Archivio | agosto, 2005

XXXVI. Iannozzi e il Bruno.

30 Ago

[Importante: Il pezzo che segue contiene delle citazioni dal profilo biografico di kinglear/Iannozzi, che si trova qui:

http://biogiannozzi.splinder.com/1093725279#2804333.

Spero di non aver infranto nessuna legge, o regolamento interno. Nel caso, kinglear/Iannozzi mi dica, e io cancellerò sùbito]

Qui dalla biblioteca –br–non sono in grado di seguire buona parte dei link: pigio, e non mi viene fuori niente. Sicché, stavolta, ho copiato il link, pieno di numeri, della biografia di Iannozzi, che è un aggiornamento di quella del 2002 che si trova ancora, da qualche parte, in rete. Ricordo, a suo tempo, di averla letta — quella attuale, dicevo, è un aggiornamento. Quindi non è del tutto vero che Iannozzi è altra cosa da quello che è oggi (come Iannozzi stesso ha dichiarato), avendo una versione aggiornata sempre qualcosa in comune con la versione datata. E che Iannozzi non sia diverso da quello che era (qualunqu’uomo fosse l’in parte altr’uom da quel che è) mi consola. E questa consolazione che provo è l’ennesima cosa che provo e non mi spiego, o una di quelle cose di cui Miss Lucia soleva dire che "si sente e non si dice". Le attività di Iannozzi (che dovrebbero proseguire, anche, in senso professionale su http://www.newshakespeare.altervista.org, ancora in fase di costruzione — a quel che vedo, un print on demand) sono molteplici e disparate, e il suo blog è smisurato, tanto da richiedermi (col concorso non indifferente della non pronunciata attitudine alla sintesi dello scrittore) un po’ di tempo, tra lettura e assimilazione.

Dopo aver dato conto delle sue attività di giornalista, Iannozzi registra: 

  "Nel 1994 ha pubblicato per i tipi Editrice Nuovi Autori il romanzo “Amanti nel buio di una stanza”."

Questo m’interessa; sarebbe un modo per cominciare a capirci qualcosa senza cadere nella rete distraente dei rimandi del suo blog (anche come fruitore non riesco ad essere allo stato dell’arte). Chissà se e dove si trova: lo cercherò, quasi indefessamente.

(Seguono i moltissimi autori che ama e considera tra i propri fondamentali; proclama la propria avversione a pregiudizi e la propria sfiducia nella politica; seguono i suoi gusti in fatto di musica).

 "Non si sa con certezza quanti libri abbia letto e consumato: la leggenda vuole che siano un numero spropositato, forse diecimila, ma c’è chi dice che ne abbia digeriti molti di più, forse addirittura quindicimila".

Non so chi propali questa leggenda — in fondo le leggende sono sempre un fatto collettivo, e racchiudono un germe di verità. Vero è che sulle cifre (dalle dimensioni dell’Arca alle navi achee al colosso di Rodi) tendono o a strafare o a rappiccinire, ma qualcosa di vero c’è sempre. Invidiabile, comunque.

(Segue ragguagliando circa la propria arroganza, sul fatto di essere uno stronzo, del tipo [in particolare] "pezzo di merda", della specie [nel dettaglio] di quelle "che non galleggiano"; è ateo; è un intervistatore incallito; è un forte bevitore di birra).

 "E’ un fumatore, ma per gusto e non per vizio. Farebbe volentieri a meno delle sigarette ma non della penna che usa per scrivere".

Invidiabile 2. Io, se resto senza sigarette, lascio la penna e corro a chiederne in giro (ho letto da qualche parte espressioni infastidite sui poeti che aprono troppo fiduciosamente agl’intendenti curiosi il giardino segreto della loro intimità. Non è che faccio male? [Sarà mica l’ora di "nascondere la propria vita ed espandere l’anima", qualunque cosa ciò voglia dire?].

(E’ logorroico; istintivo; odia le ingiustizie; è un tiranno; webzine, &c. E poi:)

"I suoi progetti futuri in campo editoriale: scrivere un romanzo di meta-fantascienza umanistica che abbia come protagonista un Giordano Bruno filosofo del futuro…

Si vocifera che… In futuro, forse si saprà!"

Ho messo anche questo si vocifera, nella citazione, dal momento che potrebbe riferirsi anche a quest’idea. Di recente (in pratica ieri) sono stato centrato da una strampalata proposta editorial-amatoriale, che non riguardava me per primo ma mi ha sfiorato di sguincio; e che tuttavia è stata sufficiente a farmi capire quanta sotterranea avversione covi in me (sotterranea, sì, ma quanta!) nei confronti dei progetti, mi riferisco a quelli scrittorii ,fondati su vaghe impressioni, su remote assonanze, se non da una schietta e decisa e pura e semplicissima noia — madre di molti devanei sciapitamente inconsulti. Per tutto quello che (chiedo scusa se insisto, ma come definire con netta chiarezza, al primo colpo, quello che di per sé è di dubbia consistenza?) reca con sé quel tanto in più di virtuale (si potrà dire?) rispetto a tutto quello che consideriamo — in qualche modo — necessario, fondato; vale a dire tutto quello che in superficie può presentare tutta la variegata attrattiva di questo mondo, ma di fatto, quando ci scivola via dalle mani, è come se non fosse mai esistito.

Sicché, incontrando questo "soggetto", cioè questa frase da cui può discendere tutto un mondo di conseguenze, mi sono (probabilmente più del dovuto) sentito sùbito svegliare qualcosa dentro — espressione forse troppo marcata. [[Molto a parte. Non ho mai dedicato una riga ‘mia’, cioè ‘d’invenzione’ al Bruno, che pure ho letto, forse integralmente. Di più: l’ho riletto, secondo un’ottica un po’ meno immatura della prima volta, e con minore disorientamento, a partire dalla versione dei testi sulla magia e le ligature a cura di Parinetto, autore anche di una magnifica, illuminante introduzione (ed. Mimesis, se non sbaglio, la stessa del Picatrix per cui qualche contemporaneo ha qualche per me inspiegabile affetto), che mi accompagna tuttora. Fine dell’a parte]]. La curiosità, se non altro, di sapere quale séguito può aver avuto, se pure ha avuto, questo progetto; se esso sia uno di quei progetti che si accarezzano una vita, senza mai poterli, nonché condurre in porto, nemmeno affrontare, o se, invece, sia oggetto di cure concrete da parte tua. Se sia stato accantonato, nel frattempo, e, se sì, se a tempo determinato o indeterminato o in eterno. So alla perfezione che non a tutti piace parlare delle cose proprie, specie se si tratta di fragili embrioni come possono essere i progetti (tanto più fragili quando sono annunciati, peraltro), ma ne hai fatto qualcosa? O pensi di farne qualcosa? (Trovo l’idea di dedicarsi al Bruno, pur con tutto quello che gli è stato dedicato — tutto in sé poco affascinante, devo ammettere, limitandomi [è ovvio] a quello che ho letto finora — troppo affascinante).

XXXV. Scheda: buddismo per principianti.

25 Ago

XXXV. FELICITA’ IN QUESTO MONDO. Un percorso alla scoperta del Buddismo e della Soka Gakkai. Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, Roma luglio 2001. Pp. 96.

Si tratta di un testo diviso in 22 brevi capitoli, propedeutico e divulgativo, sul buddismo. Benissimo scritto, espone con molta semplicità e chiarezza i principii imprescindibili dell’organizzazione e del pensiero buddisti. La Soka Gakkai è un’organizzazione laica, antagonista (per un lungo periodo, in Giappone) del clero buddista tradizionalista, fondata tra il 1928 e il 1930 da Tennesaboro Makiguchi e Josei Toda, coordinata dal ’60 da Daisaku Ikeda,  che ne ha fatto un’organizzazione internazionale nel 1975; parte dell’ONU dal 1981, scomunicata dal clero nel 1991, in Italia è presente come movimento dalla metà dei Settanta, come organizzazione dal 1998, e dal 20 novembre 2000 è ufficializzata da un decreto del Presidente della repubblica.

E’ ispirata al pensiero del teorico giapponese Nichiren Daishonin, fiorito dalla metà del sec. XIII dell’E.V. Il buddismo nasce come dottrina morale, cioè come una filosofia; ma è, per noi, una religione, che tuttavia non è incentrata sull’Ente superiore immaginario bensì sull’uomo — in particolare sulle sofferenze dell’uomo. E’ una religione perché ha un culto, e si prega.

La preghiera consiste quasi esattamente nel titolo del famoso Sutra del Loto nella prestigiosa traduzione in caratteri cinesi del 406 dell’E.V., scelto da Nichiren Daishonin come la formula piu’ adatta all’ufficio di preghiera; la formula è "Nam [sanscrito] myoho renge kyo". Ripetuta piu’ e piu’ volte, tutti i giorni, ha un effetto rivitalizzante. Il suo significato è "entrare in armonia con la Legge dell’Universo attraverso il suono", con una serie pressoché infinita, a quel che pare, di implicazioni.

Ci sono 10 condizioni in cui può trovarsi l’animo umano:

1. Inferno.

I tre veleni:

2. Avidità.

3. Animalità.

4. Collera.

Quindi altri due, dei più comuni:

5. Tranquillità.

6. Estasi.

Quindi i meno comuni:

7. Studio.

8. Illuminazione parziale.

9. Bodhisattva ["saggezza + coraggio"]

10. Buddità, che li supera e trascende tutti e nove.

Nella vita, ognuna di queste condizioni, denominata "mondo", non si presenta sola, ma può assumere una sfumatura diversa a seconda della compresenza di un altro stato o "mondo": ne conseguono 100 mondi, a loro volta ciascuno caratterizzato da 10 fattori, per un totale di 1000 mondi; che ascendono a 3000 allorquando li si consideri immersi nei tre ambienti dell’individuo, dei viventi in generale, delle creature insensate; questi 3000 mondi sono le 3000 condizioni in cui siamo immersi in ogni singolo momento della vita.

Il buddismo è poi fondato sul concetto di Karma (= "azione"), o destino, che non conduce al servo arbitrio, ma consiste in una tendenza generale che può essere mutata tramite l’esercizio costante. Ora, il buddismo è essenzialmente una filosofia morale e una scuola spirituale; quelli che insegna, latamente, si potrebbero interpretare come "esercizi spirituali". La natura seccamente razionalista di questa spiritualità è riflessa nel rigido schema (che può ricordare le ‘griglie’ sensistiche, in ambito tutt’affatto profano), tramite il quale si definiscono le funzioni della complessa macchina del sentire umano, con il notevole inferimento della compresenza costante di tutti i sentiri nel sentire del momento.

Il buddismo incentra tutta la sua teoria sul dolore umano, e indirizza tutta la sua azione al superamento di esso dolore, tramite la trasformazione di ogni condizione negativa in qualcosa di positivo, fino alla suprema illuminazione, la buddità.

Quello che caratterizza questa religiosità rispetto ad altre è il rifiuto dell’alienazione ascetica e il rifiuto del rifiuto delle pulsioni negative dell’animo umano. Una condizione irenica che tendiamo a considerare affatto orientale, mentre ha tentato a ripetizione anche l’occidente, e il cristianesimo — fino al molinismo della prima età moderna, base annosa su cui si sono sostanzialmente poggiate tutte le altre teorie passivizzanti e antiemotive, di qualunque provenienza, dei pochi secoli seguenti. Alla base di tutto il percorso — anzi, anima e scansione di tutto il percorso, è la recitazione del titolo del Sutra del Loto.

Gli estensori del libretto si preoccupano di prevenire le perplessità e le contestazioni circa apparenti schematismi e semplificazioni (il libretto si immagina stilato da un esperto che ricorda le prime riunioni della Soka Gakkai a cui ha partecipato, mettendosi dal punto di vista del neofito). In realtà, tanta semplicità procederebbe da una lunghissima elaborazione; quei semplici principi, quelle semplici ritualità non sono un’approssimazione, ma un distillato.

XXXIV. GT 2 (postilla)

24 Ago

XXXIV. Mi è venuto naturale andare su google e cercare "Gino Tasca". Sono uscite diverse pagine, che testimoniano dell’intensa presenza in Rete di GT negli ultimi tempi, da poco prima della creazione del suo blog in poi. Un tratto riconoscibile del suo carattere scrittorio è sempre stata, soprattutto nelle prosette critiche o di commento, il ricorso piuttosto generoso alle citazioni; non solo letterarie, ma anche musicali, soprattutto operatiche.

[Ritengo avesse buon gusto; scrisse anche una cosa sulla Callas, sua beniamina, che mi lasciò molto perplesso, una volta; prendendo a esempio il suo "In mia man alfin tu sei", notò che tendeva ad allargare le vocali fin quasi al parlato, sicché il testo era perfettamente intelligibile, ma soprattutto scolpito. E’ vero che l’ "In mia man alfin tu sei" della Callas è scolpito, ma GT generalizzava, dicendo che la Callas faceva sempre così. Invece è noto il contrario: la Callas schiariva o scuriva le vocali (un artificio che volle indicare anche ai suoi stagisti alle lezioni alla Juilliard, 1970) fino, talvolta, a rendere difficilmente comprensibile il testo. In Medea, in particolare, dove il testo, un bruttissimo libretto di tale Hofmann, disturba seriamente lo splendore delle musiche di Cherubini e Lachner, inseriva, al top della tensione, delle curiose sequenze in ghisisaghese, puri suoni. L’imbarazzante, scolastico testo di "D’amore al dolce impero" (Armida di Rossini) è insouciamment pasticciato. Montale notò che la sua Maddalena di Coigny mancava (secondo lui era un demerito, secondo me no) proprio di quell’accento scolpito, "tribunizio", perfettamente ore rotundo, sembrava troppo nervoso e frastagliato — secondo lui "La mamma morta" avrebbe necessitato di essere rifusa "in un blocco unico" (ciò che è esattamente il contrario di quello che la Callas avrebbe comunque fatto). Tout se tient, mi pare].

Trovo, tra le prime cose, questo intervento, posto sotto una cosa di NazioneIndiana dedicata al noir e a uno scrittore che di nome si chiama Raul. Le prime parole di GT sono queste:

 gino tasca Says:

Ho avuto due sobbalzi – Monsieur Raoul (Raoul quand du Seigneur è una bellissima aria di Meyerbeer. Veramente splendida.)

 

GT non si serviva di zibaldoni e calepini, questo è piu’ che evidente; in effetti, qualunque contenuto erudito, appena gli entrava in testa, pareva diventare organico con tutto quanto l’aveva, nel tempo, preceduto. Di qui i numerosi errori. GT non aveva nessuna reazione violenta, quando glieli si faceva notare. Che desse ‘importanza ad altre cose’ è piu’ che scontato.

Raoul (de Nangis) è il tenore degli Ugonotti di Meyerbeer, campione del Grand-Opéra, ma non esiste, negli Ugonotti, nessun’aria con un titolo simile. Il quale invece dovrebbe essere "Rachel, quand du Seigneur", aria di Eléazar nell’Ebrea di Halévy, l’altro compositore ebreo di Grand-Opéra dell’Ottocento francese. Sia detto per inciso, l’aria non è nemmeno di Halévy, ma è stata scritta, caso piu’ unico che raro anche nella prassi ottocentesca, quando i cantanti sapevano ancora, volendo, comporre (la Malibran compose notturni per piano, &c.) dal tenore, Adolphe Nourrit, cantante raffinato e malinconico, una delle due colonne del tenorismo grandoperista insieme all’antagonista Gilbert Duprez (la rivalità col quale sembra essere parte dei motivi per cui si uccise gettandosi dal balcone di un albergo di Napoli). Tornando a bomba, Nourrit aveva bisogno di un’aria supplementare per la propria parte; Halévy e Scribe, affogati negli impegni, dovettero rifiutargliela, e Nourrit se la dovette scrivere da solo. E’ una delle arie meglio scritte del repertorio, e nonostante l’Ebrea non sia mai del tutto uscita dal repertorio, è l’unico brano popolare di tutta l’opera.

Azu, giorni (o settimane?) fa mi proponeva una serie di associazioni libere a partire dal nome "Victor Hugo". Che c’entra? Ma niente, solo che "Rachel quand du Seigneur" e Victor Hugo sono i protagonisti di un sogno che ho fatto tempo fa. Così ne scrivevo ad Angela: [segue]

[[Niente da fare: ho cercato quella mail ma non l’ho piu’. Parola torna indietro. Come non detto.]].

 

XXXIII. GT

24 Ago

XXXIII. Tra le non molte cose rilevanti di questi ultimi giorni ce n’è una, che forse è piu’ d’altre rilevante, e cioè il fatto che Gino Tasca è morto. Ogni tanto, negli ultimi tempi, sono passato sul suo blog, e ho letto distrattamente; da ultimo avevo notato che non andava avanti, e sapendo che era malato non ho potuto non pensare che fosse successo qualcosa. Stamane ho letto la notizia, data da un signore che non conosco, "cletus", amico virtuale o reale o ambo, di GT.

Le ultime cose di GT erano o brevi e di non grande momento, oppure molto lunghe e faticose da leggere a schermo; queste ultime o riscuotevano un ‘successo di stima’ tra gli amici, o commenti piuttosto vaghi e perplessi. GT non è arrivato a dire tutto quello che aveva da dire.

GT ha avuto una vita di rete piuttosto lunga (6 anni circa) e soddisfacente; piu’ soddisfacente negli ultimi tempi, da quando aveva aperto il blog, piu’ personalizzabile e meno caciarone dei forum.

Aveva cominciato a scrivere tardi, dopo una lunga esperienza, suppongo, di vita e di letture, a 52 anni d’età. Nonostante la sua scrittura fosse proprio quello che a 52 anni ci si augura che sia, cioè un distillato, appunto, di una lunga esperienza di libri e di vita, mi è parso che alla unga l sua nuova ‘condizione’ lo lasciasse vagamente a disagio, come se la sua scrittura non fosse un frutto maturo, ma tardivo.

Ha scritto sempre con impegno, sebbene le ultime cose, per una serie di motivi che credo di aver capìto, non mi piacessero affatto. Da ultimo, piu’ che la prolissità, cioè il forzarsi a produrre cose che esorbitassero dalla misura breve che gli era congeniale, gli hanno nociuto certe ‘cattive compagnie’, o meglio ancora (poiché le cattive compagnie in sé e per sé non esistono) la propria ingenuità disarmata e una certa irresolutezza. La sua vena doveva portarlo necessariamente al vagheggiamento di cose belle, peregrine e raffinate, fossero oggetti, musica, concetti. Gli amici hanno avuto buon gioco nel sostenere presso di lui che la vita vera ‘è un’altra cosa’, e che lui viveva chiuso in un guscio, e che era necessario che si facesse carico di quello che interessa davvero alla ggente. Che questi amici non avessero capìto sostanzialmente un cazzo lo dimostra il fatto che hanno continuato imperterriti con le loro assurde esortazione e i loro stupidi rilievi fino all’ultimo, quando ormai GT si era adattato, tra mille mai risolte esitazioni, a fare come gli si andava dicendo da troppo, troppo tempo. GT ha in effetti ceduto, anche per timore di rimanere appiedato; non riuscendo a dimostrare a sé stesso che anche la bellezza delle cose belle fa parte del mondo, e necessita di essere testimoniata, ha stabilito rozzamente una falsa dicotomia tra quanto aveva fino a mo coltivato e la strafottuta ‘vita vera’. Con esiti, secondo me, talora penosamente imbarazzanti — per quanto lo scrittore di razza sia sempre in grado di trarre qualche partito da quello che fa, per quanto sbagliato sia.

In realtà, credo avesse una capacità quasi inconscia di riconoscere, ricevere e trasmettere la bellezza, senza rendersi conto che cosa essa sia realmente, cioè densità, concetto che trova la forma perfetta, perfetto dominio della cosa (o dell’idea della cosa). Quelli tra gli ultimi suoi scritti che sono riuscito a leggere sono dilavature in forma pseudonarrativa delle piccole, perfette prose degli esordi, imbottite di sgradevolezze inopinate e volgarità studiate a tavolino.

Tutto questo grazie agli "amici", soprattutto, se non esclusivamente, "di Rete", nessuno dei quali ha un decimo del talento che aveva lui.

Quello che ha fatto i lui un vero scrittore è stata l’ostinatezza con cui ha sempre messo tutto sé stesso anche ella piu’ piccola, nella piu’ trascurabile delle frasi. Mai una movenza scontata, mai un luogo comune, mai una trascuraggine (eccettuati i numerosissimi refusi — credo non si sia mai abituato alla scrittura come fatto manuale, fisico, un gesto entrato troppo tardi tra le sue abitudini), mai un’espressione sciatta. Questo grazie alla sua capacità di sentire fortemente, pur senza mai sembrare sopraffatto, soverchiato, ciò che dipendeva dalla natura dei suoi interessi. In linea di massima, sembrava poter veramente scrivere solo di quello che amava, anche se alla lunga è stato indotto a occuparsi di un grande numero di cose che gli erano intimamente estranee. Ribadisco: senza l’insulso e nocivo codazzo degli ammiratori imbecilli, o nemici invidiosi, avrebbe fatto cento volte di piu’ e cento volte meglio.

Ma non avrebbe mai raggiunto le vette auspicate all’inizio della sua piccola avventura. L’essenza morale della scrittura lo ossessionava, proprio per la sua indiscutibile fragilità personale in questo senso. Tanto da non riuscire mai a cogliere con vera lucidità quel nodo fondamentale né in sé stesso né negli altri. E questa pecca, in qualcosa di così fondante per la sua personalità e per la sua scrittura, ha avuto conseguenze frustranti su tutto quanto doveva fiorire a valle. Anche lui non è riuscito ad esprimersi pienamente, si potrebbe dire. Ma attenzione: vae la pena di precisare che lo scrittore non è un sacco che si vuota sulla pagina. La scrittura è un atto, un percorso, un processo autoedificatorio, un esercizio di formazione perenne della personalità. O almeno dovrebbe essere. Non si deve arrivare in fondo a un testo uguali a quello che si era un minuto prima di affrontarlo, o uscirne semplicemente piu’ ‘esercitati’ o ‘tecnicamente agguerriti’ — queste sono menzogne. Sostenere che nella scrittura esista davvero qualcosa definibile come ‘tecnica’ equivale a sostenere che, di un testo letterario, si possano distinguere forma da contenuto: è un errore, madornale.

E quell’esortare ad ‘uscire dal guscio’, a rivolgere l’attenzione ‘alla vita vera’ altro non era che uno spingere affinché si esprimesse quale egli era ‘al momento’, perché si facesse attento ad alcune (e perché tutte le altre no?) delle tangenziali della sau esistenza, trascurando la propria crescita scrittoria, la sua vocazione, il suo vero sé. Questo è un peccato che difficilmente potrà essere perdonato ai suoi falsi amici. Ma, ut supram, non esistono cattive compagnie.

Esistono fragilità, vizi, che rendono permeabili alle cattive influenze. GT ne aveva molti, di difetti che lo indebolivano. A parte questi, anche due passioni non solo extraletterarie (non ci sarebbe stato niente di che, nel caso), ma soprattutto antiletterarie come la teologia, o la psicanalisi, hanno contribuito alla dispersione, alla perdita d’identità degli ultimi anni. Un limite come la scarsa forza d’animo di fronte alle critiche — tra cui acune ovviamente ingiuste, come per forza càpita a chiunque si esponga in pubblico, almeno in democrazia — è un fatto naturale, da parte di una persona non predisposta ad esibirsi davanti a un uditorio da una lunga consuetudine, o giunta a spingersi al proscenio in anni non verdissimi. Ma le polemiche ingaggiate con alcuni dei suoi lettori lo hanno sicuramente amareggiato e danneggiato. Non esiste carattere individuato che non sollevi controversie e non provochi liti; e non è proprio possibile chiudere la bocca a chi ha facoltà piena e inalienabile di dire la propria quando e come voglia. La Rete è un luogo che consente ai dilettanti di raggiungere molti ettori, ma no di essere immuni da ogni sorta di attacchi. Non è una situazione facilissima da gestire, ma GT non poteva lamentarsi di aver subìto il peggio possibile e immaginabile; e comunque sia, non c’è nulla da fare: se non si vuole pubblicità bisogna accettare quanti pro e contro sono implicati.

La malattia, un cancro all’intestino, ha colto un paio d’anni fa, se giungo a segno con la memoria. E’ giusto notare che in questo periodo di tempo la sua vena ha proseguito regolarmente col suo gettito, senza aumentare e senza scemare, e senza peraltro rivelare altre zone, finora inesplorate, del suo proprio universo di significati. Anzi, poiché è uscito da quello che era sempre stato, essenzialmente, il suo universo di significati, GT è diventato uno scrittore freddo, artificioso, posticcio, privo d’interesse. Ma lucido, e capace come sempre. La stessa amarezza, prevalentemente nei suoi ultimi scritti, precede la malattia, e procede dall’aver imboccato una via che non doveva imboccare — quella che gli indicava la malaugurata preoccupazione di "essere all’altezza".

Un nome che GT faceva spesso, ed era il nome di un personaggio che forse considerava proprio maestro, era quello di Giulio Mozzi. Ho preso in mano un solo libro di Giulio Mozzi, in vita mia, un volume di brutti e prolissi racconti. Ecco, mi sono detto, non serve leggere altro di costui per sapere che è uno dei peggiori scrittori noti oggi in Italia; possono essercene altri cento o mille, ma possono tutt’al più essere al suo livello, non  sotto. GT era andato in quella direzione, ostinatamente, negli ultimi tempi; benché qua e là ogni tanto si intravedesse di scorcio la coda spiegata di un pavone, un interno elegante, un oggetto prezioso, il contesto era proprio quello — qualcosa che si sforzava di somigliare a uno dei racconti di quel libro di Giulio Mozzi.

La scrittura ha certamente l’obbligo di affrontare il male in tutte le sue declinazioni e sfumature; ma la ricerca metodica di quel certo tipo di male, un male meschino, una sordidità noiosa, il lungo imputridire degli odii e delle frustrazioni — tutto questo appartiene certamente a una forma piu’ aggiornata e sottile ma riconoscibilissima di sensazionalismo. Ed è un tipo di ricerca, per giunta, svolto con volenterosità facchinesca, senza nessuna intima urgenza; GT, e questo si sentiva benissimo, non era un Giulio Mozzi. Il suo problema non era, come per Giulio Mozzi, trovare alcunché da dire. Il suo problema è che per adeguarsi alla corrente s’è dovuto ferocemente e sistematicamente violentare — sicché, alla noia devastante di questa maniera insulsa e artificiosa e falsa e plasticheggiante (quella diffusione asfissiante, insipida, non può – nonché sostituire – nemmeno contrabbandarsi per una scrittura davvero incisa ed esaustiva) si aggiunge anche la pena di veder eseguire giochi di forza da un atleta preparato a tutt’altre discipline.

GT aveva la dote, preziosissima, inestimabile, di amare sinceramente talune cose e di coglierne esattamente l’essenza: una dote che non conosce vecchiaia che ha voluto sacrificare e distruggere non per vanità modaiola ma per la necessità allogena di essere al passo con i falsi amici, con la falsa accademia, con i falsi maestri, con il falso concetto di ‘vita vera’. Salvo, a un passo dalla fine, concepire e postare sul suo blog una specie di canzone pindarica (http://lordchandos.splinder.com/post/4821592#comment), piena di colori smaglianti, naturalissima ma dal profumo così antico da parere una cosa aliena, venuta chissà donde — un addio, forse, a quel melos antico di cui non si era mai, precedentemente, dimostrato così padrone.

Nel corso del tempo, GT è passato da una feconda per quanto ingenua (ma siamo tutti l’ingenuo di qualcuno — che male c’è?) idea a suo modo eroica, assolutizzante, di letteratura, a un blasé, che ha inevitabilmente assorbito dalla sua cerchia di amicizie, che gli permetteva di vedere la letteratura, tutt’al più, come qualcosa che si ama fino a un certo punto e a cui ci si può dedicare da pensionati; mi scrisse, in un rapido commento, che non ci credeva più, in quel tipo di letteratura là, citò un filosofo dal nome tedesco, disse qualcosa di padroni e schiavi, e poi seguì il solito silenzio di mesi. Credo proprio (chiedo scusa se insisto tanto) che gli amici gli abbiano veramente fatto male.

"Cletus", che ha dato il triste annuncio, ha anche detto di avere l’intenzione di raccogliere gli scritti di GT in volume. E’ un’operazione doverosa. Non è stato ancora deciso, o non è stato ancora cercato/trovato (?) un editore, non ne so nulla e non è affar mio; c’è il rischio, comunque, che gli scritti di GT siano pubblicati in forma privata. Sarebbe un peccato. GT era in contatto con alcuni scrittori professionisti, cioè pubblicati, e così a occhio e croce non troverei affatto incongruo o stravagante che si mobilitassero per stampare quello che ha lasciato, posto che non prevalgano postume invidie.

Non ho conosciuto personalmente GT; né me ne sono fatto un’idea personale, nel corso del tempo. Non mi sono mai servito della Rete per conoscere persone; nel suo caso non ho fatto eccezione, e non me n’è rimasto alcun rimpianto. I miei rapporti con lui sono stati meramente virtuali e superficiali, e consistono prevalentemente in troppo lunghi scontri per forum e poche, trascurabili mail. Non posso deporre sentiti addii sul suo blog come non posso andare a deporre fiori o sassi sulla sua tomba: non lo conoscevo abbastanza. Se mi dilungo tanto (non rileggo queste mie noticine, che ho scritto a caldo, senza curarmi d’ordine e stile) è perché ritengo che ripercorrere i suoi scritti, finalmente non più a schermo ma grazie ad un vero e proprio libro, sia un atto dovuto nei confronti di un uomo che, si può dire, anche quando non ha dato il meglio di sé, si è sempre levato parecchie spanne al disopra di tutti i suoi ‘colleghi’, e mi riferisco sia a quelli che scrivono in Rete sia a quelli che stampano libri e che s’incontrano qui sopra; di quello che è stato, decisamente, il miglior scrittore (quanto meno) che io abbia incontrato in questi cinque anni (!) di bighellonamenti in Rete.

XXXII.

16 Ago

XXXII. Dev’essere proprio di quelli che cadono nella situazione sbagliata, nella vita sbagliata, vivendo peggio di altri la situazione, la vita sbagliate, finire col comportarsi particolarmente male, peggio ancora dei peccatori per indole e progetto; inqantoché, appunto, devono (vogliono) vendicarsi di tutti quelli, di tutto quello che li ha messi in quella vita sbagliata, in quella situazione sbagliata. Così da essere identificati per coloro i quali nacquero per quella situazione sbagliata, per quella vita sbagliata. Credo che questo sia uno degli n segreti che tutti sanno, da sempre, e io da sempre ignoro. Io, per questo, ho cominciato a capire che la gente ha ragione a diffidare di me, e a pensare che io sia un potenziale assassino, un potenziale ladro, un potenziale truffatore. Alcuni mi hanno pure veementemente spinto verso l’irrimediabile, in modo che ho potuto far finta di ignorare solo a patto di accettare una condizione che è cento (non mille, direi, ma cento sì) volte peggio quella del ladro, quella dell’assassino, quella del peccatore non veniale. Ormai non me ne frega piu’ niente. Tranne forse di una cosa — forse. Piu’ che una cosa una possibilità. Credo che potrò decidermi a trasformare la potenza in atto solo quando sarò del tutto convinto e rassicurato circa il fatto che potrò nulladimeno continuare a scrivere, o a vagheggiare di scrivere, in particolare un mazzetto di lunghe tragicommedie in versi che vado progettando da alcuni anni. (E’ del tutto scontato che chiunque dicesse: Massì, caro, che puoi!, dovrà automaticamente essere identificato con uno di quei famigerati coloro i quali hanno spinto, o spingerebbero, o avrebbero spinto, &c. &c. &c.).

* * *

[Ma come faccio a ragionare in termini di ‘continuare a scrivere’, quando non posso scrivere un cazzo già adesso, come considero questo ‘scrivere’ asmatico, cioè breve e intermittente?]

XXXI. Ho fatto trenta

4 Ago

XXXI. Non posso copiare le cose che ho scritto a mano  perché o sono troppo lunghe o sono in versi (e ho problemi di spaziatura, &c.). Non posso connettermi quando voglio, e, quando posso, solo per un’ora. Non posso postare messaggi sul blog di Jannozzi. Non posso leggere i post lunghi che ci sono sul blog di azu (e su quello di Jannozzi). Non posso improvvisare, qui in rete, perché non posso rileggermi e correggermi. Inoltre non riesco ad essere breve e significativo nello stesso tempo, per me è come scendere le scale mentre mastico ciù-ingam.

Potrei sempre postare dei pezzi molto piccoli e del tutto insignificanti, come sto facendo adesso. Non mi costa molto sforzo — e questa è già una cosa sicura su cui contare. E poi lo fanno in tanti.

Purtroppo mi càpita, magari la sera, di pensare ad una cosa bella che vorrei scrivere il giorno dopo, e questo mi frega, perché non posso mai scriverla. Forse sbaglio approccio. Dovrei pensare a questa cosa: sbaglio approccio, forse?

(Ma me ne frega veramente qualcosa?).

((Buona giornata a tutti)).

(((d.)))

XXX. Avrei voluto

4 Ago

XXX. Avrei voluto chiedere a Iannozzi come mai la sua arte è arrogante, ma non posso lasciare messaggi sul suo blog. Tutte le volte che entro in rete mi sembra di mettermi in gabbia.

XXIX. Non posso postare versi.

4 Ago

XXIX. Non posso postare versi. Quando vado a capo mi fa troppo spazio tra una riga e l’altra. Qualcuno sa come posso ridurlo? Grazie. d.

XXVIII. Wagner 2.

2 Ago

XXVIII. Tanto per non smentirmi mai (tanto, chi frequenta il bloggo da quel poco che esso bloggo esiste dovrebbe aver già capìto come funziona, con me), sono andato avanti con il Westernhagen, dopotutto — nel modo a me ultimamente solito, ovverossia compilando un nudo zibaldone di note cronologiche (con altri testi segno costanti significative, oltre alle date, qui le sole date).

Ecco, a proposito del Tristano, del cui superamento — nel compimento — di ogni romanticismo hanno scritto, oltre a Westernhagen, anche Thomas Mann e Richard Strauss e un zacco di altri, si nota una cosa curiosa. Wagner l’aveva scritto in totale rilassatezza, come opera romantica vera e propria, pensando che sarebbe stato un successone. Anzi, contava di far tradurre in versione ritmica italiana il testo (come se la sarebbe cavata con "Tantris", che in italiano avrebbe avuto sempre una sillaba / una nota in più?), e di fargli attraversare l’oceano, fino al Brasile, dove contava di fargli conquistare l’America profonda, come Barnum o Fitzcarraldo, o la Patti, e poi la Bernhardt. Che l’idea fosse assurda, e che il Tristano fosse la sua opera di gran lunga più difficile e di stressante ascolto lo capì solo dopo che altri glielo fecero presente. Per un bel po’ d’anni non capì di aver fatto la rivoluzione.

In realtà, nota Westernhagen, la rivoluzione non era affatto il suo obiettivo. Aveva solo voluto dar corpo ad una concezione estetica ben precisa, e i mezzi retorici e tecnici impiegati erano da considerarsi esclusivamente in funzione di essa concezione. Trovo la condizione di Wagner di fronte al fatto compiuto (alla rivoluzione compiuta) del Tristano altamente invidiabile.