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XXIV. Al momento,

19 Lug

XXIV. Al momento, e forse non solo al momento, mi sento molto disorientato. Spero tanto che non si noti.

Per questo non parlo di quello che è successo oggi, o nei giorni scorsi (anche perché c’è poco da dire. E comunque sarebbe noioso, per me prima che per chiunque altro; anche se farei benissimo a continuare, oggi piu’ che mai, a fregarmene della reazione di altri [pochi, pochissimi, comunque] a quello che dico).

Piuttosto, ho finito un libro. Cercavo quodlibeti (mesostici e anagrammi e sciarade e acronimi) nella Comedia, non perché mi interessi tanto questo aspetto della Comedia, ma semplicemente perché, nonostante il testo evidentemente inviti a cercarne, e nonostante i replicati tentativi nel corso del tempo, gli esempi sono singolarmente pochi, e tutti poco convincenti. Il fondamentale Tolosani-Rastrelli (Hoepli 1926 e rist. sgg.) riporta solo due esempi danteschi, di cui uno (il secondo) un apocrifo che non c’entra con la Comedia. Francipane, che si è dedicato spesso a queste cose, dice che la Comedia è sparsa di mesostici col nome di Dante. Ma per avere "Dante" come mesostico — tanto per fare un esempio — basta avere una lettera "d" e una qualunque delle moltissime parole in "ante" contenute e nel poema e nella nostra lingua in generale. Ovviamente, se ne trovano a centinaia, forse migliaia, e non significano nulla. In La zia era assatanata (Theoria 1994) Dossena dice che non è Dante ad aver messo dei mesostici nella Comedia, ma siamo noi che, trovandoli, in un certo senso ce li mettiamo. Eppure anche qui il dubbio viene; infatti, non ho seguìto i consigli di Dossena (nello stesso cit. La zia era assatanata) di cercarne secondo regole un po’ più vincolanti, rispetto a una mera trascrizione (per cui non si sarebbe dovuto scegliere un verso in cui si potesse scegliere tra due e, poniamo, o t presenti, per cui si dovessero prediligere i versi in cui il mesostico D – A – N – T – E si disponesse armonicamente, con congrua distanza di una lettera dall’altra, nell’arco del verso, &c.), e ho trascritto tutti i mesostici rinvenibili del solo Inferno. Il dubbio m’è venuto perché (salvo errore, e infatti devo verificare), i mesostici rinvenuti sono 330. Un multiplo del 3 che ricorre ossessivamente — le tre cantiche, la terzina, i trentatré per tre canti (più uno proemiale), &c. Bisognerebbe andare avanti, e chissà che non lo faccia.

Ho finito, mentre cercavo quodlibeti — come dicevo — nella Comedia, il Dante di Giampaolo Dossena, Lomnganesi 1995. Il quale non contiene nemmeno un quodlibeto, ma una fittissima erudizione su cui grava uno spirito triste e caustico, e la cappa tremenda del tedio di Academo. Non dico di essermi annoiato, anche perché Dossena non è un incapace. Ma si tratta di nudi fatti, rievocati appunto come spigolature della Settimana enigmistica, con stile secco e fiacco. Sono 212 brevi capitoli. Verso il cap. 200, un po’ prima, Dossena si lascia andare a definire un po’ il significato dell’opera dantesca.

Sono gli ideali (grandi o piccoli non importa molto) distrutti, da seppellire (mi sovviene che questa ‘definizione’ — mi sono messo anch’io a parlare come la Settimana enigmistica… — è più adatta al Paradiso perduto, semmai)? Sono vecchie rabbie? In realtà Dante riesce, almeno credo di aver capìto, a sovrastare un destino che lo soverchia, come finisce col fare con tutti noi. Tutto quello che è finisce in quello che scrive; per questo credo che il suo sommettersi a un Cangrande della Scala, il suo trattenersi tra i cafoni lombardi, il suo ingentilirsi siano i segni evidenti della sconfitta. Dossena insiste fastidiosamente, e leghisticamente, sulla Valpadana, meno angusta — a suo dire — della Firenze dantesca, quella Valpadana in cui gli si sarebbe (a Dante) aperta la mente. E riporta anche orridi, volgari versi padani, che puzzano di vino e di letame, e dice che Dante si ispirava a quello, quando scriveva ‘ed egli avea del cul fatto trombetta’, e della ‘puttana dalle unghie merdose’ (Taide, il personaggio che fa fare a Dante una citazione clamorosamente sbagliata). Il Settembrini anticipa la critica possibile circa il giudizio — il quale non rappresenta, da parte di Dante, un peccato, inquantoché Dante era giunto a porsi al disopra di sé stesso e del tempo in cui viveva. Insiste molto, il Settembrini, sull’universalità di Dante, anzi del poema dantesco. Dice che non può essere considerato nemmeno poema nazionale italiano, e men che meno cristiano.

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Dossena dice male di Albertino Mussato, ahilui, dicendo che ebbe torto a spaventare (o meglio, a tentare di spaventare) i concittadini padovani con l’ombra di Ezzelino III da Romano, lo Hitler di quell’età, dicendo che Cangrande della Scala era poi lo stesso. L’Eccerinus rimane una splendida tragedia. Il Mussato ebbe il merito di indicare nel tiranno il tiranno, e nella libertà la libertà. Il Settembrini dice che se avesse scritto in italiano sarebbe stata la quarta corona, anzi la prima in ordine di tempo; e io gli credo perché lo sento. Lo stesso Dossena dice che Dante da ultimo non era lo stesso; eppure condanna le sue scelte politiche della virilità per dire che, quando ormai (parola di Dossena) dava segni di rinsenilimento, aveva fatto bene a porsi sotto l’egida di Cangrande. E dice che il Mussato ha avuto il torto di usare il latino umanistico (non quello di Salimbene, che era il latino dell’uso) e di introdurre la tragedia antica — una iattura, dice con disprezzo, e travolge nel disprezzo anche l’Alfieri. Ma è un errore. Sicuramente il Mussato riflette il clima culturale padovano, già pronto ad accogliere la lezione petrarchesca, ma, sempre come nota il Settembrini, la sua tragedia non è d’imitazione senecana, benché nasca dallo studio di Seneca — ma è nella lingua ambiziosa ed evocativa che si sente la riflessione su Seneca (che non sarebbe stato certo il beniamino degli umanisti, come stile), non nella concezione drammatica, che è ampia e ‘ardita’, legata alla prassi medievale. Le unità non sono per niente rispettate. Il fatto è che il latino del Mussato