — come dicevo — in quell’assemblea pomposa, in quel consesso onorevole, in quel foro augusto, in quell’apella armoniosa fanno ingresso i concetti pregiudizievoli, è come una carovana rumorosa che interrompa un serrato argomentare, una vivace e civile diatriba; i carri mezzi scassati entrano cigolando a tutta forza, perdendo per strada pezzi di secondaria importanza (il carro che cigola non si rompe, difatti), e i dignitarî, vedendo quell’apparecchio rientrare, coi carri dalla cerata stesa e ben chiusa, e fermarsi i muli omrosi e ostinati che, con superbo andare, tirano a quadriglie i carrozzoni, scendono da quegli spalti onorevoli, e pigiandosi ed accalcandosi si dànno a scoprire il carico misterioso; ed ecco che, aperte le valige ed allargati i cordoni dei numerosi sacchi, ne inducono ad uscire quegli sgangherati cavalieri, i quali, aggiustandosi le iperboliche panoplie e traddrizzandosi gli elmi piumati, gonfî come sono, di color del morto quanto alla ciera, raccontano con voci stentoree e monocordi, e con molte e inutili ripetizioni, d’essere andati ai confini dell’Impero; d’avervi incontrato i guardiani; di aver loro comunicato per quale ufficio essi dovessero spingersi fuori dai confini dell’Impero; e di aver sentito da quelle sentinelle sempre allertate che qualunque accertamento esterno era inutile, perché quanto loro stesse avevano vedut al difuori dei confini confermava la tesi dagli esploratori propugnata. E che non s’azzardassero più, avevano ammonito quei rigidi vegliatori, a passare incogniti i confini, anche per ordine dell’alta Assemblea. Più che soddisfatti, i tronfi concetti erano tornati a rinchiudersi nelle loro valige e nei loro sacchi, e così ben chiusi erano tornati di gran carriera a riferire all’Assemblea. La quale, se non ha un Re giusto ma inflessibile nella ragione, onesta scriminatrice dei varî accidenti, che taglî la testa ai pregiudizî e imponga ai membri dell’Assemblea di non farsi dare ordini dalle guardie (quasi che un soldato contasse più di un senatore!), delibererà sempre cose sciocche, con l’aggravante di ritenere il senso sensuale (e non il senso significativo e buono) una prova inconfutabile, quando è solo sviamento, ammenoché non valùti cose tutte circoscritte e limitate: dove si tratti di universali, solo l’universal parte del nostro pensiero vi si può applicare // 16 IV 2002 //. Ma basta di ciò: dirò solo che l’Assemblea, gabbata dalla falsa ambasciaa, inconsciemente sottoposta ai capriccî della parte meno nobile del proprio esercito, svogliata a mettere il naso guori dai proprî confini, proclama veritieri solo gli sciocchi trombetta, dichiara validi combattenti i messi insispienti, e compensa questi ultimi col bastone di maresciallo; ma scorda di appagare i sensi, o col vellicarli, o col soddisfarli, o col carezzarli, o col dar loro qualche avanazamento nella gerarchia dei servi della Mente una. Ed essi, lasciati ai margini delle ampie geografie dell’Impero, vogliono vendicarsi, e prendere più potestà di quanto sia loro accordato dalle vigenti leggi. Dagli arsenali del lecito dubbio rubano quante più armi è possibile, spuntano quelle che tralasciano,crescono in valore quanto più si allontanano dalle disposizioni. Avocano a sé ogni quistione; confondono i messaggeri, gettano il caos nell’assemblea, scompigliano le sedute ponendo in capo ad ogni ruolino e tabella e ordine del giorno ora il richiamo borborigmatico delle caverne dello stomaco, ora gli allarmi provenienti dal fondo degli sterquiliniintestinali, ora trasformando in incendi le alure, ora in assideramenti le frescure, n tortura una lieve inarcatura delle colonne ossarie, ora prosciugando i mantici dei polmoni e chiudendo il sacco dello stomaco ad ogni richiamo della sete. Trascurati per piccoli lassi di tempo, indicono scioperi, e sospendono l’opera, ma non dopo aver sparso di mastici gli elastici macchinari dei muscoli, e di acidi irritanti le corregge tendinose, frenando ogni fatica, inducendo dolore, temporanea paralisi, lassitudine. Il pensiero, archiviato negli ampî repertorî, nelle teche ordinate, nelle biblioteche gremite, giace in ampie scorte nei negletti magazzini, che presto si fanno antri del vento, perché i messi dei sensi invidiosi, passando inveduti barriere e controlli, sfondano porte, infrangono invetriate, penetrano negli ampî erarî, rovesciano scaffali, abbattono impalcature, spezzano le cristalline carceri in cui sono ospitati gli embrioni, devastano le scorte, violano le idee, uccidono i pensieri, imprigionano le immagini, decapitano le astrazioni, fanno in pezzi le associazioni, smembrano le corrispondenze, recidono le mani alle enumerazioni, castrano le moltiplicazioni, mandano a morte legate le divisioni, recidono appiombi e spezzano i compassi alle astrazioni geometriche; ringalluzziti, dopo aver distrutto le biblioteche delle idee potenziali, fatto un rogo di tutti i volumi, lacerate le carte, bruttati i progetti, schiantati in terra e pesticciati i modelli, assaltano i chiusissimi laboratori delle sofisticate alchimie, si riempiono le tasche d’oro vivo con cui ornarsi di maggiori fregi che loro non spettino, col fine non solo di farsi, a vittoria avvenuta, non solo obbedire, ma venerare; negano quelle purissime materie alle arti delle sapienti streghe maestre di fausti inganni, feconde menzogne, falsità beate, che operano nelle notti, ma stellanti di veglia, della ragione, quando la Luna bianca, usciera del degli ampî teatri dei Cieli, dove Giove ammansa i cuori con le armonie contrappuntate a doppi e tripli nodi di melodie avviluppate, Venere sparge pompose belezze e Saturno è austero direttor di scena, e quasi tiranno di quel regno dei Tespi sceneggiatori degli Euripidi monologanti, quando la Luna bianca, ricevute le debite propiziazioni, apre le menti ai più rari, ai più miracolosi prodigî; il cielo augusto, carico delle sue lampade splendenti, dei suoi ori preziosi, sospende tutte le proprie luci sfolgoreggianti sopra la sterminata infinita piana del gran cimitero dei pensieri: desolata piana, landa derelitta, dove tra templi, obelischi, tempietti votivi, piramidi, mausolei, settizonî non vedi vagare nemmeno un’anima d’idea che sia viva, o semiviva, o non ancor morta; allora, queste auguste donne delle tenebre, queste amorose artiere d’orrore, queste buie dadofore di prodigî, escono dagli antri riposti, dalle grotte credute deserte, dalle case immerse tra selve d’attesa, e scoprendo i volti e le teste, quale corvina, quale canuta, si recano al noce dei loro incanti, alla piana dei loro sabba, nel centro del gran camposanto dei pensieri perduti. Lì, movendo in onore degli dèi il passo alle sacre danze, erigono una pira di profumi, col sandalo dell’immortalità, il pino della vita perenne, le resine e i fiori delle reviviscenze, e, acceso, sempre accompagnando ogni gesto con un bel numero del piede, il santo fuoco, che ha lingue versicolori, vampe aromatose, eseguono i variati minuetti dell’eterno ritorno, e la superba figurazione pomposa ha virtù di scandire le nascite generose, dai fumi alorosi, di sempre nuovi spettri, che staccatisi dalla matrice ardente, coloni de silenzio, vanno invadendo le stanche estensioni punteggiate di marmi sontuosi, interrotte da porfidi grandiosi, scandite da graniti solenni, e spingendo le ali vaporose in ogni pertugio silenzioso, in ogni andito muto, in ogni recesso tacente, planando lievi e luminose per le grandi prospettive morte, per i viali oscuri, per i cardi e i decumani deserti, visitando ogni aula vuota, ogni panteo in ombra, vorticando nelle orchestre dominate dagli spalti dei colombarî senza lumi, girando per gli odei malinconici delle sepolture sacerdotali, intrecciando danze d’onore tra i colonnati dei mausolei regali, profetali, imperiali, rendendo omaggi a volute sulle lapidi degli artieri industri, dei genieri geniali, degli evocatori sublimi, avvolgendosi con carezza vivificante intorno alle effigi istoriate, ai cartiglî ritorti, ai torciglioni convoluti dei baldacchini, sfiorando le edere pampinose, dovunque regine, scostando talora un tralcio dalle larghe foglie, per illustrare con un raggio della Luna un nome un tempo venerato, un simbolo un tempo onorato, un distico memorando, un’epigrafe eternatrice, un epitafio pomposo. Dovunque possano spingersi nella corsa ventosa, gli spettri debolmente luminescenti vanno; e visitano i mausolei dei riti sepolti, i settizonî degli imperatori dimenticati, i simulacri dei concetti decaduti, le effigi delle parole obsolete, i templi votivi degli artisti delle arti effimere, i fani dei benefattori obliterati; ma anche gli orridi monumenti, carceri di provvidenza, delle malegatte nascoste, delle atrocità velate, delle perfidie mentite; là è il regno della morte delle idee della coscienza del pensiero. Tutto il passato vi è contenuto, e tutto il passato essendo morto necessita di queste necromanti miracolose per ritornare in vita; necromanti che, appresa la nascita dell’oro negli studioli fumosi, e scoperto il principio informatore della vita, sanno come adoperarsi, per restituire vita alle cose morte. Così, nella mente dei poeti, rinascono eroi ed imperatori, si riedificano città fumose, si ricostruiscono macchine meravigliose e arti sepolte, si ripopolano corti galanti, si tornano a riempire teatri sfarzosi, si ricolmano fastosi templi; per rapido intervento di queste mantisse industriose, di queste sapientissime pitonesse, di queste endorie illuminanti, di queste colchidiche prodigiose, di queste tessale inventive, di queste maghe magistrali, di queste incantatrici incantevoli, di queste scongiuratrici amabilmente congiurate in queste limpide notti della mente, che sozzo vapore di sensi eccitati non infesta, che bruma estiva non offusca, si possono però anche illuminare antri funesti, ombre d’orrore, fondi allucinati, infeste latebre, recessi oscuri, profondità malvage, buie maledizioni, dannate voragini, vertigini efferate, precipizi schifosi, lerci orridi, marce insondabilità, vastità infami, blasfeme fondamenta, grotte di reità; tutto quanto di demoniaco alligna nei recessi più nascosti dell’anima nera della bestia umana, della prole di Caino, pronto a balzar fuori quando la malia turpe del senso, comunicandosi da una bestia all’altra nelle angustie di un recinto fetente, invaso di carogne e di fimo
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Molti refusi.

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B>STELLIDAURA</B>

Stellidaura, un giorno, si alzò di buon mattino, e uscì di casa quasi subito, senza dire niente ai genitori. Non sapeva nemmeno lei che ore fossero, ma era così presto che faceva ancora buio, la luna non era ancora tramontata. Aveva fatto un sogno. C’era una vecchia, nella casina del cacciatore (un piccolo capanno ormai in disuso) in fondo al bosco; e la vecchia le diceva: Vieni, vieni presto da me. La vecchia del sogno, Stellidaura non l’aveva mai vista, ma riconosceva bene la casupola, e riconosceva le piante che vi stavano intorno, e anche lo spuntone di roccia vicino era proprio uguale a quello che aveva visto tante volte, passando. Vedendo che tutto, nel sogno, era identico a quello che aveva visto nella veglia, aveva pensato che anche la vecchia fosse vera. E il sogno era molto vivido, straordinariamente netto e chiaro, e non vedeva le cose che si confondevano, o che era adesso in un posto e adesso in un altro, come le succedeva nei sogni normali, o che le persone si trasformavano in cose o in animali o in altre persone, più volte, mentre parlava loro. La vecchia era la vecchia, dall’inizio alla fine del sogno, che era stato breve; ma aveva visto sé stessa uscire di casa, mentre la luna non era ancora tramontata, ed era così presto che faceva ancora buio, e andava per il bosco, e lo superava, e si trovava alla casupola della vecchia, che poi era la casupola del cacciatore, una triste capannuccia che nessuno usava più da tanto tempo, e in cui adesso stava la vecchia, seduta accanto alla grande tavola di legno, mentre il caminetto era acceso, e qualcosa bolliva nella caldaia. E quando era stata alla casupola del cacciatore, aveva spinto la porticina malferma, ed era entrata; la vecchia, tutta vestita di nero, le aveva sorriso con la larga bocca sdentata, e l’aveva guardata con gli occhi dallo sguardo acuto, e le aveva detto, facendole cenno: Vieni, cara, vieni da me.
Stellidaura, che fino a quel momento aveva creduto, capitata com’era in mezzo a quel chiarissimo sogno, di non essere addormentata nel suo letto, ma di trovarsi proprio sul limitare del bosco, e di essere venuta a trovare la vecchia nella casupola del cacciatore, in questo modo aveva capito che quello era un sogno; da una parte perché altrimenti la vecchia non avrebbe avuto nessun motivo di dirle di venire da lei, se fosse stata la realtà, perché nella realtà lei sarebbe già stata lì presso la vecchia; e poi perché, proprio mentre sognava, si era convinta che lei quella vecchia la conosceva già, sapeva bene chi era, e nel sogno era certissima di conoscerla da tanto tempo, forse da quando era nata, e camminando, nel sogno, verso la casupola del cacciatore dove si trovava la vecchia, già sapeva bene dove sarebbe andata, e che cosa avrebbe detto la vecchia. Mentre adesso, nel sogno, mentre si trovava davanti alla chiarissima immagine della vecchia che faceva segno, si rendeva conto, all’improvviso, che lei quella vecchia non l’aveva mai vista in vita sua, e che per quanto sapeva nessuno poteva essere mai vissuto dentro la casupola del cacciatore, perché era troppo piccola, e di sicuro, dentro, non c’era nessun caminetto.
Così, quando si era svegliata, aveva capito che quel sogno, così chiaro, le era stato mandato dalla stessa vecchia, che Stellidaura sapeva bene di non conoscere, e che però conosceva lei; e adesso la chiamava; e voleva che venisse. Stellidaura uscì dalla cascina dei genitori, scendendo all’ingresso pian piano, giù per le scale di legno, senza far rumore. Si era coperta un poco, perché l’estate era ormai finita, e se le giornate erano ancora abbastanza calde, di notte aveva cominciato a fare un certo freschino. Stellidaura aperse la porta e fu investita dall’aria frizzante dell’alba. Trasse un lungo respiro per calmare i palpiti del cuore, perché in fondo era preoccupata, non capiva perché proprio a lei fosse capitato quel sogno, e che cosa volesse da lei quella vecchia sconosciuta: ma sapeva di dover andare da lei, perché il sogno era stato chiarissimo, e tutto vi era avvenuto ancora più chiaramente che nella veglia.
Stellidaura s’incamminò per il sentierino che, dallo spiazzo antistante casa sua, procedeva serpeggiando tra gli alberi, che si ispessivano poco più avanti, dove cominciava il folto del bosco; il sentierino portava anche abbastanza lontano. Stellidaura non aveva pensato né di avvertire né di farsi accompagnare, perché è difficile convincere qualcuno della verità di un sogno, se non l’ha sognato anche lui: non solo nessuno l’avrebbe accompagnata, ma anzi le intimato di rimanere assolutamente a casa, e di non pensare nemmeno di andare ad avventurarsi, col buio, nel bosco. Il papà passava tutto il giorno nei campi, e la mamma, tra la casa e le stalle, non sarebbe potuta venire proprio da nessuna parte. In più, durante la giornata lei doveva aiutarli. Ma quella volta era diverso. Era uscita così presto perché le era parso meglio obbedire esattamente al richiamo della vecchia sconosciuta andandovi subito, piuttosto che aspettando un momento più opportuno; sapeva che non portava bene disobbedire ad un richiamo avuto in sogno, soprattutto se è uno spirito, o l’anima di un morto, quella che chiama. Non voleva che le succedesse qualcosa di male, perché di solito si vendicano, quando non sono obbediti; ed è vero che i morti, tranne in rare occasioni, vengono per il male dei vivi; ma talvolta dànno la possibilità, soprattutto se vengono in pace e si rivelano benignamente, di fare qualcosa per loro, rinunciando in cambio a vendicarsi dei torti subiti in vita.
Stellidaura, avviandosi per il sentiero, cercò di riandare col ricordo al sogno, che le era rimasto ben impresso nella mente, essendo stato così chiaro; e cercò di capire se qualcosa nella fisionomia della vecchia, il naso ricurvo, gli occhi grandi e penetranti, la bocca sdentata, il complesso della figura, le ricordassero qualcuno di familiare, o qualcuno visto durante la veglia negli ultimi giorni; eppure, non riuscì a riaccostarla, come fattezze, a nessuna delle persone che conosceva, né ad alcuna persona che avesse visto non solo negli ultimi giorni, ma anche qualche tempo più addietro. La vecchia era un mistero, perché nel sogno le sembrava di conoscerla bene, ma nella veglia, adesso, proprio era sicura di non averla vista mai. Cercò poi di ricordare se nell’espressione della vecchia ci fosse qualcosa di minaccioso, o di crudele, o se il suo sorriso, magari sul momento appena avvertibilmente, fosse oscurato da qualche ombra funesta, o in grado di procurarle occulti allarmi; ma non riconosceva nulla di sinistro in quello che ricordava della vecchia donna, che anzi, benché sostenuta, molto autorevolissima, le sembrava ancora nel ricordo benigna e affabile. L’unica impressione che potesse ritrarre dalla sua fisionomia era quella di una severa, benché non minacciosa, istanza: oh, sapeva bene, vedendola, di non poter mancare. Ma non sapeva perché la chiamasse a sé, e che cosa potesse volere da lei.
S’immerse nel più folto del bosco, dove il buio era completo. In effetti, il pallido lucore dell’alba baluginava in alto, oltre l’intrico delle fronde, dove queste si diradavano abbastanza da lasciarlo trasparire; ma si sa che quella è una luce che non illumina niente, e che segna soltanto l’arrivo del nuovo giorno. Stellidaura sentiva fresco, e si strinse maggiormente nella piccola cappa di panno bruno.
La via era lunga, e ci mise un po’. Proprio quando di lontano s’intravedeva la casupola del cacciatore, dove il bosco cominciava a diradare, proprio all’inizio della pianura, Stellidaura si vide contrastare il passo da una grande sagoma oscura; sapeva che non era umana, ma non avrebbe saputo dire che creatura fosse.
—Chi sei? — chiese.
—Bambina, — le disse l’essere, con voce profondissima, — ma lo sai che da quest’ora in poi diventa pericolosissimo girare da queste parti? Io stesso, che non temo di nulla, me ne sto andando via, perché qui s’aggira qualcuno che ha ripreso ad uccidere tutto quello che si muove in questa foresta. Un tempo, sai?, c’erano molti cacciatori, ma ora non ci sono più. Però gli animali della foresta hanno ripreso a morire, chissà perché.
—Davvero? — chiese la Stellidaura, impressionata.
—Sì, — rispose il grande essere. — Come ti chiami, bambina?
—Stellidaura, — rispose.
—Dove vai, Stellidaura?
—Vado a trovare una vecchia, forse uno spirito o una morta, che questa notte m’è apparsa in sogno, e m’ha detto di venire nella casupola del cacciatore.
Il grande animale le disse:
—Non credo che nel capanno ci sia nessuno; e nemmeno il cacciatore ci viene più, da quando l’ho mangiato.
Stellidaura sorrise, avvicinandosi al grande animale:
—Ah, ma allora tu sei l’orso! — gli disse.
—Sì, — rispose l’orso,— sono io.

Uscirono dal folto del bosco, e così Stellidaura poté vedere il grande orso in tutta la sua mole. Era un orso vecchissimo, e si chiamava Asmodeo. In quella parte del bosco, nei tempi in cui era ancora giovane, venivano tanti cacciatori, che si appostavano nel capanno e sparavano e tiravano a tutto quello che si muoveva, per mangiarlo o per vestirne le spoglie. Finché il Borgomastro di allora, Anteo Miramondo, aveva incaricato l’orso di mangiare i cacciatori, raccomandandosi di lasciarne le spoglie bene in vista, in modo che anche altri eventuali cacciatori in cerca della ricca selvaggina della boscaglia fossero dissuasi dall’avvicinarsi più a quella zona. Asmodeo aveva fatto come il Borgomastro gli aveva ordinato, e infatti da molto tempo il capanno dei cacciatori non era più visitato da nessuno.
Asmodeo, ormai, era talmente vecchio che il suo pelo, che in gioventù era stato tutto nero, era diventato tutto bianco. Fu lui stesso ad accompagnare la Stellidaura al capanno.
Il capanno era un gabbiotto mezzo sfatto dal tempo e dalle intemperie, tutto coperto di rampicanti e prossimo, ormai, a crollare. La porta, però, era stata lucchettata e catenata, e la feritoia da cui i cacciatori solevano archibugiare o balestrare era stata chiusa dall’interno con un’asse di legno inchiodata.
Asmodeo spalancò le zampe anteriori, perplesso:
—Qui dentro non può abitarci nessuno.
Stellidaura ricordò:
—C’era un caminetto acceso, ed era accanto ad una tavola di legno, e nel caminetto c’era una caldaia…
—Impossibile, — grugnì Asmodeo, scotendo il testone, — vedi? — e le mostrò il tetto della casupola. — Qui non c’è nessun comignolo: non può esserci stato un caminetto; a parte il fatto che se ci fosse stato un camino, nella casetta non ci sarebbe stato posto per nient’altro.
Stellidaura, pensierosa, si grattò la testa.
—Non capisco, — disse, — il sogno era chiarissimo, e io sono arcisicura che mi è stato mandato da qualcuno. E nel sogno ero convinta di conoscere la vecchia. Non so che cosa possa significare.
—Hm, — pensò Asmodeo, e disse: — avviciniamoci: e chissà che non si trovi qualcosa.
Tutta la casupola era circondata da una staccionata con infilate, su lunghi pali, le teste incartapecorite, o i nudi teschî, dei cacciatori uccisi.
—Che orrore, — disse Stellidaura. — Non ho mai visto una schifezza simile.
—Immagino,— disse Asmodeo. — È ben per questo che non volevo che tu venissi fin qui, e che ti ho contrastato il passo. Una bambina della tua età non dovrebbe trovarsi qui: non è un posto adatto.
—Sono forte, — disse Stellidaura, — e non temo di nulla. Al limite, dovessi vedere qualcosa che non mi garba e che mi faccia vincere dal disgusto, vomiterò molto assennatamente dietro quel cespuglio, — e lo indicò, era poco discosto, — ma giuro che non sverrò.
—Brava, — disse Asmodeo. — Sei proprio una bambina coraggiosa. Sai, in Valle Fiorita hanno deciso di riaprire la caccia, e vogliono venire fino a qui a sparare agli animali del bosco. Eventualmente, dovessi venire a mancare io, ti lascerò il mio incarico.
—No, grazie, — declinò con un sorriso gentile Stellidaura. — Non mi piacerebbe granché, come mestiere: preferisco la vita dei campi.
—Come vuoi, — disse l’orso. — Piuttosto, adesso che ci troviamo qui a guardare con aria basita il capanno dei cacciatori, che cosa proponi di fare?
Stellidaura ci pensò su un poco, e disse:
—Do le mostre di ragionarci sopra, ma in realtà ho ben chiara la risposta in mente: secondo me, dovremmo entrare nel capanno, e vedere che cosa c’è, là dentro.
—Credi di trovarci le ossa della vecchia?
—Ne sono arciconvinta, — annuì Stellidaura. — Sono ormai persuasa che si trattasse di uno spirito, e che mi chiamasse. Non potrei spiegare per quale motivo chiamasse proprio me che non la conosco, quella vecchia, ma dev’essere proprio così.
Asmodeo sospirò:
—E va bene. Aspetta: tento di aprirla.
Asmodeo si avvicinò alla porta, e scosse la catena ormai tutta arrugginita.
—Non dovrebbe essere una cosa tanto difficile, — anfanò Asmodeo, tentando in tutti i modi di disfare la catena, e tirando alla disperata.
—Non dovrebbe, — notò la Stellidaura, — ma parrebbe che sia, invece. Sai che faccio?
—No, — rispose Asmodeo, lasciando la catena, e riprendendo fiato. — Che fai?
—Vado a cercare qualcuno di più forte di te. Aspettami qui.
—No! — le disse Asmodeo, trattenendola per un braccino. — Tu non vai proprio da nessuna parte. Per quanto vecchio e bolso, io sono sempre un orso, e so difendermi. Tu, invece, sei una bambina scappata di casa e sperduta nel bosco, e non potresti nulla contro eventuali minacce. Tu rimarrai qui, e io chiamerò mio nipote.
—Va bene, — acconsentì Stellidaura, — hai ragione tu. Vai pure, io ti aspetterò qui.
—E non cercare di aprirlo da sola, mi raccomando, — le gridò l’orso allontanandosi, — potresti ferirti le manine, o storpiarti le braccia.
L’orso si allontanò quanto più rapidamente poteva.
Stellidaura, intanto, sedette su una zolla rilevata del terreno, e cominciò a canticchiare tra sé e sé, per ammazzare il tempo.
—Psss! — sentì qualcuno alle sue spalle.
Si voltò. Davanti a lei c’erano, tutte in schiera, le teste mummificate dei cacciatori.
—Chi di voi m’ha chiamata? — chiese.
Nessuno le rispose. Tenevano tutte le bocche cucite, e qualcuna guardava anche altrove, facendo finta di non aver sentito.
—Avanti, — tornò a chiedere Stellidaura. — Parlate! Chi di voi m’ha chiamata?
—Nessuno! — rispose, inveduta, una di loro.
—Impossibile! — disse Stellidaura. — Ho sentito benissimo: qualcuno faceva Psss. Avanti, brave teste, dite chi di voi m’ha chiamata.
—Sono stato io, — disse, sospirando d’impazienza una grossa testa baffuta, mezza decomposta.
—Che cosa vuoi, da me? — le chiese Stellidaura.
—Noi sappiamo chi ti ha chiamata in sogno.
—Lo saprete anche, ma io non mi fido di voi.
—Che cos’avremmo più da perdere? Di noi non rimangono che questi ridicoli moncherini… Credimi, Stellidaura, noi sappiamo bene chi ti ha fatta chiamare.
—E chi sarebbe? — chiese Stellidaura.
—Prima avvicinati, cara, che te lo dico nell’orecchio.
Stellidaura disse:
—Allora no. Temo che mi sentirei male.
E tornò a sedersi sulla zolla.
Proprio in quel momento Asmodeo tornava, seguito da un orsatto fulvo, Carteromaco, suo nipote.
—Buongiorno, Stellidaura, — le disse Carteromaco, stringendole la manina colla zampona pelosa.
—Buongiorno, — rispose Stellidaura. — Ti ringrazio per essere venuto.
—Provo a fare quello che posso, — rispose Carteromaco, e cominciò a strattonare la porta in tutti i modi possibili; ma la porta non accennava a cedere.
—Non so come fare, — disse Carteromaco dopo numerosi tentativi, lasciandosi andare, stanco, a sedere: — Questa maledetta porta proprio non vuole aprirsi.
—Aspetta, — gli disse Stellidaura, — prendi questa pietra.
Ne aveva vista una abbastanza grossa. Andò prenderla, e cercò di smuoverla in tutti i modi, ma non riusciva.
—Lascia, — le gridò Carteromaco, accorrendo, — ci penso io.
E la sollevò, come se fosse un sassolino. La prese per bene nelle due zampe anteriori, puntando bene sul terreno le zampe posteriori, e cominciò a menare colpi spaventosi sulla porta; che tremava, scricchiolava, gemeva, ma non ci pensava nemmeno, a venir giù.
Alla fine rinunciò, sconsolato.
—Mi spiace, Stellidaura, — disse Carteromaco con espressione contrita, — ma proprio non si riesce.
—Ci vorrebbe qualcuno di più forte, — disse Stellidaura.
—Impossibile! — stabilì Carteromaco. — Il più forte del bosco sono io.
—Dicono tutti così, gli animali grandi, — rise Stellidaura. Poi pregò: — Cercate qualcuno, vi scongiuro, che possa aprire questa porta. È possibile che non ci sia nessuno in grado di farlo?
I due orsi si guardarono; sospirarono, e poi dissero:
—Va bene, Stellidaura. Aspettaci qui.
E se ne andarono a cercare qualcuno.
Stellidaura tornò a sedersi sulla zolla.
—Psss! — sentì alle sue spalle.
—Ditemi, — disse voltandosi.

Era stata una brutta testa tutta verminosa, talmente brulicante di parassiti da non lasciar più distinguere niente delle fattezze che un tempo aveva avuto.
—Stellidauruccia, — disse la testa verminosa, — vieni qui a darmi un bacio, e io ti dirò che cosa voleva la vecchia.
—No e poi no, — disse, recisamente, Stellidaura, — non bacerei mai quel verminaio fetente.
La testa si offese:
—Vieni qui a darmi un bacio, sai, o sarà peggio per te! — gridò, con la vociaccia gracchiante.
—Ho detto no! — gridò la Stellidaura, pestando i piedi. — Mi fa troppo schifo baciare la testa di un morto. E adesso silenzio. Tutti quanti! O vi abbatto a bastonate.
Le teste tacquero.
Carteromaco e Asmodeo tornarono, in compagnia di un lunghissimo e grossissimo serpente.
—Mi chiamo Anfidamante, — le disse il serpente, porgendole la coda da stringere.
—Grazie per essere venuto, Anfidamante, — gli disse la Stellidaura. — Ti prego, vorresti abbattere quella porta?
—Ci proverò, — disse Anfidamante, — per quanto, non essendoci riusciti questi due, non abbia molta fiducia di far di meglio.
Si diede ad armeggiare intorno alla porta; passò la coda tra la porta e la catena; la tirò tanto che tutti gli anelli si allungarono, ma non servì a molto, perché la catena, allungandosi da una parte, si stringeva dall’altra, e Anfidamante, peraltro, rimase anche incastrato tra la catena e la porta, e Asmodeo e Carteromaco ci misero un bel po’ ad estrarlo di lì.
Quando ne fu uscito, era talmente furibondo per il contrattempo avuto che se ne andò senza salutare.
—Mi dispiace! — gli gridò dietro Asmodeo, ma Anfidamante non si voltò neppure.
—Aspetta qui, — disse Carteromaco a Stellidaura. — Adesso vediamo che cosa si può fare.
Carteromaco e Asmodeo se ne andarono di nuovo via, e la Stellidaura tornò a sedersi sulla solita zolla.
—Psss!
—Insomma, che cosa volete?
Era un teschio:
—Bella Stellidaura, vieni da zio, abbraccialo.
La Stellidaura ci pensò su un pochino.
—Davvero sai che cosa voleva la vecchia?
—Certo, — disse il teschio. — Se vieni qui e stringi il mio teschio tra le belle braccine, lo zio ti dirà che cosa devi fare per trovare la vecchia.
Stellidaura pensò che abbracciare un teschio, reso così polito dalle intemperie e dal becchettare degli uccelli, non fosse così orrendo come baciare una testa putrefatta. D’altronde, se gli animali più forti della foresta non erano riusciti ad abbattere la porta del capanno dei cacciatori, era improbabile che sarebbe mai riuscita ad entrarvi; e quelle teste per tre volte l’avevano chiamata, per dirle che sapevano dove potesse trovare la vecchia.
—Provo una curiosità terribile, — disse Stellidaura. — E trovo che abbracciare te non sia così ributtante come baciare quelle brutte testacce putrefatte; quindi acconsento; mi t’avvicino; e t’abbraccio.
Andò dal teschio, e lo abbracciò. Era duro, e freddo, ma non aveva nulla di intollerabile al tatto: in fondo, era un pezzo d’ossa.
Ma improvvisamente, il teschio aperse le mascelle, scoprendo i denti aguzzi da bestia feroce; prima che Stellidaura potesse ritrarsi, la morse sul braccio, facendone spicciare il sangue.
—Ohi! — gridò la Stellidaura, divincolandosi.
Il teschio le afferrò il braccio tra le mascelle, e ne succhiò il sangue, avidamente.
Benché si procurasse in quel modo un dolore terribile, e il teschio piantasse ancor più a fondo i dentacci acuminati sul braccio già martoriato, la Stellidaura riuscì, strappando, a ritrarre il braccio, sottraendolo alla presa dolorosa.
Guardò il teschio, che sogghignava soddisfatto.
—Perché l’hai fatto? — gli chiese, guardandolo bene, perché improvvisamente le sembrava un po’ cambiato.
Il teschio, con voce un po’ più sonora, le rispose:
—Per nutrirmi. Se berrò abbastanza sangue, riuscirò ad avere un corpo, e a tornare in vita; e ucciderò quell’orso maledetto.
Stellidaura vide che effettivamente gli era venuta una specie di pellicina, che ricopriva l’osso nudo. Chiese:
—E anche le altre fanno lo stesso?
—Certo! — rispose il teschio. — Quelle teste che vedi là mezze putrefatte stanno semplicemente tornando in vita. Piccoli animali, insetti, uccelli, si avvicinano sempre a noi; quando sono a portata, apriamo le mandibole e noi li afferriamo, e li mangiamo; e in questo modo, ogni volta, torniamo un po’ più in vita. Ma niente è come il sangue umano. Vedi? Già m’è spuntata un po’ di pelle. E anche voi, amiche teste, vedete come sono già più bellina?
E si volse verso le altre teste, pavoneggiandosi; le altre teste la complimentarono, dicendole che era un amore, davvero, e una delizia.
—E quando sarete tornati del tutto in vita, che cosa farete? — chiese Stellidaura, fasciandosi il braccio con un fazzoletto.
—Uccideremo l’orso, innanzitutto, e tutte le fiere del bosco, le linci, e poi gli animali timidi e innocenti, i daini, i capri, i caprioli, e le lepri; ne mangeremo le carni, ma non per sostentarci, perché in questa seconda vita saremo eterni, ma solo per crudeltà; e per questa stessa crudeltà ci vestiremo delle spoglie di quegli animali.
—D’altronde, — sospirò la Stellidaura, — fu colpa di quel deficiente del Borgomastro far fare agli orsi quello che di norma fanno solo gli uomini.
—Ah, sì! — disse la testa baffuta, contentissima di vedersi almeno in parte scagionata, insieme con le sue compagne. — Secondo me, il peggior peccato della vista, addestrare le bestie insensate a fare quello che dio ha concesso soltanto agli uomini.
La Stellidaura gli disse, scotendo il capo:
—Che ragionamento da autentico imbecille! Ma, d’altronde, che cosa poteva aspettarsi dalla testa di un cacciatore? Lasciamo perdere. Perché non tornano, Asmodeo e Carteromaco?

Aveva rivolto la domanda più a sé stessa che ad altri; ma il teschio, che la udì, conosceva la risposta:
—È stata la vecchia, che verso quest’ora viene sempre nel capanno, e che deve averli incontrati sulla sua strada. Sicuramente li ha uccisi; a momenti, di certo, sarà qui, con le loro pelli.
La Stellidaura pianse:
—Che vecchia d’inferno! Non sarei mai dovuta venir qui. Scappo, prima che mi colga.
E fece per correre verso il bosco; ma il teschio la richiamò:
—Stellidaura, ma dove vai? È proprio da quella direzione che viene la vecchia!
E infatti, improvvisamente, la foresta parve squassata da un terremoto: si sentiva un gran trepestio e un gran rumore di rami spezzati, ed ecco venire la vecchia: ed era proprio quella del sogno, che avanzava su una carriola trainata con fatica da un ippogrifo nano. Tutta festante, recava le due pelli dell’orso, ancora sanguinanti, nella destra; nella sinistra un lungo crocefisso.
Esultava, procedendo verso di loro, gridando, del tutto incomprensibilmente:
—Viva le pinzochere d’Anghiari! Viva le vedove cattoliche. — E poi salutò Stellidaura, chiamandola, chissà perché, Clodomira. — Ben trovata, Clodomira!
Stellidaura ignorò completamente l’errore della vecchia, che le sembrava un po’ rinsenilita, e le chiese, perplessa:
—Nonna, ma davvero venite da Anghiari?
—Certo, — le disse la vecchiarda, — o non lo vedi il catorcio?
E le indicò la carriola. Troppo giusto, pensò la Stellidaura.
—Allora, Clodomira, sei contenta di aver ritrovato la tua nonnina? — chiese la vecchia, smontando dal bizzarro veicolo e allontanando l’ippogrifo nano con un calcio.
—Io sono anche contenta, — rispose Stellidaura, — ma non mi chiamo Clodomira. Mi chiamo Stellidaura.
La vecchia rise:
—Ah, cara la mia Clodomira! Sei sempre stata una gran burlona, tu! Vieni dentro, dài.
Estrasse una bacchetta magica da sotto l’ampia veste nera e la puntò in direzione della casa:
—Trasformati! — gridò. Comparve una graziosa casina, col comignolo che fumava, e le tendine di pizzo alle finestre. Sul davanzale era appoggiato un grosso vaso, contenente una pianta carnivora, che sùbito spalancò la bocca dai dentini acuminati e cominciò a cantare:

Benvenuta, mia cara nonnina,
S’aspettava, oramai, solo te;
Entra, orsù, nella bella casina!
E anche tu, Clodomira: che c’è?
Non ti piace, la casa? Orsù, vieni:
La tua nonna invecchiata sostieni;
Lava i panni, fa stanze e cucina,
E la nonna ti paga da Re.

—Da Regina, semmai, — disse Stellidaura. — Inoltre, non sono convinta che abbiate trovato la persona che cercate, nonna. Infatti, io non sono Clodomira, mi chiamo Stellidaura.
—Sì, — disse la vecchiarda, con espressione scontrosa, — e io mi chiamo Panglicèmia.
—Non sto scherzando, — disse la Stellidaura, — veramente sono Stellidaura, e non ho nessuna intenzione di far da servente in casa di una strega.
—Ma come ti permetti? — strepitò la vecchia, offesa.
—È giorno fatto, — disse Stellidaura accennando al cielo, — e i miei saranno molto preoccupati di non vedermi. Quindi, vecchia strega maledetta, ti prego di non scagliarmi addosso nessun incantesimo mentre me ne vado.
E fece per avviarsi. La vecchiarda la fermò subito, afferrandola per il braccio:
—Non osar menare un altro passo, piccola idiota, o ti trasformo in un brutto rospo! — strillò.
La Stellidaura era disperata.
—Signora strega, — disse alla vecchia. — O voi non capite o voi non volete capire: non sono Clodomira! Capisco che possiate essere tanto rimbecillita da non ricordarvi nemmeno il nome di vostra nipote; ma almeno la faccia, porco boia! Ma non vedete che non sono Clodomira?
La vecchiarda l’osservò, un po’ dubitosa.
—Poh, — disse, — a quell’età tutti i bimbi si assomigliano.
—S’assomiglieranno, ma non sono uguali!
—Oh insomma, BASTA! — gridò la vecchia. — Quando ho detto che tu sei Clodomira, ho detto tutto quello che c’è da dire e da sapere. Entra in casa e non rompere la gloria. Marsc!
Stellidaura dovette rassegnarsi. L’interno della casa era proprio confortevole, ed era identico a quello che si vedeva nel sogno.
La vecchia la mise nel cucinotto a lavare i piatti. Erano dentro un secchio, ma la cosa strana era che più la Stellidaura ne lavava e ne tirava fuori, e più ce n’erano da lavare.
Si rassegnò ad andare avanti finché non fossero, per grazia di qualche forza misteriosa, finiti; o quando fosse caduta sfinita.
D’una sola cosa volle pregare la vecchiarda:
—Brutta vecchiarda, voglio pregarvi solo di una cosa: di chiamarmi Stellidaura, e non Clodomira.
—Uh, queste giovani puttanelle, — disse con fastidio la vecchia, che cominciava a conciare la pelle degli orsi, — che si cambiano il nome, e le vogliono apparire straniere a tutti i costi. O non ti piace d’essere nata in Anghiari?
—Non sono nata in Anghiari, maledetta vecchia imbecille, — obiettò con misura la Stellidaura, — sono nata poco discosto, oltre il bosco, di Anghiari conosco solo il catorcio, e in più Stellidaura non è affatto un nome straniero; o non più di Clodomira. È ben per questo che vi chiedo di chiamarmi col mio nome, e non con quello di vostra nipote, che dio se l’abbia in gloria. Mi capite?
Ma la vecchia amava essere rispettata, e non gradiva le osservazioni:
—No, no e no! — disse. — Io ti chiamo col tuo nome, quello della mia nipote Clodomira, e Clodomiruccia sei nata e Clodomirella devi rimanere. Clodomirina, portami il secchio e il sapone, già che ci sei.
Stellidaura tornò in cucina e riprese a fare i piatti, che non finivano mai.
Dopo un po’ si sentì la vecchiarda che urlava:
—Clodomira! Clodomira! Clodomira!
Ma Stellidaura aveva la testa assai dura, e non rispondeva. Lei non era Clodomira, e di Clodomire non voleva saperne: lei era Stellidaura, e Stellidaura voleva essere chiamata, non Clodomira. Evidentemente, c’era stato un errore.
—E poi dicono che le streghe sanno tutto, — brontolava Stellidaura, ed era così nervosa che spaccò un paio di piatti, a bella posta, sul bordo del lavello.
—Clodomira! — urlava intanto la vecchia. Ma la Stellidaura non aveva nessuna voglia di cedere. Ad un certo punto,la vecchia si stufò di chiamare e venne in cucina, urlando:
—Ma insomma, nipote mia, mi senti o no, quando ti chiamo?
—Qui non c’è nessuna nipote, — le rispose tosto tosto la Stellidaura.
—Ragazzina, — ringhiò la vecchiarda, schiumante dalla gran rabbia, — mi raccomando, non farmi girare i cinque minuti o sono minchioni tuoi. E adesso, Clodomira…
—Stellidaura.
—Come vuoi! Per me fa lo stesso: basta che mi porti il sapone, e il secchio della lisciva, che mi sono stufata di aspettare te che non arrivi.
La Stellidaura cercò di comportarsi bene. Quando ebbe finito di lavare i piatti (era vero che continuavano a comparirne, nel secchio, ma appena messi nello scolatoio tendevano a sparire con altrettanta facilità), dovette spazzare in terra, per tutta la casa, e fare la stanzuccia, che conteneva due lettini; e su uno dei due lettini era stato messo uno striscione inghirlandato con sopra scritto: BENTORNATA, CLODOMIRA! Dalla gran rabbia, la Stellidaura lo strappò e lo buttò fuori dalla finestra.
Poi fece la cena. Zuppa di cavoli e granturco; e le toccò cucinare anche la carne dei due orsi, che nel frattempo l’ippogrifo nano aveva trainato fino a lì sulla carriola della vecchiarda.
La carne alla Stellidaura faceva grandemente schifo: non poteva sopportarne nemmeno l’odore. E si sentiva tanto in colpa per provare ribrezzo per quello che era così intimamente appartenuto a due animali così generosi, di cui uno era stato un grande benefattore della foresta; mentre speziava le carni dall’odore selvatico, piangeva, e le sue lacrime cadevano sulla carne.
—Allora, Clodomira, è pronto? — chiedeva la donna.
La Stellidaura, dura, non rispondeva. Quando fu pronto, servì in tavola.
—Mangia, — la invitò la vecchiarda, affabilmente, spezzando il pane, — siediti e mangia la carne dell’orso. È una pietanza prelibata, Clodomira.
—La preferivo da viva, — rispose la Stellidaura, respingendo il piatto. — E non mi chiamo Clodomira.
—Allora, Clodomira, mangia della zuppa di cavoli e granturco.
—Non ho fame. E piantatela di chiamarmi Clodomira, o v’infilo la caldaia in testa.
—Clodomira, perché sei così triste?
—Perché voglio tornare a casa. Un po’ di zuppa?
—Prendi un po’ di carne, Clodomira, che devi crescere.
—Ti ho già risposto che la carne non la mangio, vecchiarda. <I>E non chiamarmi Clodomira</I>!

La vecchia tacque, mangiando un po’ faticosamente per via della dentiera. Poi riprese, tutta lezî e moine:
—Scommetto che la mia Clodomira vuol sapere dove ho stato tutto questo tempo…
—Dovrete chiederlo a lei, vecchia. Io non ne so niente, né di voi, né di quella Clodomira.
La vecchia s’imbronciò, e continuò a biascicare la carne dell’orso.
—Uh, — piagnucolò, — questa carne è tanto dura.
—E tagliatela a pezzi più piccoli!
—No, no, — fece la vecchiarda, — masticamela tu.
—Ma per favore! — disse la Stellidaura, con espressione disgustata. — Masticatevela da voi, e se non riuscite datela alle teste.
—Sì, sì, farò così, — disse la vecchia, ma non si mosse di un dito, e continuò a tentare di masticare la carne.
Ad un certo punto, però, si fece pensosa:
—Ma ha un sapore strano, questa carne.
—Non so, — disse Stellidaura, facendo spallucce. — Potendo, v’avrei volentieri avvelenata, ma purtroppo, di là, veleno non ce n’è, sicché…
—Oh, che discorsi, Clodomira! — la redarguì la vecchiarda.
La Stellidaura guardò bene negli occhi la strega, e le parve di vederci brillare appena un sorriso canzonatorio.
— Vecchia, volete ripetere?
— Oh, che discorsi, Clo…
Ma Stellidaura era giunta al limite. Prese la zuppiera e la scaraventò per terra. Del tutto inaspettatamente, la vecchia strabuzzò gli occhî e cadde dalla sedia. La Stellidaura provò rimorso, e corse a sollevarla.
—Oh nonna, vi sentite male? — le chiese, rialzandola.
—Sì, — rispose la vecchiarda. — Oh, che sapore strano aveva quella carne.
—Venite, vecchia, vi metto a letto.
—Oh, come sto male.
—Vi reggo io.
La sollevò e l’aiutò a spostarsi nell’altra stanza.
—Porco mondo, — disse la Stellidaura, quasi soccombendo sotto il peso della vecchia. — Con l’età e lo stomaco che vi ritrovate, come pretendete di mangiare la carne dell’orso e non sentirvi male?
Giunta vicino al letto, ve la scaricò.
—Ma io non mangio altro che la carne dell’orso…
—Ah, brava! — la rimproverò la Stellidaura. — E adesso ne fate le spese. Vedete che siete una vecchia scema?
La vecchiarda stese le braccia verso di lei, piagnucolando:
—Oh, Clodomiruccia mia, non mi abbandonare.
Ma la Stellidaura aveva già mangiato la foglia.
—Non potete muovervi, non è vero? — chiese alla vecchia con una cert’aria furba che proprio tirava gli schiaffi.
La vecchia, paonazza, livida di odio, le ringhiò:
—Brutta piccola porca, che cos’hai messo nella carne?
La Stellidaura disse:
—Ora che ci penso, la tristezza per la morte dei miei due amici orsi mi ha messa in tanta ambascia che ho pianto, e le lacrime devono esservi cadute sopra…
—Oh, no! — gemette la vecchia. — E adesso sono immobilizzata.
—In più, non ho mangiato nulla di quello che m’avete fatto cucinare…
—Clodomira!… — ruggì la vecchia, roteando gli occhî inferocita.
—… E non ho dormito nel lettuccio che m’avete fatto preparare. Ho spazzato, lavato i piatti, fatto le stanze e fatto da mangiare. Non potete trattenermi, vecchia.
—Ah, Clodomira… — e qui la vecchia si mise a piangere.
—Mi dispiace tanto per la vostra Clodomira, ma avete preso un granchio. Non posso farci nulla. Già i miei saranno in ansia per me: devo proprio andare.
E se ne uscì.
La pianta carnivora, al suo uscire, cantò:

Dove vai, dove vai, Clodomira?
La tua nonna ha bisogno di te;
Ora piange, la vedi?, e sospira:
Vuoi fuggire, piccina; e perché?
Clodomira, ah ritorna, ah ritorna!
Nella casa risiedi, soggiorna;
Guarda nonna che chiama e delira
E starnazza: Ah, ritorna da me!

La Stellidaura, di pessimo umore, uscì velocemente, sbattendosi la porta alle spalle e borbottando:
—Mai sentita in vita mia una pianta più scema.
Ma il coro delle teste fu fenomenale:

Non andar via, ripensaci, cortese Stellidaura!, etc.

Stellidaura non aveva nessuna voglia di starli a sentire; s’era già trattenuta troppo. Mentre passava, sentiva le teste più vicine che facevano schioccare le mascelle, come per morderla.
Tornò a casa che era già mezzogiorno. Già da lontano, aveva la netta impressione che fosse successo un mezzo disastro. La mamma, tutta coperta di sudore, tirava la trebbia in mezzo al campo, insieme a papà, e dalla finestra della cucina usciva un pennacchio di fumo denso e nero.
—Mamma! Papà! — gridò, correndo loro incontro. I due alzarono la testa. — Siete stati in ansia per me?
Dopo un attimo di stupore, la mamma disse:
—Vedi un po’ tu: stamattina, non riuscivamo a far uscire Elisea dalla stalla; sai che senza di te non si fida. Sicché abbiamo dovuto tirare la trebbia per conto nostro. La casa è nel casino, ho bruciato il pranzo tre volte, e a te non ti si trova nemmeno a cercare in capo al mondo. Dove sei stata, delinquente?
E giù schiaffoni, scoppole, nocchini, e pedate. Alla fine la Stellidaura fu portata dentro. Il fumo che si vedeva uscire dalla cucina era il pranzo, che bruciava per la quarta volta. Mentre la mamma, imprecando, lo rifaceva una quinta, la Stellidaura fu costretta a raccontare tutto l’accaduto.
—È strano, — disse alla fine del suo racconto la mamma, — il sogno era senz’altro vero, ma la vecchia non mi sembra proprio parente nostra. Di solito quegli spiriti non sbagliano. È strano. Comunque sia, — disse, e qui tornò feroce, — azzardati un’altra volta a sparire all’orizzonte senza dir nulla, e vedi, tu, che cosa ti succede.

La vita riprese il suo corso normale; o quasi. Era vero che Stellidaura non aveva mangiato né dormito, in casa della vecchia; ma per colpa del morso del teschio e dei due piatti che aveva rotto, tutti gli anni verso settembre le si riaprivano le ferite sul braccio, e due piatti venivano a rompersi nello scolatoio. Allora doveva andare dalla vecchia nel capanno dei cacciatori, e accudirla per un giorno; benché fosse solo un giorno all’anno, avrebbe tanto preferito non vederla più. E poi, c’era quel mistero di Clodomira. La vecchia insisteva sempre nel chiamarla così, e la chiamava Clodomira; la pianta carnivora sul davanzale schiccherava invariabilmente le sue rimette sceme; e le teste dei cacciatori erano di anno in anno più floride. E questo, se permettete, era preoccupante, perché presto o tardi sarebbero tornati uomini, e avrebbero di nuovo fatto macelli nella foresta.
Cerca e cerca, alla fine si trovò: la casa in cui Stellidaura e la sua famiglia vivevano era appartenuta ad una famiglia mantenuta da uno dei numerosi cacciatori che abitavano nei dintorni; si chiamava Moroldo Groto. Oltre al cacciatore, in quella casa, abitavano solo la madre del cacciatore, Laomedontea, cioè la vecchia, e la figlia, Clodomira. Clodomira era una bambina ombrosa; si credeva che fosse tarata. Non avvicinava nessuno, temeva tutti, e passava quasi tutte le giornate nei boschi, lontana dalla casa; nei boschi era libera di sfogare certi suoi segreti dolori nel pianto, e di confidarsi all’aria, ai ruscelli, alle piante; ma il bosco aveva mille orecchie intente: lei non lo sapeva, ma qualcuno l’ascoltava sempre. Era appunto il tempo in cui Asmodeo era ancora giovane; era lui che aveva sorpreso il cacciatore nella boscaglia, e l’aveva ucciso, spiccandone la testa (chissà quale era, di quelle ora piantate intorno al capanno dei cacciatori). Quella sera, aspetta e aspetta e aspetta, Moroldo Groto non arrivava mai. La piccola Clodomira, cupa, aveva detto: “Una fiera l’avrà mangiato”. “Ma no”, aveva detto la nonna, “tuo padre è il terrore dei lupi, degli orsi e delle beccaccine. Avrà preso, anzi, troppi animali, e starà faticando a portarli qui. Vado a cercarlo”. Era andata nella foresta, con una fiaccola, chiamando a gran voce. A un certo punto, dopo aver girato fino a sfiancarsi, senza nemmeno sapere bene dove andasse, per un caso chissà a che cosa dovuto le era capitato alla fine di imbattersi nel corpo senza vita del figlio. Aveva riempito la foresta delle sue urla di dolore; era buio, e stringeva, fuori di sé, il corpo senza testa; aveva pianto a lungo, era sfiancata, ma voleva sapere che cosa fosse successo. Aveva lasciato il corpo dove l’aveva trovato, e pazza di rabbia si era addentrata nel bosco, piangendo il suo Moroldo con strida di bestia ferita a morte e sfidando l’assassino a venir fuori, a mostrarsi; finché, guidata da un tenue bagliore intravisto in lontananza, in mezzo al fitto degli alberi, era finita in un luco. Dove c’erano gli orsi, con Asmodeo in mezzo, che giravano intorno ad un falò in una ridda d’inferno: Asmodeo ballava con la testa di Moroldo Groto infilata in cima ad una picca. "Maledetto!", aveva gridato la vecchia, schiumante, agitandogli il pugno contro, "Maledetto!" “O nonna”, l’orso aveva gridato alla Laomedontea, “guardalo qui, il tuo Moroldo”. La vecchiarda aveva cercato inutilmente, prima minacciando e infine pregando, di farsi rendere la testa dalla fiera; perché le fosse data cristiana sepoltura insieme al corpo. L’orso le aveva riso in faccia, e le aveva detto che tornasse dalla Clodomira, e chiedesse a lei perché in tutti quegli anni non s’era risposato: se non fosse impazzita a quella notizia, le avrebbe restituito la testa del suo cattivo figlio. La vecchiarda era tornata, arrancando, alla cascina, ruggendo come una belva, senza curarsi di cadere ogni tre passi, e di straziarsi le carni contro le fitte fronde degli alberi. Giunta alla cascina, vi era irrotta, urlando alla Clodomira, poveretta, che le dicesse che cos’avesse fatto suo padre; e la Clodomira, piangendo, dopo un po’ s’era decisa a dirle che Moroldo Groto la sforzava tutte le notti. “Tu menti!” aveva gridato la vecchiarda; e poiché le aveva dato totalmente di volta il cervello, l’aveva uccisa. Alle prime luci dell’alba, col nuovo giorno, la vecchia aveva recuperato la ragione; aveva trovato il corpo della Clodomira tutto in sangue, e non poteva capacitarsi, ma sapeva d’averla uccisa lei; l’aveva sepolta nell’impiantito, proprio sotto il suo lettuccio, quello dove adesso dormiva la Stellidaura; poi aveva deciso di non poter più vivere, e aveva dato fuoco alla casa, morendo nel grande incendio. La casa, rimasta disabitata per tanti anni, era stata trovata proprio dal papà, che con l’aiuto della mamma l’aveva riattata; e adesso ci vivevano loro tre. Povera Clodomira! Fu proprio lei a raccontarlo alla famigliola sbigottita: in séguito ad un sogno della Stellidaura, avevano sollevato l’impiantito, e avevano scoperto il cadaverino. La calce l’aveva conservato; avevano evocato la morticina, che s’era svegliata dal suo sonno, e aveva raccontato la sua storia. Poi, venuta la sera, senza dir niente, con quei suoi stracci che le cadevano a pezzi di dosso, era scesa, aveva infilato la porta ed era uscita, dirigendosi verso il bosco.

Si vede che andava dalla nonna, che l’aspettava, perché infatti, l’autunno seguente, la Stellidaura non ebbe più il male al braccio, i piatti se ne stettero bonini nello scolatoio, e non ci fu più bisogno che andasse dalla vecchiarda ad accudirla.

[Mercoledì, 5 Settembre 2001].

LVI. Terza cosa vecchia.

22 Set

LVI. Non l’ho fatto apposta a centellinare le cose in questo modo, ma tant’è.

Questa, secondo me, è la piu’ bella (comunque pensavo di metterle tutte, invece di lasciarle a marcire sul sito della Holden — che tristezza, a mano a mano che le trovo).

ARGENIDE

La piccola Argenide, un giorno, fu sorpresa dalla Mamma nella sua camera mentre leggeva seduta sul letto.

La Mamma era vestita per uscire: aveva un ampio abito nero, e una collana e un diadema di diamanti che le facevano brillare il volto. Dietro di lei, vide spuntare Papà.

La Mamma disse:

– Ora io e tuo padre usciremo. Nel frattempo, metti in ordine la tua stanza. È in condizioni che fa orrore.

La piccola Argenide sbuffò:

– Ma proprio adesso?

– Sì, mia cara, – disse la Mamma, – proprio adesso. Quando saremo di ritorno vogliamo vederti a letto, e la tua stanza tutta in ordine. In caso contrario, ti avverto che sappiamo di un vecchio Professore che ha bisogno di una bambina di buona famiglia come servente. Per il nostro ritorno, o tutto sarà in ordine, o tu te ne andrai per sempre da questa casa.

Poi uscirono.

La piccola Argenide si disse:

– Non è possibile mettere a posto tutto quanto.

E si mise a piangere.

I suoi vestiti erano tutti spiegazzati fuori dagli armadi, i suoi libri non erano sugli scaffali, ma per terra; le sue bambole erano sparse in tutte le direzioni, e i suoi giocattoli erano ammucchiati sotto lo scrittoio.

Pianse e pianse, e alla fine si addormentò.

Si svegliò a chissà che punto della notte; la Mamma la scuoteva, e sembrava un’altra.

– Fuori di qui, – le disse, quando fu sicura che Argenide la sentisse. – Esci da questa casa e vai dal Professore.

Argenide gridò:

– No, Mamma, lasciami stare qui con voi! Farò tutto quello che vuoi, quando vorrai, ma non ora, ché ho troppo sonno.

Non ci fu verso: la piccola Argenide fu sbattuta fuori dalla Mamma, mentre il Papà gridava:

– Vattene via, non sei più nostra figlia!

Da ultimo, la Mamma le disse, indicandole il fondo del corridoio buio:

– Ultima porta a destra: lì è casa tua.

Piangendo, la povera Argenide si avviò per il corridoio buio. E le avevano lasciato solo la vestina da notte che portava indosso, e la sua bambola preferita (anche se era solo una bambolina di pezza), Regina.

In fondo al corridojo a destra c’era una porta con sopra una targhetta dorata che recava incise le parole: Professor Costanti. C’era un campanello, da cui pendeva una catenella, che terminava in un pomo su cui era scritto: suonami! Argenide tirò la catenella, e si sentì, lontano nella casa, il suono di un campanello. Si sentirono passi pesanti e strascicati avvicinarsi alla porta. Una voce di vecchio chiese:

– Chi è, a quest’ora?

Argenide non riuscì a rispondere, tanto piangeva.

Il vecchio aperse la porta.

Apparve agli occhj di Argenide un anziano signore in ciabatte e veste da camera, con un ciuffetto di capelli bianchi che spuntava da sotto una papalina scura, e spessi occhiali cerchiati d’oro.

– Oh mio dio, – disse, alzando gli occhi al cielo, – un’altra!

Spalancò la porta e le fece cenno:

– Avanti, signorina.

Ma Argenide non osava.

Il vecchio insistette:

– Forza, signorina, non vorrete rimanere lì tutta la sera, spero!

Argenide, pian piano, entrò.

Il vestibolo era in un disordine spaventoso: libri e fascicoli erano abbandonati dovunque per terra, e addossati in mucchj contro i muri. Una rigogliosa pianta esotica cresceva in un angolo; calzini e tiracche erano appesi alle sue grosse foglie. La polvere a batuffoli si spingeva qua e là ad ogni soffio di vento, & c’erano molti spifferi, e l’impiantito era mezzo sconnesso.

– Dove sono? – chiese Argenide.

– In casa mia, ovviamente, – rispose il Professore. – I tuoi genitori mi hanno detto di tenerti con me per sempre. Sarai severamente punita.

Scostò la tenda ed entrò, facendole segno di seguirla.

Argenide, passato l’uscio del vestibolo, non seppe bene, a tutta prima, in che specie di casa fosse capitata.

La stanza che si trovava davanti era grande come un palazzo, e non era facile dire a che cosa fosse adibita di preciso. C’era un enorme caminetto in mezzo alla parete davanti a lei, talmente grande da poter ospitare una quarantina di persone. Due bambine coperte di fuliggine erano sedute tristemente, ed attizzavano il fuoco; ma c’era troppa legna, ed era bagnata, sicché il fumo non sfogava dalla canna, e rimaneva in parte ad aleggiare intorno al falò; la stanza era piena dell’odore acre della legna bagnata, e c’era ovunque un po’ di fumo, che annebbiava la vista. Una delle due bambine buttava nel fuoco, una dopo l’altra, balle che lei stessa faceva, tutte uguali, di libri, di straccj, di piccoli oggetti di legno. L’altra aveva un piccolo crogiolo ai piedi, alimentato dalle fiamme del caminetto; in esso fondeva gli oggetti di vetro, soprammobili e paralumi, boccali e bottigliette, delle forme più strambe e più ricercate, di fiore, di pastorella, di satiro; quando il vetro era nuovamente fuso, lo soffiava nuovamente, modellando sfere e cubi. Due alte scaffalature piene di libri dai titoli strambi («L’eternità vendicante», «Il Libro e la Corona», «La Catergòmena infedele», «Il fortunato inganno») si ergevano nel mezzo della stanza, poste di sghimbescio: topi e pantegane ne rodevano le pagine, però solo dopo averli aperti e averne letto qualche pagina: «Che robaccia!» squittiva una grossa pantegana con la cuffietta e lo zinale rigido, mangiando da uno dei ventisette tomi dell’«Andromeda riconosciuta e trionfante».

Il pavimento di tutta la grande camera era coperto di un’infinità di oggetti: sontuosi abiti da cerimonia fatti a straccj, scarpe sfondate, cappelli lisi, vecchi almanacchi, cassette di legno e di cartone, bottiglie vuote e stoviglie infrante, bambole e giocattoli rotti, persino un carretto sfondato, e molte altre cose. Sulla destra c’era un organo a muro, davanti al quale era seduta una bambina pallida, coi capelli scarmigliati; sonava movendo la testa al ritmo della musica: che era una sola frase, ritmata e meccanica, dal tono triste, che si riproponeva a dritto e rovescio, sovrapponendosi a sé stessa, ora del tutto ora in parte, e modulandosi in vari modi, ma era sempre uguale; le canne dell’organo davano un suono lamentoso e sfiatato. Intorno alla bambina erano accatastati fogli di musica, a migliaia, pagine ingiallite e lacerate, sparse o già unite in volumi adesso smembrati. I topi vi si assiepavano sopra; un piccolo ratto col cappellino grattava via per mezzo di una lesina, una dopo l’altra, tutte le note di una partitura dai grossissimi foglj, che recavano l’intestazione «Perpetuum», e le mangiava una per una. «Duecentododici parti», bofonchiava di tanto in tanto, «nove parti reali», e mangiava le note con espressione disgustata. «Puah», diceva di tanto in tanto.

Argenide notò che non c’erano solo le due bambine nel caminetto e quella all’organo, ma che ce n’erano anche tante altre, che sbucavano da dietro cumuli di robaccia con aria indaffarata, portando fascine di fogli e di vestiti sulle spalle o spingendoli su carretti mezzi sfasciati. Senza contare quelle che salivano e scendevano da certi sfiatatoj disseminati un po’ dappertutto per la stanza, e in cui si rischiava di cadere, se non si stava attenti.

— Che posto è questo? — chiese la piccola Argenide.

— È casa mia, – rispose il Professore. – Devi sapere che una volta divenni molto ricco, grazie ad un’eredità di mio zio Alfonso. Decisi che con tutto quel denaro avrei avuto tutto quello che volevo, e anche quello che non volevo, e anche quello che in un momento qualunque avevo per un attimo desiderato avere. Ormai ero vecchio, ed ero da lunghi anni abituato a non desiderare nulla che la mia povertà non potesse consentire. Sicché andai a leggere nei miei diarj quello che avevo voluto quand’ero stato più giovane: scopersi così di aver voluto un cavalluccio a dondolo quando avevo dodici anni, ma non avevo osato chiederlo ai miei genitori, perché non me lo avrebbero potuto comprare; un vassoio di dolci che quando avevo quindici anni vedevo dietro una vetrina di pasticcere; una grande carrozza, con quattordici cavalli bianchi, che invidiai al Re quando venne in visita in questa città; molti libri che mi avrebbero permesso di superare in sapere tutti i miei competitori all’Università, e molti volumi che la censura aveva proibito, e le cui vietate audacie sognavo segretamente di poter conoscere; un abituccio profumato, che un’attrice spogliò nel camerino, e che io non ebbi il coraggio di rubare; e tante, tante altre cose. Col denaro avuto in eredità, potei comprarmi tutte queste cose, o qualcosa che vi corrispondesse. Ma cominciai anche a desiderare cose diverse, ricercate e belle, che senza avere tutti quei soldi non avrei mai desiderato, e il cui gusto mi venne frequentando le modiste e gli antiquari. Così, per tenere tutte quelle cose, dovetti per forza ampliare la mia casa, abbattere muri, e usare lo spazio di altri due, tre, quattro, sei, dieci, cento appartamenti, finché la mia casa fu un palazzo pieno di tutte le cose più rare.

Questa è solo la prima stanza, in cui ci sono gli scarti e i rifiuti; nelle altre vi è un serraglio, con le fiere in libertà; e c’è una grande dispensa, che continuamente è rifornita di vassoj di dolci; e ci sono molte biblioteche, piene di libri ormai consunti e mezzi mangiati dalle tarme, antichi e moderni: c’è una sala in cui crescono le piante e scorre un fiume; c’è una sala in cui le stelle si scontrano, e fanno nascere i mondi, anche se sono incomparabilmente più piccoli di quelli veri. C’è una sala in cui si stampano periodici, e c’è una sala in cui si guardano con lenti speciali i mari e i cieli; c’è una sala interamente occupata dalle mie pipe, e una sala dove nessuno è mai entrato da tanti anni; ci sono sale abitate da persone diverse, che nemmeno io più conosco, e ci sono sale che non contengono nulla, oltre alle mura della sala stessa; ci sono sale in cui si recita la commedia e si fa musica, e sale in cui sono ospitati i moribondi, e molti sapienti ricercano cure miracolose; ci sono sale abitate da animali, sale abitate da uomini, sale abitate da esseri fantastici, dediti alle più strane occupazioni, e ai riti più incomprensibili; gli appartamenti che toccavano il piano terra sono stati ampliati a mia insaputa, e il pavimento è stato scavato: qualcuno è passato di lì e ha ricavato grotte lunghissime, per cui si può spuntare, dopo molti mesi di cammino, in paesi lontani, o in ricchissime miniere, o in grotte naturali, o passare in un’altra galleria; una sala è un labirinto che forse è abitato da qualche essere mostruoso, ma nessuno che sia andato a verificarlo è tornato a dirmelo. In una sala, il grano cresce sotto i raggi di un piccolo sole, e in una sala c’è un interminabile cimitero su cui regna una perpetua notte; una sala dà inizio ad una fuga di oscure stanze, in cui gli alchimisti cercano di moltiplicare l’oro e alcune donne malvage distillano filtri.

Ma tu non andrai nelle altre stanze, per ora: sei appena arrivata, e dovrai rimanere qui. Tutto quello che ti può occorrere lo troverai qui dentro: ci sono vestiti dappertutto, e c’è da mangiare in ogni angolo; ne portano tutti i giorni, vedi?

In quel momento, da una feritoja ricavata nell’angolo a sinistra della parete di fronte spuntò il visetto triste di una bambina, che mandò questo grido lamentoso:

— La colazione!

E cominciò a vuotare sacchi e sacchi di cibarie involtate in carte di differenti tipi; per quante bambine ci fossero in quella stanza, tutto quel cibo non era necessario.

—Non si riesce a consumare mai tutto, — disse infatti il Professore. — Ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera un’altra bambina viene dall’altra stanza e porta via il cibo che è marcito nel frattempo.

La piccola Argenide, già stanca, disse:

— Non si potrebbe portarne di meno?

E si sedette su un cumulo di cilindri per fonografo; appena si lasciò andare sul mucchio di ciarpame, questo si mosse sotto di lei, e una vocina soffocata disse:

— Uhi!

Immediatamente, Argenide si alzò da sedere, spaventata. Dal mucchio emerse una figurina tetra; una bambina coi capelli a caschetto tutti sconvolti, che la guardava con aria di rimprovero.

— Mi dispiace essermi seduta sopra di te, — disse, mortificata, Argenide.

— Non mi hai fatto male, — disse la bambina, aprendosi ad un sorriso. Le porse la mano: — Mi chiamo Galatea, — disse, — e sono tanto contenta di fare la tua conoscenza.

— Io mi chiamo Argenide, — disse la piccola Argenide, stringendole la mano, e sono tanto lieta di diventare tua amica.

Il Professore disse:

— Molto bene, ora che siete amiche, Argenide potrà trovare una sua mansione. — E se ne andò.

In quel momento passò accanto a Galatea e Argenide una bambina magrissima, molto ben vestita, con una bella gonnella gonfia e un lindo grembiulino. Aveva sulle spalle ossute un grande sacco aperto, pieno fino all’orlo di bambole di pezza. Canticchiava qualcosa tra sé, con gli occhi sbarrati nel vuoto.

— Buongiorno, cara Teano! — le disse Galatea, sorridendo.

Anche Argenide salutò.

Guardando in quegli occhi smarriti, Argenide non tardò a rendersi conto che la piccola portatrice di bambole era pazza.

Questa, dopo averle guardate per un attimo, lasciò giù il sacco, si mise al centro dell’angolo vicino più sgombro che ci fosse e fece un inchino. Stringeva una bambola.

Improvvisamente, la bambina all’organo smise di suonare una complicata fuga, e dopo un attimo di silenzio preludiò mestamente; era una melodia semplice e triste.

La piccola pazza cantò sull’aria:

Potrete, oh dio, deludere,

Amiche mie leggiadre,

Mai la Teano amabile,

Che perse un dì la madre,

Che ovunque avesse a volgersi

Non trovò mai pietà?

 

Ah, mie sorelle, ditele

Dov’è la cara madre,

La madre ridonatele,

E tra le eteree squadre,

Per voi un dì all’Empireo

La grazia impetrerà.

 

Volete più nascondermi,

E come, ahimè, la madre?

La madre mia rendetemi,

Perverse, impure, ladre,

La madre ormai rendetemi

La madre, per pietà.

Finito il canto, riprese il suo sacco e se ne andò, procedendo faticosamente tra i mucchj di ciarpame.

Argenide chiese:

— Ma chi è? Che cosa fa?

— È l’addetta alla raccolta delle bambole di pezza. I genitori la credevano cattiva, perché rubava le bambole dovunque le trovasse, dicendo tutte le volte che aveva trovato sua madre. Ora crede di averla trovata nella bambolina che stringe sempre al petto, e che si chiama Elmirena, ma se lo dimentica sempre, e continua a cercare. Ormai starà sempre qui.

Argenide chiese:

— Ma io di preciso che cosa devo fare?

La piccola Galatea le disse:

— Ognuna di noi ha un suo incarico, che per regola di questa casa deve essere nojoso, pesante, deprimente e perfettamente inutile. Con tutto quello che c’è qui dentro, puoi trovare quello che vuoi. Ma mi raccomando: sembra sempre più triste di quello che veramente sei, altrimenti ti passeranno nelle altre stanze, e là è peggio. Qui si sta ancora benino, secondo me.

Argenide, emozionata, le disse:

— Allora sei stata in un’altra stanza, prima d’ora!

— Mai, — rispose Galatea, — ma così dicono.

La cosa parve molto strana ad Argenide.

Più che altro non sapeva che cosa potesse fare.

— Vedo anche, — disse a Galatea, — che non solo noi, ma anche quelle grosse pantegane hanno il loro incarico.

— No, — disse Galatea, — non è così. La Regina delle Pantegane ha ritenuto di dare forma di vero e proprio incarico alle sue normali mansioni per non sfigurare di fronte a delle bambine come noi, alcune delle quali non sono nemmeno aristocratiche. Ma nessun animale, qui dentro, ha un vero e proprio incarico.

Argenide guardò la Regina delle Pantegane aggirarsi sussiegosa tra gli scaffali, sbocconcellando pagine antiche con un’espressione, dipinta sul muso lungo, che ispirava proprio scarsa simpatia.

— Non saprei, — disse incerta Argenide. — Trovo che la Regina delle Pantegane abbia un’aria talmente sicura di sé che non oso avvicinarmi a quegli scaffali.

La piccola Galatea fece tanto d’occhj.

— Vuoi occuparti dei romanzi? — chiese. — Quella sezione è stata evitata come la peste da noi tutte, ed è veramente interminabile. C’è una cosa, infatti, che non ti ho ancora detto: ogni incarico deve essere svolto fino alla fine. Per esempio, io devo raccogliere e inventariare tutti i cilindri per fonografo: sono tantissimi, ma prima o dopo finiranno. Invece, i romanzi sono infiniti. Ogni mattina portano i romanzi più brutti su due grandi scaffalature. Sono costretti a bruciare tutto nel camino nascondendolo dentro gli stracci: vedi la bambina accanto alla vetraia, nel caminetto?

— La vedo, — disse Argenide.

— Si chiama Leonarda, — disse Galatea, — ed è lei che brucia la gran parte dei romanzi nei caminetti. Infatti, è impossibile inventariarli.

La cosa dispiacque un po’ ad Argenide, che non avrebbe voluto che tante storie fossero distrutte solo perché vacue e un po’ stupide.

— Alla fine dei conti, — disse a Galatea, — in teoria io potrei benissimo assumermi l’incarico dell’inventario dei romanzi.

— Certo, — disse Galatea, — per potere potresti anche. Ma io te lo sconsiglio vivamente. Anche per via della Regina delle Pantegane: ha un carattere insopportabile: è ignorante e vanagloriosa, e discetta di tutti i testi che mangia, ma non sa lèggere.

— Cercherò di non permetterle di rendermi la vita difficile.

— E attenzione, — aggiunse la piccola Galatea:— i romanzi devono essere inventariati, non letti. Se ti fermi a leggere, non avrai mai tempo di finire, se mai finirai.

Argenide si accostò agli scaffali. La Regina delle Pantegane la guardò con indescrivibile disprezzo.

— Chi abbiamo qui? — chiese. — Un’altra di quelle piccole straccione?

Argenide decise di non farsi disarmare così di primo acchito.

— Sì, Maestà, — disse. — Io, se così Le piace, sono la nuova addetta all’inventario dei romanzi.

La Regina delle Pantegane fece tanto d’occhi. Quindi scoppiò a ridere; per imitazione, risero pure le altre pantegane. Ma ad un secco cenno della Regina smisero.

— Fammi capire bene, piccola peccatrice, — disse la Regina delle Pantegane, fissandola con gli occhietti maligni. — E tu ti saresti sobbarcata quest’incarico di tua volontà? Sii sincera per una volta in vita tua, sacconcello di corruzione: che cos’hai fatto, veramente?

Alla piccola Argenide vennero le lacrime agli occhi.

— Non ho riordinato la stanza per tempo, — disse piano, — e la Mamma mi ha punita mandandomi qui dal Professore.

— Non ci credo, — disse la Regina delle Pantegane. — Ma è il tuo primo giorno qui, e potrebbe essere anche che tu non sappia bene quello a cui vai incontro. Ma non so ancora se il tuo modo di fare sia ispirato da una scarsa fiducia nei confronti degli altrui consiglj (perché certamente avranno tentato di dissuaderti) o da una volontà di punirti oltre il male fatto che, veramente, ti farebbe troppo onore.

Argenide pensò: Non è così vana come diceva Galatea. Forse le cose non sono come dicono tutti.

— Fa pure come se noi non ci fossimo, — disse la Regina delle Pantegane; e ad Argenide parve che fosse anche molto accomodante.

Incuriosita, guardò il titolo del libro che la Regina delle Pantegane aveva in mano in quel momento.

Era un grosso volume, di formato doppio rispetto i soliti, che recava sul frontespizio una severa immagine, che raffigurava una ninfa nell’atto di uscire da una grotta. L’espressione del suo viso era straordinariamente radiosa, come se fosse stata liberata da una lunga prigionia. Era coperta solo da una veste lacera, ma candida, e si portava la mano al cuore in gesto di melodrammatica passione; i grandi occhj chiari erano volti al cielo (il sole spuntava allora in mezzo ai cirri scuri, proiettando ponti di luce sulla campagna fertile, lontana dal triste acquitrino su cui dava l’imbocco della grotta), e in essi era dipinta ancora la disperazione della prigionia mista alla speranza della liberazione e alla gioja della libertà; ad accoglierla, su un’enorme foglia di ninfea, dalla cui corolla spuntava un grazioso donnino le cui gambe erano i pistilli, era inginocchiato un satiretto giovane, di straordinaria bellezza, con l’aristocratica barbetta nera a punta, e i sottili baffetti del primo pelo. Sembrava tendere le orecchiette appuntite verso l’immagine abbacinante che sorgeva dalla grotta; e gli occhi obliqui e grandi, lucidi di pianto, erano tutti un anelito verso la bella figura. Su altre grosse foglie, le ninfe delle ninfee alzavano le minuscole mani al cielo per l’avvenuta liberazione. Argenide disse:

— Che bella immagine.

La Regina delle Pantegane rimase un po’ perplessa.

— Se vuoi tenerla, — disse, e fece per strapparla, guardandosi intorno, — te la do, ma nascondila bene: quando sarai liberata non dovrai farti cogliere con nulla indosso.

— Oh, no, Maestà!— disse Argenide. — Non la strappi! Vorrei leggere tutto il volume. Infatti, non credo di essere mai liberata, perché mia Madre è troppo severa e maldisposta nei miei confronti, e in più perché quest’incarico non avrà mai fine, per quanto me ne dicono.

La Regina delle Pantegane rimase con la zampa a mezz’aria.

— È veramente assurdo, — disse, poi, con espressione di grande riprovazione. — Voi non vi siete macchiata di qualche colpa, straccioncella mia, voi non avete nozione del peccato; che è diverso, e assai più grave.

Sospirò con aria saputa. Argenide capì che potesse apparire veramente insopportabile, poiché era vanissima. Poi disse:

— Qui non sono conservate le sane scritture di quei gran Maestri, di soda e sterminata dottrina, che hanno ornato le lettere dei loro Paesi con fantasie misurate e istruttive, e con memorie storiche rese piacevoli per il vantaggio dei popoli ignoranti: questi sono romanzi, provenienti dalle epoche più vane e oscure, in cui gli uomini si dilettavano delle stravaganze più scipite, e dei sentimentalismi più dozzinali; epoche in cui non erano desiderati, certo, i parti mostruosi delle fantasie più febbrili, ma nemmeno i ragionatìvi raccontari delle epoche più felici. Sono sterili vaneggiamenti, vagheggiamenti impalpabili della mente e piccole fantasie ingigantite nelle proporzioni ma non nel pensiero…

La Regina delle Pantegane andò avanti per un bel po’ a spiegare. Citò numerosissimi titoli, segno che non era affatto analfabeta come diceva la piccola Galatea, che probabilmente riferiva quello che lei stessa aveva udito; e disse date, nomi, accompagnando ogni nozione prodotta con qualche espressione raffinatamente disgustata. Si dispose ad ascoltarla meglio, seduta su una pila di volumi («Astrea reduce»); ma accanto a quella pila ce n’era un’altra, e vi appoggiò la testa. La Regina delle Pantegane non si accorse nemmeno del fatto che s’era messa comoda, tanto era infervorata nella sua orazione; e Argenide, al suono cullante delle molte parole che non capiva, si addormentò beatamente.

Si svegliò chissà quanto più tardi. Il Professore era davanti a lei, e le dava le spalle. Parlava con la Regina delle Pantegane. Avevano non si sapeva bene quale bega; la Regina delle Pantegane, tremante di sdegno, diceva:

— Caro Professore, vi ricordo che non sono al vostro servizio, e che non ho mai bussato a nessuna porta, io!

— Per forza! — disse il Professore. — Entra direttamente dal tubo dello scarico!

— Esattamente! — disse, aspra, la Regina delle Pantegane. — Ma soprattutto non detto legge in casa altrui, esattamente come nessuno detta legge a me, anche se mi trovo in casa altrui!

— Beata lei, Maestà, — disse amaramente il Professore, — io sono in casa mia, e mi sento dettar legge da chiunque… In ogni caso, — soggiunse, con un tono più deciso: — le chiedo per l’ultima volta di non distrarmi le bambine. Sono qui per uno scopo preciso.

— Anche noi! — protestò la Regina delle Pantegane.

— Ma è assurdo! — gridò il Professore, ormai completamente imbestialito. — Non si accorge che il suo modo di fare non ha nessun senso? Data l’abbondanza delle scorte di romanzi, le ho concesso di rimanere, e fare il comodo suo, ma adesso ho un’inventariatrice. O meglio, avrei un’inventariatrice, se lei non me l’avesse addormentata.

— A parte le responsabilità che così pateticamente mi attribuisce — notò acidamente la Regina delle Pantegane, — a me non sembra affatto che la sua inventariatrice stia dormendo: sta anzi ascoltando con grande attenzione.

Il Professore si voltò, vide che era vero, e l’aiutò a scendere dall’«Astrea Reduce».

— Ma cara, — le disse, bonariamente, — ma non ti accorgi dell’incarico che ti sei presa? È una cosa enorme, non potrai mai farcela. Quanto tempo vuoi metterci, prima di uscire di qua?

La piccola Argenide rispose:

— Non so. Ho visto tutti questi romanzi, e vorrei che fossero conservati. Ho saputo che in minima parte servono al vettovagliamento di Sua Maestà e dei suoi sudditi…

— È il nostro frais de bibliothèque, infatti.

— … E per il resto finiscono distrutti. Mi dispiace, perché in fondo nessuno li ha letti.

— Ma piccina, — disse spazientendosi la Regina delle Pantegane, — vi ho già detto che questa roba è un cumulo di schifezze, che nemmeno i miei sudditi leggerebbero!

— Sono scarti, — spiegò il Professore. — Ed è molto meglio che non ti faccia distrarre, piccola mia. Ricordo che li presi ad un antiquario: vantava di avere tutti romanzi stampati tra il 1590 e il 1790. Non ho ancora finito di riceverli. In più, si assomigliano tutti.

Argenide non era del tutto convinta, di questo; ma era sicura di rimanere al suo posto di inventariatrice dei romanzi. Dal momento che il suo incarico sembrava infinito, e che non aveva la minima intenzione di andar via tanto presto da casa del Professore, decise di prendersela comoda.

Un giorno, il Professore la colse mentre leggeva, a gambe incrociate, «La Masada insorta, distrutta e trionfante» di Giovanni Domenico Stroppia. Era arrivata proprio al punto in cui il Maestro rivolge una bellissima orazione al popolo della città, incitandolo a suicidare in massa per non vivere soggetto al Romano infedele, quando il Professore, vedendola, gridò:

— Ma signorinella! Dove credi di essere?

Argenide sollevò il capo e disse:

— Mi scusi, Professore, ma mi ero un attimo distratta.

— Ah, figliola mia, — disse il Professore, sconsolato, — ne va solo della tua libertà, ricordatelo. Ma tieni a mente che il tuo ostinato comportamento mi indurrà a rivolgermi ai tuoi genitori.

Spero proprio di no, pensò Argenide, ma non lo disse. La Mamma le era parsa tanto dura, e il Papà così indifferente, quando l’avevano buttata fuori casa, che dubitava, ormai, di volerci tornare tanto presto. In fondo, lì c’era tutto il disordine che voleva, e poteva leggere tutto il santo giorno senza nemmeno alzarsi un momento. La Regina delle Pantegane aveva cominciato a guardarla un po’ dubbiosamente. Ogni tanto, però, la piccola Argenide le leggeva ampi brani dei romanzi, e c’era anche il caso che Galatea interrompesse la raccolta dei cilindri per fonografo, Amalberga quella dei calzini e Rosaura quella dei sigari spuntati per rimanerla ad ascoltare. La piccola vetraia, poverina, era talmente disperata! Dato che non aveva fretta, Argenide le portava spesso dell’acqua ghiacciata, e la povera Esperetusa, che era anche molto grassa, era tutta gratitudine nel modo di guardarla, e tornava a soffiare il vetro con più energia di prima. Una volta, però, le uscì un paralume fatto a barchetta. Chiedeva scusa non si sa a chi, a sé stessa o alle altre, e si affrettò a ributtarla nel crogiolo. Ma le sembrava di aver fatto un errore imperdonabile. Argenide credette di vedere nello sguardo delle altre, per tutta la serata, dopo l’incidente, un muto rimprovero.

Un giorno ebbe il piacere di trovare un romanzo intitolato col suo nome, Argenide, proprio, di un certo signor Barclajo, e si diede a sfogliarne le pagine con grande diletto. Un giorno, mentre leggeva La Rosalinda, e in particolare il passo sulla morte di Flerida, si accorse di essersi fatta stranamente attenta alla musica che la piccola Polissena, la bambina addetta all’esecuzione di tutta la musica accademica, suonava sull’organo a muro; e si accorse che la musica le conciliava stranamente i pensieri, facendole da sfondo alle vicende immaginate, sicché sembrava che Edemondo e Rosalinda, Flerida e tutti gli altri agissero come su una scena, e si mostrassero con fattezze vere.

Da allora prese l’abitudine di ascoltare con mezz’orecchio quello che Polissena suonava, anche se ogni tanto non era propriamente intonato a quello che leggeva, e la cosa cominciò a farla pensare. Perché infatti si trovava, ogni tanto, a riconoscere in un brano qualcosa che si sarebbe perfettamente intonato a qualcosa di letto tre o quattro settimane prima; e si accorse, in più, che ricordava più vividamente le immagini che la lettura le aveva suscitato nell’animo, se la musica che Polissena stava suonando in quel momento era intonata alla situazione descritta nel romanzo.

Un giorno sentì una musica decisamente poco intonata: era una marcia trionfale, talmente fracassona e gonfia da farla trasalire ai primi accordi, e da distrarla dalla lettura e dal lento inventario (perché in effetti inventariava, anche se con una lentezza eccessiva).

Decise di accostarsi alla piccola Polissena, e di attaccare conversazione con lei; era sempre sola, e nessuno andava, di norma, a parlarle, se non altro per non disturbarla; dormiva su un mucchio di fogli da musica, ma mai più di due ore e mezzo, dalla mezzanotte alle due e mezzo del mattino, quando attaccava il Preludio del Mattino, composizione del M° Camillo Andegari per il IX Cavalpesanti di Mendrisio, una vera schifezza. A quel punto tutte le bambine si svegliavano; la piccola Polissena fungeva, in effetti, da sveglia per tutte le altre.

Non era particolarmente amata, anche perché in genere dormiva pochissimo.

Appena Argenide si avvicinò, Polissena, senza staccare le dita dalla tastiera, si voltò a metà col capo, e squadrandola da cima in fondo con gli occhj socchiusi disse:

— Mi sembri troppo giuliva, tu.

— Forse, — disse Argenide, alzando le spalle.

Le due bambine si presentarono.

— Sono qui da quasi un anno, — disse Polissena, —e non ho mai visto una bambina dall’aria più felice di te. Tu qui sei in punizione, ricordatelo.

— Capisco,— disse Argenide, — ma non mi trovo tanto male.

— Finirai per rimanerci sempre, allora. Cerca di avere l’aria un pochino più patita. Nemmeno a me, sai, — disse Polissena, che era una bambina un po’ malvagia, con uno sfavillio strano degli occhi — fa tutto così ribrezzo, quello che suono. Ci sono cose di cui mi ricorderò bene quando sarò fuori di qui, e che metterò nei programmi dei miei concerti.

Argenide le chiese:

— Ma tu perché sei qui?

— Mi annojava il solfeggio, — disse Polissena, alzando le spalle e storcendo un pochino la faccia. — Mi hanno detto che sarei dovuta rimanere qui e dedicarmi all’incarico più nojoso. Ho scelto di eseguire solo musica brutta e nojosa; è quello che faccio, ma devo dire che non tutta mi sembra così.

Argenide disse:

— Molti dei romanzi che ho deciso di inventariare, invece, sono molto belli, — ma mentiva, perché le piacevano tutti.

— Capisco, — disse Polissena. — E devo dire che se non avessi in animo, ormai, di diventare una famosissima concertista, e di essere osannata dalle folle, mi piacerebbe rimanere sempre qui, perché i miei genitori non mi sembrano troppo affettuosi.

— Nemmeno i miei! — disse Argenide. — È una cosa strana, ma li avrei preferiti diversi da come sono.

— Non tutto il male vien per nuocere, — sentenziò Polissena, — e anche se dovessi rimanere sempre qui dentro, so che più in là ci sono anche stanze dove si respira l’aria fresca, e si può uscire all’aperto, e non si mangiano sempre questi dolciumi indigesti. Vorrei che il Professore, a quindici anni, avesse desiderato solo insalate verdi e minestroni.

Polissena le parve simpatica.

— Senti, — le disse. — Ma che cosa c’impedisce di uscire, se vogliamo, o di passare ad un’altra stanza?

— Quelle due là, — disse inspiegabilmente Polissena, con una smorfia impaurita, accennando a dietro la tenda che celava il vestibolo.

Argenide non capì:

— Ma quando sono venuta io non c’era nessuno, oltre a me e al Professore.

— La prima volta che si viene qui, quelle due stanno nascoste dietro la pianta dalle foglie larghe, perché sperano che, una volta dentro, qualcuno tenti di uscire, e così lo possono uccidere.

Argenide rabbrividì:

— Ma come?

Polissena annuì.

— Vieni con me, — disse, smontando dallo sgabellino. — Te le faccio vedere.

Andarono verso la tenda.

— Ma chi sono? — chiese Argenide, impaurita. — Che fanno?

— Ssss! — la zittì Polissena. — Non farti sentire…

Afferrò un cordone che pendeva da una parte, e lo tirò di scatto. Il vestibolo apparve, illuminato da una luce intensa; in mezzo, c’erano due creature delle più strane che Argenide avesse visto: erano due bambine, ma di un pallore innaturale, cogli occhi cerchiati per una perenne veglia, e pieni di follia. Bello è che una delle due montava sulle spalle dell’altra, sicché in due facevano una persona più alta del Professore. Scoprivano i denti bianchi in un sorriso senza felicità, ed entrambe avevano un coltellaccio nella destra.

— Oh dio, — sussurrò Argenide, — ma chi sono?

Le due bambine dissero in coro:

Noi siamo morte, — e non ci siamo accorte:

Noi aspettiamo, — e intanto qui restiamo.

Alla tua sorte — vieni, se sei forte.

Quella che portava l’altra sulle spalle disse ad Argenide, facendole cenno:

Guarda s’è bello — questo mio coltello!

E l’altra:

Io ti sorrido, — vieni che t’uccido!

Per un motivo o per l’altro, né Argenide né Polissena ritennero di rispondere all’invito; Polissena lasciò cadere la tenda.

I giorni passavano sempre uguali, sennonché adesso Argenide concertava con Polissena delle lunghe letture pubbliche dei romanzi, intervallati o accompagnati dai brani musicali più belli. Tutte le bambine si mettevano intorno all’organo a muro, verso sera, ed ascoltavano.

Il Professore passava in su e in giù, disperato:

— È la fine, — gridava, agitando furibondo il pugno contro Argenide, — tu non sai quanto sono cattivo! Io avvertirò i tuoi genitori! Ti farò tornare a casa tua!

Argenide lo pregava sempre:

— La prego, Professore, non lo faccia…

Il Professore si rabboniva sempre, ma un bel giorno prese Argenide in disparte e le disse:

— Bambina mia, — e aveva i lucciconi, — io vorrei tenervi sempre tutte qui: io so che non siete infelici come volete farmi credere, ma io ho una reputazione da difendere, e in più la Regina delle Pantegane s’è lamentata che ti tieni i bocconi migliori, e che per non farle mangiare certi libri su cui aveva già fatto un pensiero li nascondi in una cassa di metallo che hai sottratto a Corilla, addetta alla raccolta dei contenitori. È vero, questo?

Argenide fu costretta ad ammettere di sì.

— Cerca di capirmi, — le disse il Professore, — io non ho certo invitato né la Regina delle Pantegane né il Re dei Topi, che si occupano di disfarmi di un po’ di carta; ma hanno anche loro la loro utilità, e poi vedi bene che non sono padrone di casa mia, e che mi conviene tenere buoni rapporti con tutti. Il tuo inventario è un disastro, e non ti basteranno mille vite per leggere tutti i romanzi: vedi che quando sei arrivata c’erano solo due scaffalature, e adesso ce ne sono dieci… E poi mi distrai le altre, e le coinvolgi in spettacolini improvvisati: come faccio, coi vostri genitori? Io mi sto rovinando, e la roba, che è pagata e mi spetta, mi sta sopraffacendo. Io ho bisogno che voi bambine disfacciate il maggior numero di cose, non posso permettervi di allestire un teatro in casa mia. E devi pensare anche che ci sono le altre stanze, che tutto funziona a catena: tu inventari meno romanzi, e anche la tua famigerata amica Partenissa, addetta all’inventario delle opere sceniche, finisce col seguire il tuo esempio. Radegonda e Marfisa, addette allo smaltimento dei cibi avanzati e avariati, si distraggono, e buttano tutto in pasto ai maiali di Campaspe e ai conigli di Gernanda, che si moltiplicano, facendo moltiplicare così anche gli uomini e gli altri animali. Io come faccio? Se non riesco a fare ordine, finisco rovinato! E perderò la fiducia dei vostri genitori, che vi mandano così volentieri qui da me! Non c’è alternativa: devo farti ritornare a casa tua!

Argenide scoppiò in lacrime:

— No, Professore, non fatelo, vi prego!

Anche il Professore era commosso, ma scuoteva il capo, e si allontanò gemendo:

— È tutto troppo grande, è tutto troppo grande per me…

Quando, qualche giorno più tardi, il Professore le annunciò con qualche gravità che i suoi genitori erano venuti a prenderla, Argenide disse:

— Non ci vado.

Il Professore rimase di stucco:

— No?!

— No, — ribadì Argenide. — Che vengano a prendermi.

Il Professore alla fine riuscì a convincerla ad andare fino alla porta, nel vestibolo, a sentire quello che le dicevano i suoi genitori.

Mise le due bambine morte, che si lasciavano fare, dentro una cassa, e le fece cenno di avvicinarsi; dopodiché sparì dietro una porticina.

Argenide, riluttante, seguita da tutte le altre bambine, si avvicinò alla porta, e disse:

— Siete lì? Io vi ascolto.

Un po’ esitante si sentì la voce della Mamma:

— Tesoro, il Professore è lì con te?

— No, — rispose Argenide.

— Per fortuna, — disse Papà. — Ascolta: abbiamo riposto sconsideratamente la nostra fiducia in quell’uomo malvagio. Lui rovina le bambine, e fa loro cose che non posso riferirti.

— Non ti credo, — stabilì recisamente Argenide. — Perché dovrei tornare da voi?

— Ascolta, tesoro, — disse la Mamma, — lui talvolta mette il veleno nel cibo, e poi fa operazioni arcane, tramite le quali riesce a far vivere dopo la morte, ma si diventa cattivi, e si uccide tutto quello che si vede. È così che ha fatto morire le due bambine morte.

— Non è vero, — rispose con sicurezza Argenide. — Le due bambine sono morte di sincope duecento anni fa, e sono state richiamate in vita da una strega che conosco io, del piano di sotto. E in più non sono malvage. La loro è tutta una finta. E anche i coltelli hanno la lama di gomma.

Tutte le altre bambine ebbero un moto di stupore. Solimana, addetta alla potatura dell’erba cipollina, e Clorinda, addetta alla pastura delle mosche della frutta, si affrettarono a liberare le due povere disgraziate.

— In tutta franchezza, — disse Argenide, — non ho una grande voglia di tornare da voi. Perché dovrei farlo?

— Ascolta, — disse il Papà, — Polissena in realtà ha quarant’anni, ed è lì per tenerti d’occhio. È lei che ha detto a noi di venire a prenderti.

— In realtà lei è il Professore, — spiegò la Mamma, — si trasforma in bambina scarmigliata tutte le volte che vi controlla: infatti, se ci hai fatto caso, non hai mai visto insieme Polissena e il Professore.

— Tu menti! — gridò Argenide. — Non c’è una volta che abbia visto il Professore senza che Polissena fosse al suo posto a suonare quella musica insopportabile (ma talvolta sublime). Insomma, non vedo nessun motivo per cui dovrei tornare a casa; se voi lo vedete, ditemelo!

— Ascolta, — disse il Papà, — in realtà quella sera non eravamo noi, ma due fantocci animati dal Professore: o credi che saremmo stati così cattivi da mandarti qui dentro a soffrire?

— Dovevate per forza essere voi, — stabilì con decisione Argenide, — perché credevate di mandarmi in un postaccio; e dovete essere per forza voi anche adesso, perché avete sentito dal Professore che non soffro affatto e volete riavermi ai vostri ordini. Perché dovrei tornare con voi?

A quel punto la Mamma perse la pazienza:

— Perché è assurdo che tu rimanga in quella topaja infame a non fare un’ostia peggio di prima! Ecco perché! Adesso esci, esci da questo buco fetente!

E si mise a battere come una forsennata contro la porta. Argenide e le bambine indietreggiarono.

— Esci da lì! — gridava il Papà, battendo come un pazzo contro la porta. — Esci di qui, maledetta!

— Esci da lì, piccola lurida scrofetta! Esci, brutta schifosa!

Sembrava proprio che volessero abbattere la porta, che infatti sussultava nei cardini.

Le bambine si presero paura, e andarono a ripararsi dietro la tenda. I genitori di Argenide si sentirono battere per un bel po’ ancora, ma sempre meno. Poi non si sentì più nulla.

[16 VIII 2001].

LV. Altra cosa vecchia.

21 Set

LV. [Ha un incipit scontato, ma lo svolgimento mi era parso interessante. Insomma, anche questa è delle mie tre (se ben ricordo) preferite, o di quelle che credo meglio riuscite].

ZELINDA ALL’AGONE

A memoria d’uomo, al villaggio non s’era mai visto un portento come la piccola Zelinda. Oltre ad essere buona, brava e bella, aveva anche una spiccatissima disposizione ad improvvisare versi, e tutte le ragazze che si monacavano o prendevano marito la volevano alla cerimonia, e le davano così qualcosa, per cui si può dire che, proprio grazie alla piccola, la famiglia era una delle più benestanti del villaggio tutto. Naturalmente, la sua fama era volata anche nelle ville viciniori, ed era stata invitata a prodursi anche in diverse cerimonie di altri paesi. Non aveva niente di diverso dalle altre bambine della sua età, tranne forse il fatto che era molto malinconica, cosa non dovuta al carattere in sé, quanto più probabilmente all’esercizio della poesia, che porta alla consuetudine con idee più grandi del mondo, che c’inducono al pensiero della nostra pochezza e ci rendono taciturni e mesti.
Le circostanze austere erano quelle che più si addicevano a questa, che era la più giovane tra le discepole delle Muse, e che aveva votato al livido Saturno la giovanissima vita. Non improvvisava soltanto, ma, avendo imparato a leggere e scrivere per proprio conto (i genitori erano analfabeti), componeva orazioni funebri in versi, e canti di commiato. Alcuni signori avevano gradito certe sue odi panegiristiche, che parlavano delle loro famiglie, e spiegavano l’origine dei loro stemmi. La bella Zelinda narrò anche alcune battaglie e alcune vittorie in versi, e per quanto i signori non fossero direttamente elogiati, il fatto che il loro nome comparisse in componimenti così pieni di particolarità stupefacenti e di idee che nessuno sembrava poter cogliere, erano contenti, e davano pensioncine e donativi.
Alcuni importanti professori vennero ad ascoltarla, ma si misero contro l’autorità ultima della gente del villaggio, perché volevano che se ne andasse in città, e che smettesse d’improvvisare. Ma la piccola Zelinda non aveva detto né sì né no, e comunque era rimasta, e improvvisava sempre, ogni volta glielo chiedessero. Un Poeta di camera di un grande Imperatore lesse per caso le sue odi, e le scrisse per elogiarne la maestria, dicendo che erano cose grandi per una mente umana, grandissime per una mente femminile, eccelse per una contadinella, miracolose in una bambina di quell’età, e terminava con parole che solo i poeti, che tengono le nove Muse come nove chiavi con cui chiudono il cuore alle espressioni volgari, sanno comprendere; e si dice che la piccola Zelinda, com’era infatti vero, portasse sempre sul petto la lettera del grand’uomo, e che le parole di congedo l’avessero addirittura fatta piangere, lei, che era sì sempre triste, ma che per piangere non aveva pianto mai.
L’occasione più importante per tutti i poeti del circondario, che la amavano e la vezzeggiavano per la migliore e più cara di tutti loro, quasi fosse loro maestra, era la gara poetica che si teneva nel grande luco che si apriva nel più folto del bosco, alle pendici della montagna. In tutta la zona intorno si raccontavano storie bellissime, ma proprio da quel villaggio, chiamato Boscorotondo, venivano le più belle. Era tradizione che tutti i villani si radunassero per tre giorni, la vigilia del solstizio, il solstizio e il giorno dopo, intorno al fuoco, in tende e padiglioni, e che per tre giorni ascoltassero le recitazioni del nuovo poema, che era poi sempre un episodio della storia del gigante, che si diceva avesse dato origine alla montagna, venendo lì, dopo una serie di gesta, a dormire; e tanto aveva dormito che si era pietrificato. Naturalmente, si era anche risvegliato, qualche volta, e poi si era riaddormentato, perché da quella notte dei tempi ai giorni nostri c’è tanta infinità di tempo che le cose impossibili non solo sono potute succedere, ma hanno avuto anche modo di ripetersi.
Quell’anno, la piccola Zelinda fu ammessa all’agone; lo seppe nel modo particolare in cui si sapeva di essere ammessi, e che non ci è dato rivelare, anche perché non lo sappiamo: in qualche modo, sembra che fosse il dio stesso a far sapere chi dovesse partecipare; e chi doveva partecipare non poteva comunicarlo a nessuno. A lei sarebbe stato certamente affidato di cominciare le recitazioni col primo cantare, dopodiché sarebbero subentrati gli altri; questo, in onore della sua maestria e considerando anche la sua giovane età: appena si fosse presentata, sarebbe stato sicuramente così. I poeti che si avvicendavano erano sette, scelti tra i migliori tutti gli anni, non più e non meno. Ciascuno di loro recitava un cantare improvvisato al giorno, e i ventuno cantari che ne risultavano facevano il poema, che finiva scritto sullo stormire delle fronde, e inciso sulla neve.

Ogni anno era lo stesso. I poeti erano gli ultimi a lasciare il villaggio, che in occasione dell’agone si svuotava completamente. Però i villani lasciavano aperte le case, e accesi i lumi alla finestra, e il fuoco ardeva nel caminetto: lasciavano del cibo sulle tavole. Solo sette persone, i poeti all’agone, i Guardiani della Soglia per il momento, rimanevano al villaggio. A quel punto, si diceva, la tormenta si abbatteva sul villaggio, e spegneva tutti i lumi. Quando veniva il buio, i morti tornavano, e i Guardiani dovevano scendere nelle vie a tentare di riconoscere un proprio congiunto. Spesso non li riconoscevano, perché non li avevano mai visti, essendo morti troppo tempo prima. Di solito erano loro per primi che si presentavano, e mostravano un segno, o prendevano il Guardiano per la mano, e lo portavano alla propria tomba. Poi, a segni, o mostrando simboli da divinare, indicavano quale parte del ciclo dovessero trattare. Ogni Guardiano, quando aveva avuto il suo responso, aspettava che i morti tornassero nel mondo delle ombre e poi si radunavano ad un punto convenuto: era ad un crocicchio, dove c’era come erma una vecchissima lapide, trovata chissà quanto tempo prima, scritta in un linguaggio sconosciuto, che si diceva riportare la storia della fondazione della città. Era un punto come un altro, e Zelinda sapeva che era falsa perché uno dei professori di passaggio le aveva dimostrato come fosse la copia di una lapide greca che si trovava in un villaggio poco più a sud di quello, solo che il lapidario non sapeva il greco, e aveva interpretato fantasiosamente l’alfabeto. E anche la lapide originaria non diceva molto di interessante. Il professore le aveva detto che cercheremmo inutilmente di trovare scritte quelle verità fondamentali che cerchiamo, e la vera origine delle nazioni: infatti, quando le civiltà erano fondate, la gente era così felice che invece di parlare cantava, e non scriveva nulla di quello che succedeva, perché non aveva motivo di ricordare quella felicità che avrebbe provato anche l’indomani. Tutto quello che avevano fatto, come palpitassero i loro cuori, come fosse versatile il loro pensiero, come fossero agili le loro mani, noi non lo sapevamo; ma le musiche che tanto ci piacciono nei teatri tentavano di imitare la loro lingua cantante, che riproduceva nelle parole la danza universale degli elementi, dove tutto era amorevole connubio; e la poesia, coi suoi metri leggeri, voleva imitarne il pensiero volatile e immaginoso, che mette insieme tutte le cose, come tutte le cose sono comprese in un universo. Le disse che l’umanità era come una donna, che era stata una bambina, poi era diventata grande, aveva partorito molti figli, e adesso si era isterilita, e aspettava la morte ricordando il tempo felice; il nostro tempo, le aveva detto, è quello di ricordare, e nel ricordo tutte le cose, forse, ci appaiono più belle di quello che erano. Ma poiché facciamo tutti così, e l’umanità stessa ripensa all’Età dell’Oro, qualcosa di vero forse no, ma di giusto dev’esserci anche in questo ricordo falso.
La lapide era finta, dunque, ma i morti venivano eccome. Quando si faceva buio si vedeva bene come lasciavano la collina del cimitero, e venivano giù, avvolti nei sudari, o nelle vesti che avevano addosso da morti, e si guardavano intorno, camminando lenti e faticosi per le vie.
Quella sera sarebbe stata la prima in cui Zelinda sarebbe stata al villaggio ad aspettare l’arrivo dei morti. Le avevano detto molte cose, a questo proposito: cioè che il cielo si oscurava, e si sentiva nell’aria qualcosa di diverso; e che poi arrivava la tormenta, e sai vedevano le cime dei sempreverdi lontani scuotersi nel vento e in mezzo alla neve; che sarebbe arrivata notte molto presto, e ci sarebbe stato buio pesto, e i lupi avrebbero ululato, lontani, sulla montagna, per tacere quando i morti, in fila, avessero cominciato a sfilare tristemente fuori dal cimitero innevato, uscendo dalle tombe dimenticate e da quelle sparse di sassi e cartigli e augurali, spostando le lapidi, ed esalando in forma di fantasmi dalle urne socchiuse. Le avevano detto che non facevano rumore, e che si coprivano quasi tutto il volto disfatto, per non spaventare i vivi colle loro putredini. Che solo in quel giorno dell’anno tornavano per dare le antiche verità ai vivi, e permettere loro di farsi degni degli avi, altrimenti tornavano per fare del male, perché solo una vendetta in attesa di essere compiuta può strappare, altrimenti, i morti alla tomba. Ugualmente, si diceva, una loro visita, anche quella, aveva in sé del buono e del cattivo, e se ne sarebbe accorta.anche se nessuno osava darle dei consigli, perché sembrava diversa da tutti, e non si sapeva bene che cosa avrebbe pensato lei, in quelle circostanze.
Si mise ad aspettare, in casa, quale sarebbe stato il suo destino. Successe esattamente come le avevano detto. La giornata era stata gelida, ma il cielo era sgombro di nubi, e c’era stato sempre il sole. Invece, verso le cinque e mezzo, il cielo si oscurò improvvisamente. Zelinda stava disponendo le poche vivande per i morti sulla tavola, quando vide che la stanza del camino andava rapidamente oscurandosi. Andò alla finestra, vedendo il cielo tingersi di scuro.
Le nuvole giungevano da occidente, e si spandevano come l’inchiostro nell’acqua. Si vedeva già a grande distanza, quando ancora avevano coperto un solo angolo del cielo, che erano nerissime, e cariche di tempesta. La luce del giorno era già affievolita da qualche attimo, ma la cortina di nubi, procedendo velocemente per il cielo su tutte le valli della zona, stava cancellando ogni traccia di luce. Quando il fitto velo aveva ormai occupato il cielo fino allo zenit, si vedevano i turbini nevosi precipitarne, e come in un temporale estivo le nubi erano attraversate da lampi, ma di fiamma rossa e cupa. La cortina continuò a stendersi fino ad oscurare tutto il cielo, tutto intorno alla casa di Zelinda si fece buio pesto. La neve a grosse falde attecchì immediatamente sulla neve fresca di due giorni prima, e coperse le finestre. La luce del camino era tenue, e anche quella della lampada a olio sulla tavola. Le avevano detto di non avventurarsi, e di non fare domande, anche perché i morti non parlano, ma indicano i segni; e che non si mettesse in pericolo. Il vento fischiava furibondo, e faceva gemere tutte le travi, le commessure, e gl’impiantiti. Zelinda vide bene, attraverso la finestra, che il muro di neve era talmente fitto da non permetterle di uscire. Sapeva che sarebbero venuti non per farle male, ma per indicarle un segno, e per dirle con quello come quell’anno volevano essere cantati gli dei, perché ogni anno è diverso dagli altri, e tutti gli anni insieme fanno un grande anno di tanti e diversi giorni. Aspettò in casa; forse, si disse, qualcuno verrà a prendermi, o ad indicarmi quello che dovrò fare. Sperò solo che non l’avessero rifiutata come cantrice, perché questo avrebbe voluto dire che c’era un errore nei riti.
Finì di disporre le vivande sulla tavola, e si sedette, in attesa. Intanto che aspettava, per rincuorarsi un po’, prese la cetra, e cominciò a preludiare al canto, un po’ distrattamente.
E cantò:

Io me ne sto in un angolo, e aspetto il vostro arrivo;
Soltanto so che vivo,
E voi da molti secoli moriste, o qualche giorno,
E adesso, larve pallide, sorgete tutte intorno;
E, della morte a scorno,
Vagando in queste placide contrade consegnate
Ai vivi che vi temono le tacite ambasciate.
Morti, che mi portate?

Il vento spingeva con tutte le sue forze contro le pareti della casa, entrando in ogni pertugiotto . Zelinda aveva chiuso tutte le imposte, ma sperava che il vento non fosse così forte da sfondarle, o da scoperchiare la casa. Sentiva il rombo del turbine tutto intorno, e sapeva che i cicloni possono essere così furibondi da portar via con sé tutto quello che incontrano sul loro cammino, quando si scatenano. Ma sapeva anche che quella notte era consacrata all’unione del mondo dei morti con quello dei vivi, e che così sarebbe stato per i tre giorni seguenti; anche se non era sempre facile scrutare nella mente del dio, e se i riti erano rimasti gli stessi dell’Età dell’Oro, l’umanità non era più la stessa, e gli dei potevano avere molti motivi di rabbia nei confronti degli uomini. Certe volte si era chiesta se perpetuando certi vecchi riti di propiziazione non si facesse peggio; era un modo per rendere grazie agli dei sempre ad un modo, o un modo per credersi sempre gli stessi uomini, tali quali gli dei li avevano creati? Allora, il dio non avrebbe avuto piacere che gli uomini facessero sempre ad un modo, e che rifacessero ogni anno gli stessi riti, e cose sempre peggiori. Anche se, attraverso il rito, era possibile irritare il dio, ma non diminuirlo. Era il rito, ecco, che era diminuito dalla cattiveria degli uomini; è l’uomo che si allontana dal dio, non viceversa.
Il vento continuava a soffiare. Zelinda non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse passato. Sicuramente, era ormai tempo che facesse qualcosa per sollecitare il responso dei morti. Spense il lume ad olio perché il suo riflesso sul vetro non le disturbasse la già scarsa visuale, e spiò che cosa stesse succedendo nella via davanti a casa. Purtroppo non si vedeva assolutamente niente. Era troppo buio, e la neve faceva come una specie di fitto muro davanti allo sguardo.
Decise quasi di uscire, e tentare di vedere di persona che cosa stesse succedendo, perché i morti, in notti come quelle, si diceva, venissero a battere direttamente alla porta, e contro i vetri. Ti troveranno loro, le avevano detto. Tu stai lì e aspetta. Sì, ma nessuno arrivava. Si alzò da sedere, si legò la cetra al collo, e si avvolse in due mantelli. Aveva avuto l’impressione che da qualche istante la tormenta fosse andata appena appena calmandosi. Forse in breve sarebbe stato possibile uscire. Riaccese il lume, controllò le vivande, pane e formaggio e una brocca di vino, lasciati sul tavolo, e rattizzò la fiamma del caminetto. Fece per uscire, ma chissà perché si sentiva il cuore freddo. Credette di sapere che là fuori i morti non erano ancora passati, o che fossero passati giorni, nel frattempo (non si era anche addormentata un attimo, davanti al caminetto?), e che lei fosse mancata al momento giusto. Si guardò un attimo indietro; era tutto in ordine; fece per andare nel vestibolo, e già vi si dirigeva, quando si sentì uno schianto orribile, del tutto inaspettato. Era la porta.
In quel momento le sembrò di essere reinvestita da un cumulo di pensieri, quelli di poc’anzi, sui morti, e soprattutto relativi alla loro malvagità, su cui, ancora larve indistinte, un attimo prima aveva chiuso quietamente la finestra, mentre adesso li ritrovava adulti rientrare dalla porta; l’idea vaga e confusa di una ferocia insensata, di una voragine di mali e di oscurità, oltre ogni possibilità di comprensione, le si fece addosso in un solo istante, e si trovò scossa da un tremito. Il rito: il fatto che tanti altri prima di lei vi fossero passati le aveva fatto dimenticare di non poter sapere chi le si sarebbe appressato, con quali intenzioni, e chi sarebbe stato. La notte era trascorsa in sogni buoni, un po’ confusi, ma alla fine si trovava in un prato fiorito, e il sole splendeva, e… Non aveva trovato qualcosa, tra l’erba? In quale altro sogno aveva sognato qualcosa di simile? E come andava a finire?
Ci fu un altro schianto, più forte del precedente. Era qualcuno, che tentava di buttare giù la porta. Che cosa credevano di poterci trovare, lì dentro? Che cosa pensavano di fare? Zelinda non era sicura che fosse un morto. Sarebbe venuto da lei, l’avrebbe riconosciuta, avrebbe cercato di farsi capire, e l’avrebbe portata a divinare dai suoi segni come volevano essere cantati gli dei, quell’anno, per il solstizio d’inverno. Non aveva mai sentito nessuno riferire di un morto che, in quella notte, fosse venuto a vendicarsi, né di porte sfondate, né d’altro di violento o di inquietante. Non sapeva chi potesse essere, ma non era un morto. Un pensiero, chissà perché, che la venne a cogliere fu un ricordo, ma non era sicura di averlo sentito veramente dire, che per un certo periodo il solstizio d’inverno non era stato festeggiato; o che non era stato festeggiato in certi anni. Si ricordavano, è vero, i vecchi solstizi, e quello che era stato declamato, ma se ne ricordavano fino a cinque, sei anni prima. Una volta aveva sentito da un vecchio parlare di qualcosa di vent’anni fa, ma la moglie aveva mormorato: “Allora era diverso”, anche se non aveva spiegato in che senso fosse diverso; il vecchio aveva detto che per quanto si ricordasse era sempre stato così com’era. Forse si celebrava per più giorni, ma era un sospetto che aveva avuto Zelinda allora, non era sicura di averlo capito da qualcosa di detto da altri. Che per qualche anno non si fosse celebrato non le sembrava possibile. Non c’era nessun motivo di pensare una cosa del genere: il filo che lega gli uomini al dio doveva essere ininterrotto: altrimenti, com’erano tornati, di punto in bianco, a farsi carico di celebrare i riti? Una volta interrotti, chi li aveva indotti a riprenderli? Forse per la nostalgia di quel tempo in cui non era stato commesso niente di male. Ma non avrebbe saputo dire.
Ed ecco un terzo schianto. Zelinda indietreggiò verso l’interno della casa, e batté inavvertitamente con lo stipite della porta d’ingresso della sala del caminetto. Si riscosse improvvisamente, e si rese conto che se l’intruso non era chi aspettava, e in più, dai suoi modi, sembrava malintenzionato, era il momento di scappare. Tantopiù che la porta aveva ceduto, era stata sfondata da qualcuno con una forza non comune, e adesso, tramite la fessura che si era prodotta, spuntava il lembo di un mantello nero. Zelinda si sentì improvvisamente le gambe molli. Credette veramente che non sarebbe potuta scappare. Ma si volse, e cercò di uscire dall’altro uscio, mentre uno schianto più forte dell’altro faceva crollare definitivamente la porta a terra. Chi era? Zelinda si sentiva confusa. Stringeva la cetra al petto. C’era un altro uscio, sul lato opposto della stanza; lo infilò, tentando di camminare velocemente, perché correre non poteva. Era come se l’avessero colpita al cuore e lei non avesse sentito il dolore. Non riusciva a muoversi velocemente come avrebbe voluto. Andò avanti, con tutte le membra contratte; entrò nelle cucine, e uscì, aprendola faticosamente, dalla porta del retro.

Una ventata gelida, carica di neve, le sbatté sul viso. Faceva troppo freddo per andare da qualunque parte. Si sentì debole: chiunque fosse l’intruso, doveva avere una tempra eccezionale. Il gelo le aveva mozzato il respiro. Ma che cos’era successo, di preciso? Le ombre stesse delle case disabitate che si ergevano tra l’ombra del piccolo borgo sembravano sopraffarla. Sperò di non perdere i sensi. Perché aveva aspettato tanto a scappare? Prese a camminare, barcollando per l’improvvisa debolezza e per le raffiche del vento, in una direzione qualunque. Si guardò intorno. E dicevano che il borgo si riempiva dei morti, e che alcuni recassero i lumini delle tombe, e che li si vedesse camminare ma non li si sentisse! La piazza principale del borgo era lì ad un passo, in fondo alla via, a sinistra. Vi andò. Era la direzione opposta a quella del bosco sacro. Sentì dei tonfi; si volse, atterrita: era casa sua. Volse nuovamente le spalle e prese a correre, o tentare di correre, perché le gambe non le ubbidivano. Si trovò, finalmente, in mezzo alla piazza. Il vento e la neve invadevano lo spiazzo mulinando furiosamente. La piazza era deserta, del tutto. Non si vedeva nessuno. Zelinda percepì fortemente che quella non era la notte dei morti. Ripensò al breve sonno davanti al caminetto, e si disse che non poteva essere stato quello a farle perdere la conta dei giorni, e in più si sarebbe trovata intorno i genitori, i suoi fratelli, le sue sorelle. Le avevano detto che proprio quella era la notte dei morti, ma nessuno le aveva detto che i morti non sarebbero venuti. Non gliel’avevano detto, ma non solo: le avevano detto che sarebbero venuti, avvolti nei loro sudari e nei loro poveri panni. Ma non sarebbero mai venuti.
Zelinda, dopo un attimo di incertezza, anche per il timore di poter essere inseguita dall’intruso fu costretta a una rapida decisione, e si diresse, come poteva, verso la collina dov’era situato il cimitero.
Con sé non aveva nessun lume. La collina però era spoglia e brulla, come si conveniva al regno della sterilità e della morte, e non avrebbe dovuto attraversare nessun folto d’alberi che le togliesse la scarsa visuale. Una debole luminescenza, da qualche parte, doveva pur venirle, e avrebbe trovato, un po’ a tentoni, un po’ a memoria, la via del cimitero. Non sapeva che cosa vi avrebbe trovato, ma in qualche modo sapeva già che avrebbe trovato tutte le tombe sommerse dalla neve, e i sigilli e le lapidi intatte. Se i morti erano mai usciti da lì, era stato tanto, tanto tempo prima.
Il tragitto fu faticoso, e alle fatiche si aggiunsero diversi pericoli. Nonostante la sua fiducia che qualche luminosità l’avrebbe soccorsa, venendo verso il cimitero, già salendo l’erta aveva visto che la tormenta era talmente fitta da non permettere al remoto balenio dei lumi funebri di guidarla; non si vedeva nulla. Sentiva passare non molto discosto da lei i lupi, ma non li temeva. Sapeva che non l’avrebbero aggredita. Ad un certo punto, mentre saliva, sentì delle voci parlottare, ma era facile, coi sensi acuiti dal suo stato febbrile, confondere il fischio del vento con un suono di lamenti, o con grida lontane. Ma al suono del vento si era ormai assuefatta, per questo il suono di un parlottio insistente, abbastanza vicino a lei, aveva subito attirato la sua attenzione. Non sapeva chi fosse, e ugualmente andò nella direzione delle voci gridando, per farsi sentire nella bufera:
— Cari morti! Siete voi?
Ma qualcuno che doveva essere di quelli che parlottavano scoppiò a ridere, con una risata chioccia e malvagia. Zelinda, terrorizzata, scappò via, inerpicandosi sul fianco della collina nuda e innevata.
Arrivò sulla cima mezza morta di stanchezza, chiedendosi chi fosse stato a parlare e ridere accanto a lei nella tempesta. Non sapeva, non capiva più nulla. Ma alla fine era arrivata sulla cima della collina. Ricordava solo a sprazzi il percorso fatto. Infatti, durante la salita, prima di fare quello strano incontro, aveva avuto numerosi momenti in cui la sua mente andava via, assopendosi. Forse era solo stanca e bisognosa di sonno: era tanto che non dormiva, e le veglie del solstizio erano sempre state pesanti, da quando aveva ricordi.
Guardò in alto. Ai suoi occhi, finalmente, qualcosa si presentava. Aveva il viso dolorante e gonfio per la neve ghiacciata che le aveva sferzato il viso per tutto il percorso da casa fino a lì; vedeva il cimitero, in cui le tombe erano disposte come una specie di teatro, racchiuse in un emiciclo debolmente illuminato dai lumini funebri posti davanti ai loculi. I cancelli del cimitero, secondo il rito, erano spalancati, e chiunque passasse di lì, sempreché fosse tanto avventato da spingersi fin lassù in una notte come quella, poteva entrarvi.
Le cappelle erano sagome oscure contro lo sfondo fiocamente illuminato; i monumenti funebri si confondevano nell’oscurità. Non sapeva che cosa fare. E gli altri sei rapsodi, che dovevano essere al solstizio d’inverno, quella sera, che fine avevano fatto? Si erano già radunati da qualche parte, guidati dalle ombre gentili dei morti silenziosi? O avevano semplicemente finto? O pensavano tutti a qualcosa di diverso da quello che era il senso letterale, e pensavano ai morti come a una specie di voci interiori, che li guidavano? Molti interpretavano i riti in questo modo. Le cose non succedevano realmente; erano echi di un passato in cui, si diceva, gli uomini credevano di vedere quello che non c’era, perché avevano desideri che erano come allucinazioni di fumi venefici. Molti altri dicevano che tutto dipendeva dalla corruzione del senso letterale delle antiche storie, e che alcune parole interpretate male, o delle pitture semicancellate avevano dato origine ad aneddoti bizzarri, per cui il vero storico si era perduto, e ne era rimasta una parvenza sconciata e deforme, che in tempi antichi si erano trasmessi come verità.
Il cimitero era nell’ombra.
Zelinda rimase a guardare il grande emiciclo, senza decidersi ad entrare, finché si sentì intirizzire i piedi. Mosse qualche passo verso l’ingresso, poi, più risolutamente, entrò.
Proprio mentre girava tra le tombe, immobili, sepolte sotto cumuli di neve, vide confusamente che qualcuno entrava dal cancello. Erano due uomini avvolti in cappe spesse, che parlavano tra loro. Avevano qualcosa di lugubre. Zelinda uscì dalla loro visuale, ma voleva ascoltare i loro discorsi. Erano le prime persone che vedeva, anche se non le prime di cui percepiva la presenza: quelle voci, quella risata, erano forse le loro? I due uomini si erano fermati poco oltre l’ingresso. Zelinda si avvicinò a loro, tornando sui suoi passi, ma passando dietro le cappelle che stavano sulla destra. Riuscì ad avvicinarsi loro abbastanza da sentirne, di tanto in tanto, le parole. Ma avevano i visi coperti dal lembo delle cappe scure, e non poteva riconoscerli. La risata non sembrava la loro, ma chi avrebbe potuto dire con sicurezza?
Le parvero due dei sette poeti scelti. Ma le parve di non averli mai visti. Seppe da quello che uno dei due diceva all’altro che era lì di solito, che i poeti chiamati all’agone si radunavano. Si chiese se dovesse, a quel punto, saltar fuori, ma qualcosa la trattenne, non avrebbe saputo dire che cosa. L’altro disse che l’argomento era stato fornito dal primo poeta, ma che non l’aveva visto, e nemmeno lo conosceva, perché l’elezione era segreta. Zelinda, questo, lo sapeva: ogni poeta prescelto riceveva un preciso segno, che era segreto; era dovuto al dio, era certo che nessuna volontà umana c’entrasse in qualche modo: il poeta, se non fosse stata la volontà del dio, non avrebbe potuto cantare, alla celebrazione del solstizio. Quello che Zelinda non sapeva era che esistesse un primo poeta: non c’erano distinzioni tra i rapsodi, che lei sapesse; era il villaggio, che in onore di questo o di quello, dava la priorità a un poeta più valido degli altri, perché da qualche parte bisognava pur cominciare: ma il dio non sceglieva un primo poeta, e tutti e sette i rapsodi dovevano sapere che cos’avrebbero cantato prima di recarsi alle celebrazioni. Altre tre figure oscure vennero dentro il cimitero. Si erano trovati strada facendo. Erano altri tre poeti, pure vestiti di scuro, venuti ad unirsi agli altri in attesa di andare alla celebrazione. Non sapevano che fine avesse fatto il sesto, sentì dire Zelinda; e non avevano visto nessuno per via. Quando il sesto fosse arrivato, il settimo sarebbe saltato fuori. Forse era già lì che li aspettava. Ma anche il sesto arrivò, dopotutto. Si era perso nella tormenta. Si misero in circolo e si misero a parlare. Risuonò qualche risata. Zelinda non credette di riconoscere nessuna voce. C’era un giovane, un signore grasso (o così le parve di vedere), tre uomini di mezz’età, una donna giovane; aspettavano lei, evidentemente. Ma perché non poteva riconoscere nessuno di loro? Rapsodi, dagli altri paesi, non venivano; il villaggio era piccolo, e poeti se ne contavano quindici al massimo. Chi erano, questi? Da quando era stata spettatrice dell’agone, aveva sempre riconosciuto i poeti che si avvicendavano nella recitazione. Perché non riconosceva questi? Da dove venivano? Sicuramente il settimo poeta era lei, e questo lo sapeva, ed era pertanto primo poeta; ma come potevano immaginare che fosse primo poeta a recitare, se ancora non sapevano chi fosse? Loro, invece, si conoscevano già, non c’era stato nessun moto di sorpresa, quando si erano visti; ti aspettavamo, qualcuno aveva anche detto. Nessuno poteva dire su chi cadesse la scelta del dio. E non capiva come mai non sapessero l’argomento da verseggiare.

Rimase per un attimo in ascolto. La donna disse che a causa della bufera, ovviamente, avevano smantellato tutti i padiglioni, e avevano allestito un palco sotto un chiostro, nella piazza principale. Sotto un chiostro? Ma non era possibile! Tra breve la bufera sarebbe cessata, quando i morti… Già, ma i morti non erano venuti. Che cosa voleva dire? Che la bufera sarebbe durata per sempre? L’uomo grasso, che disgraziatamente parlava molto piano, ad un certo punto disse qualcosa a proposito dell’argomento. Disse che ne erano stati candidati alcuni: fece alcuni nomi di personaggi, ma Zelinda non li aveva mai sentiti nominare. Che storie erano?
La donna disse che sarebbe stato senz’altro qualcosa che Zelinda non capì. Fecero discorsi vani, a vuoto, poi si stancarono, e tacquero. L’uomo giovane, impaziente, interruppe il silenzio dicendo che era un’assurdità che dovessero aspettare tanto. Perché il primo poeta non saltava fuori? Si era perso, forse? O, sta a vedere, li stava già aspettando in paese. Già per rispettare il rito in tutto e per tutto erano venuti fin lassù a piedi… Uno dei tre signori di mezz’età disse di portare pazienza; e disse scherzosamente che dopo tanti anni che il rito non era stato più seguito, non faceva stupore che fosse un po’ arrugginito. Tanti anni? Zelinda ebbe un brivido. Quanti anni? Che cos’era successo? Chi aveva interrotto il rito? Si rifece silenzio. Uno dei signori di mezz’età, un altro, lo interruppe nuovamente; evidentemente aveva trovato un argomento per far passare un po’ il tempo a sé stesso e agli altri. E disse che secoli prima, in quella valle, soprattutto in quel villaggio, erano tradizionalmente raccontate storie molto antiche e molto strane, così diceva, soprattutto sull’origine della montagna. Ne era rimasta qualche vaga traccia. Il luogo si chiamava Boscorotondo, all’epoca, per via del fatto che il bosco cingeva come un cerchio perfetto la montagna; e della montagna si diceva che era un gigante pietrificato. Erano tutte leggende sorte intorno alla montagna e al gigante, quelle che gli antichi rapsodi cantavano. Nessuno aveva mai trovato una testimonianza scritta dell’intero ciclo, perché, come tutte le società rette da un sapere organico, diffidavano della scrittura, anche se alfabetizzati, favorendo l’esercizio della memoria come applicazione viva del pensiero, al riparo da ingerenze esterne. Raccontò quindi, confusamente e a grandi linee, la storia più famosa, che parlava delle prime imprese del gigante. Zelinda sapeva che quell’anno gli dei non avevano indicato quell’argomento. Il signore proseguì, raccontando una parte del ciclo, ma sbagliò. Eppure parlava con tanta sicurezza… Lo aveva letto su un libro, disse poi. Ma il libro sbagliava. Quel libro era stato scritto tanto tempo dopo che il rito non era stato più eseguito. Dov’era finita?
Senza parlare della difficoltà che aveva a comprendere certi termini, che non aveva mai sentito, per quanto avesse fatto i suoi studi. Sembravano persone venute da molto, molto lontano.
Il signore di mezz’età finì di raccontare, concludendo con qualche parola: ipotizzava come fosse strutturato il ciclo, e ripeteva cose che erano dette su quel libro, ma il libro aveva sbagliato un’altra volta. Ma non è così!, si sorprese ad esclamare. Il signore di mezz’età ammutolì, e anche gli altri tacquero. Ma chi è?, chiese qualcuno. L’avevano sentita. Credette giusto uscire, e dire chi fosse. Dopo un attimo di stupore, la donna ebbe un accesso irrefrenabile d’ilarità. Aveva la bocca rossa rossa, e gli occhi sottilmente sottolineati di scuro. Sembrava un po’ una bambola. Gli uomini le si fecero incontro. Sotto le cappe intravide vestiti che non aveva mai visto. Chi sei, veramente?, le chiesero. Disse chi era, e lo dimostrò dicendo quali parti del ciclo sapeva, e che sapeva esattamente su quale parte avrebbero dovuto improvvisare, quella sera. Rimasero stupiti. La donna era incredula, ma affascinata. Il giovane, agitandosi, disse che lui a certe cose ci credeva, che ripristinando il rito avevano evocato qualche morto. Ma io non sono morta!, obiettò Zelinda, con rabbia, sono viva, anche se non so dove sono capitata. Credevo di conoscere tutti i poeti del villaggio, e non vi conosco; credevo che i morti sarebbero scesi a valle a ispirarmi… Ma certo, disse l’uomo di mezz’età che aveva riportato le storie dal libro, così ogni cosa va al suo posto. Stia calmo, Alberto, disse la donna. Il giovane, però, ripeteva: Io ci credo, a certe cose. È morta, vi dico, non saremmo mai dovuti venire qui. Il signore grasso si fece avanti: Bambina, le disse, affabile, vuoi farci vedere il musino? Anche la donna si fece avanti. le tolsero il cappuccio, e le scopersero la gola. Ma successe una cosa strana: perché la donna ebbe un fremito d’orrore, e mormorò: dio mio, che cosa ti hanno fatto? E l’uomo rimase a bocca spalancata. Perché me lo chiedete?, disse Zelinda. Bambina, chiese l’uomo grasso con gravità, chi sei veramente? Da dove vieni? Dal villaggio, disse Zelinda. Qualcuno è entrato in casa, mentre ero sola, aspettavo il passaggio dei morti, ma tutto era deserto. Sono scappata, perché hanno abbattuto la porta. Mi sentivo strana, ma adesso sto bene… Credo. Il giovane la fissava e piangeva. Ma che cos’ho?, chiese Zelinda. La donna estrasse un piccolo astuccio luccicante da una tasca dello strano abito, e l’aperse, mettendoglielo davanti al viso. Guardati, le disse. Zelinda si guardò: era uno specchio, piccolo, ma abbastanza da far vedere il viso e il collo. Vedeva un viso bianco, d’impressionante magrezza, col teschio in evidenza, e gli occhi incassati e cerchiati di scuro. A metà gola aveva uno squarcio, che le passava da orecchio a orecchio. Che cos’è, questo?, chiese. Sei tu, disse piano la donna. È quello che vediamo anche noi. Zelinda si mise silenziosamente a piangere. Non lo sapeva, disse il signore di mezz’età con una specie di disperazione.
Zelinda, piangendo, disse: Riportatemi a casa, vi prego. La donna spalancò le braccia senza poter rispondere. Non so se nemmeno esiste più casa tua, piccina, disse. Zelinda si abbandonò sui gradini di un monumento funebre. Come ti chiami?, chiese il signore grasso. Zelinda, rispose. Sorrisero: È un nome che non si usa più da tanto tempo, disse il signore del libro. E come dicevi che faceva, la storia?
Zelinda cominciò piano a raccontare; poi, arrivata al punto più bello, il piccolo dio di Boscorotondo le ispirò alcuni versi, e continuò ad improvvisare. Si sedettero intorno a lei, e l’ascoltarono fino alla fine. La donna, dopo un attimo di pausa, mandò un gridolino: Uh dio, com’è tardi. Si guardava sul polso. Ho un’idea, disse, guardando prima l’uno e poi l’altro.
La portarono con loro in città. Non sapeva bene che città fosse: le avevano detto che era il suo villaggio, e che nel frattempo avevano pensato, per così dire, di cambiare un po’ le cose; ma lei non ci credeva, perché era tutto diverso. La donna la portò nella sua casa, che era alle porte del villaggio. Lì dentro, tutto luccicava. La portò in una stanza dove c’era un letto tutto bianco, e un armadio pure bianco pieno di vestiti. Le disse di avere una figlia, della sua età; o che aveva adesso l’età di Zelinda quando… Ma non divaghiamo: ti va bene questo? Era un abituccio severo, diritto, nero. Le coprì la gola con un bel fazzoletto; anche lei fu contenta di non vedere la ferita in qualche specchio, passando: c’erano specchi dappertutto, lì. Poi prese degli unguenti, e le truccò il volto: alla fine era bianca e rossa, e non si vedeva più il cerchio nero intorno agli occhi. Era persino bella. La donna, finita l’operazione, le prese la mano e gliel’accarezzò. Aveva gli occhi umidi. Solo che sei così fredda, mormorò. La portarono nel chiostro sotto il municipio. Era identico al municipio del suo villaggio, era identico, pietra per pietra. La gente era strana, erano seduti coi loro vestiti stretti su sedie colorate, tutti in file, come sui banchi della chiesa.
Zelinda trasse la cetra, invitata dalla donna gentile, e cominciò a preludiare. Tutti tacquero. La bufera, che era andata calmandosi, passò; poi Zelinda cominciò ad improvvisare. Declamò tutti e sette i canti, quella sera, e tornò a casa con la donna gentile, quando ebbe finito, mentre la gente sfilava via in silenzio, sgombrando il chiostro, e i fari si spegnevano. Ti senti stanca?, chiedeva la donna. No, no, rispondeva Zelinda; e infatti non era stanca. La donna la portò a casa sua, le diede il lettuccio di sua figlia, e Zelinda vi si coricò. Ma non poteva dormire: rimase per tutto il resto della notte fissando il soffitto. Rimase nella camera per tutto il giorno seguente. Poi, la sera, la donna venne a riprenderla, e le fece nuovamente salire il palco illuminato. Declamò i seguenti sette canti, sempre nel silenzio generale, mentre la gente la guardava e l’ascoltava. La donna, finita anche la seconda serata, la venne di nuovo a prendere sul palco, e la riportò a casa. Anche stavolta, per il resto della notte Zelinda non dormì, e rimase a guardare il soffitto. Aveva la mente sgombra, non pensava a nulla. La terza sera la cosa si ripeté nello stesso modo. La donna la venne nuovamente a prendere sul palco. Riportandola a casa propria le chiese: Che cosa farai, adesso? Sono stanca, disse Zelinda, però sorrideva. La donna la mise di nuovo a letto nella camera di sua figlia. Non appena Zelinda vi fu coricata, al buio, chiuse gli occhi.
La mattina dopo la donna entrò nella camera. Sul letto era steso, nella stessa posizione in cui vi era stata messa Zelinda la sera prima, uno scheletrino. Sotto il teschio il fazzoletto annodato giaceva abbandonato e floscio, e il vestitino nero sembrava un cencio gettatogli sopra a caso.

[23 VIII 2001]

LIV. Complimenti a me.

20 Set

LIV. Oggi, nel primo pomeriggio, mentre mi adattavo a una sorta di riposino, e dico che mi adattavo perché infatti avrei volentieri rinunciato (ma il fatto è che non ero da solo, e mi è sempre difficile dire di no [non parrebbe, ma è così]), per non saper che fare mi sono improvvisato mentalmente un pezzo cantato, vagamente marziale ma nompertanto privo di una certa grazia — per due voci maschili e coro (e orchestra): un tema semplice che ho sviluppato come potevo, cioè (ovviamente) alla cacchio di cane, e che (altrettanto ovviamente) non posso annotare non essendomi mai preoccupato di imparare a notare musicalmente. E’ uno dei tre miei piu’ bei pezzi di musica mentale; mi fido sulla base dell’entusiasmo in cui caddi per i primi due, perché nel frattempo li ho dimenticati.

LIII. Una cosa vecchia

19 Set

che dovrò senz’altro rivedere (e lo farò nei prossimi giorni), e che copincollo da Holden (non tutti sono iscritti a Holden, e forse molti manco sanno che esiste [sono contento che ci sia ancora; è una delle novelle a cui ero piu’ affezionato]):

QUINTILLA

Quella parte del fiume passa in mezzo ad un profondo vallone, che a sua volta è parte di tutta una località che si chiama Valle Aprica; nonostante non si possa pensare ad un posto meno aprico di quello. Ovviamente il sole, quando c’è, vi batte, ma è proprio questo che rende questa zona particolarmente inospite. È una zona industriale, quasi completamente arida, dove fino a cinquant’anni fa c’erano, sul lungofiume, solo le casette (spesso non più che catapecchie) degli operai che lavoravano alle dighe, e quattro grossi centri industriali, uno di qua e tre di là dal fiume. Ognuno di quei centri industriali, di cui uno solo, il più antico, le Acciaierie, organizzato a comunità, basta da solo, quando ci si trova davanti, ad oscurare l’orizzonte. È un mondo a parte; il grosso dell’industria pesante di Eliopoli sta in questi quattro complessi.

In quelle casupole sul fiume erano vissuti anche i nonni del padre di Quintilla.

Il padre di Quintilla era originario di quella zona di Eliopoli. Suo padre era stato tecnico presso le Cave, che attualmente si presentavano come una specie di abisso franante verso il centro della terra sul limitare della Valle Aprica, nel punto più lontano dal fiume. Quintilla era stata spesso alle Cave, soprattutto quando c’era stato un grosso incidente, e la mamma non aveva potuto lasciarla a casa, perché i vicini non c’erano. Ricordava ancora Quintilla che la mamma piangeva silenziosamente, mentre guidava verso le Cave. C’era un enorme cancellata, all’ingresso, dove, nella guardiola, stava tutto il giorno il signor Isacio, che era il custode. La mamma gli aveva chiesto di tener d’occhio Quintilla mentre lei andava dentro. L’aveva lasciata col signor Isacio nella guardiola, e poi era andata via con la macchina, più avanti, verso le cave, dopo il complesso delle fabbriche. Il signor Isacio, ricordava Quintilla, continuava a passarsi il fazzoletto sulla testa pelata, strizzando gli occhi miopi dietro le lenti dei grossi occhiali, e le diceva di stare tranquilla, che non era successo niente. Quintilla aveva pensato bene di mostrare di non capire, e di far vedere al signor Isacio che sarebbe stata buona ad aspettare il ritorno della mamma. Così, il signor Isacio si era fidato a lasciarla un attimo sola per correre incontro ad un’autocisterna che stava andando nella direzione sbagliata. Appena il signor Isacio aveva voltato le spalle, Quintilla era corsa via, più veloce che poteva, verso le Cave: non abbastanza veloce perché il signor Isacio non la vedesse scappar via, ma abbastanza veloce da seminarlo. Aveva superato le fabbriche ed era arrivata sul limitare dello strapiombo, disseminato di gru e di scavatrici. Già a quel tempo sentiva quelle voci, chiare e distinte, che le dicevano tutto quello che sapeva; e, la notte, aveva spesso, accanto, la donna nera, sulla sinistra, quella donna che non si poteva mandare via. Ma vedeva anche, poco discosto, la vecchia macchina della mamma, e sapeva che la mamma sapeva tutto di quello che succedeva. Andò dove la guidavano le voci, e trovò papà: vi si accedeva da una piattaforma non troppo sotto l’orlo del precipizio. Quintilla non ricordava bene come avesse fatto, ma ricordava bene quella voce, che lei chiamava quella Azzurra, che tintinnava come un campanello, che la esortava: Vai, non è ora. Poi i suoi ricordi si confondevano, ma sapeva che la mamma, nel frattempo, qualunque cosa stesse facendo in quel momento, si era fermata, ed era stata sicura che tutto si sarebbe risolto, ed era lei che aveva indirizzato i soccorsi in quel punto. Non seppe mai se la mamma sentisse quelle voci, la Bruna, la Verde, l’Azzurra, ma supponeva di no; o sentiva voci diverse, o aveva altri sensi che l’indirizzavano: però non sentiva il pericolo, mentre Quintilla sì.

La vita della sua famiglia era legata all’attività delle Cave, anche se, col passare delle generazioni, si era leggermente elevata; già il padre, come s’è detto, era stato tecnico; lui, invece, aveva potuto studiare ingegneria, e faceva parte del grosso comitato scientifico, che ancora adesso comprende anche molti ingegneri venuti da altre città del Paese, e anche dall’estero. Il padre di Quintilla aveva sposato proprio la figlia di uno di questi, che, in particolare, veniva da un paese del Medio Oriente, dopo aver girato mezzo mondo; era, poi, la madre di Quintilla; gli era piaciuta, forse, perché era così diversa dalle donne che abitavano in quella zona. Era nata all’estero, e aveva parlato, per prime, diverse lingue straniere; ancora adesso, a far ben attenzione, il suo accento faceva capire che non era nata lì.

Fino ai tempi del bisnonno del padre di Quintilla, quello dello spaccapietre era un mestiere che non poteva reggersi per più di cinque o sei anni, in genere; era il tempo in cui chi non aveva i mezzi per sostentarsi preferiva macchiarsi di reati minori, e finire in galera, o al bagno, dove almeno era sicuro di poter sopravvivere, piuttosto che andare alle Cave, dove in teoria c’era lavoro per tutti. Altri tempi. Una lunga tradizione di malattie ai polmoni riguardava praticamente tutte le famiglie i cui destini dipendevano dalle attività delle Cave; in effetti, proprio di polmoni era morto il padre di Quintilla, ancora molto giovane; e Quintilla e sua madre si erano trovate sole. 

La malattia del papà era stata lunga, e la mamma aveva pensato lei a vegliarlo; lei stessa aveva il lavoro che le portavano certi fattorini dalle Cave, grossi incartamenti di lettere commerciali, studî e bilancî, che lei traduceva.

Dopo che il papà era morto, non aveva fatto che starsene chiusa nella sua stanza, a battere a macchina, per non pensare, diceva. Ma aveva detto a Quintilla che venisse da lei, e che la disturbasse per tutto quello che poteva occorrerle. Quintilla, però, non ci andava mai. Passò un periodo di orribili incubi, ma non ne disse niente alla mamma, anche perché aveva il sospetto che fossero gli stessi che sognava lei.

Quintilla, in quel periodo, sentiva che la donna nera era spesso alla sinistra del suo letto, e aveva imparato a non temerla; anche perché ultimamente aveva avuto spesso la febbre, e sapeva che durante gli accessi tendeva a dire cose che potevano spaventare la mamma.

Da non molto tempo aveva cominciato ad andare a scuola, e andava anche quando non si sentiva di andarci, perché sentire le voci della maestra e delle compagne, e i rumori della città le serviva a far tacere le voci che sentiva dentro di sé, e che ultimamente si facevano sentire molto spesso; alcune dicevano cose che non avrebbe ripetuto a nessuno per nessun motivo al mondo. Ma quando aveva cominciato a conoscere le sue compagne, s’era accorta anche dolorosamente quanto fosse diversa da loro; soprattutto verso l’estate, le faceva tristezza vederle attraverso la finestra della sua classe deserta correre in cerchio nel prato retrostante la scuola.

Andava molto d’accordo con Vespertilia, che era la sua migliore amica, con cui spesso si vedeva anche dopo la scuola, e con cui studiava; era lei che le portava i compiti da fare quando stava poco bene, e non poteva venire.

Da un mese a quella parte, a quanto sembrava, non facevano che succedere cose strane, in casa: Quintilla se ne ricordava bene; prima era caduto dallo scaffale più alto in corridoio, e sempre in piena notte, un vecchissimo album di fotografie, e per ben sette volte. La mamma si era alzata, svegliata dal tonfo, tutte le volte a raccoglierlo. Era un albo vecchissimo, che lei e la mamma certo non guardavano; la mamma, poi, era contraria alle commemorazioni e ai bei ricordi che stanno solo in fotografia. Soprattutto, aveva in antipatia tutti quei ricordi da quando Quintilla (ma allora era molto piccola) aveva cominciato a vedere, di tanto in tanto, che la zia Claranna, nella sua cornice d’argento, invece di mostrarsi col suo severo volto rugoso, le dava le spalle. Nessuno le aveva spiegato perché questo succedesse, ma era così. I ricordi della prima infanzia tendevano, in lei, a confondersi spesso e volentieri tra loro, e persino con qualche lettura distratta, fatta chissà quanto tempo prima; quindi non ricordava bene. Ma, naturalmente, non era il primo evento inspiegabile che le succedesse. Poi, la mamma, quando papà era morto, aveva fatto sparire, pian piano, tutte le fotografie dei suoi parenti disseminate per la casa, e le aveva riposte in una bella scatola dagli angoli rinforzati, acquistata all’uopo, e l’aveva poi sistemata nel ripostiglio, sul ripiano più alto. “Sembrava di stare in un cimitero”, si era lasciata sfuggire. “Mancavano solo i lumini e le epigrafi in versi, e poi eravamo a posto”. Quell’albo in particolare era appartenuto alla famiglia di papà, vi erano riportate tante fotografie di quando i suoi genitori erano giovani, e nemmeno lui lo guardava più; se non negli ultimi tempi, quando era malato, e aveva voluto scorrerlo, come tanti altri vecchî albi, per ricordarsi della sua famiglia. Poi, quando l’aveva visto, l’aveva fatto riporre alla mamma, che in quel periodo vegliava il papà e si occupava di tutte le cose pratiche, ed era tornato al suo posto, in cima allo scaffale, a metà corridoio; da lì non era stato più mosso. Quintilla trovava molto strano che continuasse a cadere, tutte le notti, e alla stessa ora; e aprendosi — perdipiù — alla stessa pagina. Tutte le volte che succedeva, oltre alla mamma, anche Quintilla, che era egualmente svegliata dal tonfo, usciva a vedere che cosa fosse successo. Ne era sicura: l’albo si apriva sempre alla stessa pagina: mostrava il ritratto di un uomo giovane, vestito da militare, coi baffi; una fotografia molto vecchia e ingiallita. Già la prima volta che era uscita, richiamata dal rumore, a vedere che cos’era successo, e aveva colto la mamma inginocchiata in terra mentre guardava con gli occhi socchiusi il soggetto della fotografia, sulla quale cadeva, dall’unica finestra del corridoio, un raggio di luna; Quintilla aveva visto bene proprio quella fotografia; per una settimana, da una domenica al sabato seguente, tutte le notti, verso l’una del mattino, la cosa si era verificata: l’albo era caduto, ed era rimasto aperto alla pagina dove era fissato il ritratto da militare del nonno.

Quintilla, ovviamente, trovava che questo fosse molto strano. Ne chiese il significato alla mamma, una mattina a colazione, ma la mamma si limitò a guardarla con aria vagamente assente, e a dirle, scotendo lievemente il capo:

— Non lo so. Non ancora, almeno.

 

Sabato notte, quando era ricapitato, Quintilla era uscita dalla sua camera, e aveva trovato la mamma in corridoio, mentre osservava la fotografia facendo no-no-no con la testa, piano, un po’ come aveva fatto due giorni prima, a colazione. Senza staccare gli occhi dalla fotografia, aveva chiesto a Quintilla:

— Tesoro, ho perso il conto. Da quante notti succede, questa cosa?


— Questa è la settima, — rispose con sicurezza Quintilla; la mamma trasalì leggermente; Quintilla enumerò: — È cominciato domenica scorsa: domenica, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e stanotte, sabato: fanno sette. Sette giorni.

— Sette, — ripeté assorta la mamma. Si inerpicò su per gli scaffali.

— Torna a letto, tesoro, — le disse, — mi sembra che tu abbia bisogno di riposo. Non dovrebbe più cadere, adesso. Vai a dormire.

E aveva soggiunto:

— Sai che hai tossito tutta notte?

Quintilla non lo sapeva, ma in effetti si sentiva il petto dolorante, come se avesse davvero tossito tutta la notte.

— Ma perché non sono guarita? — chiese, con aria infelice. — Siamo state dal medico tre volte…

La mamma ripose l’albo e scese dagli scaffali. Le si fece incontro, sempre con la sua aria assorta, ma stavolta un po’ sorridente, e l’abbracciò; e le disse:

—Non dargli importanza. Tante cose che sembrano importanti non sono nulla.

Quintilla non capì, ma il suo abbraccio era confortante.

Andò a letto subito dopo essersi scambiata con lei la seconda buonanotte nel giro di poche ore. La notte seguente, invece, l’albo non cadde. Quasi ormai stesse facendo l’abitudine a svegliarsi sempre verso quella data ora di notte, Quintilla intorno l’una si svegliò; e rimase in ascolto. Mezza insonnolita ancora, andò in corridoio a vedere, ma il corridoio era deserto, e a ben guardare, l’albo era sempre al suo posto, sopra lo scaffale più alto. Si vede che dormivo troppo profondamente, quando è caduto, si disse, e tornò a letto. Verso l’una e mezzo (faticava a riaddormentarsi), sentì un rumore nel corridoio, ma non era l’albo che cadeva. Sembrava la porta del ripostiglio. Pensò che la mamma si fosse alzata, e uscì nel corridoio a vedere. In effetti, la porticina del ripostiglio era aperta, e la mamma sembrava star prendendone qualcosa. Quintilla si avvicinò, e le disse:

—Ciao, mamma, che cos’è successo?

La mamma riemerse dal ripostiglio, la notò e le disse, con aria di leggero rimprovero:

—Ho fatto meno rumore che fosse possibile, amore, questa volta non hai scusanti: perché ti sei alzata?

—Mi sono svegliata all’una, — rispose, — forse perché mi aspettavo di sentire l’albo cadere anche questa notte, ma dev’essere caduto prima, e io dormivo troppo profondamente…

—No, cara, — disse la mamma, — questa notte era tutto tranquillo: l’albo non cadrà più. Va a letto, ora, tra poco verrò anch’io.

Quintilla, andando, vide che la mamma aveva tratto dal ripostiglio una scatola di zolfanelli, una scodellina di metallo dorato e una borsina di canapa, dal profumo un po’ polveroso, penetrante. Quegli oggetti colpirono stranamente la sua immaginazione, e si chiese che cosa dovesse farsene la mamma, di quelle cose. Ma l’ordine della mamma non poteva essere disatteso, e in più il petto le doleva di nuovo, ed era stanca. Salutò la mamma e tornò nella sua stanza. Si mise a letto, e improvvisamente si sentì presa da una strana sensazione di allarme. Che cosa stava succedendo, di là?

Vegliando a letto, con l’orecchio teso ad ogni piccolo rumore, Quintilla dopo un po’ sentì la porta della stanza in fondo al corridoio (era sicura che fosse quella) aprirsi e chiudersi, e poi più nulla. Quella era la porta della stanza che era stata quella comune del papà e della mamma, finché papà non era morto. Quando papà aveva cominciato a stare male, aveva voluto che la mamma andasse a dormire nella stanza degli ospiti, anche se per la verità la mamma, perlopiù, dormiva su una sedia accanto al suo letto, e andava nella stanza degli ospiti solo saltuariamente, quando era troppo stanca per stare sulla sedia. Ma non era più andata in quella stanza, da quando era morto papà, e la porta era sempre stata chiusa a chiave, da allora. Che cosa ci andava a fare? Quintilla, quella notte, proprio non stava bene, ma la curiosità, e quella strana apprensione che l’aveva colta appena si era messa in letto la fecero saltar nuovamente fuori. La testa le girava, fors’anche perché erano diverse notti che il sonno le era disturbato da quel ripetitivo incidente. Si rimise le pianelle, e tornò piano in corridoio. Guardò verso la porta che s’era appena chiusa. Non sembrava uscirne nessun rumore. Ma rimanendo in ascolto per qualche istante si accorse di un tenue brusio, che proveniva proprio da là dentro. Era la mamma? Che cosa stava dicendo? Si avvicinò alla porta, senza fare nessun rumore: il brusio rimaneva indistinto. Erano poche parole, smozzicate. Come fu nei pressi della porta, col cuore in gola e la testa che le girava, sentì il profumo che proveniva dal sacchetto di iuta: pareva incenso. Non resistette alla tentazione di piegarsi a guardare dal buco della serratura. La stanza, che non aveva più visto da tre mesi, era debolmente illuminata dalla luce di una candela. La mamma era seduta al piccolo scrittoio, e la luce della candela ne faceva vedere il volto in una luce strana. Era seduta in una posizione particolare, con le mani intrecciate in grembo, e il suo volto aveva un’espressione trasognata, lievemente sorridente, come se ascoltasse una bella musica lontana; si accorse dopo un attimo che il rilasciamento della sua persona tutta era solo apparente, che era insieme indebolita e contratta spasmodicamente; e questo, chissà perché, le fece orrore. Era come se la mamma, in quel momento, fosse lì ma soprattutto molto lontana, tanto lontana da non poter mai più essere raggiunta. Ogni tanto, dalle labbra appena sorridenti, le usciva qualche parola, in un mormorio indistinto, abbastanza penetrante da farsi sentire, ma non abbastanza da farsi intendere. L’incenso bruciava nella scodella davanti a lei, levando un filo di fumo azzurrognolo e pigro verso l’alto. Quintilla rimase per poco tempo a guardare; ad un certo punto si accorse che la mamma sapeva della sua presenza, anche se niente, della sua persona, lo manifestava; e la cosa l’angosciò. Piena di nausea, si rialzò barcollante, e tornò verso la sua camera, rischiando ad ogni passo di cadere. Appena giunse a letto, si buttò sulle coltri senz’avere la forza di coprirsi, e si addormentò; ma la mattina dopo, quando si svegliò, era sotto le coperte ben stese, e le ciabatte erano state messe sullo scendiletto con la punta verso la porta; segno che la mamma, durante la notte, era venuta a metterla a letto come si deve.
Si era svegliata poco prima che la mamma venisse a svegliarla.

Come la mamma apparve, Quintilla, piena di senso di colpa, le disse:

—Mamma, io so che ti sei accorta, questa notte, che sono venuta a spiarti.

La mamma parve rimanere sorpresa. Poi le sorrise, e venne a sedersi sulla sponda del letto; le accarezzò la testa. Aveva gli occhi pieni di lacrime.

—Sta succedendo tutto un po’ alle tue spalle, — mormorò, — ma proprio non posso dirti nulla.

Quintilla annuì, anche se non capiva.

—È umano che tu sia venuta a spiarmi. Che cos’hai visto?

Quintilla, dopo un attimo di esitazione, le disse:

—Mi hai fatto paura… Sembravi addormentata e sveglia nello stesso tempo. Poi ogni tanto dicevi qualcosa. Ma non si capiva che cosa. Mi sono presa paura, e poi mi sono anche sentita male… Sono subito venuta a letto. Che cosa sta succedendo?

La mamma le disse:

—Non ti devi preoccupare di niente. C’è e ci sarà sempre qualcuno, accanto a te. Non sarai mai sola.

Quintilla annuì nuovamente, nuovamente senza capire.

La mamma, dopo averla guardata un attimo, le chiese:

—Te la senti di andare a scuola anche stamattina?

Quintilla si sentì improvvisamente disperata:

—Non ho mai voluto così tanto andarci. Ma mi sento male.

La mamma annuì.

—Domani andrai?

Quintilla annuì, forte.

—Sì, domani sì. Telefonerò alla Vespertilia questa sera, per farmi dare i compiti.

—Brava, tesoro. Chiamo a scuola per avvertire.

Quintilla guardò la mamma uscire dalla porta, e la sentì telefonare in corridoio. Il petto le doleva terribilmente. Sentiva una sensazione nuova, terribile: avrebbe voluto dormire e non pensarci più, ma si vergognava tanto di rimanere a casa da scuola. Si sporse verso lo scrittoio, e ne prese il libro, il quaderno, la penna. La penna le scivolò via, e cadde per terra, rotolando lontano; dovette alzarsi, e sentì che le gambe le cedevano. Volle far presto, perché — chissà perché — non voleva che la mamma la vedesse in quello stato. Tornò a letto ginocchioni, dopo aver recuperato a fatica la penna; vi si arrampicò sopra, e si rimise sotto le coperte. Non era mai stata peggio. Aperse il libro con le mani che le tremavano. Le parole, le lettere, le illustrazioni le ballavano davanti agli occhi. Si fece forza, soprattutto perché la mamma non si accorgesse di come stava male mentre ripassava davanti alla porta.

—Tesoro, — disse la mamma, fermandosi sulla soglia; Quintilla alzò la testa, e provò a sorridere. — Ho appena telefonato alla scuola. Adesso dovrei andare a fare un po’ di spesa, ma torno subito, e…

La mamma s’interruppe. Quintilla aveva seguito distrattamente queste poche parole; sentendola interrompersi, alzò di scatto la testa, allarmata:

—Che cosa c’è, mamma?

La mamma la guardava con una strana espressione:

—Sei sicura di sentirti solo debole? Non vuoi che chiami il medico?


 

 

Quintilla negò con forza:

—No, niente medico. Non sto così male. Non ti preoccupare. Ho solo un po’ sonno.

—Sicura? — insistette la mamma.

—Sì, — disse Quintilla. Non voleva che la mamma sapesse quanto stava male. Temeva quello che sarebbe potuto succedere quando lo avesse saputo. Non sapeva che cosa sarebbe potuto succedere, ma lo temeva.

La mamma, per quanto preoccupata e dubbiosa, andò via in fretta, gridandole, dalla soglia:

 

 

—Torno subito!

—Sì! — rispose Quintilla, più forte che poté. Non riconobbe la sua voce, e una fitta lacerante le attraversò il petto. Soffocò la tosse nella coperta. Quando ebbe finito, ci vide sopra del sangue. La testa le girava. Perché?, si chiese. Non aveva mai perduto sangue dalla bocca fino a quel momento. Temeva che la mamma, al ritorno, la trovasse svenuta, perché sentiva che la testa le girava terribilmente; il petto era gonfio e dolorante: come respirava a fatica! Il libro era pesante, nelle sue mani; faticava persino a reggerlo. Mentre chinava la testa sulle pagine, cercando di decifrarne le parole con la vista appannata, vide una, due, tre gocce di sangue, grosse, cadervi sopra, ed essere rapidamente assorbite dalla carta opaca e porosa. Si portò la mano alla bocca, e ve la passò sopra: sentiva un sapore di sangue, infatti. Si ripulì alla bell’e meglio. Se mi metterò a fare l’unità seguente, si disse, non dovrò pensarci; mi distrarrò, e starò subito meglio. Tornò a voltare le pagine, alla ricerca dell’unità seguente. Dopo qualche tempo si accorse che non riusciva a trovarla; andava avanti e indietro con le pagine, e un paio doveva anche averle strappate — ma la mano le tremava talmente. La testa dolorante le cascava sul petto, e sentiva un torpore maligno nella carne, e un freddo spaventoso nelle ossa. E non riusciva a trovare la pagina che le interessava, nonostante si affannasse tanto, o credesse di affannarsi tanto, perché non vedeva quasi nulla, e gli occhi le facevano male. Si sentiva avvelenata, in ogni parte del corpo. Tossì, e credette di svenire per il male tremendo che sentiva nel petto. Il libro le scivolò di mano, e cadde con un tonfo sul pavimento. Oh, pensò, la fotografia del nonno. Era lui che mi chiamava perché mi viene a prendere. Tossì nuovamente, e il dolore si fece insopportabile. Si sentiva piena di sudore, bagnata, e respirava male, non aveva mai respirato così male. Cercò di alzarsi, per andare alla finestra, e aprirla. Aria, mormorò o pensò, datemi un po’ di aria. Non riuscì a scendere dal letto, e quasi cadde. Le parve che ci fosse qualcuno sulla soglia, una donna mai vista, che la chiamava. Vieni, le faceva segno la donna, vieni. Chi sei?, sentì la propria voce chiedere. C’era qualcun altro nella stanza, era alla sua sinistra, la intravedeva, ma non voleva guardarla. Aiuto, pensò. Tossì di nuovo; rimase intontita. Gli occhi le si chiudevano. Troppo male, pensò. Le parve di sentire qualcuno gridare, ma tutto sembrava come un sogno, il sangue le pulsava nelle orecchie, e non riusciva a tenere la testa diritta, e il petto le doleva, e le sembrava gonfio. La donna sulla soglia non c’era più. Qualcosa ai piedi del letto. Qualcosa di rosso. O non era ai piedi del letto? Ma la figura alla sua sinistra, che le mormorava qualcosa che non poteva sentire, era sempre lì. Le parve di sentire un urlo lacerante. Questo dev’essere vero, si disse, la mamma è venuta a svegliarmi dal sogno. Si volse a guardare, ma non vedeva quasi più nulla. Mamma, disse. Qualcuno la scuoteva, per il braccio. Mamma. Sentiva che c’era ancora qualcuno, lì, alla sua sinistra, non voleva guardarla. Doveva essere lì, la mamma. Quando finisce?, chiese. Sono così stanca. Mandala via, pensò, mandala via tu, mamma. Non sentì, però, le insensatezze che disse. Non vedeva nemmeno la mamma. Sapeva che era lì. Sta tranquilla, si disse, ora finisce.

Poi si era risvegliata in un posto pieno di una luce abbagliante. Aveva cercato di muoversi, ma non riusciva. Respirava, ma aveva la bocca occupata da qualcosa; le faceva male il naso, e il petto era terribilmente oppresso. Si accorse poi che aveva dei tubi, proprio nel naso, che le entravano dentro. Venne la mamma, dalla porta a vetri davanti, era pallida, e aveva un filo bianco tra i capelli. Quintilla doveva guardarla in modo più disperato di quanto avrebbe voluto, perché la mamma, guardandola, si mise a piangere. Quintilla non poteva parlare. Le disse la mamma che le avevano messo quei tubi, che le servivano per respirare. Le disse che non l’avrebbe lasciata lì, ma che non doveva agitarsi tanto, che doveva stare tranquilla. Durante il sonno avevano detto che voleva strapparsi via i tubi, avevano dovuto legarla, lo capiva, questo? Quintilla ascoltava, e non capiva. Mi hanno legata?, si chiese. Non riusciva a muovere né le gambe né le braccia, e non se le sentiva più. Era all’ospedale, comunque, e si faceva tutto per il suo bene. Doveva stare tranquilla. La mamma sarebbe venuta tutti i giorni a trovarla, ma non le davano molto tempo. Le avrebbe portato qualcosa da leggere, più avanti, ma adesso doveva stare tranquilla, dormire. Quintilla si sentiva confusa. Aveva dolori. Non sentiva odori, vedeva solo quella luce bianca, accecante. Non poteva sempre dormire. Si accorse, col passare del tempo, che, nonostante fosse l’unica cosa che poteva fare in quelle condizioni, in realtà dormiva pochissimo, e soprattutto il suo sonno non era continuativo. Da quando aveva riacquistato piena coscienza, aveva diversi momenti in cui aveva come dei colpi di sonno, e improvvisamente si addormentava, ma per brevissimi istanti, risvegliandosi subito dopo. Le pareva come di cadere in basso, nel nulla assoluto; e in fondo a quel nulla, tutte le volte che si risvegliava ne era convinta, sentiva una voce, ma una nuova, le cui parole e il cui colore non poteva ricordare; ma non dubitava che quella voce le avesse detto qualcosa di importante. Si arrovellava inutilmente per carpire alla memoria qualche brandello di quello che quella voce misteriosa, mai sentita prima, le aveva detto; ma era impossibile ricordare. Non ci fu una sola volta, tra una caduta e l’altra in quei brevi, profondissimi torpori, in cui potesse arrivare a cogliere una sola parola detta da quella voce. Ogni tanto passava un’infermiera, o un infermiere; c’era un uomo con gli occhiali che non facevano vedere gli occhi, col camice verde. Quando le parlavano urlavano, ma lei sentiva bene. Le dissero poi, con aria di scusa, che lì erano tutti mezzi morti, e non erano abituati a vedere una signorina che stesse bene come lei. Quello che le facevano talvolta le provocava del dolore. Col passar del tempo si accorse che aveva le gambe e le braccia, a parte i legacci, inerti, e continuava a non sentirseli; e defecava e orinava nel letto, e ogni tanto due infermiere coi capelli raccolti nella retina e i guanti di gomma venivano a pulirla; sentiva appena il contatto della gomma sulle gambe, ma quando la giravano le facevano male alle ossa, e sentiva la pressione delle loro dita dure sulla pelle anche molto dopo che se n’erano andati via. Era completamente inerte. Non riusciva ad alzare la testa quel tanto che occorreva a vedere quello che succedeva accanto a lei. Dal riflesso nel vetro davanti a lei, che riusciva vedere quando aveva la testa su un lato o l’altro del cuscino, c’erano altri letti, alla sua destra o alla sua sinistra, ma non vedeva niente di più. Cercava di dormire, ma aveva paura di quella gente che le passava sempre intorno. Una volta scaricò due volte di séguito, e la seconda subito dopo che l’avevano pulita. L’infermiera la ripulì, dicendo: Non è niente, cara, con aria triste. Mi fa male il petto, le aveva fatto capire. L’infermiera le aveva accarezzato i capelli, dicendole: Stai tranquilla, e lascia fare un po’ alla macchina, cara. Portami via di qui, boccheggiava, quando la mamma veniva a trovarla. Mentre l’uomo dagli occhiali era in visita, e le diceva qualcosa che non riusciva a sentire, aveva sentito la voce Nera, chiara come non mai, dire che sarebbe morta, che per lei non ci sarebbe stato più nulla da fare. La mamma le aveva detto che aveva sognato, sicuramente; era la prima volta che le diceva delle voci. Aveva dei lividi sulle gambe, lo sapeva. Aveva cercato di farle vedere i lividi, ma la mamma non aveva capito, le aveva detto che non potevano toglierle i lacci. Che non si preoccupasse; che niente era importante, che se lo ricordasse. Ma quando era uscita piangeva, Quintilla di questo era sicura, e nel passare, l’infermiere, che stava entrando, non si spostò, e la urtò, facendola barcollare. L’infermiere le disse qualcosa, ma la mamma tirò diritto, sembrava così fragile in quel momento; soprattutto mentre si allontanava con il viso nel fazzoletto, e si faceva sempre più piccola, e poi spariva. Non c’era mai buio, lì dentro, e faticava sempre di più ad addormentarsi. I pasti non c’erano, le davano tutto come punture, sia il cibo che la medicina per dormire. Si sentiva sempre stanca. La mamma aveva chiesto, una volta, che la slegassero, ma dicevano che non c’era da fidarsi, che cercava sempre di strapparsi le cannule. Dovette portare pazienza ancora per qualche tempo. Poi parve che guarisse. La donna nera riapparve alla sinistra del suo letto. Respirava ancora male, ma era più in forze.

 Tornò a casa con l’ambulanza, era notte. La misero a letto, e se ne andarono. La mamma venne a sedersi sulla sponda del letto, e le chiese se era contenta di essere di nuovo a casa.

—Sì, — rispose Quintilla, ma si sentiva strana. — Mamma, — disse poi, — potrò ritornare a scuola?

La mamma aveva esitato un attimo. Poi aveva detto:

—Per il momento è escluso. Appena te la sentirai, ci tornerai. Adesso devi stare tranquilla. L’hai scampata bella, amore.

—Mamma, — chiese nuovamente Quintilla, — che cos’ho avuto?

La mamma rispose, seria:

—Hai una malattia ai polmoni. Ogni tanto ti manca il respiro, come vedi, e… Quel giorno, quando sono tornata, hai avuto un accesso di febbre, deliravi, e c’era tutto il letto macchiato di sangue. Non eri in te.

La mamma l’abbracciò.

—Devo riposare, — disse Quintilla. Si sentiva strana.

Poi, col passare dei giorni, le parve di tornare alla normalità. Presto sarebbe tornata a scuola. Si sentiva molto meglio.

Disse alla mamma che voleva vedere Vespertilia, uno di quei pomeriggî. La mamma rispose:

—Vediamo se sarà possibile.

La sera stessa sentì che qualcuno suonava alla porta, e la mamma andava ad aprire sorridendo; poi riconosceva la sua voce dalla soglia, e la sentiva correre, mentre la mamma rideva:

—Piano, piano!

Era proprio lei. Entrò rapida dalla porta della stanza di Quintilla, e corse ad abbracciarla. Aveva tra le mani qualcosa di rosso: era un nastro.

—È per te, — le disse. Quintilla volle metterselo sùbito.

—Grazie, — le disse. — Mi hai portato i compiti?

Vespertilia scosse il capo:

—Non preoccuparti, per quello: passerà qualche tempo, prima che tu possa tornare a scuola. Intanto non devi affaticarti. Sei stata molto malata.

—Sì, — disse Quintilla, — ma adesso sto guarendo. Anche se spesso ho paura che non uscirò mai più da questo letto.

Passarono insieme tutta la serata. Poi Vespertilia, dietro richiesta di Quintilla, chiamò a casa, e avvertì suo padre che sarebbe rimasta lì, a dormire, per quella notte. Comunque fosse, era sabato, e l’indomani non ci sarebbe stata scuola.

Quintilla sentì veramente di essere tornata, per quello che poteva, quella che era stata prima di finire in ospedale. Era estate, e il profumo dei fiori entrava dalla finestra aperta con la brezza notturna.

Passarono metà della notte a parlare tra loro.

Vespertilia le chiese:

—E adesso? Come ti senti, adesso?

—Sto meglio, — rispose francamente Quintilla, — ma è tutto cambiato. Credo che sia stato l’ospedale a farmi un po’ cambiare. A parte tutto, la cosa strana è che, non potendo dormire, ogni tanto avevo come dei momenti di sonno improvviso, in cui perdevo conoscenza. Era come cadere in basso, senza sapere nulla di quello che stava succedendo. Non avevo sogni, in quei momenti, eppure credo che vedessi solo buio, o niente affatto, e che una voce mi parlasse. Vorrei sapere che cosa mi diceva quella voce.

Vespertilia ascoltava con grande attenzione:

—Ti succedeva anche prima?

—Oh, sì, — rispose vivamente Quintilla, — ma solo una volta ogni tanto. Adesso mi succede spesso. Non è proprio come dormire. Mi sento cadere in basso.

Le raccontò del ritratto del nonno, e di quello che aveva visto attraverso la serratura quando la mamma si era ritirata nella sua vecchia stanza. Vespertilia le chiese:

—Ma tu sai che cosa sia successo, di preciso?

—No, — disse Quintilla, — ma lo sospetto.

Vespertilia tacque, sbigottita. Poi chiese:

—E di che cosa credi che si tratti?

—… Credo che qualcuno mi stia chiamando.

Per quella notte non parlarono più.

Un giorno, la mamma portò Quintilla al cimitero, che si trovava in una zona della città dove non era mai stata. Era un posto praticamente alle porte dell’abitato, oltre il quale c’era solo aperta campagna. Che bel posto, si disse Quintilla, mentre, con la macchina della mamma, andavano avvicinandosi. L’estate stava finendo, ma tutto era pieno di fiori.

Quintilla chiese alla mamma:

— Mamma, non siamo mai state al cimitero; perché ci siamo venute, oggi?

La mamma sorrise, e disse:

— Ho un appuntamento con qualcuno. Devo parlargli di una cosa molto importante, e non posso farlo da nessun’altra parte.
Quintilla tacque per qualche istante ancora, poi tornò a chiedere:

— Ma al cimitero ci stanno solo i morti?

— Certo, — rispose la mamma, — i morti, il custode del cimitero e sua figlia.

Quintilla non capiva.

— Devi parlare col custode, allora?

La mamma scosse il capo.

— No, no, — disse.

— Con sua figlia, allora.

— No, né col custode né con sua figlia.

Quintilla era perplessa.

— Con qualcuno che viene in visita al cimitero nella stessa ora in cui ci veniamo noi?

Erano arrivate. La mamma fermò la macchina, e disse:

— Qualcosa del genere.

Quintilla chiese, subito, prima che scendessero:

— Ma è vivo o morto?

— È morto, — rispose la mamma.

Quintilla si sentì subito molto agitata. Appena scese dalla macchina andò subito a prendere per mano la mamma, avviandosi con lei sotto il grande arco dell’ingresso.

— Ma tesoro, — sorrise la mamma, — hai paura?

—Un po’, — disse Quintilla, — ma non tanto.

La mamma le disse, mentre passavano sotto l’arco:

—Non si deve aver paura dei morti. Non quando sono loro a chiederti di venire da loro.

—Ma chi è stato? — chiese Quintilla.

La mamma rifletté.

—Un po’ il nonno, — rispose alla fine, — un po’ papà. E un po’ tutti quelli che ci hanno preceduto.

Entrarono nel cimitero. Sulla sinistra c’era il gabbiotto del custode. Ne vennero fuori, con grandissima sorpresa di Quintilla, Vespertilia e suo padre.

—Il custode e sua figlia sono loro, — le spiegò la mamma. E aggiunse: — Andate, bambine, noi dobbiamo parlare un momento.

Vespertilia e Quintilla si abbracciarono.

—Non sapevo che abitassi qui, — disse Quintilla a Vespertilia.

—Bè, ora lo sai, — le rispose Vespertilia, e rise.

S’incamminarono tra le tombe. Era un cimitero piccolo; da lì si entrava in un chiostro disseminato, nel mezzo, di lapidi bianche cosparse e circondate dai fiori; i lati del chiostro erano occupati dai colombarî, tutti col loro bravo lumino davanti. C’erano anche alcune cappelle, ma non più di cinque o sei, perché lì lo spazio era poco.

—Le cappelle, — le spiegò Vespertilia, sono oltre il chiostro, sulla destra. Davanti a noi c’è il cimitero degli acattolici. Tutti i tuoi parenti sono sepolti lì.

Il cimitero degli acattolici era molto severo. I fiori erano solo sull’ingresso. Invece, tutto il resto era un dedalo di pietre e marmi, posti quasi a formare una piccola città. Inoltre, quella zona era buia. I monumenti funebri più alti oscuravano il cielo. Quintilla vide che la torre che si vedeva da lontano incombere sul camposanto era in realtà una cappella, di marmo nero, altissima, con più cuspidi rivolte verso il cielo. Un’enorme stella di David, in bassorilievo, campeggiava sul lato principale della torre.

—Lì è sepolta una famiglia? — chiese Quintilla.

—No, — rispose Vespertilia, — quella è la tomba di Agramante Schwarz, che era un uomo ricco, morto molto vecchio. Poiché era Ebreo, gli hanno messo i simboli della sua Nazione sulla tomba.

—Perché non ci sono fiori? — chiese Quintilla.

—Perché non si deve rendere piacevole la morte, — rispose semplicemente Vespertilia. — Si finisce con l’amarla.

Sotto la stella di David era stata posta un’epigrafe a lettere rosse sullo sfondo nero, piuttosto lunga. Quintilla si fermò a leggerla. Diceva:

Conforme al mio dovere in faccia a dio,
M’incaricai di tutta la mia sorte,
E opposi al mio destino animo forte,
Mai vile, mai perverso, e mai restio;
Ma che vivere è stato questo mio!
Dopo il grande massacro e le ritorte,
Ancora osai invocare amica morte:
Vivendo ne ho scontato tutto il fio.
Negate i lombi a quel fruttuoso affanno,
Madri, poiché esso è frutto di dolore,
Che rinnova e s’accresce d’anno in anno:
Ma quel ch’è peggio, vivi, non s’ha cuore
Mai di spezzare il perpetuato inganno:
E il sonno eterno solo è salvatore.

—Che tristezza! — disse Quintilla. — Questo signore non dovette essere molto felice di vivere; eppure non voleva morire. Credo che sia la condizione peggiore in cui ci si possa trovare.

—Sì, — ammise Vespertilia, — ma alla fine si trova sempre la pace, che lo si voglia o no.

Quintilla notò che in un certo modo Vespertilia, dopo essere stata tanto tempo a contatto con il mondo di là, aveva maturato una sua filosofia.

—Non sapevo che abitassi qui, e che il tuo papà fosse custode, — le disse. — Non me ne hai mai parlato.

—Mi vergognavo, — rise Vespertilia. — Avrei preferito essere figlia del custode dei giardinetti, o di qualche edificio. Capisci, a scuola non lo dico a nessuno, perché non vorrei che mi prendessero in giro. Quando vengono qui in visita ai parenti, anche se è raro che vengano qui bambine della nostra età, io mi nascondo. Eppure, qui non è tanto male.

—No, infatti, — ammise Quintilla, — è un bel posto. Andiamo avanti, a vedere le tombe. Ma senti…

—Dimmi.

—E i fantasmi? Esistono, i fantasmi? — chiese a voce bassa Quintilla.

—Non so come risponderti, — rispose Vespertilia, aggrottando la fronte. — In un certo senso sì.

Quintilla chiese:

—Davvero?

—Sì, — rispose Vespertilia, — ma si vedono di rado quelle specie di lenzuoli bianchi delle illustrazioni. Più che altro tendono a manifestarsi attraverso gli oggetti che erano loro appartenuti in vita, o tramite i ritratti. Hai visto? — le chiese. — Le tombe degli Ebrei non hanno ritratti. Loro sconsigliano i ritratti, anche fotografici, perché dicono che si tratta di immagini false che sui sovrappongono al ricordo, e che finiamo col ritenere vere, e con il venerare come una specie di idoli. E gli idoli (dicono) tendono ad animarsi, e quando possono agire tendono a fare del male agli uomini, o a mettersi al servizio dei peggiori tra loro. Così, loro non vogliono ritratti; o, se devono ritrarsi, lo fanno tramite animali.

Vespertilia prese per mano Quintilla e la portò ad una specie di cippo bianco, isolato su un’ampia piattaforma di marmo bianco, proprio dietro il grande monumento funebre di Agramante Schwarz.

—Guarda, — le disse, mostrandole il cippo. Mostrava una minerva ad ali spiegate, col becco verso il cielo, scolpita sul piccolo piedestallo. Tutto intorno alla piattaforma correva una graziosa balaustrata a colonnine piccole, ciascuna delle quali era un animale rampante o volante.

—Questa è sempre zona degli Ebrei, — spiegò Vespertilia, — e questo è il monumento funebre a Donn’Astrea Ardinghelli…

—Oh, — disse Quintilla, — mia madre la conosceva!

—Sì, — disse Vespertilia, — questo monumento la rappresenta, tramite la rappresentazione dell’animale nel suo stemma; lo stemma è riportato un po’ più in basso, sopra l’epigrafe.

Si avvicinarono a leggere le parole, che si vedevano a stento, perché erano incise nel marmo ma non colorate.

Del tutto stanca della vita, sono
Infine morta, e col pensiero in mente
Di dissolvermi, e di tornare al Niente,
Lascio ogni cosa triste e in abbandono.
Se poi cantò con non mendace suono
L’arpa degli avi miei, io finalmente
Approdo in quella landa risplendente
Di cui mi spetta il primo rango, e il trono.
Qui non si sente nulla, tutto tace,
Nulla si muove: oh, l’universo è un regno
D’avventurata e luminosa pace.
Purché si spenga a me del mondo indegno
Ogni luce illusoria, o infausta face,
Varco ben lieta il destinato segno.

Quintilla notò:

—Anche quest’epigrafe sembra salutare la morte con un certo sollievo.

—In certi casi succede, — disse Vespertilia, — dipende da come si è vissuti, credo.

Vagarono ancora per le tombe. C’erano cappelle e cappellette, semplici lapidi circondate da basse balaustrate e lapidi su cui si era costrette a calpestare, dato che formavano il selciato stesso del camminamento.

 

Vespertilia la portò in una zona del cimitero molto strana, in cui c’erano tombe piccole piccole, con tante statue di puttini, e spesso delle grosse urne il cui coperchio era sormontato da un fiore di pietra. Era un triste giardinetto a cui si accedeva passando sotto un arco, fatto dello stesso ferro battuto nero della cancellata che correva tutto intorno. Un angioletto sormontava l’arco, recando in mano un cartiglio, su cui potevano distinguersi le parole:

CENTRO DI TENEBRE
TOMBA D’ORRORE,
ABISSO FUNEBRE
DI SPENTE AURORE…

Ma il luogo non sembrava affatto orrido. Sembrava una specie di parco dei giochi, solo un po’ triste, e i bambini erano tutti di pietra.

—Qui, — disse Vespertilia, — sono sepolti i bambini nati prima di essere battezzati: secondo la credenza cristiana, vanno nel Limbo, che è alle porte dell’inferno, ma è un luogo pacifico, benché molto triste, e si addice alle anime di questi infanti che non capivano nulla, quando sono morti, e si trovano nell’aldilà prima di aver conosciuto il mondo e aver ricevuto ammaestramenti su dio.

Girarono un po’ fra le tombe dei bambini. Una, a differenza delle altre, era enorme, gigantesca. Rappresentava una donna interamente velata che alzava disperatamente le braccia verso un bambino, che le era rapito da una specie di ippogrifo dall’aria straordinariamente malvagia, certamente una creatura infernale.

L’iscrizione era lunga:

Mio dio, mio dio, perdonami, poiché molt’ho peccato,
E fu il mio fallo a perdermi, e un figlio m’ha strappato.
Vegliai più notti in lacrime, sperando dal consiglio
Dei più stimati medici salvezza per mio figlio:
Eppure non trovavano rimedio a questo male:
Madri ce n’è che soffrono, ma non di pena eguale.
Io t’ho pregato, cenere spargendo sulla testa:
Il figlio, oh dio, guariscimi da malattia funesta.
Non vi fu verso: accorrere dovetti al capezzale
Di nuovo, ed era all’ultimo decorso il grave male.
Lasciò una madre in lacrime, uccise il padre orbato:
Mio dio, mio dio, perdonami, poiché molt’ho peccato.
Le nuove nozze, il valido marito poca cosa
Sono contro la stabile condanna misteriosa:
Ma tu che tutto a reggere stai, il cielo, gli elementi,
Tu che sai tutto, e mediti tutto, e tutto rammenti,
Certo tu sei, Altissimo, severo padre, è vero;
Ma libri in lance equissima, giusto quanto severo.
Ho i lombi fiacchi ed aridi: dopo che portai lutto
Per questo figlio, furono poi sempre senza frutto.
So che un peccato orribile da me fu un dì commesso,
Poiché per fallo ultroneo nessuno hai mai oppresso:
Guarda quaggiù la misera, tutta sospiri e pianti:
Pace, ohimè dio, concedile, pace, d’ora in avanti:
Soccorri tu la misera, caduta in basso stato:
Mio dio, mio dio, perdonami, poiché molt’ho peccato…

L’epigrafe proseguiva, divisa in svariati cartigli artisticamente cesellati nel marmo più lucido e più fine appoggiati qua e là contro la base irregolare del monumento, per molti altri versi.

Il cimitero non era piccolo come sembrava: il cimitero originario consisteva nel piccolo chiostro, che infatti ospitava solo tombe risalenti al XVII secolo, poi c’era il cimitero degli acattolici, dove c’erano le tombe della sua famiglia; però, poi, nel muro di cinta si apriva una porta che dava su un lunghissimo corridoio all’aperto, delimitato da due alte muraglie, fitte di colombarî, che si stendevano a perdita d’occhio davanti a loro; procedendo lungo il tetro corridoio, tutto punteggiato di lumini che risaltavano maggiormente ora che si era all’imbrunire, si notavano, sulla destra e sulla sinistra, delle grandi aperture ad arco, che davano l’accesso ad altri sterminati corridoi, e a loro volta davano l’accesso ad altri corridoi, oppure a scalinate, perché si saliva e si scendeva.

—Di là, — disse Vespertilia, indicando davanti a loro, — si torna verso il fiume. Qui sono tutte le tombe degli operai, da quelli che hanno costruito le dighe a quelli che hanno lavorato nelle fabbriche, quelli che avevano le casette lungo il fiume.

Si soffermarono a guardare solo alcune delle lapidi, ancora piuttosto verso il cimitero vecchio, senza spingersi negli altri passaggî: la stessa Vespertilia non conosceva tutte le strade, e rischiavano di perdersi, perché era una specie di labirinto.

 
I colombarî immediatamente a ridosso del cimitero degli acattolici mostravano ritratti dai volti duri, pensosi, o provati, resi ancora più tristi dalla tenebra incipiente, e dal riflesso giallognolo dei lumini accesi. Non c’era nemmeno lo spazio per lunghe epigrafi. Molti non avevano nemmeno un’epigrafe; quando c’era non superava i quattro versi. Erano scritte ripetitive, perlopiù; ma ce n’erano anche di belle, o di pittoresche, dovute a lapidarî fantasiosi, o forse a parenti dei morti; ma Vespertilia spiegò che molte erano scritte dagli stessi defunti, che lasciavano l’iscrizione tra le proprie poche carte, in modo da dare personalmente il miglior ricordo di sé, o il più sincero. Per questo, tutto quel dire: io fui, io ebbi, non era un modo di fare da poeti, ma era proprio dovuto alla mano dello stesso defunto — quando era in vita, ovviamente.

 

CELESTA MARIA BINNI
Ved. ROMANGO

Eliopoli, 14 Settembre 1887
Ivi, 15 Novembre 1945

Tutti aiuto da me, o pur consiglî
Ànno avuto una volta; a due mariti
Fui fedele; ed ò fatto cinque figlî:
Or muoio; i miei dover’ furon compiti.

Questa era una. Un’altra, che mostrava un volto di vecchio scavato dalle rughe, stranamente recitava:

ANGELO SAVERIO MOMBELLI

Eliopoli, 21 Marzo 1868
Ivi, 22 Marzo 1959

Combattut’ò due guerre, e sono andato
In tre paesi a fare il muratore;
Ho fatto casa, e non mi son sposato:
Dopo tanto soffrir, non ci ebbi cuore.

Ce n’erano anche tante senza ritratto, di gente che non era mai stata fotografata, né viva né morta. Uno di questi era di una donna, una minatrice.

GOLCONDA GREZZI

Velano, 1881?
Eliopoli, 13 Dicembre 1906

Qua giù in miniera, coi polmoni marci
Patit’ò cose veramente atroci;
E pure, cosa voi volete farci?
Ché tutti, infine, abbiamo le sue croci.

Altre erano tragiche; come questa, di un altro minatore; Vespertilia disse che certamente si trattava di un parente, che l’aveva scritta.

MARIO GROTO

Minezia, 3 Febbraio 1890
Eliopoli, diga della Valle Aprica, 4 Febbraio 1911

Sbagliat’à l’archetett’erimo in vente
Là su a salir Ogne speranza vana
Bel dottore di merd’empio & fetente
Padrone porco & figlio di puttana

Vespertilia spiegò che nella Valle Aprica, dove avevano impiantato colossali lavori in quel 1911, c’era stato quello che suol definirsi errore umano, ed erano morti venti carpentieri; questo, di giovanissima età, era nel novero, evidentemente.

Dopo aver un po’ girellato nell’ampio corridoio, tornarono nell’ombra un poco più confortante del cimitero degli acattolici.

Proseguirono finché non furono stanche.

Soprattutto Quintilla, aveva il petto un po’ dolorante, e respirava con fatica. Si sedette su una tomba, quella di una vecchia dama inglese morta tanto tempo prima.

Era il tramonto.

—Ti senti male? — le chiese allarmata Vespertilia.

Quintilla fece spallucce.

—In un modo o nell’altro, — disse, — non sto mai bene.

Tacquero entrambe.

—Vespertilia, — sussurrò Quintilla, — mia madre ha detto che non è venuta qui né perché noi due ci vedessimo, né per parlare con tuo padre. Diceva che doveva parlare con qualcuno dei nostri morti. È possibile, questo?

Vespertilia tacque per un attimo; poi disse:

—Certo, — disse, — quando sono loro a chiamare.

Ci fu un lungo, lunghissimo silenzio.

—Mi fa male il petto, questa sera, — disse piano, respirando con fatica, Quintilla. — Non guarirò mai più.

Poi aggiunse, con rabbia:

—E comunque, non sono venuta qui per guarire, non è vero?

Vespertilia non rispose nulla. Si era seduta accanto a lei. Quintilla la guardò. Vespertilia teneva gli occhi chiusi.

Quintilla, ormai, era decisa.

—Vespertilia, — sussurrò, alzandosi da sedere,— non aprire gli occhi, ti prego.

Vespertilia ebbe un fremito, ma fece come l’amica le chiedeva, e strinse le palpebre ancora di più.

—So che dovevate aspettare una certa ora. Ma non dovete aspettare. Dovete andarvene, tutti e tre. Non verrò a salutare mia madre. Lei capirà: perché sa che in un modo o nell’altro ci rivedremo. Ma se la rivedo adesso me ne mancherà il coraggio, e sarà peggio. Ti prego, va da tuo padre, da mia madre, di’ loro che se ne vadano, e vai con loro. Sono alle tue spalle; vai; e non voltarti, nemmeno una volta.

Vespertilia aspettò.

—Da qui si vede l’orologio dell’ingresso. So che è intorno all’una, non li farò aspettare. Troverò la tomba da sola, tanto so dov’è: è tutto il pomeriggio che giriamo, e l’unica parte in cui non siamo state nemmeno una volta è quella dietro quelle vecchie cappelle; so che è là. Troverò la tomba da sola. Vai, adesso, per favore.

Vespertilia si alzò con fatica, e rimase in piedi per un attimo, vacillando leggermente. Poi prese con sicurezza la strada, e andò via, senza voltarsi. Improvvisamente, si mise a correre, incespicando, verso il chiostro, con il volto tra le mani.

[Lunedì, 3 Settembre 2001]

LII. Scrivere un romanzo?

16 Set

LII. Chi è che ha chiesto se per caso lamentassi di avere difficoltà a "scrivere un libro", o "un romanzo"? Non mi va di andare a riguardare. Nessuno nelle mie condizioni pensa a scrivere qualcosa di pianificato, consequenziale, costruito, preordinato e faticoso come "un libro" o "un romanzo". Mai detto di voler scrivere "un libro" o "un romanzo". Solo un bukovskiano di quarta categoria (e ce ne vuole, eh) può pensare possibile scrivere "un libro" o "un romanzo" quando la propria vita è scandita dalle code alle mense pubbliche e dagli "uno su uno" fuori dai centri di accoglienza notturna. Lo so, sarebbe piu’ romantico fare una vera e propria vita di strada, cioè il barbu’, ma non solo non sono capace, è che non si fa mai il barbu’ completamente da soli. E i barbu’ che ho conosciuto mi sembrano ancora peggio dei piccoloborghesi falliti che trovo nei centri di accoglienza.

Che è tutto dire.

Me l’immagino, lavorare a "un libro", o a "un romanzo" in via Carrera, la sera, tra le richieste di sigarette, i soliloqui dei residuati di villa Cristina (=ospedale psichiatrico) e le bestemmie degli inaccoglibili. O sulle panchine di Strada Castello di Mirafiori, all’ombra della bèla Rosin, in mezzo alle gioiose sarabande ("… e corrono il facchino, e la quintana…") delle zoccole tra un bidone dell’immondizia e l’altro. O alla luce delle stelle, nel parcheggio vicino a corso Tazzoli, intento a schiccherar Cencèidi e Straccionìadi. O davanti al macello di via Traves, magari appena dopo l’alba, a descrivere i poetici riflessi del sole nascente sulle scaglie dei pesci morti…

LI. Ci siamo.

14 Set

LI. Non sto a raccontare la rava e la fava, non ne varrebbe la pena. L’incidente, banalissimo, che mi è occorso alla Nazionale, dove avevo accesso alla rete per un’ora al giorno (dio che tristezza), mi costringerebbe a ricorrere unicamente al piccì dell’Informacittà, dove l’attesa è lunghissima, e ho accesso alla rete solo per mezz’ora al dì, ciò che, francamente, mi sembra un po’ troppo chiedermi.

Sta di fatto che ieri verso mezzogiorno, una strana individua (abbastanza assidua alla Nazionale, d’altra parte come me) dall’aspetto vistosamente lesbico, di cui mi dispiace sinceramente non poter fare il nome, ha creduto di intendere da parte mia la frase (a lei diretta, è ovvio) "Ti auguro di morire di cancro". Io non so com’è, ma questa frase (che non ho pronunciato, peraltro non avendone nessun motivo) mi ricorda tanto tanto qualcosa — e credo ricorderà qualcosa anche ad altri. Sta di fatto che un suo amico, inferocito e tremebondo, s’è fatto carico di difenderla presso di me, con conseguenze non gravi al momento, ma suscettibili di aggravamento in futuro. Nonostante la mia evidente incazzatura, la lesbica ha tenuto duro con l’aria di chi ha ragione comunque, e soprattutto rifiutandosi di dare spiegazioni della sua stravagante (?) macchinazione. Il suo amico aveva intenzione di discuterne con il direttore, evidentemente in vista di un mio allontanamento dalla Biblioteca — meglio non aspettare che ci pensino loro.

Stavolta DEVO dar retta alla voce dell’istinto, piu’ che a quella del diritto. Mi dispiace molto, alla Nazionale ci sono dei testi che mi occorrono per una cosa che sto scrivendo; dovessi riuscire nell’impresa in altro modo, metterò i nomi della lesbica e del suo amichetto rachitico tra i ringraziamenti. L’istinto (e il mio è di quelli che mai non fallano) mi dice infatti che è meglio non tornarci. Impossibile far valere eventuali propri diritti nella mia posizione: anche se hai ragione, il fatto che non hai un cencio di lavoro, né una casa non è esattamente un buon biglietto da visita — insomma, hai torto comunque. E lo sa chi mi ha ficcato in questa situazione (salvo dichiararmi ultimamente che sapeva che era impossibile per me, come per chiunque in questo stato, tirarsi su’), e, nonostante la cosa mi scocci (ma che cosa conta la mia scocciatura? cretino io che scrivo) passa, addirittura, a ‘leggere qua e là’ — parole sue — ma non mi aveva detto che la mia scrittura non le era mai interessata?

Cazzi suoi, comunque. Va bon, ragazzi, non so a chi e come e perché e a quanti possa interessare, ma io chiudo qui: proprio non è il periodo giusto per dedicarsi agli svaghi.

Chissà, magari ci si risente.

Ciao a tutti! (per enne — eh, lo so! :-D)

d.

L.

13 Set

L. In fondo, proprio un’analisi di realtà (la cosiddetta analisi di realtà) non può far male alla scrittura. In fondo, la scrittura è un mezzo, uno strumento. A che cosa serva è difficile dire — in assoluto, certo è che nel particolare delle singole vicende biografiche può servire a molte e disparate cose; ma ciascuna di quelle funzioni può essere assolutamente precisa, chiara. Dipende, ovvio, da chi se ne serve.

Come mai impestare questo desolato angolino di web con brutti racconti, oscene poesie, flaccidi saggini — tutte cose inutili, insufficienti allo scopo (e che, oltretutto, mi costano troppa pena)? Mi sono guardato in faccia, ultimamente (non, semplicemente, allo specchio, ma questo si sarà capìto). Sto diventando un topo di fogna, un figuro squallido, il prodotto di una lunga, sotterranea, efferata, oscena violenza: la gobba di un mulo su cui una sferza ormai pigra segna gli ennesimi guidaleschi. E io mi sono rotto il cazzo. Sarebbe, forse, un amabile ossimoro, quello del mostro verde che fa sonetti, ma disgraziatamente questo destino riguarda solo i mostri di qualche fiaba — nemmeno di qualche romanzo. Polifemo e Galatea: mito, appunto. (Senza trascurare il fatto che io non sono il mostro brutto fuori e bello dentro, e nemmeno il contrario).

L’unica cosa che mi sono rifiutato di sentire, di capire, è questa: bisogna avere molte, fors’anche troppe cose da dire, per scrivere un romanzo, un racconto; bisogna aver visto molti posti, molte facce per scrivere poesia. L’invenzione scrittoria è un distillato di esperienza. A me molta esperienza fondamentale probabilmente manca — senza che io ne senta la mancanza, e questo, credo, è grave; ma non importa, è così — anche e soprattutto perché quello che è perduto è perduto, e comunque una seconda, una terza giovinezza non mi tentano.

E l’altra cosa che mi sono rifiutato di capire è questa: in realtà, in fondo in fondo a me stesso, non ho mai, mai veramente capìto né a che cosa servissero i romanzi e le poesie, né come si scrivano, né — soprattutto — per quale motivo se ne dovrebbero scrivere, o ne siano stati scritti tanti. Mi sono molto volgarmente taciuto (è una mia forma di pazzia) che la mia personale esperienza umana, ma non come ‘bagaglio’, ma nello hic et nunc del suo svolgersi, è in realtà è sempre stata al centro dei miei interessi.Testimoniare la tortuosità di certe storie lunghe, o la lunghezza di certi silenzi, o il ribattere incessante di certe ossessioni è probabilmente stata la sola ed unica funzione, se mai, a cui la mia scrittura abbia assolto — la scrittura di un diario, ovviamente. Sarà che quando penso diario penso a molte cose, Pepys soprattutto, o i Goncourt (che, ovvio, non possono essere il mio modello né il mio ideale, avendo io troppe conoscenze bassissimolocate), tra le quali non c’è quel libriccino rosa tenuto insieme coi nastri — che invece, mi pare, dovrebbe essere l’idea che se ne fa la maggior parte dei miei contemporanei.

Forse proprio perché ad una storia, piu’ che la bellezza, sono portato a chiedere una certa complicatezza. (E questo, almeno per me [sicuramente per me], è da meditare).

XLIX. Mi aggiro

12 Set

come un disperato imbecille (molto piu’ imbecille che dsperato, questo è certissimo) tra interventi i piu’ svariati: da una parte si parla quasi solo di fumetti, e per la verità non è che non ci capisco un cazzo, di fumetti, è che li odio proprio, non li posso soffrire (e men che meno dell’atteggiamento misticoide che traspare da quello che si dice di fumettari soprattutto morti o di fumetti d’antica e veneranda annata, e da quello che gli stessi dicono di sé, credo, e da quello che dicono anche quelle sentine di sbrodolii pomposamente intitolate ‘tavole’, e da quello che certamente dicono molti altri); dall’altra trovo quarantenni truccate con autant de rouge qu’une archiduchesse che sparano pistoloni fantasy ricicciati persino coi ghirigori nei vivagni del sussidiario di tant’anni fa; dall’altra ancora vomiti senza tregua di professionisti non abbastanza falliti da poter giustificare la propria devastante, oscena, onnipervasiva infelicità; dall’altra ancora & ancora preoccupazioni tremende di non essere all’altezza (ma di che, porco dio?! di che cosa?!) o abbastanza originali, e poi l’esigenza ammorbante di essere virtuosi e divertenti (anche del cav. Marino, che non c’entra una ceppa, un notista disse, all’indomani di una grande perdita di soldi che ‘ha piu’ voglia di bestemmiare che di far sonetti’ — ma non c’entra una ceppa, appunto) nei paranoidi auto-committenti (una cosa che, in — non dico letteratura, meglio scrittura — equivale alla partenogenesi per quanto riguarda la riproduzione umana — oltre una gravidanza isterica non si può andare [e che l’abbozzi pure io, una volta tanto])… Questo nulla non mi arricchisce abbastanza, devo una volta per tutte dirlo chiaro e tondo: non mi diverte. Non mi piace. Quindi non mi lancio in lunghi elenchi, tra Ortensio Lando e Panigarola: niente filatesse, niente acre-divertiti srotoloni & asciuttoni sparsi di cifre e dati. Sono già abbastanza nauseato, non occorre che m’infili il braccio in gola e beva tre damigiane di acqua e sale. 

Non sarà che il contesto mi è veramente un filino troppo estraneo? che mi sta facendo veramente male? Quando sono a tu per tu con un libro, allora sì, mi viene da scrivere, e lo faccio. Purtroppo, tutte le volte che mi connetto, per via di una brutta piega, quella che ho preso ormai da un due-tre anni a questa parte, prima di cacare un alcunché sul foglio mi faccio il giro degli altri blog. Blog fumettari, blog diario, blog fantasy, blog tirati inseme alla cazzo di cane. Un blog filologico, ho trovato, una volta: ma si sente che l’autore pena per tenersi su’ di tono. Si trovano anche cose carine; non si trova una ‘voce’. E, soprattutto, c’è questo mio atteggiamento sbagliato (sbagliatissimo), questa — appunto — brutta piega che mi fa torcere il collo e piegare la schiena.

Comunque scrivano gli altri bloggers io non sono in grado di scrivere come loro.

Scrivo molto peggio — se questo può aiutare, ben venga. Non credo scorrazzerò in qua e in là per blog, mai piu’ — a parte, magari sporadicamente, quei due-tre che ormai sono uno dei miei tic, e che non trovo malaccio. Sin dall’inizio ho avuto la tentazione di postare e stop, lasciando che altri commentassero, magari non leggendo nemmeno i commenti. Lo sapevo: la mia prima intuizione, la mia prima tentazione è sempre la migliore. Parola torna indietro: non posso andare avanti secondo regola: io me ne sto qui, a beatamente dimenticarmi di qualunque cosa possa essere un mio eventuale, malcapitato interlocutore.

(Ma, a parte tutto, non colpisce nessuno [evidentemente no] che razza di mostri abitino queste lande? Uno dev’essere scrittore e notista in proprio, critico quando è in visita, organizzatore di ammucchiate quando deve stabilire qual è la sua ‘community’, e che link mettere. Ma a nessuno scoppia la testa [evidentemente no]? [Qualcuno ha tentato, seriamente, la scalata a biogiannozzi [GI, non fraintendere!], con quelle mandrie di bloggers? Io non ci capisco un cazzo!!! Insomma, mi ritiro in buon ordine, e buonanotte al secchio).

XLVIII. Ahoi.

12 Set

XLVIII. Ahoi. Nil sub sole novum, mi trovo nuovamente qui in biblioteca, ma questa volta mi sono dato qualche cosa da fare — vuol dire che non ho testa per improvvisare qualcosa da mettere qui sopra, magari mettendoci (pure) tutto me stesso dentro. Tutto me stesso è quasi nulla; per metterci qualcosa dovrei essere. Per essere devo fare fatica. Per fare fatica, 1. devo averne voglia (di fare fatica), 2. non devo avere sonno (e purtroppo ne ho [di sonno]). Ho qualcosa da fare.

Io volevo, quasi quasi, affrontare un discorso delicato e impegnativo, sempreché fosse possibile; nel caso in cui non fosse possibile e io lo affrontassi lo stesso (il discorso delicato e impegnativo), tanta reticenza sarebbe perfettamente inutile, perché — almeno qui sopra — posso aspettarmi un ‘no, guarda, lascia perdere’, semmai, dopo che ho sparato la stronzata, e non prima, quando servirebbe a qualcosa (posto che serva a qualcosa non farmi affrontare un discorso delicato e impegnativo).

Non so come dirlo, e lo dico brutalmente: a me i blog fanno schifo. Tutti, o quasi tutti. Detesto la loro caratteristica saliente, quella di contenere o dichiarazioni o tracce di angosciante afasia — lamenti o cicatrici — o altrimenti la traccia vagamente oscena di tasti ammaccati alla cazzo, da parte di persone dotate di mezzi sufficientemente potenti e di sufficiente tempo. C’è chi non si spiega abbastanza, e c’è chi — per quello che ha da dire (= niente) si spiega fin troppo. Per un po’ (me ne vorrà qualcuno, o comunque mi escluderò a priori da certi giri) sospendo la lettura dei blog. Comunque sia, ho notato che da ultimo non riesco a leggere più di cinque righe per post, e questo mi sa vagamente di disonesto.

Avrei bisogno di qualcosa che mi comunicasse entusiasmo… Nel frattempo, dato che questo qualcosa è proprio introvabile, è doveroso (quantomeno) non farsi deprimere di più.

Dall’ultimo scambio con I., io non dicevo il falso quando dicevo che scrivevo; il fatto è che scrivo prevalentemente a mano, per i motivi che ho già detto. Se mi metto a copiare cose lunghe, sottraggo il tempo ad altre cose, magari più importanti (per me, ci mancherebbe) di quelle che ho già fatto. Io non so che posizione prendere a questo proposito, perché non mi riesce d’ipotecare il futuro (o porre limiti alla provvidenza); aviègne que peut, insomma.

Cia’.

d.

XLVII.

10 Set

XLVII. Ce l’ho fatta. Non era shinystat che mi mancava (comunque il counter c’è già), ma heracleum, e l’ho ripristinato. Per oggi tutto qui. 😀

Cia’.

d.

XLVI. Mi piacerebbe anche

9 Set

mettere il ritratto dell’anfiosso il cima al blog (mentre adesso si trova in fondo). Ci penso un’altra volta.

XLV. Qualcuno

9 Set

potrebbe chiedersi come mai non cancello tutti i vecchi post inutili come ‘smetto di scrivere’ e ‘qui è scomodo’ e ‘non ho abbastanza tempo’. Lo farei, il problema è che dovrei rifare daccapo l’elegante numerazione romana; & sono troppo pigro.

Cia’.

d.

XLIV. Grazie, sirenetta.

9 Set

XLIV. Adesso dovrebbe andare meglio. (Piace di più anche a me, così).

XLIII. Avvertenza.

6 Set

XLIII. Per quanto riguarda i commenti che sono stati fatti fino adesso, lascio tutto come sta.

Per il futuro, tutti i commenti anonimi saranno cancellati.

Vedete voi come firmarvi, a me non interessa. Dopodiché dite tutto quello che volete, non mangio nessuno (e nessuno mangia me — in pochi, tutto sommato, sanno che gli anfiossi sono commestibili).

(Non mi riferisco tanto a quello/a che ha scritto ‘cheppalle… adieu’, tantopiù che se n’è andato/a, vale per tutti ed è una cosa a cui pensavo già da qualche tempo).

XLII. Uragani e memoria.

5 Set

XLII. Non vedo telegiornali da una vita, e non compro giornali. Apprendo solo pochi minuti fa da una copia di "metro" dell’uragano Katrina abattutosi sulla città di New Orleans. La cosa strana è che appena ho letto la notizia, che di per sé è impressionante, superata la prima reazione (ovvia, di rincrescimento, per la distruzione, il numero dei morti, &c.), mi si è affacciata alla mente un’altra domanda: che fine avrà fatto Anne Rice?

E’ l’autrice dell’Intervista col vampiro, e di tutto il ciclo che è seguìto, a sua volta diviso, credo, in varie sezioni — che è letteraturaccia, ma assai ambiziosa; come anche di un altro ciclo, quello delle Streghe di Mayfair, che è ancora piu’ ambizioso. Ultimamente era andata decadendo; prima di tutto (apprendevo ciò, con anni di ritardo, da certi pettegolissimi siti o ufficiali o non ufficiali) per quanto riguarda la salute, in secondo luogo (non so se proprio in conseguenza) per quanto riguarda la qualità dell’ispirazione. Insomma, si era fatta meno opulenta, piu’ fiacca — e nel frattempo le trame, da ardite che erano, s’erano andate facendo uno strano miscuglio di scontato e delirante. Non solo mi sono posto la domanda, ma sono anche andato a vedere sui primi siti a lei dedicati che saltano fuori cercando ‘anne rice’ con google. Non c’è traccia né di uragani né di altro, da parecchio tempo. Poche cose fanno tristezza come questi siti che finiscono alla deriva — in questo caso per via del fatto che è la dedicataria del sito ad essersi ormai spersa un po’ in alto mare. L’apice della sua fama dev’essere stato, ormai, una decina di anni fa. Sembrano nulla, e invece sono un tempo incredibilmente lungo. Tra i pettegolezzi che ho letto annoiato ricordo vagamente dell’inizio di un ciclo di dialisi (problemi coi reni, dunque) e di un trasloco, dalla sua pacchianerrima casa zeppa di bambole antiche a un piu’ modesto e meno storico appartamento (ciò che non è proprio precipitare nello squallore, ma fa il suo porco effetto persino a me, che se proprio voglio decadere posso tutt’al piu’ oscillare tra la discarica e la fogna).

Si è vigorosamente battuta per la conservazione, il restauro e la tutela di taluni edifici novorleanesi secondo lei patrimonio storico; si ispirava alla mentalità conservativa europea, ovviamente (conosce molto bene l’Italia, soprattutto ama la Toscana, par di capire); ma bisogna anche dire che in Europa, in effetti, gli uragani come Katrina sono eventi piu’ unici che rari. (Nel ’69 ci fu una levata di scudi, negli USA, per evitare l’abbattimento della casa di Poe — possedevo un ingiallitissimo, vecchio trafiletto che ne parlava; ma iniziative del genere sono cose rare, si direbbe, laggiu’).

XLI. Io tifo per ruttoman.

4 Set

XLI. (Angela mi ha informato, giovedì scorso, che Nazione Indiana ‘adesso è scoppiata, e Moresco e la Carla Benedetti se ne sono andati’ — ha aggiunto alcune cose a proposito di una fantomatica Restaurazione e non so quant’altro. [Io ho letto alcune cose che Carla Benedetti ha scritto su Moresco, e poi un pezzo su un romanzo recente di un cazzone di cui non ricordo il nome. Manco sapevo che scrivesse su un sito (Carla Benedetti, intendo)]. Io non leggevo mai Nazione Indiana, solo che ‘adesso che è scoppiata’ mi è venuta la curiosità.

Sicché sono andato a vedere; Angela mi aveva anticipato che tutto adesso è ridotto a una specie di normalissimo blog, &c. Ho leggiucchiato un po’ di interventi polemici, e mi sono perso: non sono riuscito a capire che cosa esattamente intenda Moresco per Restaurazione. Però mi è tornato in mente che di Moresco, ormai, ho letto quasi tutto, e ho pure preso copiosi appunti, e forse dovrei copiare tutto e correggere e farne un bel post, che renderebbe questo blog meno schifosamente insulso e acciabattato di quanto sia attualmente — e a questo penserò, prima o dopo (sperando tenda più al prima che al dopo, ovvio).

Non mi ha troppo impressionato — tutta la questione non mi tocca, perché (appunto) non leggevo mai Nazione Indiana. Una cosa, però, mi ha colpito. Diciamo che mi si è presentato un problema di date, e sono andato in crisi su un’eventuale definizione condivisibile del concetto di ‘prima’ e del concetto di ‘adesso’.

Ho la vaga impressione che Carla Benedetti se ne sia andata il 27 maggio, vale a dire circa due mesi e mezzo fa. Ho letto bene? Qualcosa mi sfugge.

Comunque sia, Nazione Indiana è sempre lì:

http://www.nazioneindiana.com.)

XL. Mi sa che ho detto una belinata.

4 Set

XL. Pare che il meccanismo dell’invito funzioni in un altro modo. Per accedere e leggere e, credo, anche commentare, si può sempre; solo che l’invitato (che in questo caso sarei io) è autorizzato a gestire il blog come fosse cosa sua.

E’ molto responsabilizzante!

[Mi dovrò leggere tutto quello che seramaro ha scritto, innanzitutto. (E poi?)].

***

Niente. Stavolta ne ho infilate una dietro l’altra. Ho provato ad andare su http://www.seramaro.splinder.com senza loggarmi (senza fare il login, o loginarmi), e non si può. Quindi si può accedere soltanto tramite invito — non è che io possa intervenire alla cazzo, come e quando mi pare; no: in realtà, posso accedere inquantoché invitato (e, inquantoché accedente invitato, posso parimente intervenire, lasciando commenti, &c.). Mentre chi non è invitato resta fuori, semplicemente.

Nonostante ciò mi renda perplesso (mi rende perplesso la breve storia di tutti i miei link), lo lascio lo stesso. Chi vuole può richiedere a http://www.seramaro.splinder.com (Serafino Maria Roboris) se può entrare a leggere. Se http://www.seramaro.splinder.com (Serafino Maria Roboris) risponde di sì, non c’è alcun problema (non so come si svolga il meccanismo dello svito, però, qualora uno dei contraenti fosse insoddisfatto — ma forse non è affar mio).

XXXIX. Seramaro.

4 Set

XXXIX. E’ una cosa che volevo fare già da qualche giorno, da quando — cioè — ho ricevuto l’invito a partecipare al blog http://www.seramaro.splinder.com. Ciò vuol dire che l’owner del blog, Serafino Maria Roboris, ha stabilito che ci si può andare solo su invito. E’ scontato che se metto qui il link non tutti potranno partecipare, e che, volendo essi partecipare, dovranno prima ottenere regolare autorizzazione dall’owner. — E questa è l’unica cosa che ho capìto, se pure ho capìto bene (oddìo, avrò capìto?), perché non ho un’idea molto definita di che cosa sia esattamente ‘partecipare a un blog’ (devo ancora studiarmi la questione).

Ciononostante, trovo che sia carino aggiungere ai link anche lui, per ricambiare in qualche modo. (E anche per scrivere qualcosa, sennò che cosa mi sono connesso a fare?).

d.

XXXVIII. Esopini e cognomi.

3 Set

XXXVIII. Può essere un segno della decadenza il fatto che personaggi esopici (animali antropomorfizzanti) abbiano non solo un nome, cosa assolutamente normale, ma persino un cognome?  

Ricordo che in un numero dell’eponimo giornaletto Topolino (Mickey Mouse, non è un nome-e-cognome) una volta si trovava lontano da Topolinia; cacciatosi in qualche inconveniente, interrogato da un commissario ben diverso dal familiare Basettoni, aveva dovuto declinare tutte le generalità. A mo’ di nome-e-cognome aveva potuto rispondere solo ‘Topolino di Topolinia’. Il surcilioso commissario s’era sentito preso per i fondelli, e l’aveva messo dentro. Topolino non ha un cognome. Ce l’ha Paperone (de’ Paperoni), ma suona qualcosa di più, come un titolo nobiliare. Anche Pico de Paperis ha un cognome, anche qui di intonazione nobiliare. Paperino, Gastone, Paperoga non hanno cognomi. Non possono, verrebbe da dire, averne, dal momento che possono essere solo nipoti e zii (oltreché fratelli e cugini), non padri e figli. il ‘Pitagorico’ di Archimede è un soprannome, o un nome umanistico, non un cognome propriamente inteso.

Afanasjev riporta una fiaba-nonsense, quella di Karpa Karpovna, "figlia setolosa", del tutto priva di senso — ma il personaggio di Karpa è una specie di sirena (?), non è più animale che umana; e poi Karpovna sa più di patronimico (che forse è ancora più umanizzante del cognome, ma non saprei). Gli animali delle favolette di Krilov non hanno né nomi né cognomi. In Esopo non hanno cognomi, anche perché i cognomi non esistevano. Renard non ha un cognome.

Esiste, adesso, un Geronimo Stilton, di cui so solo quello che ho intravisto su un libretto — mica ci faccio uno studio. Lo stilton dovrebbe essere un formaggio, ma suona proprio come un cognome (come quasi qualunque toponimo, ovviamente). Addirittura un suo libretto ha le figure odorizzate — non è una novità, anch’io da bambino avevo un libro con figure da sfregare e annusare. Solo che riporta non solo profumi e profumini, ma anche puzza di piedi, &c. Il libretto ha anche le figure a pop-up, che diventano tridimensionali quando l’apri. Una specie di modesta, perché infantile, immersione nella vita dei sensi, nonostante l’intento favolistico?

Poligraf Poligrafovic Pallini è pure da annoverare tra le sirene, come ‘sirena artificiale’. Ma quel nome e cognome e patronimico in particolare hanno una funzione, quella di rappresentare i (ridicoli) tentamenti di Pallini a diventare, di cane, uomo.

Il Marino, nell’Adone, descrive maravigliosamente un’altra e simile sirena, anch’essa canino-umana, e anch’essa ha nome e cognome: Tricane Cinofalo (riporto intero il brano perché ce l’ho da secoli nelle bozze di Hotmail, e non so, altrimenti, che farmene):

Cinisca ell’avea nome, ala cui mano   200
lo scettro s’attenea de’ Cappadoci.
Venne a metterle campo il fier Turcano,
tiranno già de’ Tartari feroci
ed, avendola un tempo astretta invano
con lunghi assedi e con battaglie atroci,
alfin pensò l’inespugnabil terra
per froda conquistar, senon per guerra.

Trattò seco allianza e voler finse   201
di già nemico divenir marito,
persuase, promise e la sospinse
con lettre e messi a credere al partito
e con sacri protesti il patto strinse
e strinse il coniugal nodo mentito
per trovar via da disfogar lo sdegno
ed occupar con tal inganno il regno.

Fu dal falso imeneo placato Marte,   202
onde a dura tenzon pace successe.
La misera lo stato a parte a parte
e la persona al barbaro concesse.
Ma dapoi che’l fellon con sì nov’arte
la donna ottenne e la cittade oppresse,
schernì con ingratissima mercede
il fatto accordo e la giurata fede.

Nutriva ei con lo stuol di molti alani   203
un suo nero molosso, il più membruto,
il più sconcio, il più fier che tra Spartani
o tra gli Arcadi mai fusse veduto.
Era terror de’ più tremendi cani
ed avea come lupo il cuoio irsuto.
Grugnon fu detto, in orride tenzoni
avezzo a strangolar tigri e leoni.

Or per disprezzo a tal consorte in moglie   204
sottoporre il crudel fè la meschina
e comandò che dele proprie spoglie
ignuda tutta, incatenata e china
preda restasse ale sfrenate voglie
del’ingorda libidine canina
e, dele nozze patteggiate in vece,
dal’osceno mastin coprir la fece.

Così, poiché più volte ella sostenne   205
l’indegna villania del sozzo cane,
dal’iterata copula ne venne
ingravidata a concepir Tricane.
Trican dal Dente è questi, il qual ritenne
forme parte canine e parte umane.
Mezzo dal cinto insù d’uomo ha sembianza,
tutto simile al padre è quelch’avanza.

Dal Dente ei detto fu, peroch’aguzza   206
in fuor del grugno ed arrotata zanna
che di schiume sanguigne il mento spruzza,
a guisa di cinghial gli esce una spanna.
Con quest’arme talora in scaramuzza
più che col ferro altrui lacera e scanna.
Parla, ma voce forma orrida ed atra
che con strepito rauco ulula e latra.

Volto affatto non ha nero ed adusto,   207
né candido deltutto e colorito.
Crespo di chiome ed è di tempie angusto,
del color d’Etiopia imbastardito.
Ha vasto il capo e pargoletto il busto,
col difetto l’eccesso insieme unito;
fanno quinci Erittonio e quindi Atlante
un innesto di nano e di gigante.

Gonfio sen, braccia lunghe e cosce corte,   208
ispida barba e peli irti e pungenti,
luci vermiglie e lagrimose e torte,
sguardi d’infausto e fiero foco ardenti,
fronte rugosa, oscure guance e smorte
e sotto bianche labra ha biondi denti.
Armato poi le man d’acuto artiglio
ben mostra altrui che di tal bestia è figlio.

Aggiunse di natura al’altre cose   209
ancor nova sciagura il caso istesso.
Quando del ventre fuor la madre espose
l’orribil peso e si sconciò con esso,
dapoich’ebbe con strida aspre e rabbiose
dale viscere immonde il parto espresso,
accrebbero le serve e la nutrice
cumulo di miserie al’infelice.

La balia ch’allevollo e l’aiutante   210
di recarglielo in braccio ebber piacere.
Raccapricciossi nel vedersi avante
quelle sembianze abominande e fiere,
svenne d’angoscia e di terror tremante
le braccia aperse e se’l lasciò cadere,
ond’ei portò dala materna poppa
un piè travolto ed una gamba zoppa.

L’avea con acque magiche e con versi   211
volto la fata in un donzel sì vago,
ch’apena sotto il sol potea vedersi
la più leggiadra e signorile imago;
e seco in paggi altr’uomini conversi
parimenti in virtù del licor mago,
pur dela stirpe sua gente minuta,
orribile, difforme e disparuta.

Ch’arditamente ad Amatunta il piede   212
senza indugio volgesse ella gli disse,
perché di Cipro ad acquistar la sede
cosa non troveria che l’impedisse
e la palma, il trionfo e la mercede
verrebbe a riportar del’altrui risse,
ch’unita la beltà del mondo tutta
fora alato ala sua per parer brutta.

Or qua venia da lei sospinto e tratto   213
da’ suoi propri desir leggieri e sciocchi.
Tre volte intorno intorno il contrafatto
torse caninamente il ceffo e gli occhi.
Di reverenza o di saluto in atto
non chinò fronte e non piegò ginocchi,
ma per mezzo lo stuol quivi raccolto
portò superbo il portamento e’l volto.

Passa al’altare, orch’è coverto il cucco   214
sott’altre penne, orgogliosetto in vista.
Veste di pelle d’indico stembucco
colletto che di perle ha doppia lista,
di prezioso ed odorato succo
di muschio e d’ambracan temprata e mista.
Damaschina ha la storta al lato manco
e dorato il pugnal dal’altro fianco.

Vermiglio palandran vergato d’oro   215
gli cade al tergo e’l fregio è d’aurea trina
e d’un tabì di simile lavoro
fatta è la calza e frastagliata a spina.
Un cappelletto di sottil castoro
porta che pur la piuma ha purpurina;
e guernito le man d’arabi guanti
vien ninfeggiando, amoreggiando avanti.

Questa vana magia durò sol tanto   216
ch’ei più dapresso ala gran dea comparve;
ma giunto innanzi al simulacro santo,
si dileguar le mentitrici larve,
s’aprì la nube si disfè l’incanto
e la finta beltà ratto disparve,
ond’ancor negli astanti al’improviso
si trasformò la meraviglia in riso.

Qual uom che sotto maschera nascosto   217
inganna altrui con abito mendace,
altro che prima appar, poich’ha deposto
dela non sua sembianza il vel fallace,
tal quel brutto omicciuol rimase tosto
che nela sua tornò forma verace;
e Saliceo, che’n stima era tra’ vegli
del più grave censor, ne rise anch’egli.

Di quel collegio reverito e sagro   218
è questo Saliceo tra’ principali,
maninconico in vista, asciutto e magro,
ma sempre in bocca ha le facezie e i sali
e punge con parlar mordace ed agro,
ma sono i motti suoi melati strali,
onde trafige e gratamente uccide
e fa rider altrui, seben non ride.

Poiché l’arco costui, secondo l’uso,   219
dela lingua piccante ebbe arrotato,
torse ghignando e sorridendo il muso
e col gomito urtò chi gli era a lato.
– Or chi (dicea) non rimarrà confuso
in risguardar quest’atomo animato?
O quale sfinge indovinar sapria
che qualità di creatura ei sia?

Da qual nicchio sbucò di Flegetonte   220
un granchio tal, cui par non fu mai scorto?
con qual bertuccia si congiunse Bronte,
onde ne nacque un sì stupendo aborto?
Se l’arco avesse in man, la benda in fronte,
l’ali su’l tergo e’l piè non fusse torto,
e’ mi parebbe ale fattezze estrane
lo dio d’amor de’ topi e dele rane.

Ale parti del corpo io non m’oppongo   221
se nol guastasse alquanto il piedestallo;
e se fusse un sommesso almen più longo,
per Ganimede io l’avrei tolto in fallo.
Sotto quel suo cappel somiglia un fongo,
al vestire, ala piuma un pappagallo.
Sembra nel resto una grottesca a gitto
overo un geroglifico d’Egitto.

Veramente a ragion biasmar non posso   222
sì gentil personaggio e sì bel fante,
che se la base è picciola al colosso,
il torso è però grande e torreggiante;
e s’io ben miro, il naso ha così grosso
che ne staria fornito un elefante,
benché di schiatta elefantina un mostro
il dimostrino ancora il dente e’l rostro.

Donde derivi in lui tanta arroganza   223
veder non so davante a sì gran nume.
Per aver di Vulcan la somiglianza
forse con Citerea tanto presume.
Ma dove manca la civil creanza,
la natura supplisce al vil costume,
poiché mentre traballa or alto or basso,
suo malgrado s’inchina a ciascun passo.

Ma se col fasto eccede e con l’orgoglio   224
ogni proporzion di sua statura,
scusar lo deggio e perdonar gli voglio,
ch’aver vuolsi riguardo ala figura
in cui, qual pittor saggio in breve foglio,
le sue grandezze impicciolì Natura.
S’egli, ancorché si drizzi, è sì piccino,
or che farebbe inginocchiato e chino?

Abbiasi dunque mira ala corona,   225
pongasi doppia cura e doppia mente
perché mentre fra gli altri or si tenzona
non la rapisca il semideo valente;
ch’essendo per cagion dela persona
poco men ch’invisibile ala gente,
se vorrà torla contro i sacri patti,
uopo non fia che fugga o che s’appiatti. –

Per questo ragionar non si ritira,   226
anzi pur oltre il paladin procede,
che seben dela turba il riso mira,
dele vergogne sue nulla s’avede.
Ma quando altero al’aureo cerchio aspira
e di toccarlo e di levarlo ei crede,
trema in guisa l’altar ch’altrui spaventa
e la dea folgorando un calcio aventa.

Nel volto con tant’impeto battuto   227
fu dal piè dela statua il sozzo nano,
che sossovra in un globo andò caduto
di grado in grado a rotolar nel piano.
Quel piacevol prodigio allor veduto,
sentissi il riso raddoppiar lontano;
rimbombonne il teatro a voce piena
e chiuse in atto comico la scena.

Levossi il semican superbo e rio   228
e del publico oltraggio al ciel latrava;
dela rabbia paterna infuor gli uscio
di bocca il fiel col sangue e con la bava;
e bestemmiando del’alato dio
la madre in vista minacciosa e brava,
contro la maga iniqua e maledetta
giurò sovra il suo dente alta vendetta.

XXXVII. Ah, già.

2 Set

XXXVII. Mi sovviene.

Quando morì Oscar Wilde [o quando fu carcerato?], prostitute e papponi danzarono per le vie della città. [Comunque fosse, questo me lo ricordo bene: prostitute e papponi danzarono per le vie della città].