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XXVII. Wagner

28 Lug

XXVII. Dato che da ultimo mi sono andato sempre più convincendo di una cosa che in realtà so da sempre, e cioè che per sopravvivere bisogna andare per via di aggiungere, e non di levare (cosa che dovrebbe rendermi simpatica anche la Biografia della fame di Amélie Nothomb, ma non so proprio se ci arrivo, a quei livelli), mi sono deciso a prendere a prestito, in biblioteca, una biografia di Richard Wagner.

E’ una cosa seria, credo, e comunque non esiste biografia dalla quale sia impossibile imparare qualcosa. Di Curt von Westernhagen, Wagner, l’uomo, il creatore [Richard Wagner. Sein Werk. Sein Wesen. Seine Welt, 1956], trad. Alfio Cozzi e Vittorio Patanè, Mondadori, "Musica e storia. Collana diretta da Piero Buscaroli e Paolo Isotta", pp. 605 + Indice, Milano genn. 1983.

C’è un paragrafo, a p. 246, che mi ha colpito, chissà perché:

 A quei tempi Burckhardt conobbe — e quasi non ci credeva dalla meraviglia — un wagneriano italiano, un commerciante di Bologna, il quale parlava in modo "obiettivo fino a essere oltraggioso" di Rossini, Bellini e Verdi, mentre considerava Wagner da "un lato mistico-psicologico", sostenendo che si poteva godere la sua opera solo "immergendosi in essa in totale abbandono", il che era esattamente il contrario di quel che in Italia si cercava per godere uno spettacolo teatrale.

 

[Sabato 30 luglio ’05] 

Ho poi rapidamente mollato quel Westernhagen, e non credo proprio mi accosterò mai a Newman e altri wagnerologi. Non è troppo sofisticato, è troppo fumoso. Non so se mi spiego. Probabilmente no, ma non m’interessa.

Piuttosto ho preso in mano, direttamente, l’autobiografia di Wagner, e ne ho letto una metà, più a salti e bocconi che continuatamente; ed è una delle cose più belle che abbia mai letto.